L’Università della Calabria e l’Università degli Studi Magna Græcia di Catanzaro hanno inaugurato il primo corso in Medicina e Tecnologie digitali interateneo
«Un’iniziativa importante e vincente, che seguiremo nel tempo per capire se c’è la possibilità di allargarla ad altre realtà». Non capita spesso che un ministro dell’Università elogi in questo modo la nascita di un nuovo corso accademico. È accaduto lunedì 11 ottobre con la ministra dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, intervenuta con un saluto «da remoto» all’Unical, Università della Calabria, all’inaugurazione del primo anno accademico del nuovissimo corso di laurea in Medicina e Tecnologie digitali interateneo con l’Università Magna Graecia di Catanzaro. Le due università calabresi hanno aperto un fronte di collaborazione e alleanza per un’offerta formativa che, spiega il rettore dell’Unical, Nicola Leone, ordinario di Informatica e studioso noto anche in ambienti internazionali, «è unica in Italia nel panorama complessivo universitario».
Come si legge nell’offerta formativa, il corso coordinato dal professor Marcello Maggiolini «prevede, oltre alle competenze tipiche della formazione di un medico, anche l’acquisizione delle conoscenze utili per padroneggiare le nuove tecnologie e applicarle in ambito sanitario e l’apprendimento di metodi e tecniche proprie dell’Intelligenza artificiale e della Bio-informatica, necessari per ideare e sviluppare nuove applicazioni per i settori della medicina di precisione, della telemedicina, della medicina personalizzata, della chirurgia robotica». Il nuovo corso assicurerà un doppio titolo: laurea Magistrale in Medicina e chirurgia e laurea Triennale in Ingegneria informatica, curriculum bioinformatico. Scorrendo gli insegnamenti, colpisce l’applicazione alla medicina delle tecnologie. E dunque, proprio nell’Area Tecnologica, ecco Elementi di Elettromagnetismo e teoria dei circuiti, Elettronica e sensoristica, Architetture di calcolo e sistemi operativi, Fenomeni di trasporto in medicina e biologia, Tecniche di programmazione e sicurezza informatica. Nell’Area di Insegnamenti di Base, ma solo per fare qualche esempio, Matematica e Statistica per la medicina, Sistemi di elaborazione delle informazioni, Chimica, Fisica Applicata, Biochimica, Anatomia Umana, Istologia ed Embriologia. Nell’Area Preclinica, Microbiologia e microbiologia clinica, Patologia Generale, Patologia Clinica, Scienze Tecniche di Medicina di Laboratorio, Anatomia Patologica. Nell’Area Clinica, tutte le conoscenze necessarie, dalla Pediatria all’Oncologia, dalla Nefrologia alla Cardiologia, dalla Chirurgia vascolare alla Medicina infettiva.
La nascita della nuova laurea Magistrale ha un presupposto molto legato all’attualità, spiega sempre il rettore Leone: «Il mio programma elettorale, mi sono insediato il 1 novembre 2019, prevedeva un allargamento dell’offerta all’area sanitaria ma non certo la creazione di una facoltà di Medicina per l’impegno anche organizzativo che comporta. Poi è arrivata l’emergenza Covid. E abbiamo tutti toccato con mano la difficile situazione della sanità calabrese. Ho pensato fosse indispensabile offrire un contributo, proprio come Unical. Nell’estate 2020 è cominciata una interlocuzione con la Regione e con i colleghi dell’Università Magna Graecia di Catanzaro. Siamo partiti dalle nostre eccellenze, come Unical, in campo informatico e di intelligenza artificiale. Chi esce dai nostri corsi in quel campo può contare sul 100% di occupazione immediata: addirittura molte aziende italiane e internazionali hanno aperto qui le loro sedi per utilizzare i nostri studenti: le iscrizioni si sono infatti raddoppiate. Così abbiamo dato vita a una serie di sinergie virtuose con Catanzaro per realizzare questo nuovissimo corso di Laurea Magistrale».
