«Dopo due anni di Covid, i miei figli adolescenti sono dipendenti da pc, smartphone, social e videogiochi. Rabbia e discussioni aggressive all’ordine del giorno, pur in una famiglia un tempo felice e formata da genitori laureati ed entrambi educatori. Siamo genitori sfiniti. Siamo dunque arrivati a quello che non so più se considerare una deriva o una possibile (anche se paradossale) soluzione. Pago i miei figli perché leggano. Forniamo noi i titoli o avalliamo le loro proposte e paghiamo 1 euro ogni 20 pagine. Funziona. È assurdo ma funziona, avendo tolto ogni altra modo di ottenere paghette. I rimproveri, i tira e molla, le recriminazioni, le misurazioni in termini di tempo d’uso dei device non portavano che all’esasperazione di tutti. Occorreva dare un contenuto positivo alla loro vita, secondo noi leggere è un esercizio necessario al corretto sviluppo della persona, come studiare, fare sport o imparare uno strumento. Dato che ormai strapparli a internet è impossibile (per loro dove c’è rete c’è speranza) abbiamo deciso di fornire, anche forzatamente, delle bussole indispensabili ad orientarsi nella vita: i libri. Alcuni, soprattutto. Che ne pensi?». Questa lettera di un papà è il perfetto seguito dell’articolo della settimana scorsa sull’educatore ideale. Perché?
Questa coppia ha trovato una soluzione nuova, senza aggrapparsi alle regole del «si è sempre fatto così» o al piagnisteo sui bei tempi andati. Accolgo quindi la soluzione anche come provocazione. Messo da parte il problema a monte che prima o poi dovremo affrontare seriamente: non è sano che un adolescente usi oggetti che danno dipendenza; e accettando che la situazione sia ora come ora immodificabile (benché conosca genitori che «osano» non dare il cellulare prima dei 15 anni), sulle prime mi sono ribellato all’idea di associare la lettura a una prestazione retribuita, ma mi stavo aggrappando a un mondo che non c’è più. La soluzione di questa coppia invece rimette al centro un fatto: come si legge nell’adolescenza non si legge più per tutta la vita. Scriveva Pavese nel suo diario: «Tra i segni che mi avvertono essere finita la giovinezza, massimo è accorgersi che la letteratura non mi interessa più veramente. Non apro i libri con quella viva e ansiosa speranza di cose spirituali che un tempo sentivo». Questa sete ha un corrispettivo biologico: fino a 20-22 anni il cervello cresce e la sua plasticità viene premiata o mortificata in modo irripetibile dagli stimoli che riceve. Intelligenti non si nasce ma si diventa. L’intelligenza non è una prigione del Dna misurata dal QI, ma un flusso che si può arricchire o prosciugare. Einstein diceva: «Se volete figli intelligenti leggete loro le fiabe», intuendo che il loro meraviglioso e terribile contenuto serve al bambino per sviluppare il pensiero simbolico, nel quale fiorisce quello logico e pratico. Inoltre un libro richiede al lettore di ogni età un impegno che non si dà in nessun’altra attività intellettuale, si parla infatti di «atto della lettura», perché quella con il testo è una collaborazione attiva, ridotta al minimo quando invece guardiamo immagini (il lavoro dell’immaginazione è già fatto). Quindi non è assurdo «apprezzare» (dare un prezzo a) questo «lavoro». Insomma trovo adeguata la scelta di questi genitori perché la finestra temporale adolescente-lettura è unica: se la si perde la si perde per sempre. Non escludo inoltre che da qui possa nascere il piacere di leggere gratuitamente. Insomma (se la scuola non riesce) preferisco pagare un sedicenne per fargli leggere 1984, Delitto e castigo o l’Odissea, piuttosto che fargli «ammazzare» il tempo guardando video o immagini in rete: la lettura lo rende più attivo e creativo del cellulare. È vero che leggere non dovrebbe essere una prestazione ma una gioia, ma in una cultura in cui la concorrenza al libro è spietata, se l’alternativa è il nulla meglio far così, anche perché a quell’età basta un libro «ben assestato» per trasformare una vita. Aggiungo però, come spiega magistralmente Maryanne Wolf in Lettore, vieni a casa, che la partita si gioca tutta nei primi dieci anni di vita, età in cui aiutare il bambino a sviluppare quello che lei chiama un cervello bi-alfabetizzato, capace di muoversi su carta o schermo in modo libero, efficace e diversificato in a base al fine. La scuola sta facendo qualcosa? E come aiuta i genitori?
