Rebecca Bettarini e le nozze con l’«ultimo zar» Romanov: «Sì,

Rebecca Bettarini e le nozze con l’«ultimo zar» Romanov: «Sì,

Rebecca Bettarini: «Il mio bouquet sulla tomba dei Romanov. Putin? Non è un nuovo zar. Il mio sì con duemila invitati del Gotha? Un’alternativa al mondo delle influencer»

Dottoressa, Altezza imperiale… come dovrei chiamarLa, adesso?
«Sì Altezza imperiale, date le circostanze questo è il titolo ma… bisogna andare al significato profondo delle parole, principessa deriva a princeps, princìpi e sono i valori che condividiamo io e mio marito. Su questo ci siamo incontrati, amati», risponde al Corriere da San Pietroburgo Rebecca Bettarini, nel cuore dei festeggiamenti degni dei fasti imperiali, per le sue nozze con l’erede dell’ultimo zar, il granduca George Mikhailovich Romanov.

Un’italiana che sposa l’erede degli zar: un matrimonio che ha radunato a San Pietroburgo, l’ex capitale imperiale russa, il Gotha europeo (con o senza più corona). Da cent’anni non si celebrava un matrimonio così in Russia. Il mondo ne parla, dalla Bbc al New York Times. Confusa?
«Sorpresa sì, ma quanto agli invitati, il fatto è che l’aristcrazia reale è una grande famiglia che ha secoli di storia condivisa. Sono tutti cugini di primo o secondo grado di mio marito: duemila invitati in chiesa, Sant’Isacco, una della cattedrali più grandi al mondo, e oltre 500 alla cena. Anzi, non fosse stato per il Covid sarebbero stati di più, poi qualche tampone positivo all’ultimo momento…».

Con il sì di poche ore fa, è entrata nella storia. Ha sentito il peso della responsabilità?
«Il mio amore per George è un sentimento che va avanti da molti anni, e abbiamo condiviso tante cose in questo tempo, sono entrata nel ruolo man mano. Poi certo mi fa impressione sapere che la tiara di Chaumet che ho indossato finirà in museo, è patrimonio storico ormai. L’anello di fidanzamento che mi ha regalato era del bisnonno, un gioiello da usare sempre per quel tempo perché i grandi gioielli dei Romanov dopo la rivoluzione sono stati confiscati o distrutti».

Come ha incontrato George, nato a Madrid, cresciuto in Francia come molta nobiltà russa fuggita via, e studi a Oxford? Sapeva che oltre all’amore era anche l’erede degli zar?
«Ci siamo conosciuti adolescenti alle feste di discendenti di varia aristocrazia, tutti un po’ imparentati tra loro… anche nella famiglia di mio padre ci sono legami aristocratici».

Suo padre, l’ambasciatore Roberto Bettarini e mamma Carla Virginia Cacciatore. Emozionati per questo sì sotto i riflettori del mondo?
«Papà era così emozionato che all’ingresso in chiesa è inciampato. Gli ho detto, dai fatti coraggio papà… certo una figlia unica che si sposa è una forte emozione per i miei genitori. Ma anche la Granduchessa (Maria Vladimirovna), era molto, molto emozionata, la conosco da tanti anni ormai e lo capisco subito».

Dopo quegli incontri da ragazzi quando è scoccata la freccia dell’amore?
«Anni dopo ci siamo rivisti a Bruxelles quando lavoravamo entrambi in Belgio, dopo laurea e master in relazioni internazionali io ho lavorato per 12 anni per una grande realtà aerospaziale italiana, lui per un colosso minerario russo, Norilsk Nickel. La scintilla a una serata in Belgio… c’era anche il principe Murat, ricordo. Poi ci siamo rivisti a un ricevimento dell’Ambasciata francese a Bruxelles e abbiamo iniziato a frequentarci. Lui mi ha detto che voleva avviare l’attività della fondazione dedicata alla storia di famiglia e mi sono offerta di aiutarlo. Poi gli amori sono difficili da spiegare, succedono e basta e adesso sogno presto una famiglia, dei figli».

