Le mosse dei gruppi specializzati in raggiri milionari, il narcotraffico e il riciclaggio, i beni-rifugio dei clan: ecco come a Milano aumentano il ricorso e l’utilizzo del «denaro nascosto». Le indagini dei carabinieri
Il tema sono le criptovalute qui intese nella desinenza criminale: criptovalute, ovvero soldi nascosti, protetti da codici informatici con chiavi di accesso, dunque denaro non fisico, denaro non tangibile, denaro difficile da scoprire dagli investigatori. Ora, apriamo due parentesi. La prima: in reati quali l’estorsione, un’antica pratica delle forze dell’ordine riguarda l’aver contrassegnato le banconote — o averne annotato i numeri di serie — prima della fase del pagamento, poiché quelle stesse banconote diverranno fonti di prova, saranno uno strumento forte, nel processo, in possesso dell’accusa. Seconda parentesi: vi sono casati mafiosi — i Fontana l’hanno fatto anche a Milano — che reinvestono i soldi sporchi in gioielli; chi indaga può anche saperlo, può aver ricevuto conferme al proposito da informatori oppure da conversazioni intercettate; d’accordo, ma diamanti e collier vanno materialmente individuati, altrimenti è come se non esistessero.
La trama
Così avviene per le criptovalute che, al netto di errate certezze e di ripetute sottovalutazioni, e pure al netto di generiche analisi di (non) esperti decontestualizzati che provano a buttar lì temi, in città iniziano a rappresentare un solido e preoccupante fenomeno, e non unicamente per la banale equazione Milano uguale danee. Come raccontato al Corriere da fonti qualificate, l’insistenza sulle criptovalute da parte di alcuni gruppi delinquenziali, a cominciare da quelli attivi nelle truffe milionarie, e al contempo l’aumentato ricorso nelle estese strategie del narcotraffico, obbligano alla rimodulazione del pensiero a monte di ogni azione investigativa. L’essere umano non è mai esente da errori, lascia tracce. E però, dice un ufficiale dei carabinieri, la copiosa immissione sul mercato di questo denaro occulto — quantomeno un’immissione figlia di una trama, non insomma una semplice conseguenza fortuita, non un effetto collaterale fra tanti —, alza giocoforza il livello di impermeabilità criminale, anche in considerazione della grande facilità con la quale le vittime vengono ingannate. Prendiamo le truffe aventi come oggetto barche, macchine e orologi di lusso, che siamo abituati a vedere ambientate nelle sale di prestigiosi hotel con l’obiettivo di creare una scenografia che consolidi la convinzione di affari seri: ebbene, il criminale propone un pagamento in criptovalute per assicurarsi la merce in vendita, a garanzia della propria serietà versa un anticipo in banconote e sparisce. O meglio, magari completa il saldo con criptovalute che però non hanno un corrispettivo in contante e non determinano una riscossione, entrambe circostanze, queste, assai diffuse in quanto chiunque può creare una valuta digitale che può finire scambiata in euro o dollari su apposite piattaforme che però sono zone franche, per niente delimitate, prive di regole, di obblighi, di sanzioni.
I soldi presenti ma assenti
Obiezione: ci cascano soltanto i tonti. Ovviamente è falso, non fosse che raggiri del genere colpiscono gente che dovrebbe sapere come va il mondo. Obiezione più tecnica, per chi magari è addentro alle dinamiche del denaro «virtuale»: alla base delle criptovalute ci sono sì dei codici informatici, e ci sono dei simil-registri che custodiscono memoria delle transazioni. Ma vai a esplorarli. Un investigatore della Guardia di finanza sottolinea l’ulteriore livello di rischio delle trattazioni nella misura in cui sono contemplati soggetti terzi quali le banche a svolgere una funzione di intermediazione, di presidio, se vogliamo di guardia, senza beninteso entrare nel vasto argomento di controlli a volte allentati — qualcuno aggiunge anche di una normativa anacronistica — che permettono i flussi del riciclaggio. Restano, le criptovalute, un settore investigativo di portata planetaria, ma a Milano, specie in questa fase di slancio produttivo ed economico sia dopo i lockdown sia in proiezione delle Olimpiadi, restano anche, per appunto, e torniamo alle due parentesi iniziali, un canale per far sparire soldi nonché per godere di un bene-rifugio depositato in un angolo remoto; soldi presenti ma assenti.
