Riscatto laurea agevolato, quanto costa e quanto di riduce l’assegno

Riscatto laurea agevolato, quanto costa e quanto di riduce l’assegno

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Riscatto della laurea «light»: le rinunce e i benefici

Con «Quota 102» e il rinnovo per un anno di «Opzione donna», previsti dalla Legge di Bilancio 2022, il riscatto della laurea in forma agevolata, cosiddetto «Light», torna prepotentemente a far parlare di sé. Soprattutto tra i lavoratori e lavoratrici che sono vicini alla pensione di vecchiaia (è richiesto il raggiungimento dei 67 anni di età) e che, beneficiando della contribuzione del percorso universitario, potrebbero anticipare l’addio alla vita lavorativa.
Non senza però dover fare qualche rinuncia. A partire dall’assegno pensionistico che, nonostante l’esborso per il riscatto della laurea, sarà più basso rispetto a quello che si otterrebbe con la pensione di vecchiaia.

– Leggi anche: Riscatto laurea gratuito, cosa c’è di vero? Come funziona e come potrebbe cambiare

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Biden, Xi e l’ingorgo nel porto di Los Angeles: perché

Biden, Xi e l’ingorgo nel porto di Los Angeles: perché

di Federico Rampini

Le navi al largo di Long Beach perdono tempo e i ritardi si scaricano a valle su chi aspetta le merci, oltre al fatto che aumenta l’inquinamento. In Usa vola l’inflazione

È il luogo che condensa tutte le tensioni economiche mondiali: il porto di Long Beach – Los Angeles. Dall’ingorgo di navi al ritorno dello smog. Dal boom del made in China all’inflazione. Dalle penurie di prodotti ai timidi passi verso una normalizzazione nei rapporti fra Joe Biden e Xi Jinping. Tutto passa dalla metropoli californiana, epicentro dell’ingorgo globale che minaccia la ripresa economica.

Dal primo weekend di novembre gli ambientalisti hanno segnalato un ritorno di inquinamento in California. L’allarme è finito in prima pagina sul Los Angeles Times con corredo di foto sulla «nebbia» sospetta che vela il cielo. La più grande città della West Coast è un laboratorio storico dell’ambientalismo americano. Ai tempi di Blade Runner (1982), il cult-movie di fantascienza diretto da Ridley Scott e tratto da un romanzo di Philip Dick, era descritta come un inferno di fumi, pioggie acide, cieli sempre oscurati. Poi per quarant’anni la California è stata all’avanguardia nell’ambientalismo e Los Angeles è diventata sinonimo di cieli azzurri, aria tersa, palmizi al sole. Ora contro i timori d’inversione di tendenza le autorità locali tornano a varare divieti, per esempio sull’uso del legname per i caminetti. Ma ambientalisti e media hanno indicato un possibile sospetto, è la congestione di maxi-navi in rada. Non ci sono certezze su questo nesso causa-effetto, però da mesi le foto aeree riprendono uno spettacolo insolito: oltre il porto di Long Beach, un pezzo di Oceano Pacifico è trasformato in un gigantesco parcheggio. In media dalle 70 alle 100 navi sostano al largo, ogni giorno, perché non ci sono banchine libere per attraccare e scaricare container. L’attesa per ogni King Kong degli oceani raggiunge facilmente le due settimane, durante le quali i mostri marini bruciano carburanti fossili. Questo ingorgo è al tempo stesso un sintomo positivo — l’economia mondiale è ripartita alla grande, per molti aspetti lo shock del Covid è alle spalle — e un concentrato dei problemi che possono far deragliare questa ripresa. Le navi al largo di Long Beach perdono tempo prezioso e i ritardi si scaricano a valle, su chi aspetta le merci. Dagli ipermercati alle aziende in attesa di componenti, fino al consumatore finale, soffriamo penurie in molti settori: semiconduttori, automobili, pneumatici, giocattoli, apparecchiature mediche. Alcuni prodotti scarseggiano per ragioni specifiche come la guerra fredda Usa-Cina nelle tecnologie; quasi tutti risentono anche delle strozzature logistiche. «La madre di tutti gli ingorghi» affligge proprio il porto di Los Angeles, in prima fila nell’accogliere la rinascita di un vigoroso interscambio tra le due sponde del Pacifico.