Ha detto ancora la ministra Messa inaugurando il corso: «Credo, e lo dico più da medico che da ministro, che l’aspetto dell’arte medica non verrà mai a mancare perché una intelligenza artificiale non potrà mai tenere conto delle emozioni, della capacità di comprendere al volo una persona, parlandole e guardandola in faccia. Ma è anche vero che il dominio delle tecnologie facilita tantissimo il compito del medico, quindi le competenze combinate che questi giovani studenti potranno saranno preziosissime». Il rettore dell’Università Magna Graecia, Giovambattista De Sarro, medico, farmacologo e ricercatore, ha sottolineato la rapidità dell’ideazione e dell’organizzazione: «In un anno abbiamo realizzato quello che fino a qualche tempo fa era solo un sogno superando ogni forma di campanilismo». Sempre dall’offerta formativa, ecco cosa si immagina per gli sbocchi occupazionali: «Si potrà accedere all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di medico chirurgo e ai concorsi per le Scuole di specializzazione, lavorare in tutti gli ospedali, nelle strutture sanitarie, negli studi professionali. Le competenze acquisite permetteranno inoltre di lavorare in strutture sanitarie d’avanguardia nell’utilizzo delle nuove tecnologie, in reparti di chirurgia robotica, in centri di diagnostica avanzata o specializzati nella medicina di precisione, nell’ambito della telemedicina. Potranno anche scegliere di dedicarsi alla ricerca o lavorare nei settori farmaceutico e industriale per lo sviluppo di soluzioni tecnologiche innovative in campo sanitario».
15 novembre 2021 (modifica il 15 novembre 2021 | 18:12)
L’attrice de «Il capitale umano» e di «Doc. Nelle tue mani»: papà non c’è più ma io lo chiamo ancora al telefono
Matilde Gioli. Attrice «per caso». Si trattò davvero di fatalità? «Me lo domando spesso e le risposte sono cambiate nel tempo. Forse mi trovavo nel posto giusto al momento giusto, stavo accompagnando mio fratello a minibasket e i provini per il film di Virzì, Il capitale umano si svolgevano proprio lì. Però, se guardo il mio percorso professionale mi rendo conto che non fu proprio un accadimento accidentale. Forse c’è una parte inconsapevole, un inconscio che ti guida verso una direzione. Lo capisco oggi per come sento e tratto ciò che fa parte del mio lavoro».
Decise di adottare il cognome di sua madre Francesca. Il babbo, Stefano Lojacono era consenziente? «Certo. In famiglia abbiamo vissuto ciò che accadeva come un gioco. Mi trovavo in scena per la prima volta, ero completamente avulsa da tutto ciò che riguarda il cinema. Ad un nome d’arte non pensavo proprio. Paolo Virzì, dopo avermi scelta, assunse subito un ruolo importante nei miei confronti, forse perché ero diversa dalle attrici professioniste con le quali era abituato a lavorare. Mio padre stava già male, sarebbe scomparso poco tempo dopo e quando mia madre venne a trovarmi sul set, Paolo, toscano come lei, suggerì di adottare il suo cognome nella sola professione. Era una suggerimento protettivo, Matilde Lojacono in questo modo poteva continuare la propria vita in modo più riservato. Fummo tutti felici di quell’idea».
Tecnica, anima, sfrontatezza. Cosa serve per recitare? «Serve studiare. Serve appropriarsi della tecnica, farsi una cultura cinematografica, temi sui quali devo ancora progredire. Sono queste le basi utili a tutti. Poi ciascuno mette in campo meccanismi propri. Ho incontrato una quantità di attori che utilizzano metodi individuali. Io mi affido molto all’istinto, evito di insistere con la preparazione, la ripetizione del copione a memoria per lasciare spazio all’improvvisazione e quindi alla naturalezza. Non è una regola, anzi. Sto parlando di ciò che funziona per me e con me».
