Ex titolare dell’Istruzione, la deputata Cinque stelle ha raccontato in un libro vita e carriera politica. Tra accuse e rivendicazioni: «Quasi ogni giorno ho ricevuto insulti e minacce. Il Movimento? Chi ci ha votato nel 2018 oggi è confuso…»
L a ragazza umile del Sud, partita «dal piano terra o forse qualche gradino sotto», è salita in fretta fino ai piani alti grazie a quell’«ascensore sociale» che è la scuola. Da una cattedra di insegnante, con due lauree e tanti sogni nella testa, fino alla scrivania di ministra dell’Istruzione. Un «viaggio della speranza» dal profondo Sud al profondo Nord di Biella, la cittadina piemontese dove Lucia Azzolina ha accettato di farsi fotografare per 7 nella sua casa, in occasione dell’uscita del libro autobiografico «La vita insegna. Dalla Sicilia al ministero, il viaggio di una donna che alla scuola deve tutto». Duecento pagine edite da Baldini+Castoldi, con prefazione di Liliana Segre, per autoassolversi dalle accuse politiche e promuovere il suo mandato a pieni voti, far conoscere i suoi primi 39 anni e riscrivere la narrazione di quei dodici «duri» mesi al ministero, scanditi da polemiche e attacchi su chiusure e aperture, classi pollaio e mascherine, Dad e banchi a rotelle.
La versione di Lucia, convinta di avere «la coscienza a posto», è passione, rabbia, retroscena e (tante) lacrime sul 2020, «anno zero della scuola». Di quella «stagione infernale» bisogna fare tesoro per dimenticare i dolorosi tagli del passato e costruire il futuro. Il primo mattone, per la deputata dei 5 Stelle, è la verità. La sua. Smascherare autori e mandanti delle fake news, togliersi pietruzze appuntite dalle scarpe e scagliarle contro gli avversari. Salvini «il bulletto», Renzi il leader di una «destra ripulita», Calenda il «semplificatore da salotto».
Picconatrici e popolusti
Ce n’è anche per la presidente Casellati che «d’estate si trasforma in picconatrice», per il governatore De Luca «altra faccia del populismo», per i sindacati «inadeguati». E per il Pd di Zingaretti. Il primo grazie è alla sorella Rossana «per esserci sempre stata». Il secondo, filo rosso che cuce l’abito, va alla scuola come maestra di vita: «Chi è disposto a sacrificare il consenso facile per il bene degli studenti? Io ci ho provato. E per raccontarlo ho scelto parole di cuore. Parole di una donna giovane, con l’etichetta 5 Stelle e il rossetto rosso». Con uno stile che mixa astutamente vittimismo ed eroismo, la ex picciridda siracusana figlia di un agente di polizia penitenziaria e di una casalinga prova a smontare l’immagine disegnata dagli avversari e dai media quando era ministra. E comincia dalle parole. Pagina 28, l’elenco choc degli insulti ricevuti va da «Certe donne mettono un rossetto da troia» a «BRU.CIA.TE.LA. Ma va a feer di buchein, troia». In mezzo, una lunga serie di frasi irripetibili: «Così. Quasi tutti i giorni. Messaggi scritti da uomini, spesso mariti o padri». Azzolina denuncia l’odio, la violenza, il sessismo, la «caccia alle streghe dei tempi moderni».
Il primo amore
Condanna il linguaggio machista dei social e della politica. E regola i conti con tutti coloro che, mentre il virus uccideva, incendiavano il dibattito con accuse di fuoco. «I governatori sceriffi». «I parlamentari che urlano vai in cucina per zittire la collega». E Salvini, che «pubblica un post in cui gioca con la parola “orale” del mio esame al concorso di dirigente scolastico». E mentre invita a riflettere sulla violenza di genere, sul cyberbullismo e sulla legge Zan, «affossata con scene di gaudio e tifo da stadio degni di una destra molto arida», Azzolina parla di sé. Di Fabio, «primo vero amore» e della folgorazione per i 5 Stelle, del debutto al governo come sottosegretaria all’Istruzione e del giuramento da ministra. Solo un mese più tardi, il Covid aggredisce l’Italia: «Il sistema politico viene sottoposto al più incredibile degli stress test. Per me, il divano in cui rimango a dormire al ministero, i pianti nascosti dopo le riunioni più difficili».
