Osimhen, fratture multiple scomposte allo zigomo: per lui almeno un

Osimhen, fratture multiple scomposte allo zigomo: per lui almeno un

di Salvatore Riggio

Al 55’ deve uscire il nigeriano, portato poi al Niguarda dopo un colpo in testa rimediato in un contrasto aereo con Skriniar

Ci sono stati momenti di paura a San Siro nella gara tra Inter e Napoli, terminata con la vittoria dei nerazzurri per 3-2. Il primo ad a inizio ripresa quando c’è stato uno scontro tra Osimhen e Skriniar, con il nigeriano che ha avuto la peggio ed è stato costretto a uscire per far posto a Petagna. Ricoverato in ospedale, gli sono state diagnosticate «fratture multiple scomposte dell’orbita e dello zigomo sinistro». Osimhen, fa sapere il club partenopeo, sarà sottoposto a intervento chirurgico nei prossimi giorni e questa notte rimarrà in osservazione all’ospedale Niguarda di Milano. Per lui si prospetta almeno un mese di stop, che diventeranno per il Napoli due, visto che poi l’attaccante dovrà partire per la Coppa d’Africa.

Grande paura anche all’80’ per uno scontro tra Ospina, portiere del Napoli, e Dzeko, attaccante dell’Inter. Un testa a testa dopo il gol del 3-2 firmato da Mertens (azione, tra l’altro, nata da un errore dell’attaccante bosniaco che si è fatto rubare il pallone da Koulibaly).

Il colombiano ha cercato di anticipare il nerazzurro ed è uscito fuori dall’area di rigore colpendo di testa il pallone, ma subendo la botta di Dzeko. Ci sono stati subito attimi concitati, con i difensori del Napoli subito intorno a lui, che cercavano di prendere la lingua del loro compagno di squadra. I due giganti sono rimasti a terra, con il colombiano che è svenuto per qualche secondo.

Il portiere non si muoveva sdraiato sul rettangolo di gioco. È stato tempestivo l’intervento dell’arbitro Valeri e dello staff medico di Napoli e Inter. Fortunatamente entrambi si sono rialzati e hanno potuto proseguire la partita con una vistosa fasciatura in testa.

21 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:50)

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Calenda: «No al grande centro, serve un nuovo partito riformista

Calenda: «No al grande centro, serve un nuovo partito riformista

Il leader di Azione non crede al voto nel 2022: «Matteo smetta di farsi pagare da paesi stranieri. Da Italia viva non è mai arrivata una proposta seria per collaborare»

«Mi sembra impossibile andare divisi alle prossime elezioni», ha detto Renzi alla Leopolda rivolgendosi al suo compagno di partito Enrico Costa… Accetta la proposta? Carlo Calenda, leader di Azione e già ministro nei governi Renzi e Gentiloni, ci pensa un attimo. E poi: « Come Matteo sa bene, è più complicato di così, perché non si capisce qual è la sua linea politica . Renzi è andato alleato con i Cinque stelle in molti Comuni, senza contare gli accordi con il forzista Miccichè in Sicilia».

Insomma, lei in un nuovo contenitore con l’ex premier ci starebbe: sì o no?
«Renzi sa che ci sono delle condizioni imprescindibili: in primo luogo che smetta di fare il businessman ed essere pagato da paesi stranieri, poi di farla finita con i tatticismi. Dopodiché, a parte queste battute sul palco, da lui non è mai arrivata una proposta seria di collaborazione».

Alle Comunali Azione ha incassato buoni risultati. Ma qual è la vostra prospettiva nazionale?
«Azione ha appena compiuto due anni. Il lavoro che stiamo facendo è lo stesso che ci ha portato al 20% a Roma, grazie a una squadra di amministratori seri, programmi approfonditi, coerenza e trasparenza nei comportamenti. Vedrete che arriveremo almeno al 10% alle prossime Politiche».

