Il cantante riceve un premio dal Festival della tv Italiana a Los Angeles per il doc che racconta la sua vita: «La soluzione ai problemi esiste e vi giuro che andrà meglio»
«La sobrietà è una cosa personale. Non va giudicata né promossa e non è questo ciò che ho intenzione di fare. Io ho semplicemente deciso di condividere col mondo la mia gratitudine, la speranza e la mia gioia. Perché essere fragili e vulnerabili non è cosa da curare. Non ho bisogno di alcol e droga per anestetizzare paure e dolori. A chi sente di aver bisogno di una mano: la soluzione esiste e vi giuro che andrà meglio, si può essere liberi e felici». Tiziano Ferro festeggia così, con un messaggio su Instagram, i suoi cinque anni di sobrietà dall’alcool, il mostro dietro il quale nascondeva sé stesso prima di imparare a essere felice. Ora finalmente lo è.
Sempre su Instagram pubblica un’altra foto sorridente. Stringe in mano il premio che gli è stato assegnato da ITTV, festival della televisione italiana a Los Angeles per il documentario Ferro (Amazon Prime Video) in cui racconta il suo percorso, dal bullismo al successo, dal segreto al coming-out, dalla solitudine dell’alcolismo all’amore, al matrimonio con Victor. «Sulla difficoltà di aprirmi come ho fatto nel documentario ce ne sarebbe da fare un altro — racconta dal tappeto rosso —. Il regista Beppe Tufarulo mi ha detto: “ti seguirò sino a che non ne potrai più e a quel punto inizierà il racconto”. Così è stato. Aprirsi è complesso ma importante, fare cose per sé stessi, a prescindere da quello che gli altri pensano, ti libera».
È stato un lungo viaggio, quello che ha portato Tiziano Ferro verso la libertà. Prima, nonostante il successo, nonostante i sette album ed il primo, «Rosso relativo», schizzato ai vertici delle classifiche, con 2,5 milioni di copie vendute, la pubblicazione in 42 Paesi, Ferro non era né felice, né libero. Da ragazzino era timido e sovrappeso facile preda per i bulli. «Ogni volta che mi sento un po’ confuso mi chiedo: Tiziano, che diresti a quel ragazzino di 11 anni? Gli direi, guardati allo specchio, fai una fotografia. Va bene così. Schiaccia l’acceleratore e fregatene. Ti capiterà di non piacere a qualcuno, tanto vale non piacere, piacendo a sé stessi. Passiamo la vita a tentare di essere unici e poi nascondiamo le nostre unicità». Ci ha messo un po’ per capire la strada da prendere. A vent’anni era finalmente magro, bello e di successo, ma non era felice. Nel documentario fa l’elenco dei difetti: «Alcolista, bulimico, gay, depresso, famoso. Pure questo, famoso, mi sembrava un difetto, forse il peggiore».
Quella in America non è stata una fuga cosciente verso l’anonimato. A Los Angeles si è trovato quasi per caso e ci sta bene. Non la vuole una carriera americana: «L’unico tour che voglio fare qui è quello fra i corridoi del supermercato». In Italia al supermercato non ci poteva più andare. Una casa normale, una vita normale, con il marito e due cani anziani. «Era un’ipotesi oltre l’impossibile. Io non ho mai cercato l’America ma la vita è andata in questo modo, mi sono innamorato, ho una famiglia, ho degli amici, il lavoro va bene anche qui, registro i miei dischi, ma non vedo la mia carriera qui. Non sono credibile per il pubblico americano, ma va bene così». Essere famoso anche in America precluderebbe il super, le passeggiate mano nella mano con Victor, il desiderio che esprime nel doc: «Mi piacerebbe avere dei bambini».
Il percorso verso il coming-out del 2010 non è stato facile. Sarebbe stato più facile se già allora avesse abitato negli Stati Uniti? «Sì, forse, ma io sono nato in Italia e ho gestito la mia vita con quella che era ed è la cultura italiana. È stato facile? Forse no, però era giusto così. Poi sono convinto che i tempi stiano comunque cambiando, le cose stanno migliorando». Il nuovo Tiziano è un ottimista nonostante la politica in Italia continui a sbattere porte in faccia, vedi l’insuccesso del ddl Zan. «Quando mi chiedono come vedi l’Italia dall’estero rispondo che l’Italia siamo noi, che usciamo da casa e facciamo vedere a tutti cosa è il nostro Paese. L’Italia è qualcosa che evolve e che va avanti, nonostante tutto».