Il lockdown, i portoni delle scuole sbarrati per la prima volta dal Dopoguerra e l’apertura di una fase che Azzolina ricorda anche per la «violenta disinformazione» di cui si è sentita bersaglio. I pannelli in plexiglas? «Un falso». I banchi monoposto? «Dibattito surreale». A gennaio, quando capisce che è ora di fare gli scatoloni, scoppia in un «pianto dirotto», perché a raccogliere quel che pensa di aver seminato non sarà lei, ma Patrizio Bianchi. Promosso o bocciato? «Voleva dieci alunni per classe, ma da ministro ha cambiato idea con una velocità spiazzante».
Che farà adesso, onorevole? «Continuerò a girare le scuole e a fare il mio lavoro a testa bassa, con molta umiltà».
Perché Conte non l’ha scelta come vicepresidente del M5S? «Io non ho chiesto niente. Si è abusato del mio nome, che ho letto sui giornali per mesi. Non sono un personaggio in cerca d’autore. Mi occuperò di giovani e di donne, due categorie molto bistrattate».
Punta alla riconferma in Parlamento? «Perché no? Sono alla prima legislatura e ho sempre lavorato in maniera seria e responsabile. Decideranno i cittadini».
Delusa da Conte leader? «Serve tempo, dobbiamo dire con franchezza che Giuseppe ha bisogno di tutti noi. Immaginavo che non sarebbe stato facile per lui. Nelle piazze c’ero e ho visto il grandissimo affetto degli italiani, ma evidentemente Conte non è stato percepito come un uomo del M5S».
Perché? «I cittadini non hanno ancora fatto l’abbinamento tra il Movimento e lui. Conte è intelligente, lo stimo. E sa che non può fare tutto da solo, perché rischia di patire lo stesso isolamento vissuto da Di Maio. È ora di parlare di temi e non più di nomi e di ruoli, perché l’agenda politica del 2018 è esaurita».
Priorità? «Lavoro e istruzione. Ambiente. Reddito di cittadinanza, con dei correttivi. Chi nel 2018 ci ha votato, adesso è confuso. Chi siamo? Cosa vogliamo? Dobbiamo distinguerci in modo chiaro e netto dal Pd, altrimenti tra l’originale e la copia votano l’originale».
È vero che i 5 Stelle pur di non andare a elezioni voterebbero al Quirinale anche Belzebù? «Non è così».
Berlusconi? «Non scherziamo, io sono cresciuta nell’antiberlusconismo, mi fa paura un Paese con la memoria storica così breve».
Cartabia? «Prima aveva più chance, ma la riforma della giustizia penale è stata molto divisiva. Non mi piace il totonomi. Mi piacerebbe moltissimo una donna al Quirinale».
Liliana Segre può essere la donna giusta? «Una donna molto speciale, sarei felicissima. Sarebbe persino troppo per l’Italia. Ma lei, con la sua eleganza e nobiltà d’animo, ha già declinato e la comprendo».
Conte ha cambiato idea, vuole Draghi a Palazzo Chigi. «Condivido, non capisco perché dovrebbe lasciare il governo per il Quirinale. La sua autorevolezza gli ha permesso di fare molte cose, alcune molto bene e altre un po’ meno».
Perché è così critica con il «governo dei migliori»? «Io critico il favore spesso eccessivo della stampa. Credere nel salvatore della Patria non è nella mia cultura politica. Ma Draghi gode della stima di gran parte del Paese e, se non abbiamo tutti un po’ scherzato, deve finire di dare risposta ai due problemi serissimi per i quali è stato chiamato, pandemia e Pnrr».
Voterebbe per il bis di Mattarella? «Se venisse riconfermato sarei felice, sempre sensibilissimo ai temi scolastici, ho massima stima e un ottimo rapporto con lui. È di altissimo spessore e rappresenta il senso delle istituzioni».