Il contributo del trasporto marittimo all’inflazione è sostanziale: in media le tariffe navali sono aumentate del 450% e in alcuni casi di rotte «calde» come Shanghai-Los Angeles affittare un container può costare fino al decuplo rispetto a due anni fa. I giganti della distribuzione americana Amazon e Walmart sono costretti a noleggiare le navi in proprio per non dipendere troppo dal cartello delle grandi compagnie (tra cui figurano l’italiana Msc insieme con la danese Maersk, la francese Cma-Cgm, la cinese Cosco, la tedesca Hapag-Lloyd).

L’ingorgo globale dei mari si ripercuote sull’inflazione. In America i prezzi al consumo sono aumentati del 6,2% a ottobre, quelli all’ingrosso dell’8,6%. Era da 31 anni che non si verificava una fiammata così forte del carovita. Fioccano i paragoni di malaugurio, sulla stampa americana Joe Biden viene paragonato a due presidenti sfortunati degli anni Settanta: Gerald Ford che esibiva all’occhiello il distintivo Win (iniziali di «whip inflation now», frusta l’inflazione adesso); Jimmy Carter che in tv indossò un maglione a collo alto per un appello a ridurre la temperatura del termostato in mezzo allo shock energetico. Né l’uno né l’altro furono rieletti. La loro epoca rimase segnata dalla stagflazione, perverso intreccio di stagnazione e inflazione. I container di merci bloccati al largo di Long Beach, e i rincari dei prezzi, possono scatenare una sindrome simile?

La Federal Reserve, la banca centrale americana, finora ha cercato di rassicurare. La sua spiegazione preferita attribuisce l’inflazione a un «effetto imbuto» creato dalla pandemia, una tantum e quindi superabile. L’anno scorso l’economia mondiale si fermò per alcuni mesi. Nel frattempo i consumatori chiusi in casa, ma generosamente aiutati da sussidi statali, ordinavano online ogni sorta di prodotti. Quando le fabbriche hanno ricominciato a funzionare, gli ordini arretrati da smaltire hanno creato disservizi dappertutto, e hanno intasato infrastrutture poco elastiche. Biden ha convinto i portuali di Los Angeles a lavorare anche di notte; però il numero di banchine è fisso, non se ne costruiscono di nuove in pochi mesi. I mille miliardi di dollari d’investimenti in infrastrutture che Biden ha fatto approvare dal Congresso verranno spesi in dieci anni, gli effetti non si vedono a breve.

Un’altra teoria è molto meno rassicurante. Il collasso della rete infrastrutturale americana sarebbe solo una delle strozzature. Bisogna aggiungere le penurie di manodopera nei lavori disagiati – come i camionisti – dopo che la pandemia ha innescato una «grande dimissione». Poi c’è lo shock energetico. Infine c’è la marcia indietro che tante multinazionali stanno facendo rispetto al modello «just-in-time» lanciato dalla Toyota negli anni Ottanta: una gestione cronometrata delle forniture di materie prime e semilavorati, per ridurre i costi di magazzino. Quel modello diventa troppo vulnerabile di fronte a shock imprevisti — i «cigni neri» della statistica — come pandemie, guerre, tensioni geopolitiche. Ecco che la stessa Toyota dopo essere stata costretta a tagliare la sua produzione del 40% per mancanza di semi-conduttori, deve rivedere la politica delle scorte. Mettendo insieme tante forme di penurie diverse, più le nuove conflittualità sociali post-Covid, c’è chi arriva a immaginare una spirale tra prezzi e salari proprio come negli anni Settanta. In fondo al tunnel c’è una stretta monetaria della banca centrale, costretta a spegnere la ripresa per frenare i prezzi.

Partiti dall’ingorgo sulla costa di Los Angeles, si ritorna lì per ciò che rivela sulla strana coppia Biden-Xi. I leader delle due superpotenze nel loro primo vertice bilaterale — a distanza — hanno evitato di parlare di un disgelo. Ciascuno però è costretto a cercare un modus vivendi con l’altro, per tamponare le proprie debolezze. La Cina è colpita duramente dallo shock energetico, si aggrappa a una politica «Covid-zero» troppo rigida, e cerca di governare lo sgonfiamento della sua bolla speculativa immobiliare minimizzando i traumi sociali. Xi ha bisogno del traino delle esportazioni per una crescita cinese che affronta venti contrari. Biden ha bisogno di merci, per evitare scaffali vuoti nella stagione consumista da Thanksgiving a Natale, e per contenere nuove tensioni sui prezzi. L’inflazione è balzata al primo posto tra le cause del malcontento negli Stati Uniti, e Biden continua a calare nei sondaggi.