Già, una famiglia. I Romanov, basta pronunciare il nome e si apre il grande libro della Storia. La rivoluzione d’ottobre in Russia nel 1917, l’eccidio della famiglia dell’ultimo zar Nicola II e della zarina Alexandra, a Yekaterinburg nel luglio 1918.
«Persino sull’isola di Pasqua, abbiamo constatato con il mio futuro marito, sanno chi erano i Romanov. Ne sono consapevole, è un nome che vuol dire storia».

Con il granduca suo marito, la granduchessa, parlate di quel massacro, di quei momenti nella storia. Cosa dicono in famiglia?
«Per loro sono parenti, persone di casa, non personaggi nella storia. E ci si sente sempre un po’ in soggezione perché loro ne parlano con i ricordi e le passioni degli esseri umani, non dei nomi sui libri. La mamma di mio marito, nipote del granduca Kirill Vladimirovich (cugino dello zar Nicola II), ricorda spesso suo nonno che parlava dello “zio Nicki”, come suo zio non per il ruolo che aveva. Schegge di vita quotidiana, come il thé con due zollette di zucchero…».

E non c’è rancore, senso di rivincita per quel che accadde con la rivoluzione bolscevica, l’eccidio?
«Il passato è il bagaglio culturale di un popolo. Nel bene o nel male, poco importa. E’ successo. Noi oggi rappresentiamo un casato con oltre tre secoli di storia che ha influenzato tutta l’Europa. E poche ore fa, dopo le nozze come è tradizione sono andata a deporre il mio bouquet nuziale sulla tomba degli ultimi zar, dove anche i nonni di mio marito sono sepolti, alla Fortezza dei Santi Pietro e Paolo».

La famiglia di suo marito l’ha aiutata a entrare nel ruolo? In fondo la storia – anche recente – è piena di contrasti tra suocere e nuore Reali, basta pensare a Meghan Markle.
«Oh sì la madre di mio marito è stata di grande sostegno, per me è come una seconda madre. Mi ha aiutata molto, e io ho studiato, mi sono preparata per la conversione ortodossa. E poi sapevo bene cosa voleva dire la famiglia degli ultimi zar, la granduchessa da trent’anni partecipa a molte attività storiche e culturali legate al passato e alla chiesa ortodossa russa».

Tornati in patria negli anni ‘90, i Romanov sono stati canonizzati dalla Chiesa ortodossa. Suo marito pensa mai al ruolo che potrebbe avere, se la storia non avesse deciso diversamente?
«Non abbiamo ambizioni politiche, proprio no, non ci interessa. Come dice mio marito: abbiamo già guidato il Paese per trecento anni, adesso tocca ad altri».

Al nuovo «zar» Putin?
«Chiamarlo zar è una semplificazione che piace all’estero, ma Putin non è un nuovo zar… semmai un grande presidente, ha fatto un lavoro magnifico e gli auguriamo di continuare a farlo. Mio marito ed io, con il nome dei Romanov, siamo felici di continuare la storia culturale della famiglia, le tradizioni, i valori. E vedendo l’attenzione internazionale che ha destato il nostro sì, mi piace che ci sia un’alternativa alla società delle Influencer. E poi…».

Poi?
«Come Romanov possiamo contribuire al racconto delle radici della Russia fino alla contemporaneità, è un modo per svelare al mondo il Paese moderno di oggi, che ha molti legami con l’Italia: gli italiani sono amati in Russia. In generale gli italiani sono amati nel mondo molto più di quanto accada in patria».

L’ha sperimentato con la vita diplomatica di suo padre ambasciatore?
«Sì e sono nata a Roma, per caso perché mio padre al tempo era in missione a Parigi. E pure lui era nato a Roma per caso, mio nonno era in Marina e prestava servizio nella capitale quando nacque papà. La nostra, diplomazia a parte, è una classica famiglia italiana. La mia infanzia è stata bella, calorosa, un po’ movimentata: tanti luoghi, trasferimenti, lingue da imparare ma alla fine è stata un allenamento per la mia vita di adesso».