Salvini si è mai scusato con lei? «No. Se ci incrociamo mi fa il gesto di togliersi il cappello, che non ha. Ma non dice neanche ciao».
Grillo vuole Di Maio al posto di Conte? «Non credo ai retroscena sui giornali, pensare che la spinta di Conte sia già esaurita mi sembra troppo. È un percorso a ostacoli, ma la strada è tracciata e se siamo una squadra possiamo fare la differenza».
Le è piaciuto il libro di Di Maio? «Lo stimo, è il libro di un enfant prodige della politica, ha fatto bene a spiegare la sua storia politica e a chiedere scusa per alcuni errori».
La tenta il nuovo movimento di Di Battista? «Alessandro è stato sempre coerente, può ambire a costruire un nuovo soggetto, gli auguro buona fortuna. Io continuerò a dare l’anima per il M5S, perché trovi il coraggio di dire cosa pensiamo. Altrimenti, Conte o non Conte, sarà un problema».
21 novembre 2021 (modifica il 21 novembre 2021 | 07:50)
Un finanziamento a fondo perduto sostiene interventi umanitari, ambientali, sanitari, assistenziali, sociali, sanitari, educativi e cultutali in Italia e all’estero.
Oggi, più che mai, con gli ultimi pandemici squilibri economici, politici e sociali , che hanno provocato un allargamento esponenziale della forbice della povertà, anche il ‘no profit’, come numerosi altri settori, versa, a dir poco, in condizioni allarmanti. A cercare di contenere questo fenomeno giunge in aiuto un innovativo finanziamento a fondo perduto, messo a disposizione dalla Chiesa Valdese, attraverso i ricavi dell’8 x mille. Sostenere progetti di carattere assistenziale, sociale, sanitario, educativo, culturale, di integrazione e ambientale, con programmi di sostegno allo sviluppo e di risposta alle emergenze umanitarie è la finalità primaria del piano di sostegno. Il raggio d’azione del contributo si estende sia in Italia, che all’estero. Conditio sine qua non del bando sono gli obiettivi individuati all’interno di una serie di categorie d’intervento in esso contemplate. La Tavola Valdese ha, così, previsto in Italia misure in ambito sanitario e tutela della salute, promozione e crescita di bambini e ragazzi, attività culturali, miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti diversamente abili. La mano benevola ecclesiastica è, inoltre, tesa anche a sostenere programmi in materia di accoglienza ed inclusione rifugiati e migranti, contrasto alla povertà, disagio sociale, precarietà lavorativa, anziani, educazione alla cittadinanza, prevenzione e contrasto alla violenza di genere, recupero di pazienti ed ex detenuti e tutela dell’ambiente.
Mentre, invece, per l’estero vengono accolte domande di finanziamento per progetti inerenti la promozione del ruolo delle donne e uguaglianza di genere, l’accesso all’acqua e igiene, la partecipazione, il dialogo, la governance e i diritti umani, la protezione dell’infanzia, l’educazione, la formazione professionale e attività generatrici di reddito. Completano il disegno filantropico la tutela dell’ambiente, nonché lo sviluppo rurale e sicurezza alimentare, gli interventi sanitari a tutela della salute e l’emergenza aiuti umanitari, con un focus sulla lotta alla malnutrizione. A poter beneficiare del bonus , stando a quanto riportato sul documento, sono «gli enti facenti parte del metodista e valdese, associazioni, comitati e cooperative sociali di tipo A/B, purché il finanziamento richiesto sia usato per finalità assistenziali, umanitarie , culturali e comunque non per attività lucrative». Contemplati nel bando anche gli organismi ecumenici italiani o stranieri. I sopraelencati enti fruitori devono essere costituiti da più di due anni. La tipologia di agevolazione è interamente a fondo perduto. Per poter partecipare occorre accedere, dal 7 gennaio 2022, attraverso la piattaforma informatica JUNO accessibile tramite il link https://juno.chiesavaldese.ne. La scadenza perentoria, per la presentazione delle domande, è il 27 gennaio 2022.