Crede alla nascita di questo nuovo grande centro ?
«No. Credo alla necessità di un grande partito liberaldemocratico e riformista che porti avanti il modo di governare di Draghi. Una formazione che non nasce dalla fusione di qualche sigla parlamentare, ma da un profondo lavoro sul territorio. Oggi Azione è aperta a collaborare con i movimenti politici che condividono questa prospettiva: da +Europa a Base dell’ex leader Fim Bentivogli, comprese singole personalità civiche».

Però, specie se non fosse cambiata la legge elettorale, per sopravvivere sarete obbligati a fare massa critica…
«Ma la massa critica non la sia fa mettendo insieme tutto il contrario di tutto: così si perdono ogni identità e specificità. Dopodiché porte aperte a un dialogo con Italia viva: però, mi domando, come si fa a far politica con un movimento che parla solo del proprio leader?».

In questo ipotetico rassemblement ci troppi aspiranti leader. Ne servirebbe uno in grado di far fare un passo indietro agli altri: si fa il nome di Carfagna, che ne pensa?

«Penso che Mara stia facendo il suo percorso all’interno di Forza Italia e non abbia intenzione di fare altro. Sono chiacchiere oziose, credo. C’è un lavoro politico e su questa linea andremo avanti. Altre cose sono materiale per retroscena».

È vero che i principali partiti vogliono votare nel 2022?
«Non è vero. Perché credo si rendano perfettamente conto che se torniamo alla situazione pre Draghi senza nessun mutamento di legge elettorale o di come si fa politica, chiunque vincesse non sarebbe in grado di governare l’Italia. Sono convinto che l’epoca di sovranisti e grillini sia tramontata, solo che il sistema politico non ne ha ancora preso atto».

Lei punta anche all’area degli elettori di Forza Italia, pensa che il partito di Berlusconi subirà scissioni?
«Credo che lo spazio liberaldemocratico e popolare che comprende gli elettori di FI necessiti di rappresentanza. Forza italia è alla fine di un ciclo politico: ci sono tante persone con cui vale la pena aprire una interlocuzione».

Di Berlusconi, dopo il video della terza dose, lei ha scritto: «Mai votato ma è un leone». Ce lo vedrebbe al Colle?
«No, perché penso che Berlusconi sia stato un uomo di parte, mentre il Quirinale ha bisogno di una persona che rappresenti il pezzo più ampio possibile del Paese».

Da ministro lei si era occupato molto della difesa delle aziende italiane. Ora Telecom potrebbe essere ceduta agli statunitensi di Kkr: che dovrebbe fare il governo?
«Dovrebbe intervenire e completare il processo per la rete unica, ma non c’è solo la questione di Telecom. Penso anche a quello che sta accadendo in Generali, dove Mediobanca, da anni, fa il cavallo di Troia dei francesi in Italia. Delvecchio e Caltagirone stanno portando avanti una coraggiosa battaglia contro un pessimo management in Generali e Mediobanca. Il sistema bancario italiano e Cdp dovrebbero aiutarli».

22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:02)

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La regina Elisabetta contro la Bbc per il documentario su

La regina Elisabetta contro la Bbc per il documentario su

di Paola De Carolis

I Windsor minacciano il boicottaggio e la rottura dei rapporti, ma la tv pubblica non cede alla richiesta della casa reale di approvare i filmati su William e Harry prima che vengano trasmessi

LONDRA — Un documentario in due puntate sul rapporto tra William e Harry e tra i principi e la stampa ha inasprito le relazioni tra i Windsor e la Bbc, tanto che la famiglia reale, stando ai giornali, minaccia di non collaborare in futuro con il gigante mediatico britannico. A sentire il Mail on Sunday, i reali hanno chiesto di vedere e approvare i filmati prima che vengano trasmessi. La Bbc ha rifiutato e da Buckingham Palace sono arrivate tre lettere di reclamo: una dall’ufficio della regina, una firmata dall’erede al trono Carlo e la terza dal principe William.