Lo scenario potrebbe destabilizzare – 4 euro per La metamorfosi, 15 per Il fu Mattia Pascal, 30 per Delitto e Castigo, 60 per Il Conte di Montecristo, 80 per Guerra e Pace – e confermare l’amara battuta di Oscar Wilde contenuta nel Ritratto di Dorian Gray (12 euro…): «Al giorno d’oggi la gente sa il prezzo di tutto e non conosce il valore di niente». E se invece la sfida, al giorno d’oggi, fosse proprio quella di riscoprire il valore delle cose anche attraverso il loro prezzo?
22 novembre 2021, 07:07 – modifica il 28 novembre 2021 | 19:14
Bambine e bambini curano gli animali in cortile. «Coviamo un sogno» è il progetto che fa parte del piano «La mia aula grande come il mondo» del XII Istituto Comprensivo Don Bosco di Padova
Peppa e Zaira si contendono le carezze di Sara. Polly ha preso l’abitudine di correre incontro a Giulio, appena lo vede. E quando lui si siede per coccolarla, infila il becco in tutte le tasche, cerca avanzi di biscotti. Vichy è la più buffa, strepita in continuazione, sembra borbottare rimproveri, fa ridere tutti. Peppa e le altre sono le galline che vivono nel giardino di una scuola elementare di Padova, accudite da bambini e bambine. Un incontro che è diventato subito amore, sono i loro animaletti del cuore, accompagnano bambine e bambini durante l’anno scolastico, in un progetto che insegna ai piccoli come mettersi in relazione con l’ambiente.
La cultura della sostenibilità parte dalla scuola attraverso semplici, concreti gesti quotidiani, come quello di prendersi cura di un pollaio. Si chiama «Coviamo un sogno» il progetto che fa parte del piano «La mia aula grande come il mondo» finanziato dalla Regione Veneto, protagonista il XII Istituto Comprensivo Don Bosco di Padova, diretto da Simona Rossi, in particolare la Scuola Primaria Della Vittoria. Seguiti da Bionet di Veneto Agricoltura con la consulenza di Alberto Sartori, i bambini e le bambine vivono in una scuola-laboratorio, a contatto con la natura e con gli animali. E grazie alle galline, ma anche all’orto che coltivano, imparano il significato di ecosostenibilità, biodiversità, agricoltura biologica, avifauna.
Il progetto coinvolge anche le scuole Collodi e la Ruzante, ma è aperto a ogni Istituto interessato all’esperienza. La gallina Flora viene da Lonigo (Vicenza), Henry l’Ermellinata da Rovigo, Zaira da Padova, Polly la Maculata e Vichy la Robusta da Vicenza. La loro vita nel pollaio a scuola scorre tranquilla, hanno ampio spazio dove razzolare e escono nel giardino dove bambini e bambine hanno imparato il modo giusto per avvicinarsi a loro, nutrirle, coccolarle, controllare le uova. Ma l’attività immersi nella natura non finisce qui.
C’è anche un ampio orto biologico di cui occuparsi e pure la raccolta della lavanda, da cui hanno imparato a estrarre oli essenziali. Tutto ha un obiettivo: capire i comportamenti sostenibili per il futuro del Pianeta. I bambini e le bambine coinvolti nel progetto hanno il compito di trasmettere questa cultura alle famiglie, agli amici, ai vicini di casa. Diventano docenti di sostenibilità nella loro vita quotidiana. Il format didattico, coordinato da Antonella De Rosso è in collaborazione con l’Università di Padova e mette la Terra al centro della vita dei bambini e delle famiglie. «La mia aula grande come il mondo» è ideato dall’associazione Caiptr (Cavallo Agricolo Italiano da Tiro pesante rapido).