2 dicembre 2021 (modifica il 2 dicembre 2021 | 15:25)
Il Covid, le agevolazioni fiscali e forse soprattutto la nostalgia di casa, stanno avviando una rivoluzione poco raccontata, rallentando un fenomeno che per l’Italia è devastante: negli ultimi 10 anni oltre 200mila laureati hanno lasciato il Paese. I racconti di chi ha deciso di rientrare
Uno dei grandi problemi che azzoppa l’Italia non è che molti dei suoi migliori cervelli, più o meno giovani, vadano all’estero, ma che non tornino più indietro. Fare esperienza oltreconfine significa sempre crescere sul piano umano, spesso su quello professionale, ma se questo patrimonio è a fondo perduto il danno in patria è epocale. Secondo l’Istat «sono stati 899mila gli italiani trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. Di questi 208mila (il 23%) sono in possesso almeno di una laurea».
La Corte dei Conti nel suo Referto sul sistema universitario del 2021 sottolinea che in otto anni, dal 2013 a oggi, c’è stato un aumento del 41,8% dei trasferimenti per lavoro. Un’emorragia. «La perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di “popolazione qualificata» – dice Francesca Licari che ha firmato l’ultimo Report dell’Istat Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente – negli ultimi 10 anni ammonta a poco meno di 112mila unità». Il costo economico di questo esodo di massa secondo l’ex ministro Tria «è di 14 miliardi all’anno, l’1% del Pil». Quello umano e sociale non è invece quantificabile. Ma, visto che il Covid ha mischiato tutte le carte, e forse non è vero che l’erba dei vicini sia sempre più verde quando ci si mettono i piedi sopra, è in corso un piccolo controesodo degli expat; favorito in parte anche dagli aiuti e detrazioni fiscali introdotto dal Decreto Crescita rivisto e aggiornato più volte, forse anche troppe.
Dall’archelogia al digital marketing
Il rimpatrio resta comunque un fenomeno di nicchia: pochi salmoni che risalgono la corrente, per ora. Tutti un po’ eroi, molto diversi uno dall’altro. Chiara Marsala è nata il 9 settembre 1985 a Palermo «lo stesso giorno della mia mamma e della zia. Così ho sempre vissuto il giorno del compleanno come se fosse Natale». Laureata in Lettere classiche e in Scienze dell’antichità a Palermo e ha subito lavorato a scavi archeologici in piazza Bologni per poi andare a Siena, per un master in Conservazione e gestione di beni archeologici e storico-artistici.
Nel 2012 è andata a lavorare ad Hannover al museo August Kestner, e poi al Musée dell’Archélogie Méditerranéenne di Marsiglia. Tornata in Sicilia dopo un anno, innamorata dalla Germania per «l’organizzazione e lo stile di vita», ha convinto il novello sposo, ingegnere aerospaziale, con cui era fidanzata da 10 anni, a trasferirsi ad Amburgo. L’inglese lo parlavano bene tutti e due, il tedesco, più o meno male, solo lei. Sono partiti all’avventura, sospinti anche dal fatto che, per entrambi, le offerte di lavoro in Italia non erano “irrinunciabili”. «Le difficoltà non sono mancate, abbiamo imparato quanto sia vero il detto “nessuno aspetta nessuno”. Io all’inizio ho insegnato Italiano, mio marito ha fatto lavori che non centravano nulla con l’ingegneria. Abbiamo dovuto un po’ lottare». Ognuno sul suo fronte, anche se sempre condiviso. «Io ho vinto un progetto Leonardo e mi sono trasferita a Lipsia per allestire una mostra, poi a Berlino assunta da un brooker assicurativo di opere d’arte che lavorava per musei di tutto il mondo e infine nel 2015 a Monaco, dove mio marito era stato nel frattempo assunto da una inun’azienda che progetta aerei. Lì, per strani casi della vita, mi sono trovata a fare un salto professionale di millenni, dall’archeologia al digitale marketing: ho iniziato a gestire i contenuti e la comunicazione di siti commerciali e per la ricerca di personale, un periodo ricco e avvincente, pieno di giornate in cui mi ritrovavo a cambiare lingua tre volte nell’arco di pochi minuti». Fino alla metà del 2020. Due anni prima era nato il primo figlio. «La sensazione che si prova vivendo all’estero è quella di essere circondati dalle opportunità, spesso in crescita, ma il tempo che passa segnala la lontananza crescente degli affetti».