Il risultato delle «convergenze parallele» tra Washington e Pechino: +27% nell’export del made in China. Restano intatte molte altre ragioni di diffidenza tra i due leader. Ma l’ondata di prodotti cinesi ha ripreso a viaggiare verso gli Stati Uniti come prima, più di prima: quest’anno nei primi dieci mesi ha già superato tutto il risultato del 2020. Le foto aeree del Pacifico al largo di Los Angeles raccontano anche questo.

19 novembre 2021 (modifica il 20 novembre 2021 | 15:41)

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Primo anniversario di nozze senza Filippo, la solitudine della regina

Primo anniversario di nozze senza Filippo, la solitudine della regina

di Enrica Roddolo

Affaticata, «sta bene, ma a 95 anni tutto è più difficile», come ha detto il figlio Carlo, Elisabetta affronta oggi «in privato a Windsor», il suo primo anniversario di nozze, in solitudine

Chissà se nelle stanze di Windsor — dove «sta trascorrendo il momento privatamente» dice la Royal Household — in queste ore Her Majesty starà ripensando a quel 20 novembre del 1947, esattamente settantaquattro anni fa, quando disse sì all’amore di una vita, la sua “Roccia”. Chissà quali ricordi in questo primo anniversario solitario, dalla scomparsa di Filippo il 9 aprile scorso?

Quel Royal wedding fu la prima occasione post bellica di festa popolare dopo la vittoria sul nazismo, nel maggio 1945. Papa Pio XII inviò agli sposi come dono di nozze dal Vaticano due tazze da cioccolata in porcellana, il governatore dell’Australia cinquecento casse di ananas in scatola, il consiglio comunale di Clydebank una macchina per cucire… ma il regalo più sorprendente fu quello inviato dall’India, che giusto in quel 1947 aveva raggiunto l’indipendenza da Londra.

Il Mahatma Gandhi spedì infatti alla figlia di re Giorgio VI un merletto tessuto a mano e la Queen Mary, nonna di Elisabetta, lo trovò un dono decisamente «indelicato». Il fatto è che lo aveva scambiato per un perizoma. E non era una donna ironica, la regina Mary, sempre perfetta, con un diadema scintillante fra i capelli persino nelle cene solitarie a palazzo con il re.

I primi appuntamenti di Elisabetta e Filippo avevano avuto la cornice del Savoy di Londra, l’hotel storico, incastonato fra le palazzine dello Strand nel quartiere dei teatri. Era un maître italiano, Carlo Tanzi, a servire la futura regina e il suo innamorato nella River Room. Per lei spesso la sogliola e sempre il soufflé e il summer pudding in estate, mentre nell’aria si spargeva il profumo delicato di gelsomini e rose bianche che Filippo chiedeva di mettere come centrotavola per la sua Elisabetta. Un amore romantico, autentico coronato dai fiori d’arancio.

Sotto le volte della secolare abbazia di Westminster nel cuore di Londra — come ripercorro in «Filippo and the Queen» (Cairo), domenica 21 novembre 10.30 Museo Risorgimento, per Bookcity Milano — non era però mancato un attimo di panico quel 20 novembre di 74 anni fa: il bouquet della sposa si smarrì e, nella concitazione di quella mattina, anche il collier di perle che Elisabetta, all’ultimo momento, aveva deciso di indossare sembrò svanito nel nulla. Ma alla fine tutto si risolse al meglio: fiori e gioielli furono rintracciati. Affaticata dagli anni, la regina ha tenuto in apprensione per lo stato di salute dopo il forfait alla cerimonia del Remembrance Sunday a Londra.