21 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 07:33)
Arbusto tipico della macchia mediterranea, fonte di frutti rossi dalle mille proprietà benefiche, il corbezzolo è la prima specie a ricrescere dopo gli incendi che in questo 2021 hanno visto andare in cenere e fumo – solo attorno al nostro bacino – 160mila ettari di aree verdi. Mentre attorno alla tradizione del corbezzolo sta fiorendo una economia.
Virgilio, poeta mantovano della letteratura latina, lo canta nell’Eneide. Giovanni Pascoli gli ha dedicato celeberrimi versi. Durante il Risorgimento cominciò a essere considerato l’albero simbolo dell’Italia unita perché assomiglia al tricolore: ha foglie verdi, fiori bianchi che danno frutti rossi, in pratica la nostra bandiera. Ma soprattutto il corbezzolo, arbusto appartenente alla famiglia delle Ericaceae, oltre al suo valore patriottico, poetico e culturale, possiede molte valenze, tutte positive. A cominciare dalla sua resilienza visto che dopo un incendio (questo 2021 è stato un anno terribile, con oltre 160mila ettari di aree verdi andati in fumo soltanto nei primi otto mesi) è la prima specie dell’area mediterranea a reagire e ripresentarsi in forza nel riscattare il terreno e a radicarsi di nuovo, dalle zone in pianura sino agli ottocento metri di altitudine, anche se predilige le zone costiere. Però è una pianta che sa combattere bene anche il gelo.
Esteticamente appare indiscutibile la bellezza dei suoi pon pon , delicati al tatto e al gusto, e può vivere per tantissimi anni. Ma, mentre nei Paesi dell’Est è anche coltivato, nella nostra penisola cresce spontaneo e selvaggio, con la sua corteccia piena di rughe e la chioma folta e spettinata. Novembre e dicembre sono i mesi in cui matura abbondante e copioso. In passato i suoi fiori erano usati principalmente ai fini della produzione di miele, però sono i frutti a essere in grado di fare benissimo al nostro organismo grazie alle loro proprietà: costituiscono un forziere di vitamina C e i loro polifenoli rappresentano antiossidanti davvero efficaci sul nostro organismo, a patto che non si esageri perché un consumo eccessivo provoca ebbrezza, tanto è vero che spesso il corbezzolo fa capolino nei liquori.
La Sardegna, a tale proposito, è una delle regioni in cui vi è una lunga tradizione nella composizione di elisir alcolici a base di Arbutus unedo, nome che gli diede Plinio il Vecchio proprio come monito a non esagerare, «unum edo», cioè «ne mangio uno solo». Tante sono le aziende agricole che invitano alla libera raccolta di questi frutti in cambio di una parte della quantità prelevata. E in tanti casi di adozione da parte della comunità di giardini metropolitani condivisi, tra le prime piante a essere dimorate c’è proprio quello amato da Virgilio e Pascoli. La Dea Carna, protettrice della salute degli organi vitali dell’uomo, del resto, si serviva sempre del corbezzolo per scacciare gli spiriti maligni e le avversità che potessero entrare oltre il cardine delle abitazioni.