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22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:31)
di Giulia Cimpanelli All’evento Innovatori 2022, Alec Ross: “L’Italia polo di talento e innovazione”
Spazio, sicurezza, ma anche dati, fotografia, formazione e sport. Sono i tanti argomenti toccati nella seconda giornata di “Innovatori 2022”, il Festival del Corriere Innovazione che si è concluso ieri al Museo Leonardo da Vinci di Milano. L’innovazione permea tutti gli ambiti della vita e la scienza è la chiave per continuare a evolvere: “La scienza va raccontata bene, non possiamo non pensare alle grandi conquiste di questi anni senza di lei. Bisogna impedire che si instauri il clima di sfiducia diffuso perché è solo dalla scienza che possiamo trarre qualcosa di buono”, commenta l’astrofisica Amalia Ercoli Finzi. “Il clima di rabbia mi ha convinto a scrivere I furiosi anni Venti– commenta Alec Ross–. L’Italia non deve continuare a fare l’arbitro ma deve sviluppare tecnologie, la sfida è creare le condizioni per l’industrializzazione della ricerca. Le competenze ci sono”.
Formazione e ricerca che, per rendere il nostro Paese competitivo, devono cambiare modello: “Bisogna passare dalla didattica incentrata sul understand how a una sul know why– spiega Andrea Prencipe, rettore Luiss–. L’insegnamento non è il riempimento di un vaso ma l’accensione di un fuoco”. Importante è dotare l’Italia di strumenti che la proteggano: “L’impensabile accade, saremo attaccati, l’indispensabile è farsi trovare pronti”, risponde il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Franco Gabrielli. La chiave è costruire un rapporto tra pubblico e privato. Come sta facendo Paola Severino, alla guida delle Scuola Nazionale dell’Amministrazione: “Porterò il mondo della management aziendale nella Pa e viceversa”. Tra i protagonisti anche il colonnello dell’Aeronautica e cosmonauta Walter Villadei, la space designer Valentina Sumini, l’imprenditore Riccardo Zacconi, il fotografo Stefano Guindani, lo scienziato Alberto Diaspro, la data designer Giorgia Lupi. Il metodo scientifico è applicato anche allo sport: lo assicura il campione Filippo Tortu che ha chiuso l’evento: “La staffetta è una somma algebrica di centesimi di secondo e l’abbiamo preparata con gioco di squadra e tecnologie”.
26 novembre 2021 (modifica il 26 novembre 2021|20:38)
Caro direttore, questa mattina, ascoltando la radio, ho sentito i pareri di alcune persone sulla utilità di concedere il green pass ai soli vaccinati. La maggior parte si è dichiarata favorevole ma alcuni hanno espresso dubbi, uno fra i quali mi ha colpito: «Non sono vaccinato e non lo sarò mai, ma sono favorevole a questa ipotesi perché poi si vedrà che la pandemia continuerà a dilagare fra i vaccinati e questa sarà la dimostrazione che il vaccino non funziona». Una affermazione chiaramente infondata come tantissime altre che vengono trasmesse attraverso tutti i media e che, purtroppo trovano accoglienza fra quelle che io definisco menti deboli e suggestionabili. Non sarebbe il caso di evitare di pubblicizzare le motivazioni, spesso astruse e fantasiose dei no vax? È la necessità di difendere la stragrande maggioranza della popolazione e delle strutture sanitarie. Luigi Mangiarotti