Il pudore aiuta o complica? «Se penso alla fisicità, mi accorgo di essere molto aperta, è difficile che mi vergogni. Questo mi permette di affrontare con una certa elasticità una scena delicata. Non dico non ho pudore, ma sul lavoro lo sguardo degli altri non mi blocca. Ho conosciuto colleghi più riservati, diciamo così, che hanno sfruttato un limite apparente in una risorsa. Il trattamento di un personaggio può seguire strade diverse e comunque interessanti, rivelatorie».
Il regista, in quanto padrone del film, sino a che punto va assecondato? «Per me che partivo dal nulla in termini di esperienza e consapevolezza, affidarsi completamente al regista è stata una necessità. Continuo a vedere questa figura come un direttore d’orchestra che deve avere l’ultima parola su una scena, su ogni particolare, dal colore dei capelli a quelli di un divano. Alcuni attori molto più esperti e autorevoli di me, riescono ad elaborare un personaggio attraverso una presa di coscienza particolare. Questo lavoro può essere accolto da un regista anche se risulta diverso rispetto alle intenzioni iniziali. Non è detto che funzioni ma può offrire esiti eccellenti».
Il mondo del cinema è inevitabilmente maschilista? «In Italia, abbastanza. Il tema è sul tavolo da tempo e devo dire con piacere che ho notato un cambio di rotta. Poi dipende dagli incontri. Virzì è un regista che cura e attribuisce grande importanza ai ruoli femminili ma su cento film italiani ne troviamo tanti con personaggi femminili un po’ confinati. Mogli di protagonisti, fidanzate di protagonisti, figlie di protagonisti maschili. Credo sia molto difficile esprimere giudizi sulle responsabilità perché stiamo parlando di un argomento che ha a che fare con nodi complessi di una cultura. Spesso certi ruoli femminili non mi sembrano valorizzati, storie interessanti che finiscono per essere trascurate. Ma evidentemente esistono molte persone alle quali va bene così».
Testimonial per una campagna sul congelamento degli ovociti per preservare la fertilità femminile. Quali battaglie è disposta a combattere? «Mi ha coinvolto la percezione di scarsa consapevolezza che riguarda tante giovani donne: alcune scelte di vita mettono a repentaglio la capacità riproduttiva. Il congelamento degli ovociti per chi deve affrontare cure tossiche credo rappresenti una opportunità. Punto. Non sto affatto dicendo che una gravidanza vada programmata con leggerezza. Ho dato il mio sostegno ad una iniziativa convincente messa in campo da alcuni medici. Per il resto evito di espormi per il gusto di farlo. Credo che ciò che accade sui social istighi ad una certa superficialità, all’adesione istantanea ad una iniziativa, ad una petizione, persino alla solidarietà di fronte ad un lutto. Preferisco percorrere altre strade privatamente. Anche perché odio far finta di conoscere a fondo un tema e dire la mia. Credo si tratti anche di una questione di rispetto nei confronti di chi conosce davvero una dinamica, una realtà, un problema serio».
Il divismo è una conseguenza incontrollabile o è una trappola da evitare? «Non credo sia una conseguenza obbligatoria. Ci sono varie tipologia di divismo. Alcune persone manifestano un’aura affascinante ma penso si debba fare molta attenzione a non scivolare verso l’arroganza o la presunzione. Cerco di non essere giudicante, per me uno se la può anche tirare, non mi infastidisce. A patto che non perda la misura, l’educazione, l’attenzione verso gli altri. Quando vedo gli eccessi del divismo, vale a dire scortesia nei confronti della troupe, una certa arroganza, capricci di fronte a cento persone, la faccenda si fa insopportabile».
Matilde Gioli, Cavaliere della Repubblica. Beh? Un onore, un titolo senza importanza, una esagerazione? «Non me lo aspettavo. È una onorificenza che ha deciso di consegnarmi il Presidente Mattarella dopo la mia partecipazione come madrina alla celebrazione del giorno dedicato alla donna, l’8 marzo. Non so quali criteri determinino l’assegnazione dei cavalierati. Talvolta mi sento in imbarazzo, penso che questo titolo sia stato attribuito a persone che hanno affrontato anni di lavoro e sacrifici. Poi metto a tacere le mie vocine interiori e penso che sia stata una decisione spontanea. La accolgo con riconoscenza e soddisfazione».