22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 07:04)
Il brasiliano del Cagliari si commuove: «Se penso all’Italia mi vengono i brividi, è stato un colpo inaspettato»
Accelerare la pratica, per conoscersi meglio, per non caricare di troppe responsabilità e aspettative il giocatore in vista degli spareggi di marzo che valgono il Mondiale (venerdì a Zurigo c’è il sorteggio degli avversari) e per provare sul campo — già nello stage di fine gennaio — eventuali soluzioni nell’attacco azzurro.
L’operazione Joao Pedro in Nazionale si può fare, perché il brasiliano del Cagliari, che ha sposato la palermitana Alessandra e ha due figli nati a Palermo e a Cagliari, ha già la cittadinanza dal 2017, ha una voglia matta di giocare in azzurro, ben corrisposta dal c.t. Mancini, che non lo considera il salvatore della patria, ma un’arma in più per risolvere il problema del gol.
E quando parla della possibilità di vestire l’azzurro, come ha fatto domenica ai microfoni di Dazn nel dopo partita di Sassuolo-Cagliari fissata sul 2-2 da un suo rigore (ottavo gol stagionale), Joao si commuove : «La Nazionale? È stato un colpo inaspettato, mi fa moltissimo piacere, perché è scontato dire tutto quello che la Sardegna e l’Italia rappresentano nella mia vita. A casa mia sono tutti italiani. E solo al pensiero della Nazionale mi vengono i brividi. Sono stati giorni un po’ incasinati, ma di molta felicità. Credo sia il riconoscimento di quello che fortunatamente sono riuscito a fare con questa maglietta. Magari non succederà neanche, ma la verità è che è difficile spiegare quello che ho provato in questi giorni. Ho cercato di isolarmi perché questa partita era importantissima per noi, ora vediamo quello che succederà».
L’unico vero ostacolo nella procedura che può portare Joao a giocare per l’Italia è la partecipazione al Sudamericano Under 17 con il Brasile, ma la Fifa non dovrebbe avere problemi a concedere il nulla osta alla Figc. E così l’idea lanciata dal direttore del Cagliari Stefano Capozucca dopo la delusione per la mancata qualificazione diretta al Mondiale, prende corpo.
Joao Pedro aveva iniziato come mezzala con Zeman, per poi fare il trequartista in B e con il tempo e a suon di gol è diventato sempre più attaccante puro, con il 10 sulle spalle. A Cagliari è amatissimo, anche perché non è un giocatore di passaggio, ma un’istituzione. Il club gli è stato molto vicino durante i sei mesi di squalifica per doping nel 2018 (positività a un diuretico) e questo ha cementato il rapporto. A marzo compie 30 anni, è alto (184 centimetri) e tecnico, con il senso del gol e il gusto dell’assist. Per capire se può essere l’uomo in più, c’è solo un modo: provarlo.