La sovrana sarebbe rattristata e delusa dalla decisione di esplorare quella che rimane una ferita aperta a palazzo, ovvero la decisione di Harry di allontanarsi dal casato e di crearsi una nuova vita negli Usa. Il documentario promette inoltre di evidenziare la guerra di parole se non proprio tra i due figli di Diana almeno tra i rispettivi entourage che, con insinuazioni e battute, avrebbero cercato di screditarsi a vicenda. Di Harry è stata messa in dubbio la salute mentale. Di Kate? È gelosa di Meghan. E Meghan…Di Meghan è stato detto di tutto, anche che negli Stati Uniti punti alla presidenza e che il matrimonio con il principe non è stato che una manovra per guadagnare un nuovo ruolo e maggiore visibilità.

Per capire se il programma della Bbc contenga effettivamente rivelazioni che potrebbero dimostrarsi dannose per i Windsor bisognerà attendere la proiezione stasera della prima parte e a dicembre della seconda. Sicuramente la presa di posizione dei tre reali più importanti lascia intendere la severità con la quale Buckingham Palace ha giudicato il progetto. È fresco, tra l’altro, il ricordo del duro attacco di William, appena sei mesi fa, sul caso di Martin Bashir e il modo in cui il giornalista convinse la principessa Diana, nel 1995, a rilasciare un’intervista fiume a «Panorama». «Provoca una tristezza indescrivibile sapere che le mancanze della Bbc contribuirono in modo significativo ad accrescere la paura, la paranoia e l’isolamento di mia madre». Il principe sottolineò che se la Bbc avesse preso sul serio ed esaminato a fondo le rimostranze presentate già ai tempi della trasmissione, Diana avrebbe saputo, prima di morire, di essere stata vittima di un imbroglio , «da parte non solo di un giornalista ma dei vertici della Bbc, che si voltarono dall’altra parte».

In quanto tv pubblica, la Bbc ha con i reali qualcosa di più di un semplice rapporto istituzionale, come dimostrato recentemente dai cinque programmi dedicati all’iniziativa ecologica di William, il premio Earthshot. Allo stesso tempo il documentario conteso è stato affidato a Amol Rajan, un giornalista dichiaratamente repubblicano che, nonostante le sue vedute personali, si atterrà sicuramente alla regola sull’imparzialità che è tra i precetti fondamentali del gigante mediatico (e del giornalismo). È proprio questa regola — che vieta anche ai commentatori, anche sui social, di esprimere opinioni che potrebbero essere considerate di parte e nel rispetto della quale sono stati predisposti corsi obbligatori per tutti i giornalisti — che ha portato alcuni mostri sacri della Bbc a infilare la porta: l’ultimo, lo scrittore e presentatore Andrew Marr lascia dopo 30 anni per — ha detto — ritrovare la propria voce.

22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:53)

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Giovanni Manna, trovato morto dopo essere fuggito dall’ospedale

Giovanni Manna, trovato morto dopo essere fuggito dall’ospedale

di Fabrizio Peronaci

I familiari del malato di Alzheimer trovato morto nel parco dell’Insugherata annunciano un’azione legale. «Il Policlinico Gemelli dice di averci avvertiti? Vogliamo vedere i tabulati e sentire le registrazioni telefoniche»

«La verità verrà fuori. Vogliamo vedere i tabulati delle telefonate partite dal Policlinico Gemelli. Tutto è in mano agli avvocati». All’indomani dalla scoperta del corpo, la tragedia di Giovanni Manna, 73 anni, il malato di Alzheimer allontanatosi la sera di martedì 16 novembre dal Policlinico Gemelli e trovato morto il sabato seguente, dopo quattro giorni, nel vicino parco dell’Insugherata, corre in Rete, scatena un’ondata di commozione e fa prevedere risvolti giudiziari a breve termine.