Lasciare abiti borghesi per indossare quelli di Altezza reale. Una sfida che ha spezzato il cuore e la serenità di tante commoner. Lei come farà?
«Lo so, ora come Romanov rappresento una famiglia che vuol dire un Paese e infatti ho voluto un vestito da sposa di taglio italiano ma con ricami e strascico che ricordavano la storia imperiale russa. Per fortuna mi è di grande aiuto l’esperienza diplomatica di mio padre. Con papà ambasciatore siamo stati a Parigi come a Bagdad… prima che nascessi, i miei genitori hanno vissuto anche in Iran».

Ha invitato anche l’ex imperatrice Farah Diba, la moglie dell’ultimo Scia. In chiesa c’erano i principi del Liechtenstein, l’ex re Simeone di Bulgaria e molti altri.
«Sì, peccato che per un guaio di salute Farah Diba non abbia potuto unirsi a noi».

C’era invece la famiglia reale italiana, i Savoia, i due rami: Emanuele Filiberto e Aimone di Savoia Aosta. Che nella migliore tradizione dei grandi eventi del Gotha, alle nozze hanno fatto pace, dopo tante ruggini…
«Abbiamo voluto la famiglia Savoia, gli Aosta, una grande festa con tutti i nostri cugini dell’aristocrazia europea».

Pronti adesso per la luna di miele, magari in Italia?
«Ci attende una settimana di grande lavoro qui in Russia, tra San Pietroburgo e Mosca dove viviamo da tre anni. Il viaggio di nozze più avanti. Quanto all’Italia, la verità è che passiamo sempre le vacanze in Italia».

A proposito, della sua passione per i thriller — uno, “AristocraZy” sull’amore tra un giovane principe detronizzato e la figlia di un ambasciatore sembra autobiografico —, cosa sarà adesso? Continuerà a scrivere? Magari un giallo ambientato al tempo della rivoluzione russa?
«Scrivere gialli è la mia passione non rinuncerei per nulla al mondo. Ho due nuovi titoli in preparazione e sulla rivoluzione d’ottobre chissà, mai dire mai. Ora sono una Romanov, ma resto una giallista per passione».

3 ottobre 2021 (modifica il 3 ottobre 2021 | 07:49)

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Kabul, Isis attacca il funerale della madre del portavoce dei

Kabul, Isis attacca il funerale della madre del portavoce dei

Almeno 12 persone sono morte e 32 sono ferite (ma il bilancio è destinato ad aumentare) nell’attacco alla moschea Eidgah: l’attentato segnala l’alta tensione tra il gruppo terrorista e la parte «moderata» del nuovo governo afghano

Si fa duro il braccio di ferro tra Isis e talebani.

Una bomba è esplosa domenica di fronte alla moschea Eidgha, presso lo stadio principale di Kabul, dove si teneva la cerimonia funebre per la madre di Zabiullah Mujahid, uno dei volti più noti della nuova dirigenza talebana.

Secondo un comunicato del loro ministero dell’Interno, i morti sarebbero almeno due e i feriti quattro, ma il corrispondente di Al Jazeera, citando fonti della sicurezza, parla di almeno 12 morti e 32 feriti.

Pare che tra i feriti vi siano alcuni personaggi importanti del nuovo governo, le loro vetture sono parcheggiate di fronte all’ospedale dell’organizzazione umanitaria italiana Emergency.

I media e social locali puntano il dito contro i militanti di Isis: tre persone sarebbero già state arrestate.

Almeno una decina di combattenti talebani hanno perso la vita nelle ultime settimane in diversi attentati contro i loro convogli nella zona della città di Jalalabad, nelle regioni orientali non distanti dal confine col Pakistan. Ma lo scontro è destinato a peggiorare e a condizionare le profonde divisioni nel campo talebano.