E comunque i cavalli hanno un peso nella sua vita… «Un peso enorme. Due anni e mezzo fa girai il film di Giovanni Veronesi, Moschettieri del Re. Metà delle mie scene prevedevano la presenza di cavalli e la produzione mi incitò a fare pratica in un maneggio, indipendentemente dall’utilizzo di eventuali controfigure. Nell’esatto momento in cui mi trovai per la prima volta in sella provai una sensazione di empatia incredibile. Entrai in una specie di trip, decisi di interpretare tutte le scene a cavallo, cadute comprese e dopo due mesi di esperienze sul set mi accorsi che dei cavalli non potevo fare a meno. Cominciai a trascorrere ogni ora libera al maneggio, a cavalcare, spazzolare, pulire i box. Insomma, mai più senza. Mi sono innamorata di un cavallo, Fuego, sono riuscita ad acquistarlo. Appena posso lo raggiungo, lo accudisco, gli parlo, passeggiamo, guadiamo i fiumi. È qualcosa di davvero terapeutico per me».
Non solo un cavallo. Un fidanzato, Alessandro, insegnante di equitazione. Che non sapeva nulla della sua carriera. Conquistata dalla concretezza? «Esattamente. Tutto ciò che mi tiene agganciata alla realtà ed esula dal mondo che frequento per lavorare mi attrae. Alessandro ha un animo buono e semplice. Ci somigliamo. Condividiamo una capacità di ridere, di gioire delle piccole cose. Ha a che fare con l’universo dell’infanzia, dei bambini. Natura, animali, buon cibo, chiacchiere, sport, risate. Ogni altro privilegio che pure mi riguarda, da un hotel di lusso ad un contesto elegante, produce piaceri più effimeri, roba di poche ore. Nel quotidiano tutto ciò non mi interessa affatto».
Incontri decisivi, persone indimenticabili. Chi le viene in mente? «La mia famiglia, numerosa e calda; amici che non appartengono al mondo del cinema, e poi tre uomini incontrati sul lavoro ai quali sono molto legata: Diego Abatantuono, Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio, regista di Un posto sicuro. Mi hanno accolta, amata, protetta. Generosi in tutto, nei consigli professionali, nelle attenzioni. Angeli, incontri felici, persone care che porto nel mio cuore. Nei momenti di sconforto sono stati loro a darmi la carica, la forza».
Un grave incidente subito in piscina da adolescente, che ha rischiato di paralizzarla, la morte precoce di suo padre. Il dolore cosa può restituire? «Quell’incidente mi ha tolto tanto perché avevo 16 anni ed ero bloccata con addosso un busto di ferro, una lunga, anticipata quarantena. Però ne parlo con gioia perché rischiavo la sedia a rotelle mentre ora sgambetto, con la sensazione di sfruttare risorse che non pensavo di possedere. Il lutto è una cosa diversa. Pesa di più, ciò che manca non torna e per certi versi è insopportabile. Mio padre non esiste più: il verdetto è definitivo ma non lo accetto, faccio cose strane, lo chiamo al telefono, mi chiedo dove diavolo sia. Non poter parlare con lui produce una tristezza profonda. Con la consapevolezza di aver ricevuto tantissimo da lui, la capacità di amare, di stringerci. Purezza e chiarezza. Questo resta. E ritorna».
Ha 32 anni. Abbastanza per capire quali rischi e quali errori evitare? «Credo di sì. Magari tra dieci anni scoprirò altro. Ma credo di aver imparato a muovermi nel mondo. Mi pare di essere una persona completamente responsabile delle mie scelte».