Caro signor Mangiarotti, Tanti lettori ci chiedono di far calare il silenzio sulle posizioni dei no vax, di impedire loro qualsiasi visibilità. Personalmente penso che un giornale d’informazione non possa ignorare un fenomeno che sta condizionando la nostra vita, mettendo a rischio le possibilità di un’uscita più rapida e meno preoccupante per la salute di tutti. Dobbiamo conoscere quello che vogliamo contrastare, ragionare e mostrare i dati scientifici e i numeri inequivocabili sugli effetti positivi delle vaccinazioni. Anche perché purtroppo c’è un secondo aspetto: i no vax si alimentano con le informazioni della Rete, vanno a cercare tutto quello che li conferma nelle loro assurde teorie. Censurarli servirebbe a poco, si sentirebbero ancora di più dei martiri oppressi dalle multinazionali, dai poteri forti. Unici depositari di conoscenze alternative che solo loro sanno decifrare. Nei giorni scorsi ho sentito affermare da un convinto no vax che tra dieci anni tutti quelli che hanno fatto il vaccino rischieranno la morte in conseguenza del siero sconosciuto che è stato inoculato. In base a cosa si afferma una tale stramberia? Boh…anche se sul web un dottor Stranamore che può dar loro ragione lo trovano sempre. Credo che tutti noi dobbiamo esercitare l’arte paziente della convinzione. Soprattutto chi ha la responsabilità di curare e di informare. Allo Stato il compito di difendere con le misure adeguate la salute di tutti e le attività economiche e sociali. Alcune scelte giuste sono state fatte, tanto che la situazione italiana è, al momento, migliore di quella di altri Paesi europei. Se altri provvedimenti sono necessari è meglio non esitare. E chi non è d’accordo dovrà rispettare le scelte della stragrande maggioranza degli italiani. Si chiama democrazia.
I dati della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla violenza sulle donne
Hanno subito tutto in silenzio e in solitudine, fino alla fine. Magari si erano rassegnate a quella vita, forse avevano semplicemente paura di parlarne, o forse non avevano alcuna fiducia nell’aiuto del mondo e del sistema Giustizia. Non lo sapremo mai, perché sono tutte morte. Quello che sappiamo è che non soltanto non avevano denunciato di subire violenza ma non ne avevano nemmeno mai fatto parola con nessuno.
Stiamo parlando del 63% delle donne uccise negli anni 2017-2018: nessuna di loro (e sono 123) aveva mai confidato a qualcuno di essere in difficoltà, di temere per la propria vita, di subire maltrattamenti. Mai una denuncia, appunto. Fondotinta per coprire i lividi, sorrisi per nascondere paura e tristezza e avanti così, fino all’ultimo battito di cuore. Quel 63% è uno dei dati più sorprendenti della relazione appena approvata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio presieduta dalla senatrice Valeria Valente.
La «fotografia»
I commissari, aiutati da molti consulenti, scattano una fotografia ad alta definizione agli uomini che uccidono le donne e a tutto quello che avviene prima, dopo, attorno ai meri fatti di cronaca. Ma soprattutto, fanno il punto sulla risposta giudiziaria ai femminicidi nel nostro Paese: la relazione fra autori e vittime del reato, le indagini della polizia giudiziaria, quelle degli uffici delle procure, il sistema di protezione delle vittime (giudiziario, sociale, delle reti del territorio), eventuali denunce precedenti, i giudizi penali e le sentenze…
Si scopre così che, nei due anni considerati, soltanto il 15% delle donne uccise (circa 1 su 7) aveva denunciato l’uomo che poi le avrebbe ammazzate, il rimanente 85% o aveva subito in silenzio o ne aveva accennato a persone a loro vicine. Per questa indagine la Commissione ha chiesto alle Corti d’Appello, e ha studiato, tutti i fascicoli processuali degli omicidi di donne avvenuti nel 2017 e 2018. Totale: 273.
Ma quando si può parlare di femminicidio? Si è presa in prestito la risoluzione del Parlamento europeo del 28 novembre 2019 secondo cui si definisce così la «morte violenta dipesa da motivi di genere» oppure (ha aggiunto la Commissione) per i casi «in cui l’uomo ha ucciso le figlie della donna con l’unica finalità di punire lei». Al netto degli omicidi volontari diversi, quindi, i casi di femminicidio sono stati 216, ma siccome per 19 procedimenti il presunto autore è stato assolto, il numero scende a 197.