Le componenti più moderate vorrebbero infatti rispettare gli accordi raggiunti con gli americani a Doha, per cui l’Afghanistan non tornerà ad ospitare le basi dell’estremismo jihadista, come invece accadeva sino a due decenni fa.

Ma le correnti più radicali mantengono tutt’ora stretti legami con Isis.

Tre suoi militanti sono di recente stati impiccati pubblicamente a Jalalabad. E da Kabul i talebani più interessati ad avere rapporti con la comunità internazionale annunciano l’intenzione di intensificare la repressione contro i terroristi pan-islamici.

3 ottobre 2021 (modifica il 3 ottobre 2021 | 17:22)

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Il biografo di Jobs: «Ecco chi era», sul nuovo numero di settembre

Il biografo di Jobs: «Ecco chi era», sul nuovo numero di settembre

di Elena Papa

Venerdì torna il «Corriere Innovazione» in digital edition e in edicola gratis con il «Corriere»: le riflessioni di Walter Isaacson sulla biografia del fondatore di Apple

Da Leonardo all’iPhone, cos’è la scienza senza l’arte? A dieci anni dalla scomparsa di Steve Jobs, Walter Isaacson, l’autore della biografia del fondatore di Apple (che il Corriere ripubblica), riflette sul suo lavoro. Sul nuovo numero del Corriere Innovazione, il mensile del Corriere della Sera che troverete gratis in edicola venerdì insieme al quotidiano e in digital edition per gli abbonati, il libro è raccontato in forma grafica dalla matita di Paolo Masiero. Con il suo apprezzamento istintivo sia per le discipline umanistiche che per la tecnologia, Steve Jobs seppe creare dispositivi in grado di diventare nostri compagni, anziché i nostri sostituti. Il suo modello è stato Leonardo da Vinci. Qual è il legame tra i due geni? Tutti e due avevano compreso una cosa profonda: non fare distinzione tra arte e scienza. Una risposta articolata come quella del Director of Programming alla WHO Foundation, Emanuele Capobianco protagonista, sul numero di settembre, del test di Carl Sagan. L’esperto mondiale di salute pubblica – che nello spazio vorrebbe portare una goccia di sangue come simbolo di uguaglianza e solidarietà – dialogherà martedì 28 con Massimo Sideri, responsabile del Corriere Innovazione ed editorialista del Corriere. A portare il suo contributo sarà anche la virologa Ilaria Capua. L’evento potrà essere seguito in diretta su corriere.it alle 18.

Leonardo, considerato da Jobs l’«ingegnere rinascimentale» perché ha saputo coniugare scienza e arte in un intreccio unico e creativo, ci ha lasciato in eredità il suo approccio scientifico e l’interesse nei confronti del mondo naturale. Un tema molto discusso in questo momento storico in cui il verde è considerato la risoluzione ai molti problemi dell’umanità: dal cambiamento climatico all’inquinamento fino al benessere psichico dell’uomo. Riflessioni che ritroviamo nel programma della mostra «Arboretum, trees as architecture» di Bordeaux. Cultura, arte e tecnologia dunque come motori di sviluppo di una società che volge lo sguardo verso il futuro. Ma «nessuna innovazione è un’isola», scrive Massimiano Bucchi, parafrasando il verso di John Donne. Il cibo in scatola era a disposizione dei soldati fin dalla battaglia di Waterloo, solo che non avevano l’apriscatole. Questo ci fa capire che la sottovalutazione degli accessori di cui ogni innovazione ha bisogno, può avere implicazioni anche molto negative in termini di impatto sociale di una tecnologia. I segni dell’innovazione li troviamo nella storia, come quella della prima crociera transatlantica Orbetello-Rio portata a termine nel 1931 da Italo Balbo, racconta Massimo Sideri.