21 novembre 2021 (modifica il 21 novembre 2021 | 22:49)
Da aprile il vaccino è diventato obbligatorio per medici, infermieri, operatori sanitari e farmacisti. Ats e Ordine dei medici si incaricano delle verifiche. Nessun ricorso vinto dai «ribelli». La beffa delle spese legali da pagare
Almeno una decina di persone impegnate a tempo pieno tra Ats e Ordine dei medici di Milano, lunghi mesi di verifiche (non ancora finite), più di venti cause tra Tribunale del lavoro e Tar. La «missione no vax» è cominciata ad aprile, quando l’iniezione anti-Covid è diventata obbligatoria per dottori, infermieri e operatori di interesse sanitario che lavorano negli ospedali, negli ambulatori, nelle Rsa, nelle farmacie. Tocca alle Ats controllare che i camici bianchi rispettino la norma. In caso contrario scatta la sospensione dall’impiego e il blocco dello stipendio, con notifica all’ordine di riferimento e al datore di lavoro.
A sette mesi dall’introduzione dell’obbligo è possibile fare un parziale bilancio di quanto le scelte «no vax» degli operatori sanitari pesino sugli uffici coinvolti. L’Ats di Milano, competente anche per la provincia di Lodi, ha messo in piedi una squadra di sette persone. I compiti: incrociare i nominativi dei professionisti e i dati delle vaccinazioni, inviare le comunicazioni a chi non risulta immunizzato, attendere i riscontri. In assenza di risposta, va inviato un sollecito. Se ancora il lavoratore non si adegua, parte il provvedimento di sospensione.
Altro filone, il controllo dei documenti di richiesta di esenzione dal vaccino. Alcuni sono validi, ma non tutti. Gli impiegati devono confrontarsi con un clinico per capire quali carte accettare e quali scartare. Tempi stretti, poi, per le procedure di chi riceve l’iniezione dopo essere stato lasciato a casa. Va riammesso in servizio e in fretta, altrimenti può scattare una denuncia per l’Ats.
Una parte dei fascicoli passa anche dall’ufficio legale. Al momento sulle scrivanie degli avvocati di corso Italia sono arrivati 23 ricorsi da parte degli operatori contrari al farmaco anti-Covid. Alcuni sono stati presentati al Tribunale amministrativo regionale, altri a quello del lavoro. Finora nessun giudice ha dato ragione ai «ribelli». Capita però che l’Ats debba pagare le proprie spese legali. All’impegno lavorativo si somma così la spesa.
Altro fronte, l’Ordine dei medici. «Abbiamo un funzionario di alto livello e un altro impiegato che si occupano esclusivamente di questo tema — spiega il presidente Roberto Carlo Rossi —, ma un po’ tutti diamo una mano. Credo che il nostro ordine sia uno di quelli con più sospensioni, perché qui i controlli sono rigorosi. Purtroppo non è così in tutta Italia». Secondo Rossi l’iter burocratico è allungato anche dalla complessità della legge. «Se sarà riconfermata (il termine per ora è fissato al 31 dicembre, ndr) il testo va assolutamente rivisto. Ci sono passaggi non chiari che possono essere sfruttati da chi contesta l’obbligo. Abbiamo invece bisogno di una norma chiara e semplice da applicare».
Lo sforzo della «missione no vax» va moltiplicato per gli altri ordini coinvolti, come quello degli infermieri, dei farmacisti, dei tecnici radiologi e per gli uffici amministrativi di ciascuna delle strutture sanitarie del territorio. L’obiettivo è passare al setaccio tutte le posizioni, ma serviranno altri mesi per raggiungerlo. Secondo l’ultimo report di Regione finora Ats ha inviato 2.603 accertamenti, 392 dei quali a lavoratori del pubblico, 417 a quelli del privato. Per una buona parte delle pratiche (1.765) il datore di lavoro è ancora in corso di verifica o non è verificabile. A livello lombardo gli accertamenti spediti sono oltre 9 mila, 530 i camici bianchi del settore pubblico lasciati a casa, 521 i riammessi.