22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 07:25)
Un piano statale di finanziamenti agevolati, attraverso uno stanziamento di 114,6 milioni di euro, destinato a giovani inoccupati under 30 e disoccupati di lunga durata, che presentano un valido progetto imprenditoriale a Invitalia
A cercare di arginare la preoccupante diffusione della vulnerabilità nel mercato del lavoro degli oltre 2 milioni di italiani NEET (Neither in Employment or in Education or Training) scende in campo il ‘Fondo Rotativo Nazionale Selfemployment’. Una mano d’aiuto rivolta agli under 30 e non solo che, nell’accezione letterale dell’acronimo inglese succitato, sono coloro che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi di formazione. Per questo intervento, gestito da Invitalia, sotto la supervisione del Ministero del Lavoro, sono stati messi a disposizione, dal top management di Palazzo Chigi, ben 114,6 milioni di euro. Stimolare e sostenere la realizzazione di nuovi progetti imprenditoriali promossi da giovani, di età compresa tra i 18 e i 29 anni, donne inattive e da disoccupati di lunga durata, attraverso finanziamenti agevolati, è l’obiettivo cardine dell’iniziativa. Per gli aspiranti imprenditori, sotto i 30 anni di età, il requisito fondamentale è aver aderito al ‘Programma Garanzia Giovani’ come inoccupato e non essere inserito in alcun corso di studi, o formazione. Fra i potenziali beneficiari del fondo si annoverano anche i disoccupati di lunga durata, dai 18 anni in su, che, all’atto della richiesta di finanziamento, risultano iscritti al Centro per l’Impiego. Questi ultimi, oltre a non avere alcun contratto subordinato in essere, non devono detenere la partita iva e non devono ricoprire il ruolo di socio, o amministratore di una società. L’iniziativa va, inoltre, an attempt un sostegno al gremito esercito di donne inoccupate e disoccupate, che hanno raggiunto la maggiore età, fortemente motivate a rimettersi in gioco con una nuova avventura imprenditoriale. Destinatari dell’intervento sono le persone fisiche “che si costituiscono come imprese individuali, società di persone, società cooperative, cooperative sociali entro 90 giorni dall’ammissione della domanda”. Braccia tese anche alle imprese individuali, società di persone, società cooperative, cooperative sociali, associazioni professionali e società tra professionisti. Sono ammessi al piano d’intervento i company plan riferibili a tutti i settori della produzione di beni, turismo, artigianato, trasformazione prodotti agricoli, fornitura di servizi e commercio, anche in forma di “franchising”. Mentre, invece, non sono contemplati nel documento i settori della pesca e dell’acquacoltura, della produzione primaria in agricoltura. Escluse le eventuali opere imprenditoriali che prevedono il rilevamento, l’affitto di ramo d’azienda di società già esistenti, oppure l’ampliamento delle stesse. Tra le spese ammissibili consentite dal bando, visionabile integralmente sul sito di Invitalia, si rilevano le spese in investimenti materiali e immateriali, relative all’acquisto di beni mobili quali, strumenti, attrezzature e macchinari, di hardware e software application e opere murarie. Ammesse alle agevolazioni anche le spese in capitale circolante, concernenti la locazione di beni immobili e canoni di leasing, le utenze, i servizi informatici, di comunicazione e di promozione, i premi assicurativi, le materie prime, i salari, gli stipendi e l’IVA non recuperabile. Sono, infine, escluse le spese per interessi passivi, imposte, tasse e IVA recuperabile. I finanziamenti a tasso zero del 100% dei programmi di spesa prevedono il microcredito tra i 5.000 ed i 25.000 euro e il microcredito esteso tra i 25.001 ed i 35.000 euro e i piccoli prestiti tra i 35.001 e i 50.000 euro. Le domande di partecipazione posso essere presentate, senza limiti di pace, a Invitalia e verranno sempre prese in considerazione in ordine di arrivo fino all’esaurimento delle risorse stanziate.
26 novembre 2021 (modifica il 26 novembre 2021|17:52)
La tennista, che aveva denunciato l’ex vicepremier cinese di abusi sessuali, ha parlato con Bach in videoconferenza rassicurandolo sulle sue condizioni e chiedendo il rispetto della privacy
Peng Shuai ha fatto una videochiamata a Thomas Bach, il presidente del Comitato olimpico internazionale. La campionessa cinese di tennis censurata dopo aver accusato di violenza sessuale un politico di Pechino ha detto di stare bene, di essere al sicuro e ha chiesto rispetto per la sua privacy, riferisce il Cio. «All’inzio della videochiamata con il presidente Thomas Bach, Peng Shuai ha ringraziato il Cio per la preoccupazione sulla sua condizione; ha spiegato di essere al sicuro, di stare bene, di trovarsi a casa a Pechino; ma vorrebbe che la sua privacy fosse rispettata al momento. Ecco perché preferisce passare il suo tempo con gli amici e la famiglia. Peng continuerà a impegnarsi nel tennis, lo sport che ama», riferisce l’organo di governo dello sport olimpico. Alla videochiamata tra il tedesco Bach e Peng hanno assistito la presidentessa della Commissione degli atleti olimpici, Emma Terho, e Li Lingwei, rappresentante cinese nel Cio, che conosce Peng da molti anni. «Ho provato sollievo nel vedere che Peng sta bene, mi è apparsa rilassata», ha detto Terho.
