Guida Gambero Rosso, i vini migliori (regione per regione): i

Guida Gambero Rosso, i vini migliori (regione per regione): i

Venticinquemila etichette da 2.634 aziende, degustate e recensite. È la fotografia del vino italiano scattata dalla guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Che da 35 anni racchiude e racconta tra le sue pagine le eccellenze enologiche del Paese. In realtà i calici esaminati da redattori e degustatori sono molti di più, circa cinquantamila. Ma sono stati inseriti nella guida soltanto quei vini che rispettano determinati standard qualitativi. E i risultati, nonostante la pandemia, sono stati confortanti. Uno stimolo per tutto il panorama vinicolo ad alzare sempre l’asticella. «L’investimento che produttori ed enologi hanno compiuto sulla qualità è sempre più riconosciuto anche in termini di prezzi, non sufficientemente elevati rispetto al complesso lavoro di produzione e di promozione che contraddistingue questo settore– ha sottolineato il presidente di Gambero rosso Paolo Cuccia– il prossimo step per aumentare ancora di più il prestigio del vino made in Italy è la sostenibilità che oltre ad essere un impegno imprescindibile per la salvaguardia dell’ambiente e dei lavoratori, può costituire una fonte di ulteriore di differenziazione per i produttori eccellenti italiani rispetto a concorrenti e paesi con minore esperienza e sensibilità». Venticinquemila etichette segnalate ma solo 476 sono state premiate con i tre bicchieri, riconoscimento di eccellenza della guida. In questo articolo vi raccontiamo le 42 new entry in questa speciale categoria. Eccole tutte, divise per regione.

Vino, classifiche e consigli

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– Enoteche online, i migliori siti per comprare vino senza uscire di casa (e risparmiare)
– I migliori 10 vini rossi italiani secondo i giudizi di tutte le guide
– I 20 migliori vini al mondo (sotto 20 euro) secondo il New York Times: cinque sono italiani
– I migliori vini economici sotto i 13 euro secondo il Gambero Rosso
– Come e quanto si conserva una bottiglia di vino aperta? I consigli dell’esperto
– Vini bianchi, rosé e bollicine: le migliori bottiglie da provare questa estate
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– Vino all’asta, chi sono i collezionisti e come si valuta una bottiglia
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– Come abbinare vini, birre e cocktail ai cibi giusti: i consigli di Roberto Anesi
– I 10 migliori vini italiani (sotto i 10 euro) secondo Wine Enthusiast

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Corsa per salvare i mufloni al Giglio

Corsa per salvare i mufloni al Giglio

di Marco Gasperetti

Autorizzati gli abbattimenti dall’inizio della prossima settimana. Insorgono animalisti e cittadini. Brambilla: non danno problemi, fermiamo il tiro a segno. E annuncia un esposto alla Corte dei conti europea

I dirigenti del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano e gli ambientalisti la chiamano eradicazione con abbattimento selettivo. Gli animalisti, alcuni cittadini dell’isola, che hanno raccolto 5 mila firme e persino un ex ministro, sono convinti che sia una mattanza. Inutile, costosa e vergognosa. L’unica cosa certa è che lunedì o forse martedì, inizierà uno degli ultimi capitoli del caso «Mufloni al Giglio», vicenda controversa e trasversale che da anni continua a far discutere ambientalisti, ecologisti e soprattutto chi ama e tutela la vita degli animali.

La denuncia

All’inizio della prossima settimana un progetto del Parco (si chiama Life Lets Go Giglio) finanziato con 1,6 milioni di euro darà il via anche all’abbattimento degli ultimi mufloni che si trovano nell’isola. E un «plotone di fucilieri», denunciano gli animalisti, andrà a caccia degli ungulati. Quanti ne saranno uccisi non è ancora chiaro. Perché non si sa neppure con esattezza quanti ancora ne sono rimasti sull’isola, perché negli ultimi dieci anni ne sono già stati fatti fuori un centinaio. «Tutto è avvenuto alla luce del sole — spiega Stefano Feri, vice presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano — e anche stavolta abbiamo l’approvazione dell’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale. I mufloni non sono endemici del Giglio ma importati negli anni Cinquanta, una specie aliena che minaccia la biodiversità dell’isola».