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22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:46)
Il provvedimento preso dal club bavarese per il centrocampista Kimmich e per altri sei calciatori che hanno rifiutato il vaccino e sono poi venuti in contatto con dei positivi
La Bavaria è il land tedesco col maggior numero di contagi giornalieri in una Germania travolta dalla quarta ondata del Covid (venerdì se ne contavano 10.214 su un totale di 45.183 in tutto il Paese). Il Bayern Monaco, storico club della capitale dello Stato, non è esente dal virus, e nella giornata di sabato ha annunciato che 7 giocatori sono stati messi in quarantena per aver avuto contatti con dei positivi. Per cinque di loro la dirigenza ha però preso provvedimenti senza precedenti: ai giocatori finiti in isolamento, e che in precedenza avevano rifiutato di vaccinarsi, la società ha deciso di ridurre lo stipendio.
Il primo a venire sanzionato, stando a quanto riporta la stampa tedesca, è il centrocampista Joshua Kimmich, messo in quarantena dopo essere entrato in contatto con persone contagiate. La notizia è stata diffusa dal settimanale tedesco Bild am Sonntag. Kimmich, 26 anni, tra l’altro è stato posto in isolamento per la seconda volta, avendo già contratto il virus. Martedì scorso il calciatore era appena uscito dalla quarantena dopo essere entrato in contatto con il compagno di squadra Niklas Suele, risultato poi positivo sempre la scorsa settimana. Secondo quanto riferito dal settimanale tedesco, i dirigenti del Bayern hanno informato Kimmich e quattro suoi compagni di squadra che i rispettivi stipendi saranno ridotti se posti in isolamento. I puniti sono Serge Gnabry, Jamal Musiala, Eric Maxim Choupo-Moting e Michael Cuisance, e stando a quanto scrive la Bild, nessuno di loro ha ricevuto neppure una dose di vaccino. Il Bayern, che è stato sconfitto venerdì, senza Kimmich in campo, ad Augusta per 2-1 nell’anticipo della 12/a giornata della Bundesliga, non ha voluto commentare la vicenda.
I tassi d’infezione questa settimana hanno raggiunto livelli record, poiché la percentuale di persone vaccinate è inferiore al 70%. I Governi regionali tedeschi di Baviera e Sassonia hanno annunciato venerdì la cancellazione di tutti i mercatini di Natale, oltre ad altre restrizioni locali. In prospettiva, anche la Germania si prepara a seguire l’esempio di Italia e Francia sul Green Pass. Non appena la soglia dei ricovero supererà i tre pazienti Covid ogni 100.000 abitanti, solo a vaccinati e a guariti potranno accedere ai luoghi pubblici come ristoranti, cinema, sale da concerto o eventi sportivi, comprese le partite del Bayern Monaco.
21 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:47)
Nobile romana convertita al cristianesimo, divenne martire vergine il 22 novembre del 230. Il giorno del suo matrimonio risuonarono canti e organi, da cui è arrivato il suo legame con i musicisti
Ricordata da cattolici e ortodossi, santa Cecilia viene festeggiata il 22 novembre, data in cui nel 230 morì come martire cristiana a Roma. In origine la giovane era una nobile romana, convertita alla religione cristiana, sposata ad un altro nobile, Valeriano. La leggenda narra che proprio il giorno delle loro nozze risuonarono canti e musica di organi che lei accompagnava con il canto. Da qui è arrivato il legame con il mondo della musica, dei cantanti e dei musicisti di cui ancora oggi è patrona. La notte stessa delle nozze anche il marito si convertì e lei fece voto di castità.
Il marito di Cecilia divenne martire a causa della sua fede e la donna, chiamata a testimoniare davanti al giudice, venne condannata a sua volta a morte per bruciatura. Si narra che in quei momenti la donna «invece di morire cantava lodi al Signore», tanto che la sua condanna venne convertita a decapitazione. Anche in quel caso il corpo di Cecilia, pur avendo ricevuto i tre colpi indicati dal rituale, rimase in agonia per tre giorni prima di morire, il 22 novembre del 230.