Con un balzo di novant’anni Massimiliano Del Barba ci proietta su un tratto di autostrada trasformato in un sistema connesso e ibrido – una sperimentazione unica nel suo genere -. Per poi parlarci della supremazia quantistica inseguita da Governi e Big Tech. Il rettore della Luiss, Andrea Prencipe scrive: «L’idea che ci facciamo sul e del mondo – la nostra visione del mondo – tende a sedimentarsi nel nostro immaginario e a imporsi sulla realtà che vediamo. La rubrica «Iperstoria» del filosofo Luciano Floridi, appuntamento fisso del mensile, fa riflettere sul bombardamento di messaggi pubblicitari che riceviamo ogni giorno.Potremmo farne a meno? Con un articolo sulla neurostoria lo scienziato di fisica teorica Claudio Tuniz spiega come l’uomo sia la specie più invasiva del pianeta con un consumo di energia cento volte superiore agli altri esseri viventi. L’argomento ci rimanda allo sport. In questo numero la penna di Marco Bonarrigo descrive il Bolide, la bici più veloce del mondo che ha fatto vincere l’oro a Tokyo al quartetto con Filippo Ganna. Di ori olimpici ne parla anche la campionessa di pugilato Irma Testa in un dialogo con Alessia Cruciani che al professor Roberto Baldoni, alla guida dell’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale si fa raccontare quanto è elevato il rischio di attacchi informatici.

I giovani come motore della digitalizzazione e artefici di nuovi modelli di business: Giulia Cimpanelli ci fa conoscere startup emergenti. Paolo Conti orienta i ragazzi verso nuovi percorsi universitari. Poi la ricerca, come quella della molecola Raloxifene, raccontata da Peppe Aquaro. E l’arca lunare – una possibile ancora di salvezza per l’umanità -, un progetto spiegato da Giovanni Caprara. Nelle pagine del mensile troverete anche articoli sul cambiamento climatico. I danni li descrive bene Sara Moraca quando ci racconta della fuga delle aringhe della Norvegia verso acque più fredde. E del pericolo di estinzione dell’orso bruno. Arte e architettura per scoprire la villa postumana dell’ultima Biennale di Venezia (Mario Coppola e Valentina Sumini), i progetti degli stadi più all’avanguardia. E le ricerche sulla musica di Barbara Millucci. Per finire, il libro consigliato da Sergio Bocconi e un ricordo per la scomparsa del poeta rivoluzionario, Jack Hirschman (Mauro Aprile Zanetti).

21 settembre 2021 (modifica il 21 settembre 2021 | 19:09)

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Il film sul massacro del Circeo vietato ai minori di

Il film sul massacro del Circeo vietato ai minori di

di Chiara Maffioletti

Alla Mostra del Cinema il film di Mordini era stato vietato ai minori di 14 anni, ora il limite si alza e la produzione parla di censura: «Va contro quanto affermato da Franceschini»

Il film di Stefano Mordini, «La Scuola Cattolica», tratto dal libro omonimo di Albinati (Premio Strega nel 2016) e ispirato al massacro del Circeo, nelle sale dal 7 ottobre, è stato vietato ai minori di 18 anni. Lo ha annunciato la produzione, parlando di «censura» che «viene operata su un film che racconta una storia vera, una storia di omicidio e di stupro» e «ripercorre i fatti che hanno segnato la storia dell’ordinamento giuridico italiano, aprendo nel 1975 un dibattito che si sarebbe concluso solo nel 1996, quando la violenza sessuale passò dall’essere considerata un reato contro la morale a un crimine contro la persona».

La famiglia

Il film era già stato presentato fuori concorso all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, lo scorso settembre, e in quella circostanza era stato classificato come vietato ai minori di 14 anni. Ora il limite sale. Una scelta accolta con «grande sorpresa» da parte dei familiari ed eredi di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, vittime delle violenze perpetrate nel massacro del 1975 e raccontate nella pellicola. «I miei assistiti sono, rispettivamente, sorella di Rosaria Lopez e fratello di Donatella Colasanti, e ne sono anche eredi mortis causa», ha spiegato l’avvocato Stefano Chiriatti. «Hanno visionato il film La Scuola Cattolica. Il loro evidente coinvolgimento, personale e affettivo, nella vicenda narrata, per la parte che li riguarda, ha indotto in Letizia e Roberto il risvegliarsi di traumi e dolori profondi, legati a quanto patito nel 1975 e negli anni successivi. Malgrado l’enorme sacrificio, umano ed emotivo, legato alla rievocazione vivida, visiva e sonora, di quanto accaduto alle rispettive sorelle, hanno, tuttavia, apprezzato la volontà di tramandare, anche in chiave di ammonimento per il futuro, la memoria della loro tragedia, soprattutto alle giovani generazioni. Hanno, pertanto, appreso con grande sorpresa della decisione del ministero della Cultura di vietare la visione del film ai minori degli anni diciotto».