La richiesta

Parole che fanno rabbrividire gli animalisti. La Lav, con Massimo Vitturi, ha chiesto al ministro Cingolani di sospendere le operazioni e di verificare il progetto. E l’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, presidente dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli Animali e della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, parla di costoso e cruento pasticcio che colloca nel mirino dei cacciatori-selecontrollori animali severamente protetti in altre isole, dalla Sardegna, alla Corsica a Cipro.
«La densità dei mufloni, presenti sull’isola dagli anni Cinquanta per attuare un progetto di conservazione — spiega l’onorevole Brambilla — è bassissima, anche perché vi sono già stati numerosi abbattimenti in passato. E dunque non si riesce a comprendere come 25-40 esemplari totali in un’area di oltre 2.100 ettari possano provocare problemi. La verità è che al Giglio è difficile anche solo vederli, i mufloni, e molti gigliesi non ne hanno mai incontrato uno».

«Si potevano sterilizzare»

Dunque Brambilla non ha dubbi: «Il progetto Life LetsGo Giglio deve cessare subito. Con tutti i soldi spesi finora per fare queste operazioni, anzi, con molto meno, si potevano sterilizzare gli animali». Infine l’ex ministro accusa i responsabili del Parco: «Purtroppo ho l’impressione che dietro l’insistente pretesa di ripristinare la presunta “purezza originaria” di un habitat i dirigenti del Parco abbiano più che altro la voglia di dar libero sfogo alle doppiette, di predisporre l’ennesimo “tiro a segno” a spese della fauna selvatica, che invece va rispettata e tutelata. In primis da un ente Parco». Di qui la richiesta al governo affinché «rivaluti immediatamente le nomine del presidente e dell’ attuale Consiglio direttivo dell’Ente parco». Non solo. La parlamentare ha annunciato un esposto alla Procura e un’azione sul fronte europeo, considerando che i progetti «Life» fanno capo direttamente alla Ue: «Chiederemo alla Commissione europea una verifica del progetto e depositeremo un reclamo alla Corte dei conti di Lussemburgo».

21 novembre 2021 (modifica il 21 novembre 2021 | 16:05)

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Sos imprese, giunge in soccorso il bando “Resto al Sud”

Sos imprese, giunge in soccorso il bando “Resto al Sud”

di Gianpaolo Cherchi Il piano d’azione mira a sostenere, con finanziamenti a fondo perduto, le attività imprenditoriali del centro-sud, delle aree geografiche colpite dal sisma e delle isole del nord Italia

Continuano a lanciare un accorato mayday le imprese e gli aspiranti imprenditori del centro-sud Italia, ancora in estrema difficoltà, reduci dalla pandemia e in molti altri casi anche dagli ultimi eventi sismici. E lo Stato giunge prontamente in soccorso con il microcredito. Uno di questi provvidenziali strumenti di sostegno, attuato da Palazzo Chigi, è il bando di finanziamento ‘Resto al sud’. L’intervento punta il mirino per fare centro sulla nascita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali e libero professionali in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e nelle aree del cratere sismico del Centro Italia (Lazio, Marche, Umbria). Di recente sono stati inclusi in questo sostegno statale anche tutti i comuni delle isole del Nord. Le agevolazioni coprono il 100% delle spese ammissibili con la formula del 50% di contributo a fondo perduto e del 50% a tasso zero, attraverso finanziamento bancario garantito dal Fondo di Garanzia per le PMI. Giusto per fare un esempio pratico: una sola personality può ottenere 60.000 euro usufruendo dell’erogazione di 30.000 euro di contributo a fondo perduto, da non restituire e i restanti 30.000 euro di prestito a tasso absolutely no, da restituire in 8 anni.