La casa della donna divenne anche la sua tomba, secondo il volere di Papa Urbano I, come racconta la Legenda Aurea. Il suo corpo venne «sepolto tra quelli dei vescovi e consacrò la sua casa, trasformandola in chiesa». Solo nell’821, quando le sue spoglie vennero portate nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere, il suo corpo venne trovato ancora incorrotto e profumato.
Come patrona della musica e dei musicisti, il 22 novembre si celebrano in tutto il mondo concerti ed eventi per ricordare la santa. Dall’accademia di Santa Cecilia di Roma, che le ha dedicato post sui proprio account social, alle manifestazioni in programma a Bari tra bande e concerti. Alla santa sono anche stati dedicati dipinti rimasti nella storia dell’arte, come il capolavoro «L’estasi di Santa Cecilia» di Raffaello, che la ritrasse con un organo portativo.
22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 10:16)
di Lorenzo Nicolao La due giorni di Sogei coinvolge anche Pmi innovative e i singoli individui per migliorare la efficiency del settore pubblico e riavvicinarlo alle persone
Due giornate-evento digitali per ampliare l’Open Development e metterla sempre più al servizio dei cittadini. Questo lo scopo dell’omonima iniziativa di Sogei, volta a promuovere tecnologia e digitale per incoraggiare la Pubblica Amministrazione a rinnovarsi sempre di più, raggiungendo i suoi obiettivi e perfezionando il suo funzionamento verso i cittadini grazie al progresso degli strumenti a disposizione. Per la sua seconda edizione si consolida così la prospettiva di un’innovazione generalizzata e allargata, che possa coinvolgere tanto il mondo accademico, quanto quello del lavoro, fino alla realtà che caratterizza la vita quotidiana di utenti e consumatori finali. Tutto questo passa sia per i gruppi consolidati, sia per piccole imprese innovative. Sogei punta su tutte le start up che maggiore slancio hanno dato negli ultimi mesi a quello che è stato il grande processo di rinnovamento in un periodo, come quello della pandemia, in cui innovare non ha rappresentato una semplice opportunità, ma un’esigenza vera e propria. Perché Sogei intende erigere in prospettiva un ponte che possa connettere imprese e Pa in un connubio virtuoso capace di snellire l’evoluzione dei mezzi a disposizione e permettere di raggiungere anche realtà periferiche. In questo processo sono cruciali i Bootcamp, ovvero la fase della manifestazione nella quale si incontrano la domanda e l’offerta di innovazione, all’interno di un percorso replicato biennalmente, mettendo il cittadino al centro dei servizi a esso destinati.
Nell’edizione del 2019 venne dato maggiore spazio a un approccio quantitativo dal basso alle idee. Stavolta l’iter è stato invece dettato quasi spontaneamente dalle sfide individuate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In risposta al Pnrr sono emerse cinque usage case: digitalizzazione e automazione, resident eXperience, sostenibilità, employee eXperience, brand-new ways of working, tutti aspetti che hanno notevolmente caratterizzato il mondo contemporaneo e hanno rappresentato non solo delle opportunità, ma anche delle sfide da vincere, in un processo di continuo assestamento. Per ogni campo sarà avviata una Open Innovation Community nella PA, accordi con altri ecosistemi pubblici per l’engagement delle Pmi innovative, un’accademia specifica dal place alla scala nazionale e infine il coinvolgimento della cittadinanza attiva, consapevole del processo in atto.
Tutti questi elementi, ben combinati, possono permettere e garantire quello shock culturale del quale ha bisogno una realtà tradizionalmente poco flessibile e influenzata da un regolamento rigido come la Pubblica Amministrazione. L’Open Development può essere così la svolta per il tipo di cambiamento necessario, convinzione di chi, come Sogei, propone questa iniziativa a ogni attore in gioco.
17 novembre 2021 (modifica il 17 novembre 2021|14:00)
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