Un anno fa Chiara è tornata a vivere a Palermo con suo figlio. Ha scritto un libro, quasi di getto, Due terre e un cuore, storia di una expat e poi, con lo stesso titolo, ha aperto un blog: «L’intento non è quello di dare un volto a chi ha vissuto l’esperienza; non conta che nome abbia la protagonista o il protagonista della storia, ma importa il percorso che ha fatto». Il marito, sul fronte sempre condiviso con Chiara, ha deciso di tenere il suo lavoro in Germania e ora fa il pendolare del cieli, tra Monaco e Palermo.
Una coppia di economisti atlantici
Un altro “figliol prodigo”, anzi due visto che si tratta di marito e moglie, che dopo quasi 20 anni di vita itinerante negli Usa hanno deciso di tornare in Italia, sono Francesco Decarolis, 41 anni e Francesca Mazzarella, 40 anni, entrambi economisti. Lui è diventato al suo rientro in patria uno dei più giovani docenti ordinari nella storia della Bocconi, dove si era laureato nel 2003, anno in cui decideva di partire per proseguire i suoi studi all’università di Chicago.
Tornato a Roma nel 2008, dove ha lavorato nel centro studi di Banca d’Italia, nel 2009 si è licenziato, caso raro, e ha rifatto le valige per gli Usa, questa volta con sua moglie, perché l’Università di Boston gli aveva offerto una cattedra. «E’ iniziato un periodo di peripezie in America divertente e interessantissimo, di insegnamento, ricerca e conoscenze». I primi due anni all’università di Wisconsin Madison, poi uno in quella della Pennsylvania, a Philadelphia, dove nasce la prima figlia poi Boston, dove nel 2013 nasce il secondo figlio. La moglie, per movimentare un po’ le cose, viene trasferita dalla società per cui lavora nell’ufficio di New York e il marito la segue, alla Columbia University. L’anno dopo, nel 2015, quando nasce il terzo figlio, “quello newyorkese”, la Standford University fa un’offerta che non si può rifiutare e quindi la famiglia si trasferisce a Palo Alto, Silicon Valley. Quando si trova lì, “proprio nel cuore pulsante della microeconomia mondiale,”, arriva la notizia che tutti i giovani professori del vecchio continente, specialmente se in giro per il mondo, vorrebbero ricevere: la vittoria di un finanziamento dell’European Research Council. Nel caso di Francesco Decarolis 1.046.850 euro, (ne seguirà nel 2020 uno ancora più ingente). Con quello, nel febbraio 2016, è tornato a lavorare in Italia. Prima all’Einaudi Institute for Economics and Finance e poi alla Bocconi, dove insegna Economia della concorrenza e market design. Dopo 15 anni all’estero, «il rientro per la mia famiglia è stata una scelta un po’ ardua che però, come peraltro era stata quella di andare negli Usa, ci ha arricchito molto. Di là dall’oceano è stato soltanto lavoro, ed eravamo totalmente liberi. In Italia abbiamo ritrovato tutto, anche la ricchezza e al tempo stesso i vicoli dei rapporti più stretti. In un certo senso qui è più bello ma è più difficile. Quello che mi dà una soddisfazione enorme è insegnare nell’università dove sono stato studente: restituisco un po’ la mia esperienza e il mio lavoro a chi mi ha permesso di andare all’estero e raggiungere i miei obiettivi. Provo un senso di dovere, e di piacere, nel farlo». Rientrare in Italia in modo definitivo, e non più solo per la vacanza, lusso che peraltro non tutti gli expat si possono permettere, fa ritrovare una realtà diversa da quella che si era lasciata. Soprattutto se l’assenza, come nel caso di Francesco e Francesca Decarolis è stata lunga, quasi 20 anni. «L’Italia è rimasta molto ferma. Mentre gli Usa, e anche l’Europa correvano, la nostra assenza nel nostro Paese ha coinciso con una stagnazione profonda, che c’è nei numeri: la produttività dalla metà degli Anni 90 in poi si è fermata e questo si è tradotto in una società meno dinamica, con molte opportunità sprecate. Meno felice mi verrebbe da dire. Tornare a vivere a Roma dopo 20 anni è stato un po’ traumatico e, forse ancora di più, lo scollamento che c’è con Milano, come se queste due città parlassero ormai due lingue diverse. E poi ho notato l’invecchiamento. E’ stata una cosa un po’scioccante: il crollo demografico, le scuole più spopolate, la decisione di rimandare la scelta di mettere su famiglia che nella mia fascia di età si percepisce molto. Una società meno allegra, meno orientata verso il futuro».