21 novembre 2021 (modifica il 23 novembre 2021 | 16:54)
L’architetto e professore a Mit vede nei dati e nei progetti corali le soluzioni per andare verso metropoli a impatto zero. E sulla “Città dei 15 minuti” ha le idee chiare…
“Il padiglione Italia all’Expo di Dubai è realizzato con materiali innovativi, riciclabili, riutilizzabili e riusabili, in parte compostabili. Il criterio è quello di un’architettura circolare, che contiene una serie di elementi che vanno a sistema per volgere verso e oltre la sostenibilità del progetto. Le facciate nascono dall’idea dei grandi numeri del riciclaggio: sono composte da 2 milioni di bottiglie di plastica riciclate che formano lunghe corde pensate come una pelle filtrante, tanto che l’edificio, al suo interno, non è climatizzato”, racconta l’architetto e professore al Mit di Boston Carlo Ratti, che l’ha progettato. Ratti è stato ospite dell’appuntamento con le Colazioni Digitali di Corriere Innovazione e Sorgenia il 26 novembre.
L’architetto italiano è noto come uno dei maggiori esperti al mondo di città: “Siamo nel mezzo di un percorso che ci porterà verso città più sostenibili, ma abbiamo poco tempo per raggiungere gli obiettivi di Parigi e ribaditi alla Cop26 di Glasgow – aggiunge -. Alcune città, però, si stanno muovendo con metodi innovativi. Helsinki per esempio ha chiamato a raccolta idee da tutto il mondo per decarbonizzare il teleriscaldamento della città. Noi siamo tra i vincitori e, insieme ad altri partner, realizzeremo un sistema che permette di immagazzinare calore nell’oceano al largo di Helsinki. Alcune città, finalmente, decarbonizzano in maniera diversa: chiamando a raccolta persone da tutto il mondo a raccogliere una sfida”.
Per andare incontro più velocemente alla trasformazione ecologica dei centri urbani è sempre più fondamentale l’utilizzo e la lettura dei dati: “Ciò che avviene in città ci permette di raccogliere una grande quantità di dati – continua Ratti -. Più riusciamo a creare piattaforme capaci di misurare parametri in tempo reale, più avremo strumenti per andare incontro al net zero”.
Per Carlo Ratti le città rimangono il fulcro e la pandemia non le svuoterà. “Un aspetto importante che ha lasciato il Covid-19 è la flessibilità: torneremo nei nostri uffici ma senza i vincoli di prima. Questo potrà permetterci di vivere meglio le città evitando di fare tutti le stesse cose nello stesso momento”.
Le metropoli, certo, dovranno essere sempre più “human friendly”, ma non esclusivamente seguendo il modello di città dei 15 minuti: “E’ un concetto interessante ma bisogna fare attenzione che non diventi una trappola – conclude l’architetto -. La città che va oltre i 15 minuti permette di superare la segregazione dei paesi e dei quartieri, di spaziare. Noi mediamo tra le due visioni: la città dei 15 minuti ci consente di vivere meglio nel quotidiano e la chiamiamo baseland, base. Il 20% dei nostri spostamenti sono fuori dai 15 minuti, la vera città inizia fuori dai 15 minuti, mentre le attività quotidiane comprese nei 15 minuti”.
26 novembre 2021 (modifica il 26 novembre 2021 | 12:29)
Zverev conquista il trofeo superando Medvedev, che si conferma come unica alternativa a Djokovic. Organizzazione criticata per come ha trattato pubblico e media
L’esperimento, tra polemiche e legittime lamentele del pubblico pagante, è riuscito. Era il 2018 quando Andrea Fossati, presidente del comitato regionale ligure, telefonava ad Angelo Binaghi, n.1 della Federtennis, per dargli una dritta: l’Atp sta per indire una gara per il quinquennio 2021-2025, il Master è sul mercato. Le Atp Finals made in Italy sono una solida realtà che può solo migliorare.
Il torneo 8 Due ritiri dolorosi, Berrettini e Tsitsipas. Si gioca troppo, e troppo a lungo. E il Master, che arriva a fine stagione, ne soffre. Meglio il Medvedev-Zverev del girone che la finale, priva di elettricità. Alto il livello della semifinale tra Zverev e Djokovic, ma il match più appassionante è stato quello più inutile: Medvedev sicuro di vincere il girone contro la riserva Sinner, già eliminato. Paradossi di una formula eretica e di una programmazione insensata.