Mentre nel caso di due soci, questi ultimi possono ottenere 100.000 euro ricevendo 50.000 euro a fondo perduto e 50.000 euro prestito a tasso absolutely no da restituire sempre in 8 anni, di cui due in pre-ammortamento. L’aiuto governativo copre fino al 100% delle spese con un limite di 60.000 euro per ogni richiedente, arrivando a un massimo di 200.000 euro nel caso di società composte da quattro soci. Nel caso di ditta individuale il massimale è di 60.000 Euro. Tra le spese ammissibili, consentite dal bando, troviamo gli interventi di ristrutturazione o manutenzione straordinaria di beni immobili, macchinari, impianti e attrezzature, programmi informatici e servizi per le tecnologie, l’informazione e la telecomunicazione e altre spese utili alla fase di launch di nuove imprese. Escluse, da quanto si legge nel documento, le spese di progettazione e promozione, le consulenze e quelle relative al costo del personale dipendente, spese notarili, imposte, tasse. Così come, per le aziende già attive, non vengono ammesse le spese di investimenti per la sostituzione di impianti, macchinari e attrezzature già esistenti.

Altro requisito per usufruire di questi finanziamenti è non aver ricevuto altre agevolazioni nazionali per l’autoimprenditorialità nell’ultimo triennio. Chi ambisce a questa agevolazione, inoltre, non deve avere un lavoro a tempo indeterminato e si impegna a non averlo per tutta la durata del finanziamento. Il focus del contributo si concentra unicamente sulle imprese costituite dopo il 21/06/2017 e su quelle da costituire. Possono, altresì, partecipare i liberi professionisti, in forma societaria o individuale, che non risultano essere titolari di partita IVA nei 12 mesi antecedenti la presentazione della domanda, “per lo svolgimento di un’attività analoga a quella proposta”. Nessun limite di età richiesto, invece, per i 24 Comuni compresi nelle aree del cratere sismico del Centro Italia. Per tutti gli altri destinatari, di altre aree geografiche, può presentare domanda chi era in possesso del requisito anagrafico (under 56) alla information del 01/01/2019. L’intervento mira ridare linfa vitale a quasi tutte le attività imprenditoriali, compreso il settore del commercio. Escluse dall’iniziativa solo le aziende agricole. Al momento, stando agli ultimi aggiornamenti del MISE, la scadenza del bando del 31 dicembre 2021 sarebbe stata cancellata e per ora non esistono termini di presentazione. Tuttavia, le domande vengono sempre valutate e approvate in base all’ordine cronologico di arrivo.

26 novembre 2021 (modifica il 26 novembre 2021|18:03)

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Milano, non paga le tasse per la crisi Covid: assolta

Milano, non paga le tasse per la crisi Covid: assolta

di Luigi Ferrarella

L’azienda era già in crisi dal 2012 e la donna aveva già rinunciato ai propri compensi e utilizzato risorse personali. Le rate del debito erano poi divenute impossibili da pagare nel periodo della pandemia

Capitano, seppur di rado, sentenze che assolvono l’imprenditore che faccia di tutto per pagare le tasse e non ci riesca per colpa della crisi economica: ma stavolta il Tribunale di Milano ne assolve uno («perché il fatto non costituisce reato») perché ritiene che, accanto e oltre alla crisi del proprio settore di mercato, il Covid abbia reso inesigibile onorare le rate del Fisco.

L’azienda dell’imprenditrice in questione aveva tre grandi aree di business: la produzione industriale di cubic zirconia (alternativa al diamante), il commercio di gemme preziose per orafi creatori poi di gioielleria, e la produzione di un proprio marchio di gioielli. L’attività storica, quella di produrre zirconi, che a un certo punto ne aveva fatto addirittura la terza produttrice a livello mondiale, a partire dal 2012 subisce un crollo per la concorrenza del sud-est asiatico, che fa precipitare il prezzo di vendita al livello del prezzo di produzione. Comincia a traballare anche il ramo d’azienda relativo al trading delle pietre preziose, penalizzato dallo sviluppo tecnologico che permette alla maggior parte degli acquirenti di rivolgersi direttamente ai mercati di provenienza. E già così tra il 2012 e 2015 il fatturato si riduce del 50 per cento, e le banche iniziano a ridurre drasticamente le linee di credito, con ciò condizionando pesantemente la liquidità di cui la società poteva usufruire per onorare i propri impegni.