E’ stato Matteo, uno dei tre figli trentenni del pensionato, ad annunciare l’intendimento della famiglia: «Se il Gemelli, come dice, ci ha avvertito e ha avvertito le autorità che mio padre non c’era, saremo lieti di vedere i tabulati e sentire le registrazioni di queste telefonate». Il giovane ha scritto la frase su Fb in un rettangolo nero, a rimarcare il lutto, e conclude il messaggio con un tono quasi di sfida: «Forza. Tutto è in mano agli avvocati». Soltanto un’inchiesta della magistratura, dunque, potrà fare luce definitiva su quel che è successo il 16 novembre. Giovanni Manna si era sentito male martedì pomeriggio, mentre era in casa, ed era stato portato in ambulanza al pronto soccorso attorno alle 18.30. «A causa delle restrizioni Covid nessuno di noi ha potuto accompagnarlo al Gemelli e stare con lui in sala d’attesa. Ma io, nella chiamata al 118, avevo avvertito che, essendo mio padre sofferente di una lieve forma di Alzheimer, avrebbe potuto allontanarsi», aveva spiegato il figlio durante le ricerche in tutta Roma, sollecitate tramite i social e appelli televisivi. Il punto della contesa tra famiglia e struttura sanitaria, quindi, riguarda la tempistica con la quale il Gemelli avrebbe avvisato le autorità di polizia che il paziente in attesa di una visita era sparito.

Altri elementi importanti verranno dall’autopsia, per chiarire giorno e cause della morte. Giovanni Manna quanto tempo è rimasto a terra, in preda al freddo e alla fame, in un anfratto della riserva verde all’estremità nord della capitale? Un allarme più sollecito avrebbe potuto salvarlo? Domande che già nelle prossime ore potrebbero finire al vaglio dalla Procura. La famiglia, intanto, si dice grata alle centinaia di volontari che per quattro giorni si sono dati da fare, e proprio a loro si era rivolto Matteo nel primo messaggio su Fb, postato dopo aver avuto conferma che il cadavere trovato all’Insugherata era proprio quello di papà. «Grazie a tutti per l’affetto e la vicinanza mostrata in questi folli giorni. Vi chiediamo di rispettare il nostro lacerante dolore. Siete stati tutti davvero speciali. Vi vogliamo bene». ([email protected])

21 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:01)

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Ritratto di classe, la I E del Rossellini Un documentario

Ritratto di classe, la I E del Rossellini Un documentario

di Stefania Ulivi

In sala «L’acqua, l’insegna la sete» di Valerio Jalongo, nato nell’anno scolastico 2004/2005 come video-diario di un gruppo di studenti e del loro professore

«L’acqua, la insegna la sete. La terra – gli oceani trascorsi. / Lo slancio – l’angoscia – / La pace – la raccontano le battaglie – / L’amore, i tumuli della memoria – / Gli uccelli, la neve». Le parole di Emily Dickinson, scelte da un professore di italiano, Gianclaudio Lopez, per incrinare il muro di indifferenza degli alunni di una prima superiore. Una classe speciale, la I E dell’istituto superiore cine-tv Roberto Rossellini.

Uguale a tante altre ma unica perché, estratta a sorte tra le otto prime formate nell’anno scolastico 2004/05 nell’istituto romano, si è trovata al centro di progetto didattico diventato un esperimento umano straordinario. Che è il cuore del film L’acqua, la insegna la sete. Storia di classe di Valerio Jalongo che lo ha scritto con Linda Ferri (in sala come evento speciale da oggi a mercoledì, a Roma, al Mignon, al Greenwich e al Farnese dove, la sera del 24, si terrà un incontro con Daniele Luchetti, Domenico Starnone, Lopez, e Linda Ferri). Il racconto di diversi romanzi di formazione dei ragazzi di allora — Yari, Jessica, Lorenzo, Gianluca, Corinna, Alessio — seguiti nell’arco di quindici anni. Alcuni hanno abbandonato la scuola prima del tempo, nessuno fa il lavoro per cui aveva studiato come scopriamo insieme a Lopez che li ritrova trentenni, donne e uomini fatti, e rilegge con loro i temi scritti all’epoca che lasciano trasparire, più di quanto gli autori stessi fossero consapevoli, sogni e illusioni, fragilità e disincanto.