Il colloquio è terminato, spiega il comunicato del Cio, con un invito di Bach: cenare insieme in gennaio a Pechino quando il presidente del Comitato olimpico arriverà in vista dei Giochi invernali. «Peng ha accettato con piacere».
Il caso non è chiuso però. Pechino continua a ignorare pubblicamente l’accusa di violenza che ha scatenato la crisi. Dal 2 novembre, quando aveva raccontato la sua storia sul web, Peng era scomparsa, ogni ricerca sul suo nome e sulla sua vicenda erano state bloccate dalla censura cinese. In mezz’ora, la sera di quel 2 novembre, i censori di Pechino avevano fatto sparire il post di Peng e dato la caccia a ogni commento. Però, qualcuno era riuscito a fare uno screenshot del post e a rilanciarlo.
Sotto la crescente pressione del mondo sportivo internazionale, della Casa Bianca, dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, mercoledì scorso la tv statale in lingua inglese di Pechino aveva pubblicato sul suo sito una email attribuita alla campionessa: era indirizzata al presidente della Women’s Tennis Association, diceva di essere a casa, di aver bisogno di riposo e smentiva di aver subito la violenza sessuale. Quella email era subito sembrata strana, impersonale, fabbricata. La polemica internazionale è salita ancora di tono, portando la WTA a minacciare il ritiro dalle competizioni tennistiche in Cina. Su Twitter è partita una campagna sotto l’hashtag #WhereIsPeng, le stelle del tennis mondiale, da Serena Williams a Novak Djokovic, si sono schierate per chiedere dove si trovasse la collega cinese e per invocare che potesse essere libera di raccontare al pubblico la sua storia. A quel punto a Pechino hanno cambiato ancora tattica nella gestione dello scandalo: venerdì sono spuntate tre foto di Peng a casa, sorridente tra pupazzi di peluche, ma ancora silenziosa (silenziata). Le immagini sono state pubblicate su Twitter, che in Cina è oscurato: i cinesi comuni non ricevono alcuna informazione su questo scandalo di #MeToo che tocca il cuore del potere.
Sabato è sceso in campo il direttore del Global Times, fratello in lingua inglese del Quotidiano del Popolo del Partito comunista. Il direttore Hu Xijin ha pubblicato, sempre solo su Twitter, due filmati di Peng Shuai a cena con due amiche e il suo allenatore in un ristorante, ancora senza dire una parola sulla sua situazione e sulla vicenda che l’avrebbe drammaticamente legata all’ex membro del Politburo ed ex vicepremier Zhang Gaoli. Mentre montavano ancora le ipotesi di boicottaggio diplomatico dei Giochi olimpici invernali in programma a Pechino nel febbraio 2022, questa domenica 20 novembre il direttore Hu Xijin ha lanciato su Twitter altri due video di Peng al Centro nazionale del tennis di Pechino, impegnata a fare autografi a dei giovani atleti. Peng sta bene, ma parlare con lei di quell’accusa risulta ancora impossibile.