L’imprenditrice, che con il difensore Marco Alessandro Bartolucci rivendica di aver rinunciato ai propri compensi immettendoli in azienda al pari di altri conferimenti di risorse personali, spiega di essersi a quel punto rassegnata senza alternative a ricorrere prima alla cassa integrazione per i dipendenti e poi al licenziamento di due terzi del personale. Tutte misure che non bastano ad arginare la crisi finanziaria (aggravata anche proprio dal dover pagare ovviamente il Tfr ai lavoratori licenziati) allorché l’unica area di business rimasta, e cioè la produzione dei gioielli col proprio marchio, subisce un tracollo a ruota della crisi del principale mercato internazionale di riferimento, quello russo.

Diventa così insostenibile la cartella di pagamento che nel maggio 2019 l’imprenditrice riceve dall’Agenzia delle Entrate per 444 mila euro di ritardo nei pagamenti tributari dovuti. L’imprenditrice opta per un piano di rateizzazione e redige il prospetto di dilazione del debito in 72 rate, che inizia a pagare ma non riesce poi a onorare nei primi mesi del 2020, a suo dire per l’acuirsi della crisi economica dovuta all’emergenza sanitaria del Covid.

Per la II sezione penale Tribunale è in effetti «provato che la contrazione del fatturato tra il 2012 e 2015, e la crisi finanziaria proseguita anche in seguito, fossero state determinate da fattori esogeni e assolutamente estranei alle scelte dell’imprenditrice», che in astratto ovviamente avrebbe sì potuto fare ricorso al credito bancario per pagare l’Agenzia delle Entrate, ma scontrandosi con il fatto che «le banche avessero già notevolmente ridotto tra 2012 e 2015 i fidi bancari concessi, sicché è verosimile dedurre l’indisponibilità delle banche a concedere ulteriori linee di credito alla società».

E soprattutto va considerata la mazzata finale, e cioè il fatto che «il pagamento delle rate era diventato insostenibile a causa dell’emergenza sanitaria Covid entrata nel vivo dalla fine di febbraio 2020. Alla luce di tutto ciò — valuta dunque la giudice Ileana Ramundo — l’imputata non è rimproverabile, in quanto la condotta di omesso versamento delle imposte, seppur volontariamente temuta, le è stata “imposta” da circostanze anormali ed eccezionali, tali da rendere soggettivamente inesigibile il comportamento lecito», e da «incidere sulla colpevolezza». Che «dunque si ritiene insussistente per difetto dell’elemento soggettivo» del reato.

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22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 07:34)

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San Siro, l’ex assessore Tasca: «Ecco perché costruire un nuovo

San Siro, l’ex assessore Tasca: «Ecco perché costruire un nuovo

di Roberto Tasca

Roberto Tasca, già assessore comunale al Bilancio: «La possibilità di ristrutturare lo Stadio Meazza è ipotesi esclusa dalle squadre. Dove giocano nel frattempo? Non è economico investire in questo progetto»

Potremmo iniziare parafrasando Boskov: «Investimento è quando qualcuno finanzia e si remunera con i flussi generati». Senza questa circostanza, tutte le parole cadono nel vuoto. È certo che sul Progetto Stadio convergono pareri da radici diverse: urbanistiche, economiche e politiche. Sulle prime e le ultime non intendo soffermarmi. Non sono di mia competenza. Le seconde sì.

Partiamo dal mettere ordine su alcuni concetti base. La possibilità di ristrutturare lo Stadio Meazza è ipotesi esclusa dalle squadre. Ci sono profili di rischio: dove giocano le squadre nel frattempo? Immaginate lo svolgimento di gare di campionato e Champions durante i lavori di ristrutturazione? Ipotizzate che per tre o quattro anni le squadre giochino in stadi più piccoli lontani da Milano? Certamente ristrutturare e giocare tre volte a settimana per quattro anni espone al rischio di vedere lavori interrotti per ragioni diverse. Nessun investitore si assumerebbe questo rischio. Giocare via dal Meazza per tre o quattro anni impone costi insostenibili alle squadre, già gravate dai minori incassi da biglietti negli ultimi due anni. Tutto ciò già ammanta di irrealismo l’ipotesi, ma non smuove nessuna considerazione particolare nei principali interlocutori.