Un’opera preziosa, frutto di lavoro lunghissimo e appassionato. «Cinque anni di riprese, spalmati su un arco di quindici anni. Prima tre anni di video-diario, dal 2004 al 2007. Poi due anni di riprese per seguire i ragazzi della 1ª E oggi, ormai adulti», spiega Jalongo, che è stato docente al Rossellini, mentre il montaggio, minuzioso, è curato da un ex allievo, Mirko Garrone. «Facendo questo film — continua il regista — ho capito che a volte anche gli insegnanti migliori sono coinvolti in promesse che la scuola non riesce a mantenere. Come Lopez e molti suoi colleghi, promettevamo ai nostri studenti che se si fossero impegnati, se si fossero dimostrati meritevoli avrebbero avuto un lavoro sicuro, certezze, riconoscimenti. Non immaginavamo che il mondo stava preparando per loro un futuro completamente diverso. Ma soprattutto, non immaginavamo che quei nostri ragazzi sarebbero stati capaci di sorprenderci, completamente».

Il film — coprodotto da Aura Film, Rsi, Ameuropa International con Rai Cinema — dice Jalongo «è andato oltre intenzioni, grazie alla generosità dei ragazzi, che si sono mostrati a cuore aperto. Il progetto didattico è nato in modo collaborativo coinvolgendo anche gli allievi nelle riprese del video-diario collettivo. La cosa rivoluzionaria è stata la telecamera che gli abbiamo messo a disposizione: usatela quando vi pare, è la vostra arma. Poi c’ero io che entravo e uscivo senza interferire. Ma i momenti migliori sono quelli nati spontaneamente da loro». Come sintetizza il professor Lopez, «un momento di auto terapia a distanza per loro e anche per me». Che non lascia indifferenti noi che guardiamo.

22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:55)

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Atp Finals, Torino tiene testa a Londra grazie a virtual experience e advisoring

Atp Finals, Torino tiene testa a Londra grazie a virtual experience e advisoring

Stefano De Alessi, ad di Dao -agenzia leader in Italia nel management sportivo e marketing – spiega il successo delle Finals di tennis anche per la business hospitality

La sfida è ambiziosa: “Essere all’altezza della 02 Arena di Londra, fare un eccellente lavoro e consolidarlo fino al 2026”. Sa che può puntare in alto Stefano De Alessi, fondatore e ad di Dao Medspa– una delle più importanti agenzie italiane di sport marketing, comunicazione e consulenza sportiva con sedi a Roma e Milano– e che in questi giorni si è trasferito a Torino, dove è nato 54 anni fa, per aver acquisito il diritto di vendita in esclusiva di tutto il progetto corporate delle Atp Finals di tennis. Dopo alcuni incontri degli europei di calcio, questo è sicuramente il primo grande evento di sport a livello internazionale e con il pubblico in presenza che si svolte nel nostro Paese dopo la pandemia. Non facile, visto che comunque l’eredità degli anni trionfali delle Finals a Londra period pesante anche senza le limitazioni imposte dal Covid. “Difficoltà ce ne sono stata, infatti Il 90% fatturato arriva dall’Italia– ammette De Alessi–. Le aziende dall’estero non arrivano in questo momento, con il Covid che in Europa galoppa. E così non abbiamo potuto contare sui clienti dagli U.S.A., dal Medio Oriente, così come non ci sono cinesi né giapponesi. Fino allo scorso anno, l’ “out of London” contava per l’85-90% del fatturato corporate. Ma siamo molto soddisfatti dalla qualità delle aziende che hanno deciso di usufruire del servizio”.