«Sta benone ma a 95 anni tutto è più difficile, lo è già abbastanza a 73 anni», ha provato a rassicurare il figlio Carlo durante il viaggio che l’ha portato in settimana in Giordania e poi Egitto. Di certo la Royal Household sta facendo di tutto per custodire la preziosa salute dell’anziana regina che si avvicina al traguardo dei 70 anni di regno, nel 2022. Oggi le mancherà Filippo, immensamente, nonostante il calore della famiglia e quella «serena rassegnazione» che solo negli ultimi tempi sembra di quando in quando affiorare dalle sue parole.

Come quando la regina ha detto parlando alla Cop26 in video: «Nessuno di noi è eterno». Neppure il suo Filippo, con quei suoi occhi azzurri dei quali s’innamorò ragazzina. E per sempre.

19 novembre 2021 (modifica il 20 novembre 2021 | 11:14)

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Quando Marinetti tentò di fare lo “chef”: 90 anni fa la cucina voleva essere futurista

Quando Marinetti tentò di fare lo “chef”: 90 anni fa la cucina voleva essere futurista

di Massimiano Bucchi

Nel 1931 un «Aeropranzo» a Chiavari faceva decollare un menu futurista. Ma al grido «abbasso la pastasciutta!» si scatenarono reazioni controverse

Il 22 novembre 1931, all’Hotel Negrino di Chiavari, ben trecento persone parteciparono all’ “Aeropranzo” nell’ambito di una “giornata futurista”. Il menu, realizzato dallo chef Bulgheroni sulla base dei suggerimenti di Filippo Tommaso Marinetti, era tutto ispirato alla tecnologia del volo. Ai commensali fu infatti servito un “timballo d’avviamento” come antipasto, seguito da un “brodo decollapalato”, un “bue in carlinga” e per dessert “elettricità atmosferiche candite”. La stampa quotidiana dell’epoca, incluso il Corriere della Sera, dette ampio spazio a questa iniziativa futurista. Il successo ottenuto e la curiosità scatenata (pur tra non poche perplessità sul piano squisitamente gastronomico) spinsero quindi a replicare l’iniziativa poche settimane dopo, a Bologna, stavolta con un “Aerobanchetto”, il 12 dicembre 1931. Qui i commensali, tra cui gran parte dei notabili bolognesi dell’epoca, pagarono venti lire per partecipare. Trovarono ad attenderli tavoli con tovaglie argentate disposti in modo da richiamare le forme dei velivoli e panini modellati come aeromobili. Si partì con un “aeroporto piccante” per antipasto, seguito da un “rombo d’ascesa” (in effetti un risotto all’arancia) generosamente innaffiato da “carburante nazionale” (ovvero vino). Il piatto forte era però il “Carneplastico con fusoliera di vitello”. Secondo il dettagliato resoconto che del banchetto fece il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, Marinetti provvide a stemperare il disappunto dei commensali per la temperatura fredda della carne spiegando «che a ottomila metri di quota i cibi non possono certo mantenersi bollenti».

Questi menu erano ispirati al “Manifesto della Cucina Futurista” pubblicato alla fine dell’anno precedente dallo stesso Marinetti sulla Gazzetta del Popolo di Torino. Obiettivo dichiarato del Manifesto era «un programma di rinnovamento totale della cucina». L’alimentazione abituale degli italiani era considerata inadeguata al passo fulmineo dei nuovi tempi e in particolare a quello delle tecnologie che li contraddistinguevano. «Noi futuristi» affermava il Manifesto «sentiamo […] la necessità di impedire che l’Italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca. Si armonizzi invece sempre più coll’italiana, snella trasparenza spiralica di passione, tenerezza, luce, volontà, slancio, tenacia eroica. Prepariamo una agilità di corpi italiani adatti ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio». Il primo punto del programma proponeva «l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana». La pastasciutta «ingombrante e addormentatrice» era infatti per i futuristi sinonimo di una società e di una tecnica antiquata, di «lenti telai e sonnolenti velieri». Di qui l’ “invito alla chimica” che il manifesto formulava in ambito gastronomico, necessario per proiettarsi a pieno titolo nel futuro già presente disegnato dalle moderne tecnologie. «Invitiamo la chimica al dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie in polvere o pillole, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine».