Gli orfani
Sono — erano — 197 donne che avevano figli, spesso molto piccoli e già spettatori di una violenza cieca: se ne sono andate lasciando 169 orfani e quasi la metà di loro aveva assistito a scene violente prima che la madre fosse uccisa, per non parlare di quei 29 sopravvissuti (il 17,2% e in gran parte minorenni) che invece hanno visto la madre morire. Dagli interventi della polizia giudiziaria emergono «criticità», come le chiama il dossier della Commissione, che sembravano sepolte da tempo.
Per esempio il fatto che «nei centri più piccoli in cui dovrebbe essere proprio il fattore della conoscenza personale ad aiutare nella lettura della violenza e del rischio», alcune delle donne uccise hanno chiesto aiuto alle forze dell’ordine «rappresentando la paura e la difficoltà di denunciare o la presenza di armi» e «sono state dissuase dal farlo», sono «state rassicurate e rimandate a casa». Di più: «in alcuni dei casi considerati le forze di polizia, non distinguendo tra violenza domestica e lite familiare, nonostante il tangibile terrore della donna, si sono limitate a “calmare gli animi”(come si legge testualmente nelle annotazioni di servizio)». Ai pubblici ministeri la Commissione rimprovera, diciamo così, «una difficoltà a riconoscere la violenza nelle relazioni intime» e una «non adeguata conoscenza dei fattori di rischio».
Sentenze e linguaggio
Fra i consulenti voluti dalla Commissione c’erano anche i magistrati Paola Di Nicola Travaglini, Fabio Roia e Maria Monteleone. E soprattutto loro hanno messo a fuoco il passaggio sul linguaggio usato nelle sentenze e nelle archiviazioni. «Spesso — dice la relazione — la pregressa condotta violenta dell’uomo viene definita “relazione burrascosa, tumultuosa, turbolenta, instabile…”, anche a fronte di precedenti denunce della vittima per gravi maltrattamenti.(…) Molte sentenze non assumono un’analisi di genere e tale mancata prospettiva rappresenta un limite. Ad esempio, le vittime di femminicidio vengono spesso chiamate per nome, gli imputati per cognome, così generando una discriminazione, anche linguistica e simbolica, non giuridicamente giustificabile; le vittime di femminicidio non sono descritte rispetto al loro contesto sociale e/o professionale, ma indicate come madri, mogli e figlie, cioè rispetto al loro ruolo familiare; quando svolgono attività di prostituzione vengono chiamate prostitute e non con nome e cognome, così vittimizzandole e stigmatizzandole». L’inchiesta si chiude con una lista dei sogni, cioè possibili «correttivi delle norme vigenti». Uno fra i tanti: l’obbligo di applicare il braccialetto elettronico se si decide una misura diversa dal carcere
21 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 12:45)
La giornalista del Domani racconta l’aggressione subita a Roma: «Fisicamente sto bene, ma sono scioccata»
«Non me ne frega niente, ora te ne vai, ora te ne vai». Il manifestante urla, si avvicina con fare minaccioso all’obiettivo e tira una testata.
È uno degli attimi di follia vissuti e documentati sabato pomeriggio da Selvaggia Lucarelli, nel corso della manifestazione no green pass di Roma, al Circo Massimo, mentre imperversava il coro «giornalista, terrorista».
«Fisicamente sto bene, ma sono scioccata per quello che ho visto e a cui ho assistito. Ho avuto paura, mi hanno accerchiata, mi seguivano» racconta la giornalista, che ha pubblicato il video dell’accaduto sul sito del Domani .
«Mi hanno dato una testata, ma non è stato l’unico episodio di violenza: mi hanno spinta, tirato manate sul telefono, apostrofato con frasi sessiste. Daniela Martani (l’ex hostess Alitalia nota per le sue posizioni no vax, ndr) mi ha tirato una botta con una specie di pigna».