Zverev 9 Il vincitore, esattamente come nel 2018, si laurea maestro dei maestri perdendo un match per strada (a Londra con Djokovic, a Torino con Medvedev). Una soluzione che i puristi del tennis non accetteranno mai. Per il 10, ripassare.
Medvedev 8 Aspettando il ritorno di Rafa Nadal, il moscovita sghembo è l’alternativa allo strapotere di Djokovic, che quest’anno (a New York) ha mancato il Grande Slam per colpa sua. Storto, antipatico a corrente alternata (gli sbadigli in faccia a Sinner), geniale come Kasparov quando batte il computer Ibm Deep Blue, sicuramente personaggio.
Djokovic 7 Il voto è influenzato dall’ostinata contrarietà al vaccino anti Covid che, salvo clamorosi colpi di scena, spingerà il re del tennis a saltare l’Australian Open, il primo Slam stagionale che ha deciso di adottare il super Green Pass: ti vaccini o stai a casa. Combattendo la sua battaglia per la libertà di scelta, il Djoker quest’anno ha sbagliato solo due match: con Medvedev all’Open Usa e con Zverev alle Finals. Peccati veniali, se non fosse per la deriva no Vax.
Sinner 10 Rimasto fuori dal rotary degli otto titolari delle Finals per un soffio, il barone rosso ha esordito tra i maestri dedicando la vittoria su Hurkacz a Berrettini con azzeccata mossa di cuore e marketing e ingaggiando un corpo a corpo entusiasmante con Medvedev, che aveva sbranato 6-0 il primo set. A vent’anni, in attesa di trasformarsi in uomo Davis il prossimo weekend, cosa si poteva chiedergli di più?
Berrettini s.v. Oscar alla sfortuna, la conferma che, sbilanciato com’è nel fisico (il torace di Hulk montato sulle caviglie di Nureyev), dovrà convivere con la sua fragilità per tutta la carriera. L’infortunio che lo priva del gran finale di stagione, Finals più Davis, è uno scippo per cui non esiste risarcimento. Se quel che non ti uccide ti fortifica, Berrettini è sulla strada della consistenza granitica.
L’organizzazione 5 La pandemia non ha collaborato, il Cts che — con i contagi in rapida risalita — non ha concesso deroghe alla capienza del Pala Alpitour (sede perfetta per l’evento) è stato frainteso come il nemico da combattere. Al netto degli alibi, nulla giustifica i disagi per gli spettatori: bagni fuori uso la prima domenica, ristorazione mediocre, attese al freddo o sotto la pioggia. Giustissimo coccolare i tennisti, ma pubblico e media (tribuna stampa sul tetto) meritano lo stesso rispetto.
22 novembre 2021 (modifica il 22 novembre 2021 | 07:27)
Siamo entrati nella grande era della transizione ecologica e in molte fabbriche si stanno facendo gli scongiuri. In assenza di un piano di riconversione rischiano di essere spazzate via dal mercato. Prendiamo un’eccellenza italiana: la filiera dell’automotive. Non ci sono solo Stellantis, Ferrari e Lamborghini, ma ben 2.200 imprese della componentistica, che forniscono tutti i più noti marchi dell’auto, dove lavorano 161 mila persone. Per fare un esempio: circa il 30% delle auto tedesche è fatto con parti prodotte in Italia. Se il Parlamento ratificherà la proposta della Commissione, in Europa i produttori di auto devono dire addio al motore endotermico (benzina, diesel) entro il 2035. E il 67% delle nostre esportazioni è diretto proprio ai Paesi dell’Unione.
Al di là dei tira e molla sui tempi, il motore elettrico si sta imponendo e per produrlo serve il 30% di manodopera in meno. Vuol dire che se in Italia restiamo fermi a guardare, entro i prossimi quattordici anni 60 mila persone in 500 aziende perderanno il posto di lavoro.