Il futurismo declinava così, seppur in modo caratteristico, un’assonanza che dai secoli precedenti giunge sino alla gastronomica molecolare contemporanea: l’ingresso della scienza in cucina e la modernizzazione di quest’ultima, la sua compiuta “civilizzazione” sono associate con la leggerezza e la progressiva smaterializzazione del cibo. «Dopo il cibo in polvere» aveva affermato già qualche anno prima del Manifesto Amedeo Pettini, celebrità gastronomica dell’epoca e capocuoco della famiglia reale, «verrà quello in gas, verrà l’etere nutritiva (…) noi riduciamo tutto in poltiglia per la civiltà. Indi faremo i manicaretti… gassosi». Le dichiarazioni programmatiche dei futuristi scatenarono, com’è facile immaginare, reazioni controverse, che coinvolsero anche numerosi esperti e studiosi dell’epoca. Ma i loro pareri furono rapidamente liquidati da Marinetti. «Questi, poco scientificamente, obbediscono alla prepotenza del loro palato (…) Non hanno la lucidità spirituale del laboratorio». Vari ristoranti trassero ardite ispirazioni dal progetto marinettiano e più in generale da questo slancio gastronomico verso tecnologia e scienza. A Torino, la Taverna del Santopalato, locale d’elezione del movimento, serviva tra l’altro il “pollofiat”, farcito di cuscinetti a sfera “affinché la carne assorbisse il sapore dell’acciaio dolce”. Al dottor Sirocofran fu attribuita la “formula del pranzo astronomico” che prevedeva un sala tutta buia, vasellame di cristallo, “brodo consumato reso fluorescente mediante una minima quantità di ‘fluorescina’”, una “sfera cosmografica di spumone”, una “pompa in forma di telescopio” che lancia “parabole d’Asti spumante”.

In una pagina dedicata alla cucina futurista natalizia, il giorno di Natale del 1932 l’artista Fortunato Depero (a cui il MART di Rovereto dedica attualmente una grande mostra) elogiò il volume dedicato da Marinetti alla cucina futurista insieme al pittore e poeta Fillìa e ne declinò la proposta perlopiù in termini geometrici, suggerendo e disegnando un “girotondo di succhi profumi e rumori” che comprende tra l’altro “spicchi di limone, arancio e mandarino, un rotolo con motto rumorista da declinare in coro, un’asticciola di acciughe, castagne candite e datteri”; oppure un “quadrilatero casalingo” con “quadrati di polenta e croce di piselli verdi” e altre “fette, liste, stelle, dischi, triangoli, quadrati, mezzelune, esagoni, punte, zigzag di carne, di frutta e verdura, crude, cotte e fritte”. Passato il periodo iniziale di curiosità ed effervescenza, il “Manifesto della Cucina Futurista” non ebbe un impatto significativo e duraturo dal punto di vista dell’innovazione in campo culinario. La sua stessa visione si è rivelata perlopiù grossolanamente distante dall’effettivo sviluppo delle abitudini alimentari, soprattutto recenti (si pensi alla riscoperta dei cibi locali e tradizionali, o a movimenti come Slow Food). Decisamente più forte la sintonia e l’impatto sull’immaginario. L’idea di Marinetti e dei suoi sodali che il cibo del futuro vada verso la progressiva smaterializzazione in “polvere e pillole”, ad esempio, ha avuto grande presa sulla fiction e soprattutto sulla fantascienza del secolo scorso (celebre il pasto liofilizzato sulla stazione spaziale nel capolavoro del 1968 di Stanley Kubrick “2001: Odissea nello spazio”).

1 dicembre 2021 (modifica il 1 dicembre 2021 | 13:55)

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Lo sguardo dell’esaminatore subito cerca l’anulare sinistro

Lo sguardo dell’esaminatore subito cerca l’anulare sinistro

Caro Aldo,
l’esecutivo ha varato il provvedimento inerente l’assegno unico. È un primo passo per incoraggiare l’aumento della natalità nel nostro Paese che rischia fra 20 o 30 anni una forte perdita di forza lavoro. Con aumento della spesa previdenziale come evidenziato dall’Ocse. Questa scelta da sola non basta. Si dovrebbe per esempio incentivare la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Una donna, se precaria, non mette al mondo figli. E se lo fa è verso i 35-40 anni ovvero quando le viene proposto l’impiego a tempo indeterminato. Poi si dovrebbe potenziare il numero degli asili nido e/o scuole dell’infanzia. Sopratutto nelle aziende private. Che ne pensa?
Andrea Rigoni, Padova