Di rilievo enorme sono invece gli aspetti economici legati al progetto. Le squadre milanesi per chiudere il divario che le separa dai principali competitor europei devono aumentare i propri ricavi di circa 100-130 milioni. Solo a queste condizioni l’azienda calcio può raggiungere un equilibrio di bilancio duraturo. Per farlo hanno bisogno anche di uno stadio che consenta loro di generare parte di queste entrate. Che sia il Meazza quello stadio o meno, è poco rilevante. Certo tutti sarebbero felici se il Meazza consentisse di raggiungere l’obiettivo.

Ma in tre anni che ho seguito la vicenda, ho visto il progetto alternativo della coppia Aceti-Magistretti, ma non ho mai visto un piano economico e finanziario che consenta alle squadre di raggiungere gli obiettivi di ricavi identificati e tale da rendere economico investire in questo progetto. Qualcuno lo presenterà per sostenere la ristrutturazione del Meazza? Senza queste certezze, il progetto di ristrutturazione rimane un’alternativa architettonica. Non certo un potenziale investimento, perché Boskov ci aveva già spiegato l’evidenza delle piccole cose.

Quindi, è necessario uno stadio nuovo. È perciò indispensabile che sia assicurato un piano economico finanziario che renda attrattivo l’investimento. È chiaro che il significato di attrattivo implica la coniugazione di esigenze urbanistiche della città con obiettivi di redditività realistici, misurabili preventivamente e monitorabili nel tempo, e rispetti per compatibilità le richieste del territorio. Ma che cosa accadrebbe se, per ipotesi, le squadre decidessero di cercare un altro luogo dove costruire il proprio stadio di proprietà? Sono coloro che sostengono la ristrutturazione del Meazza disponibili a farsi carico delle conseguenze che il suo abbandono avrebbe per il bilancio del Comune? La convenzione in essere, predisposta da Sergio Scalpelli nel 2000, oggi tra i sostenitori del sì, prevede che le squadre paghino annualmente 10 milioni di euro al Comune. Metà con lavori di manutenzione e metà in contanti. Al Comune, il mantenimento annuale dello stadio costa circa 7/8 milioni, escludendo il campo da gioco. Chi coprirà i costi se le squadre dovessero andare altrove? Che ne sarebbe dell’infrastruttura?

Personalmente credo, non solo perché ho lavorato con lui per oltre cinque anni, che la strada tracciata dal sindaco sia la migliore: consentire alle squadre di costruire un nuovo stadio, negoziando con loro condizioni economiche corrette, una visione urbanistica che consenta di migliorare le condizioni della zona, e che permetta però alle squadre di investire dove ritengono opportuno farlo. E che tutti si assumano le proprie responsabilità, riducendo l’aspirazione alla visibilità, non chiamando investimento un puro progetto architettonico alternativo, semplicemente perché nessuno è disposto a finanziarlo. Oppure, proporre un serio progetto d’investimento alternativo. Milano ha bisogno di onestà intellettuale e professionale, e le squadre milanesi di un nuovo stadio.

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22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:00)

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Milano, le scalate illegali in cima ai grattacieli: droni e

Milano, le scalate illegali in cima ai grattacieli: droni e

di Giacomo Valtolina

Arrampicatori con velleità da parkour. Blitz fra transenne, impalcature e scale. Con foto e video sul web: «Qui in Italia non riscontriamo troppe difficoltà a far sta roba»