La commissione

La Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche incaricata dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del ministero della Cultura ha così motivato la sua decisione: «Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto».

La replica

«Le motivazioni del divieto imposto — ha ribadito la produzione — vertono dunque tutte attorno a elementi tematici del film o a valutazioni di tipo artistico-espressivo, limitando di fatto la stessa libertà artistica e di espressione degli autori… Una decisione in netta contrapposizione con quanto affermato lo scorso aprile dal ministro Franceschini che, alla firma del decreto che istituì la nuova Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, commentò: “Abolita la censura cinematografica, definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti”».’

5 ottobre 2021 (modifica il 5 ottobre 2021 | 13:25)

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Pioli e i gol lampo: da Leao a Calabria, tutto

Pioli e i gol lampo: da Leao a Calabria, tutto

di Carlos Passerini

In Atalanta-Milan Calabria ha segnato dopo 28”, terzo rossonero più veloce dopo Leao contro il Sassuolo (6’’) e Muntari contro la Juventus (18’’)

Ad accomunarli non c’è solo la dinamica — attacco rapido e verticale alla porta praticamente alla prima azione di gioco — quanto il fatto che entrambi sono il risultato di moderni schemi di gioco perfettamente riusciti. Dallo schieramento in campo al posizionamento del corpo, a Reggio Emilia come a Bergamo non c’è stato nulla di casuale: tutto era studiato nei minimi dettagli, come ormai succede nel calcio moderno.

Ad ammetterlo è stato lo stesso difensore a fine partita, offrendo l’immagine di un laboratorio del gol. Un retroscena che trova conferme anche da Milanello. «L’abbiamo preparata in questi giorni, l’idea era entrare con i terzini come se fossimo centrocampisti» ha detto Calabria. Una mossa a tenaglia costruita e conclusa con due difensori, uno (Hernandez) che entra come fosse un trequartista e uno (Calabria appunto) che prende alle spalle la difesa e va a segno.

Con Leao due anni fa la giocata fu ancora più fulminante, con l’azione che partì direttamente dal centrocampo, alla prima palla della partita. «Abbiamo 4-5 schemi sul calcio d’avvio», svelò Stefano Pioli. A Milanello funziona così: il suo staff, composto da quattro uomini fra cui il figlio Gianmarco, due settimane prima della partita esamina l’impostazione della squadra avversaria, valuta l’eventuale punto debole e lo sottopone poi al tecnico, che studia la strategia ideale. Una «giocata codificata», così si chiama, che si basa sull’effetto sorpresa — soprattutto in serie A dove la proverbiale fase di studio iniziale è una tendenza consolidata — e che poi viene provata nell’allenamento di rifinitura e rivista a video nel pre partita. Due dettagli tecnologici: la prima è che le prove sul campo vengono riprese con i droni per averne una preziosa visuale d’insieme e l’altra è che i giocatori hanno tutte le informazioni su una app installata su smartphone e tablet personali. Ognuno, riguardandole, sa esattamente cosa fare: chi batte al centro, chi scatta, quando scatta, chi passa, chi taglia, chi calcia.

Insomma: così nasce il gol sprint, il cui segreto è una specie di risiko digitale pianificato a tavolino che si caratterizza per il fatto che si tratta di un lavoro artigianale, su misura, studiato sull’avversario, non preconfenzionato. Un dettaglio, questo, che dimostra una volta di più l’importanza del ruolo dei match analyst nel calcio moderno. Se fino a qualche anno fa erano considerati da molti una moda passeggera, oggi la figura è sempre più diffusa.