Caro Andrea,
Leggendo la sua mail ho ripensato a quella che mi scrisse qualche mese fa una lettrice di IoDonna. Raccontava che a ogni colloquio di lavoro il primo sguardo dell’«esaminatore» si posava sul suo anulare sinistro. Voleva capire — evitando una prima, brusca domanda diretta — se era sposata, e di conseguenza se aveva o pensava di avere figli. Così la lettrice ha imparato a esordire dicendo di non avere mariti, né fidanzati, e neppure istinto materno. La persona che conduceva il colloquio, quasi sempre un maschio, appariva rinfrancata. In realtà, non è vero che le donne non fanno figli perché lavorano. È vero il contrario: più le donne lavorano, più fanno figli. Perché sono autonome, possono mantenerli, e hanno meno paura del futuro. Certo, in Italia mancano gli asili nido, come lei signor Rigoni giustamente fa notare. Manca anche storicamente una politica di sostegno alla maternità, e tutto quello che si sta facendo è positivo. Ma la questione non è solo economica e logistica. È anche culturale. La premessa per dare la vita è aver fiducia nella vita. Anche per questo in Italia si fanno pochi figli. Si è esagerato con la precarizzazione: la si è chiamata flessibilità e se ne è fatto un mito; ma si è creata così anche molta sofferenza. Credere che il futuro possa essere migliore del presente richiede una forte dose di ottimismo. E questa cascata di denaro in arrivo dall’Europa ancora non si capisce a chi andrà, e quanti posti di lavoro potrà creare.

LE ALTRE LETTERE DI OGGI

Storia

«Ho perso mia figlia di 8 settimane, un dolore che va rispettato»

Ho avuto un aborto spontaneo, ho perso quella luce che brillava dentro la mia pancia, ho passato quattro giorni con le contrazioni e mi hanno staccato l’ovulo con le pinze. Sono così arrabbiata e triste, sono un grumo di sangue che continua a uscire, svuotata dal dolore. Mi sono interrogata su come avrei gestito questo momento. Il mio gamberetto aveva 8 settimane. Ho visitato tre pronto soccorso in quattro giorni, ho raccolto statistiche: succede a una donna su cinque, oppure sotto i 40 anni la percentuale di aborto spontaneo è del 30%, aumenta a 50% se sfori i 40. Io ne ho 37. Mi ricoverano perché ho perso molto sangue. Dopo quattro giorni mi ritrovo a letto senza dolore, senza fitte. Non riesco a togliermi dalla mente la sensazione dello strappo, non riesco più a tollerare altro sangue che continua a uscire, ma dicono sia normale. Sento il mio corpo violato, senza cura, senza alcuna grazia verso chi fa parte di una minoranza, visto che a tutti piacciono i dati, è più facile «perdere» il bambino piuttosto che un’interruzione in assenza di battito e ancora ben attaccato. Come assistiamo le persone che (visto che non è un episodio né raro né poco comune) subiscono questo lutto? E come sono preparati gli ospedali, e le persone che ci lavorano dentro, a trattare queste donne, con umanità e rispetto? Rispetto di un dolore profondo, di un senso di fallimento che non scompare con i litri di sangue che perdi. Rivendico ogni sacrosanto diritto alla vita, nel rispetto che merita, nella dignità di essere umano quale sono, sofferente, inceppato, violato e forse imperfetto. Queste parole sono per mia figlia, perché lo so, sarebbe stata femmina e si sarebbe chiamata Elisabetta. Il resto va a tutte quelle donne che hanno un lutto profondo interiore, strappi giacenti tra lacrime e speranze di diventare madre.
Giulia Franchi

INVIATECI LE VOSTRE LETTERE

Vi proponiamo di mettere in comune esperienze e riflessioni. Condividere uno spazio in cui discutere senza che sia necessario alzare la voce per essere ascoltati. Continuare ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, e contaminarle con la vita. Raccontare come la storia e la cronaca incidano sulla nostra quotidianità. Ditelo al Corriere.

MARTEDI – IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

Invia il CV

MERCOLEDI – L’OFFERTA DI LAVORO

Diamo spazio a un’azienda, di qualsiasi campo, che fatica a trovare personale: interpreti, start-upper, saldatori, liutai. 