Silenzio notturno in piazza Carbonari. Punto rosso in campo nero. «Stai reccando?» (registrando), chiede un’ombra dall’accento lombardo-veneto al compare, che annuisce. Pronti, via: zompo dentro al cantiere, comincia l’incursione notturna (e senza rete) fino in cima alla Torre Milano, grattacielo residenziale in costruzione tra la Maggiolina e via Melchiorre Gioia. Sfida in quota (100 metri) da filmare e immortalare. Infatti oltre alle felpe d’ordinanza con cappuccio nero, alle sneaker e ai guanti a mezze dita, ci sono soprattutto le telecamere Go pro in testa e gli zaini pieni sulle spalle. Con tutto l’armamentario: drone, macchine fotografiche e obiettivi. Il respiro affannoso accompagna il blitz fra transenne, impalcature, scale. E poi su verso la cima, quel rooftop che dà voce alle parole chiave (#rooftopping #explore #illegalfreedom) cosicché il mondo possa setacciare sui social network l’impresa compiuta. «Vabbè è stato veramente facile, qui in Italia non riscontriamo troppe difficoltà a far sta roba». Nel montaggio dei video pubblicato sul canale Youtube ci sono pure audio e sottotitoli. Qualche centinaio di follower, e alcuni commenti, certificano la missione compiuta. Sui profili, l’età (19 anni) e le frasi («è tra la vita e la morte il posto in cui mi sento vivo»), raccontano dell’equilibrio sottile tra incoscienza e temerarietà. Solo in città, in tre mesi, hanno scalato la Torre Milano, il grattacielo Unipol e l’ex palazzo comunale che sovrasta Gioia, il «Pirellino». Padroni della città, incuranti del pericolo, determinatissimi ad apparire.

Sfregio generazionale

Torna la moda delle scalate abusive ai grattacieli e alle gru della nuova città verticale. Arrampicatori con velleità da parkour , pronti a rispondere con lo sfregio generazionale («Ok boomer») ai colleghi di acrobazie urbane più giudiziosi che fanno loro notare i pericoli sempre dietro l’angolo durante simili azioni, magari alla mercé di un’acquazzone di fine estate (gli ultimi video pubblicati in questi giorni sono stati girati alla fine di settembre). Camminando sul vuoto tra i tubolari tondi e scivolosi di una gru, scavalcando reticolari metallici per il gusto di un selfie da vertigini, sedendosi con le gambe a penzoloni sopra i vialoni cittadini, ovattati dalle luci della notte che sfuma.

«Guerrilla climbing»

Oggi a Milano, a pubblicare video di «guerrilla climbing», ci sono un paio di gruppi di teenager (19enni) con altrettanti canali video, da cui è piuttosto facile risalire agli autori. Nel 2018 ce n’erano stati altri, tra i cantieri di Citylife e Porta Nuova , le cui «imprese» sono poi state oscurate dalla polizia postale. C’era stato il professionista del paracadute all’alba, sceso dalle guglie del Duomo e fuggito in metrò in una manciata di secondi. O più di recente gruppi di giovani diretti verso le «isole» della movida proibita, sopra le torri di viale Richard, per esempio, o nelle vecchie fabbriche, e rimasti vittime di incidenti. «Non facciamo nulla di male» si difendono loro, quando vengono fermati dalla security (come si vede in un video), rivendicando il diritto al rischio della propria pelle, o ad azioni artistiche in stile «Man on wire» tra le Torri Gemelle. Spesso vanno in trasferta all’estero stupendosi di trovare ronde in cantiere «anche di domenica alle 2 di notte», a differenza di quanto accade — di solito — in Italia.

Rischio emulazione

È quasi ridondante segnalare i pericoli e la responsabilità rispetto al rischio emulazione dovuto alle pubblicazioni dei video in Rete: «Si tratta di percorsi pericolosissimi — spiega Stefano Rusconi di Impresa Rusconi (Torre Milano) — fatti anche sotto la pioggia. Vale la pena ricordare ai ragazzi che prima di loro ci sono stati gli operai , che questi ponteggi e grattacieli li hanno costruiti con tutte le misure di sicurezza. Stiamo valutando di informare le autorità».

Il bisogno di mostrarsi

Gli psicologi che si occupano di adolescenti oggi segnalano il bisogno di mostrarsi come più forte anche del rischio di conseguenze. E infatti se un sito o un giornale segnala tali gesta, loro le rilanciano sulle story di Instagram come se fosse un vanto.

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22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:00)

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