In 5000 stanno già rischiando il posto
Negli stabilimenti dove producono diesel il problema c’è già adesso. Questo motore non è quasi mai utilizzato per le auto ibride e la sua quota di mercato in Europa è passata dal 54% al 26% negli ultimi tredici anni. Inoltre ci sono case automobilistiche che hanno deciso di bruciare i concorrenti sul tempo passando all’elettrico prima degli altri. Tra queste c’è la tedesca Vitesco che sta investendo in Romania, Ungheria e Repubblica ceca. Dal 2023 interromperà la produzione di iniettori nello stabilimento di Pisa: in 750 rischiano il posto. Alla VM di Cento, in provincia di Ferrara, oggi Stellantis, in 900 producono il diesel V6: dal 2023 questo motore non ci sarà più, ma non si sa se e come sarà sostituito. A Pratola Serra (Avellino), sempre Stellantis, si producono il diesel 1.600 e quello per i veicoli commerciali Ducato: i 1700 dipendenti hanno aggiunto alla produzione dei motori quella delle mascherine, ma sono comunque in cassa due settimane al mese. Alla Bosch di Bari, dove è stato inventato il diesel common rail, ci sono 1.400 posti a rischio. Altri 600 posti in bilico alla Marelli, oggi del fondo Kkr, dove si produce componentistica per il motore endotermico. Infine la multinazionale giapponese Denso ha grandi progetti sull’elettrico con Mazda e Toyota. Ma non sullo stabilimento di San Salvo, in provincia di Chieti, dove si continuano a produrre alternatori e motorini di avviamento. I dipendenti sono 1.000: in 200 andranno a casa entro l’anno, per gli altri 800 posti non ci sono certezze.
Chi sta voltando pagina
Paesi e case automobilistiche si dividono sulla velocità con cui affrontare il cambiamento. Le confindustrie di Italia, Germania e Francia fanno pressioni per avere tempi più lunghi. Intanto però il resto del mondo si muove. Negli Usa il 5 agosto scorso Biden ha firmato un ordine esecutivo: il 50% delle nuove auto vendute dovranno essere emissioni ridotte (vetture elettriche e ibride plug-in) entro il 2030. La Cina non ha per ora fissato scadenze, ma negli ultimi dieci anni ha sovvenzionato l’industria delle auto elettriche con circa 100 miliardi di dollari e sono nate 300 imprese specializzate. Al Cop26 sei case automobilistiche hanno firmato il documento che le impegna al 100% di immatricolazioni verdi dal 2040. Ci sono le statunitensi Ford e General Motors, la tedesca Daimler Mercedes-Benz, la cinese Byd, e la britannica Jaguar Land Rover. Mentre la svedese Volvo passerà totalmente all’elettrico già dal 2030. Per quanto riguarda i Paesi, hanno firmato Canada, Cile, Danimarca, India, Polonia, Svezia, Turchia e Regno Unito.
Al Cop26 sei case automobilistiche hanno firmato il documento che le impegna al 100% di immatricolazioni verdi dal 2040.
Il processo di transizione sarà accelerato quando il gap di prezzo tra le auto elettriche e quelle a motore endotermico si ridurrà, per effetto delle economie di scala. Si stima che entro in prossimi tre anni avere e gestire un’auto elettrica sarà quindi meno costoso. Gli Usa di Biden si preparano a sostenere la loro filiera: il Congresso sta varando incentivi fiscali per i cittadini che comprano auto elettriche prodotte sul suolo statunitense. L’Unione Europea invece non è in grado di gestire in modo coordinato queste politiche, perché ogni Paese va per conto suo.