Ormai, a metà percorso delle Atp Finals, può tirare un sospiro di sollievo. Sta già pensando al futuro?
“Lavoreremo per garantire ai nostri potenziali clienti – italiani ed esteri – la possibilità di scegliere il servizio leading che preferiscono attraverso visite virtuali. Potranno riprodurre in anticipo l’experience che poi vivranno. La sceglieranno acquistando il biglietto”.
Come nasce Dao?
“Fu un’intuizione di Franco Sensi, allora presidente dell’AS Roma. Lavoravamo già insieme perché ero advertisement di Havas Italia ma lui mi chiamò per fare il direttore commerciale e, insieme alla figlia Rosella, mi chiesero di fare l’advisor creando una società, era il 2004. Il nome Dao deriva dalle mie iniziali e da quelle del mio ex socio, Edoardo Ottaviani. All’inizio eravamo in cinque (oggi trenta) e ci occupavamo solo della Roma. Poi ho iniziato a lavorare come advisor commerciale di eventi sportivi, come i mondiali di nuoto del 2009, dove è nato il connubio con Giovanni Malagò, che ci ha portati anni dopo a collaborare con il Coni. Fu lui, nel 2007, a presentarci Federica Pellegrini, la prima atleta a entrare nel nostro roaster. Oggi sono 56, tutti campioni di altissimo livello, come Filippo Ganna, Elia Viviani, Paola Egonu, Fabio Fognini, Flavia Pennetta, Gregorio Paltrinieri”.
Ma nessun calciatore …
“Esatto, non rappresentiamo calciatori. Non c’è un perché ma piace così a tutti noi”.
Sono tre i principali possession di Dao: management per atleti, advisoring e acquisizioni di diritti commerciali e marketing di grandi eventi. Partiamo dagli atleti: quanto il digitale ha cambiato la gestione dei campioni dello sport?
“Ha cambiato tutto il business: oggi le sponsorship necessitano la creazione di content, mentre prima bastava la visibilità televisiva del marchio. Ora, infatti, si parla di collaboration. E bisogna essere social, anche gli sponsor tecnici chiedono come prima cosa i dati degli atleti sui social: la loro capacità di comunicare conta più delle loro efficiency sportive. Non mi occupo direttamente nel quotidiano degli atleti, questo lo fa la mia socia Alessandra Guerra, con un gruppo di professionisti: dal fiscalista all’avvocato fino all’ufficio stampa”.
Quali novità dobbiamo aspettarci?
“Oggi tutti parlano di Nft: ci piacerebbe molto creare foto artistiche con gradi atleti e poi metterne in vendita una serie limitata. Sarebbe un progetto cool”.
Come si è evoluto l’advisoring?
“Se vuoi fare cose di alto livello, trovi chi spende molto.Difficile comunicare negli sport minori. È più facile per le aziende individuare un percorso con un atleta che non essere sponsor o partner di squadre in generale”.
Diritti commerciali e marketing, forse qui c’è stata la rivoluzione maggiore?
“Devi imparare giorno per giorno, le proprietà intellettuali dei singoli atleti sono cambiate. Con l’autoproduzione dei social il diritto industriale diventa una voce del contratto. Non è nuovo ma prima nessuno ci pensava, oggi è un termine importante. Poi tante, tantissime regole legate proprio ai social”.
Dopo le Atp Finals di Torino non vi piacerebbe continuare a lavorare a livello internazionale?
“Sì e crediamo di avere le ability per poterlo fare. Mi piacerebbe creare eventi all’estero dove lo sport può essere un veicolo per dimostrare la grande professionalità italiana. Vorrei trovare un partner con cui poter fare eventi di altissimo livello anche all’estero”.

17 novembre 2021 (modifica il 17 novembre 2021|19:18)

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