21 novembre 2021 (modifica il 24 novembre 2021 | 11:25)
L’assessore comunale al Traffico Patanè annuncia i progetti in vista del Giubileo del 2025. Potenziati i mezzi pubblici con nuove tramvie e metro e disincentivato l’uso di quelli privati
Da quando è assessore al Traffico del Campidoglio, Eugenio Patanè va a dormire ogni notte con una data fissa in testa: 8 dicembre 2024. Quella sera, con i simbolici tre colpi di martello alla Porta Santa, il Pontefice aprirà ufficialmente il Giubileo del 2025. E si capirà se il Campidoglio è riuscito a realizzare qualcuna delle grandi opere previste per quella data. Metropolitane, tramvie, funivie, bus ignifughi, un traffico ricondotto sotto controllo. I finanziamenti ci sono, ma per ora solo quelli. Manca tutto il resto, mancano perfino i progetti, delle grandi opere. E all’8 dicembre del 2024 mancano appena 1.114 giorni, un battito di ciglia per la Città Eterna. Patanè, piddino di stretta osservanza gentiloniana ma anche molto vicino a Nicola Zingaretti, si muove con disinvoltura fra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, ma l’impresa che lo aspetta sconfina nel miracolo, e lo sa anche lui: «In realtà i tempi ci sarebbero – dice con una punta di scetticismo – . E abbiamo anche previsto delle date. Apertura dei cantieri delle tramvie il 2 gennaio del 2023, diciotto mesi di lavori per completare l’opera e poi sei mesi di preesercizio. E siamo in tempo per il Giubileo. Il problema è che prima di quel 2 gennaio dovremmo aver redatto i progetti esecutivi, la valutazione di impatto ambientale, indetto le gare d’appalto e superato tutti gli intoppi burocratici che inevitabilmente si presenteranno. Abbiamo un anno a disposizione, ce la sto mettendo tutta».
Più che difficile, sembra francamente impossibile, comunque per questo fatidico 2025, per i cinquanta milioni di pellegrini previsti, l’amministrazione capitolina ha grandi ambizioni, non pensa solo alle grandi opere, ma anche alle grandi trasformazioni, in primo luogo quella di far diventare Roma, la città dove ci sono più automobili che patenti, una metropoli a spiccata vocazione ambientale: «Il futuro dell’attuale Ztl è già scritto, con l’accesso che sarà limitato ai soli autoveicoli ibridi o elettrici, tutti gli altri fuori. La zona che adesso è compresa nell’anello ferroviario dovrà espandersi fin quasi a lambire il Gra e diventerà una green zone, un’ampia fascia di rispetto, verde, dove non potranno circolare i veicoli inquinamenti, per i quali ci saranno ulteriori restrizioni. Una misura, questa, chiesta con forza dall’Unione europea, che ha già avviato una procedura di infrazione a carico della Regione per la mancanza di misure incisive contro lo smog». Naturalmente, a queste misure (compresi gli aumenti degli stalli per la sosta tariffata), si deve unire una sorta di rivoluzione gentile per accompagnare gli automobilisti a lasciare la macchina e prendere i mezzi pubblici. Quindi, disincentivare al massimo la mobilità privata con l’obiettivo di raddoppiare quella pubblica. Passare cioè dagli attuali 150 milioni di bigliettazione annua a 300 milioni.
Un probabile libro dei sogni che si sta già scontrando con la durissima realtà che il neo assessore ha trovato in Atac e Roma metropolitane, attualmente in liquidazione. Su 77 tram ne circolano solo 22, gli altri fermi in officina. Per la metropolitana la situazione rischia di diventare addirittura tragica. Sono 51 i convogli che devono essere sottoposti a revisione obbligatoria e 23 di questi la dovranno effettuare subito. E quindi sulla metro A circoleranno 23 convogli invece di 38, e sulla B 15 convogli invece di 23. Secondo i sindacati questi numeri vogliono dire che per gli utenti si raddoppieranno i tempi di attesa in banchina; dagli attuali 3/4 minuti, a 7/8. Praticamente un disastro, che si sta cercando di evitare provando a far sostituire il certificato di revisione con perizie giurate che attesterebbero la sicurezza dei convogli senza bloccarli. Insomma, i problemi sono talmente tanti e all’apparenza irrisolvibili che c’è chi ha consigliato a Patanè di rivolgersi a un comitato interministeriale per farsi certificare lo stato delle cose in città nel momento in cui è diventato assessore. Una mossa paradossale, per cautelarsi, che però se fatta sembrerebbe suggerita dalla disperazione e dal pessimismo. Invece il titolare del Traffico sceglie di chiudere con l’ottimismo della volontà e quindi con le date: «Allora, i cantieri delle quattro tramvie apriranno il 2 gennaio del 2023; la fermata Fori imperiali della metro C (sarà il nodo di scambio con la linea B) aprirà nell’ottobre 2024 mentre, entro la fine del 2022, aprirà il cantiere per la funivia Magliana-Eur, una capacità di trasporto di mille passeggeri l’ora per un tragitto che durerà 5 minuti: adesso in auto ce ne vogliono 45». Numeri, cifre, date che si affollano, si correggono e si rincorrono ma che non riescono a cancellare quell’8/12/2024, che sarà il Giubileo per i cattolici ma rischia di essere un incubo per il neo assessore Eugenio Patanè. Auguri.