Non c’è allenatore che non se ne avvalga, ora anche quelli più esperti non rinunciano a un aiuto specializzato. Un esempio è Luciano Spalletti, che proprio domenica ha raccontato che dietro al gol vincente su calcio piazzato di Rrahmani in Fiorentina-Napoli 1-2 c’era il lavoro di uno suo analista: «Sono sincero e dico che l’abbiamo presa dal Dortmund, il nostro analista ci ha proposto il video, era una situazione facile da riproporre e l’abbiamo fatta».

Ma se sui calci piazzati si lavora in realtà da molti anni, qui la novità della trovata di Pioli riguarda la situazione da calcio d’inizio. D’altronde, in un’epoca in cui preparazione atletica e studio tattico stanno raggiungendo livelli di eccellenza assoluta, la differenza la fai o con i campioni o inventandoti una diavoleria. Esiste, nel caso specifico, un termine più azzeccato?

5 ottobre 2021 (modifica il 6 ottobre 2021 | 07:45)

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Azimut lancia il suo Marketplace, «l’Amazon dei servizi finanziari per

Azimut lancia il suo Marketplace, «l’Amazon dei servizi finanziari per

Azimut, uno dei principali operatori indipendenti nel risparmio gestito in Europa, lancia insieme a Step, operatore internazionale focalizzato sui servizi digitali alle imprese, una nuova iniziativa: Azimut Marketplace, una piattaforma digitale fintech per fornire servizi finanziari alla piccole e medie imprese italiane. La joint venture, dove il gestore italiano ha una quota del 43,5%, punta a raggiungere il pareggio bilancio nel 2023 quando conta di avere come clienti 42.500 imprese, 550 milioni di credito erogato e 13,5 milioni di ricavi. L’obiettivo — oltre a quello di portare l’iniziativa in altri paesi, come Spagna, Portogallo e Brasile — è di fornire credito, e non solo, a 82 mila imprese nel 2026.

L’Amazon del fintech

«Azimut Marketplace è il nuovo Amazon dei servizi finanziari per le pmi», ha spiegato Paolo Martini, amministratore delegato e direttore generale di Azimut Holding. Attraverso la piattaforma, già attiva con oltre duecento aziende registrate, le imprese potranno usufruire di una gestione completa di conti correnti, assicurazioni e depositi. Nei prossimi mesi, una volta ottenute le ulteriori autorizzazioni in corso di richiesta, il portale si arricchirà di ulteriori servizi. L’iniziativa nasce dalla volontà di rispondere alle esigenze delle attività commerciali ed economiche, le quali, secondo le stime elaborate da Azimut, fruiscono sempre di più di servizi finanziari digitali (98%) ma fornendo in più la comodità di avere un unico punto di accesso. «L’e-commerce ha rivoluzionato molti settori – ha aggiunto Martini -, dai viaggi alle compravendite immobiliari, agli acquisti. Azimut Marketplace ha le potenzialità per trasformare quello dei servizi finanziari e bancari grazie a una riduzione della complessità e dei costi e a un aumento della velocità dei processi e dell’efficienza complessiva. Si tratta di una vera rivoluzione in ambito fintech a supporto dei 5 milioni di aziende in Italia».

Sostegno alle pmi

Accedere alla piattaforma è semplice. La registrazione, oltre ad essere gratuita, è immediata ed è possibile effettuarla dal sito web www.azimutmarketplace.it, tramite autoscatto e scannerizzazione dei documenti dell’impresa in pochi minuti. Per Azimut questo progetto si inserisce nel più ampio impegno di sostegno alle pmi e all’economia reale che ha già raccolto 3,5 miliardi di euro tra prodotti di private equity, private debt, venture capital e real estate in parte già investiti in circa 200 aziende, di cui 120 in Italia e 80 nel mondo.

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