Invia l’offerta

GIOVEDI – L’INGIUSTIZIA

Chiediamo di raccontare un’ingiustizia subita: un caso di malasanità, un problema in banca; ma anche un ristorante in cui si è mangiato male, o un ufficio pubblico in cui si è stati trattati peggio. Sarà garantito ovviamente il diritto di replica

Segnala il caso

VENERDI -L’AMORE

Chiediamo di raccontarci una storia d’amore, o di mandare attraverso il Corriere una lettera alla persona che amate. Non la posta del cuore; una finestra aperta sulla vita. 

Racconta la storia

SABATO -L’ADDIO

Vi proponiamo di fissare la memoria di una persona che per voi è stata fondamentale. Una figlia potrà raccontare un padre, un marito la moglie, un allievo il maestro. Ogni sabato scegliamo così il profilo di un italiano che ci ha lasciati. Ma li leggiamo tutti, e tutti ci arricchiranno. 

Invia la lettera

DOMENICA – LA STORIA

Ospitiamo il racconto di un lettore. Una storia vera o di fantasia. 

Invia il racconto

LA FOTO DEL LETTORE

Ogni giorno scegliamo un’immagine che vi ha fatto arrabbiare o vi ha emozionati. La testimonianza del degrado delle nostre città, o della loro bellezza.

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Arriva l’Eclissi lunare «da record»: orario, curiosità e come seguirla

Arriva l’Eclissi lunare «da record»: orario, curiosità e come seguirla

di Redazione Tecnologia

Si chiama Beaver Moon e sarà visibile, parzialmente, anche dall’Italia. Ecco tutte le informazioni per non perdersi questo rarissimo evento

L’appuntamento è davvero imperdibile, anche solo per il fatto che sarà da record. L’eclissi di Luna che si verificherà nella mattina italiana di venerdì 19 novembre sarà la più lunga del secolo: come abbiamo spiegato, la Nasa ha accertato che durerà ben tre ore e mezza (per la precisione, 3 ore, 28 minuti e 23 secondi). Il Nord America e l’Oceano Pacifico (con Australia e Asia in pole position) saranno le zone della Terra che riusciranno a godere al meglio di questo spettacolo celeste. In Italia, invece, sarà più difficile: le regioni del centro nord avranno infatti una visione molto parziale, mentre nel sud sarà quasi impercettibile l’”ombra” che il nostro pianeta proietterà sul satellite.

La Luna Piena, si legge sul sito dell’Associazione Astrofili Italiani, sarà «molto bassa sull’orizzonte occidentale, prossima al tramonto, mentre il cielo in Italia si schiarirà per l’imminente sorgere del Sole». Il «picco» del fenomeno, quindi, corrisponderà già con la nostra mattina, (esattamente alle 9.58) rendendo di fatto invisibile l’eclissi che coinciderà con il suo tramonto nei cieli italiani. Per gli appassionati del genere rimane la possibilità di fotografarla (qui abbiamo raccolto un po’ di informazioni per farlo al meglio) per avere un ricordo della giornata e magari confrontarla con le super Lune del passato.

Sarà difficile seguire il fenomeno anche perché la Luna sarà una «miniluna», o «microluna», così viene chiamato il satellite quando si trova alla sua massima distanza dalla Terra (l’apogeo). Un’altra curiosità: la luna di Novembre viene chiamata «Beaver Moon» (Luna del Castoro) perché secondo un’antica credenza legata al Nord America, in questo periodo si sistemavano le trappole per i castori per avere le loro pellicce in previsione dell’inverno imminente. Nelle zone in cui sarà visibile, ben il 97% del disco lunare sarà oscurato dal cono di penombra.

Se proprio non volete perdervi l’evento, oltre ad avere un buon telescopio da puntare verso il cielo e confidare nelle previsioni del tempo clementi, ci si potrà collegare alla diretta streaming di Virtual Telescope Project, che trasmetterà tutto online, oppure al sito «time and date» che sarà live anche dal suo canale di YouTube. Per l’Italia, una diretta sarà trasmessa dal Canale Scienza e Tecnica dell’Ansa.

18 novembre 2021 (modifica il 20 novembre 2021 | 15:52)

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