Lucarelli è andata alla manifestazione da sola, rendendosi irriconoscibile, con occhiali scuri e cappello: «Avevo con me il telefonino e chiedevo “come mai è qui? Perché sta manifestando?». Spiega: «È bastato il fatto di indossare la mascherina per essere catalogata come un nemico. Mi dicevano “levati quella carta da culo dalla faccia. Fatti curare. Cosa fai una rapina? Ma non ti vergogni? Non è Carnevale”».
«Il fatto che fossi una donna senza cameraman ha scatenato ancora più aggressività», prosegue la giornalista, «mi hanno detto di tutto: “Zocc…, complimenti per le bocce, cretina, brutta, ritardata, guarda come vai in giro (detto da una donna, ndr), sei così brutta che ti metti una mascherina (detto da una donna, ndr)”».
E le risposte alle sue domande? «Lunari: mi hanno detto che “ci uccideranno tutti”, che siamo in una dittatura, tra vaccini e aborto. Un uomo aveva uno stendardo della Madonna, perché ci deve proteggere lei, non il vaccino. Un’altra persona aveva una scatola di cartone in testa con un green pass disegnato: “Siamo tutti dei codici”, diceva»
Fra i 4mila manifestanti c’erano «soprattutto uomini e donne di mezza età. Gli unici che mi hanno risposto in modo civile sono stati gli studenti. Il resto era tutto surreale, sconclusionato, sono persone con disagi grossi. C’era anche un’infermiera, che ha un figlio disabile, che urlava che il Covid non esiste. E un uomo che fa trattori mi ha spiegato come funzionano i vaccini». E ancora: un gruppo esibiva un lenzuolo con la scritta «Vigili del fuoco a difesa della Costituzione».
Lucarelli denuncerà le aggressioni nelle sedi competenti e sottolinea l’assenza delle forze dell’ordine, in piazza: «Li ho cercati più volte: insomma, c’era che mi diceva chi mi avrebbe ammazzato e mi sarei sentita più tranquilla vedendo una faccia rassicurante. Nel perimetro del Circo Massimo, invece, non c’era nessuno. Le camionette erano dall’altra parte della strada».
Domenica diversi esponenti del mondo politico le hanno espresso solidarietà, dal ministro del Lavoro Andrea Orlando al leader della Lega Matteo Salvini.
Con una nota inviata al Corriere lunedì, Martani smentisce di aver colpito volontariamente Lucarelli: «La faccenda si è svolta proprio al contrario, ovvero io ho tentato in qualche modo di difenderla, pur non avendola riconosciuta. Sporgerò immediata denuncia per calunnia e diffamazione aggravata».
L’articolo è stato aggiornato lunedì con la nota di Daniela Martani
21 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 12:04)
Nel 2022 il quadro dei bonus edilizi risulterà profondamente diverso da quello attuale. Lo sarà per le modifiche sulla tempistica delle agevolazioni e per i criteri molto più rigorosi per la cessione del credito. Va però detto che la situazione non è ancora definitiva perché le modifiche sui bonus sono previste dal disegno di legge di Bilancio, che andrà approvata entro fine anno, con i partiti della maggioranza che hanno manifestato l’intenzione di ottenere modifiche rispetto al testo governativo. Non è però ipotizzabile uno stravolgimento, perché ogni modifica espansiva dovrebbe fare i conti con i vincoli di bilancio.
Le novità più rilevanti riguardano il superbonus al 110 per cento: ne viene prevista la proroga fino al 2025, ma solo per i condomìni ed è così articolata: fino al 31 dicembre 2023 si proseguirà nella misura attuale del 110%; nel 2024 si scenderà al 70% e nel 2025 al 60%. (In edicola, gratis da lunedì 22 novembre, la nuova guida all’Ecobonus, aggiornata con l’ultimo decreto: 100 domande e 100 risposte su come risparmiare sulle tasse. Testi di Gino Pagliuca, a cura di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti)
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