Mise: un solo incontro
La Germania, dove l’industria dell’auto è la più forte d’Europa, negli ultimi dieci anni ha innovato a macchia di leopardo e ora i sindacati frenano: secondo l’agenzia di ricerca Npm, finanziata dal governo tedesco, entro il 2030 rischia di perdere 400 mila posti di lavoro. Però i grandi marchi dell’industria hanno un punto di riferimento fisso e strutturato con i governi. Si chiama «Konzertierte Aktion Mobilität» (Azione concertata in materia di mobilità). Mentre a livello regionale il ministero dell’Economia organizza i «dialoghi sulla trasformazione nell’industria automobilistica». È una piattaforma che riunisce a scadenze fisse aziende, decisori politici e rappresentanti dei territori, per decidere le strategie per il futuro. In Italia un tavolo sull’automotive è stato messo in piedi al ministero dello Sviluppo Economico. L’incontro per parlare di politica industriale è stato soltanto uno, nel mese di luglio. Hanno partecipato 40 rappresentanti di associazioni, aziende e sindacati del settore, sono stati elencati i temi delle sfide, il tutto si è esaurito in una lunga serie di audizioni e poi arrivederci e grazie.
Quel che manca all’Italia
L’Italia potrà salvare il settore se saprà fare tre cose. La prima: attirare gli investimenti dei nuovi produttori di auto elettriche. La seconda: costruire delle giga-factory per produrre, rigenerare, riparare e riciclare batterie, senza dipendere totalmente dai cinesi. Vuol dire mettere in conto una collaborazione pubblico-privato, perché costruire una giga-factory richiede qualche miliardo di euro di investimento. Al momento ci sono in campo Stellantis a Termoli, la svedese Italvolt a Torino, Fincantieri in provincia di Forsinone e Faam a Taverola, vicino a Caserta. Però siamo ancora alle intenzioni, i tempi della transizione sono stretti e un vero piano industriale non c’è. La terza: predisporre strumenti, condivisi con il sindacato, per gestire il passaggio da un lavoro a un altro. Significa creare un fondo per la conversione del settore, con risorse che consentano la riduzione dell’orario di lavoro per dedicare tempo all’aggiornamento delle competenze. Per fare tutto questo servono fondi. Ma, come ha detto Mario Draghi al Cop26, i soldi per la transizione green ci sono. Il Pnrr stanzia 740 milioni per la rete delle colonnine e circa 1 miliardo nella filiera delle batterie. Quello che manca è la capacità di coordinare gli sforzi a livello nazionale, per non rimanere indietro e disperdere risorse che domani diventeranno debito.
Il modello che funziona
Va avanti chi si arrangia da solo: la motor valley emiliana sta facendo sistema per attirare investimenti stranieri. Tutto il tessuto produttivo sta cambiando pelle grazie alla spinta di grandi marchi, come Ferrari e Lamborghini, da una parte e una politica regionale che cerca di finalizzare i fondi europei sulla riconversione dall’altra. La joint venture sino-americana Silk Faw, inizierà dal prossimo anno a costruire qui la sua fabbrica di supercar elettriche. L’obiettivo è di terminare a gennaio 2024 e sono già partite le prime assunzioni. Le università emiliane e i grandi marchi dell’auto hanno creato il Muner, la Motorvehicle University dell’Emilia Romagna. Anche gli imprenditori del territorio si muovono. A Soliera, in provincia di Modena, un gruppo di investitori di Reggio Emilia ha fondato Reinova, un’azienda innovativa che collauda e omologa le batterie. Facendo squadra il nostro Paese può recuperare terreno, restare sul mercato e salvare l’occupazione.
Il motore di un’auto elettrica
Cosa fa Stellantis?
Anche l’ex Fiat Stellantis dovrebbe essere in campo. Negli ultimi quindici anni ha ricevuto almeno 1,5 miliardi di contributi pubblici, ma i posti di lavoro li ha costantemente ridotti. Lo scorso anno gli abbiamo dato un prestito di 6 miliardi garantiti dallo Stato in cambio di investimenti per mantenere l’occupazione sul territorio. Qualche mese fa li ha restituiti. Qualora intendesse liberarsi dai vincoli, ci si aspetta che lo Stato eserciti il suo potere negoziale affinché gli impegni vengano rispettati. E senza il cappello in mano.
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