22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 14:55)
Tre anni fa riempì il Forum di Assago con il tour del suo terzo album «Cosmotronic». Quel periodo fortunato è stato spezzato dalla pandemia ma «bisogna continuare a esserci»
Alla fine non è riuscito ad aspettare. Costretto a rinviare da ottobre scorso ad aprile 2022 i tre show al Parco Nord di Bologna intitolati «La prima festa dell’amore», Cosmo ha deciso di mettere in piedi un nuovo concerto che martedì 23 novembre lo porterà all’Alcatraz. Sono trascorsi quasi tre anni da quando il 39enne di Ivrea, fautore di un mix di cantautorato pop ed elettronica da dancefloor piuttosto unico in Italia, riempì il Forum di Assago con il tour del suo terzo album «Cosmotronic». Quel periodo fortunato è stato spezzato dalla pandemia, ma «bisogna continuare a esserci — dice lui — ed è il motivo di questa data milanese: un vero e proprio blitz».
Se i live in programma la prossima primavera si terranno in un tendone allestito ad hoc e saranno aperti da altri artisti, dando vita a una sorta di festival, quello all’Alcatraz sarà un concerto tradizionale, incentrato in primis sul disco «La terza estate dell’amore», uscito lo scorso maggio e definito dallo stesso autore «un ballo sulla carcassa di una società incapace di organizzarsi per essere felice».
«Per me la musica dal vivo e il ballo sono dispositivi di crescita individuale, di resistenza, di salvaguardia della nostra umanità, di protezione dall’angoscia della performance in cui ti getta una società competitiva come la nostra», spiega Cosmo, al secolo Marco Jacopo Bianchi. «Nelle esperienze collettive come i concerti, ruoli e agonismi sono sospesi ed è per questo che la musica, lungi dall’essere mero intrattenimento, è semmai, specie per i più giovani, cura delle anime. Perciò in questo momento è così importante che le cose accadano: non si può continuare a rimandare al futuro, bisogna far traboccare il presente».
Vaccini e green pass devono essere strumenti per ripartire sul serio, questa l’idea dell’ex voce della band indie rock piemontese Drink To Me (nata nel 2002), padre di tre figli, deluso dal decreto legge con cui un mese e mezzo fa è stato annunciato l’aumento delle capienze al 100 per cento per le sale concerti in zona bianca. «È stato scritto in modo ambiguo, senza precisare se si possa stare in piedi e non distanziati. Alla fine è valso il principio di omissione (se un comportamento non è esplicitamente vietato, si può mettere in atto), ma molti locali non se la sono sentita di rischiare e sono rimasti chiusi. Si è lasciata la responsabilità dell’interpretazione di una legge redatta male a un settore già in difficoltà».
Parla di «giungla burocratica», Cosmo, che con il collettivo di dj e producer Ivreatronic si muove anche nel mondo del clubbing. Mondo che ha da poco presentato una proposta di legge per rendere club e discoteche istituzioni culturali (cosa che già accade a Berlino, per esempio).
«Sarebbe un avanzamento democratico, la pandemia ha dimostrato che senza riconoscimento politico non si può accedere a fondi ministeriali e tutele nemmeno in stato di emergenza. Viene, però, da pensare che il Covid abbia messo in crisi il concetto stesso di club, perché c’è comunque qualcosa che non funziona negli ambienti iper-normati: dove vige una pressione al controllo è difficile che si conservi la spontaneità necessaria allo sviluppo di una controcultura di cui ha bisogno anche il mainstream».
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22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 08:28)
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