Un filosofo urbanista, e ferroviere
Dagli ultimi dati Istat disponibili sul movimento migratorio, relativi al 2019, si registra il rientro di 68.207 italiani, 21.383 in più di quello dello scorso anno. Uno degli ultimi arrivati è stato Pasquale Cancellara, nato a Venosa nel 1986 e laureato a Milano, in filosofia, nel 2008. Nel 2012 si è trasferito a Bruxelles dove ha frequentato un master in Studi urbanistici delle città e, per questo, si è spostato tra Tilburg, in Olanda, Manchester e Tallin. Non si è fatto mancare nulla visto che, nel 2015, ha fatto anche tre mesi di volontariato nella città romena di Craiova, come educatore per i bambini autistici e con disagi sociali.
La base di lavoro stabile è rimasta comunque Bruxelles, fino a pochi giorni fa, visto che il 27 ottobre è arrivato a Roma, assunto dalla Rete ferroviaria italiana, che lo ha selezionato per lavorare nel team per lo sviluppo di nuovi progetti di mobilità europea sostenibile. Il suo stipendio, come quelli di tutti coloro che osano ripassare la nostra frontiera, è uscito un po’ ridimensionato. Per tentare di mettere qualche pezza alle loro tasche l’Italia ha messo in campo una serie di aiuti e detrazioni fiscali, previsti dal Decreto Crescita del 2019, in varie tappe rimaneggiato e riaggiornato, forse anche troppo, visto che è diventato una di quelle matasse burocratiche dove pochi riescono a non perdere la bussola, e la calma.
Una siciliana bocconiana di Bruxelles
Un aiuto, suggeriscono molti italiani “freschi” di rientro, lo può offrire il sito controesodo.it. Un altro South Working, Lavorare dal Sud, associazione che, sfruttando le potenzialità del lavoro a distanza, favorisce in vari modi le attività nelle aree interne e nei borghi italiani, specialmente del Sud. L’ha pensato e realizzato Elena Militello, siciliana, nata 30 anni fa a Palermo, città che ha lasciato a 17 anni per andare a studiare e laurearsi alla Bocconi di Milano, in Giurisprudenza, poi negli Usa, Germania e infine Lussemburgo, fino allo scorso marzo, quando l’università di Bruxelles per la quale lavora come ricercatrice le ha dato la possibilità, grazie allo smartworking, di tornare a lavorare dalla sua Sicilia. Mettere in campo tutte le agevolazioni economiche, e possibilmente semplici da ottenere per i cervelli che vogliono tornare a spremere le proprie meningi in Italia dopo esperienze all’estero, è un dovere per un Paese che ha ancora un minimo di orgoglio nazionale. Ma, come osserva Marina Brambilla, prorettore dell’Università Statale di Milano, non basta: «Abbiamo bisogno di potenziare le infrastrutture per la ricerca e lavorare di più con le aziende, per essere al pari con le grandi realtà europee, americane e asiatiche». Altrimenti i cervelli, soprattutto quelli più svegli, partiranno di nuovo.
20 novembre 2021 (modifica il 28 novembre 2021 | 09:51)
Il premio Nobel per la Fisica: «Amo i sistemi complessi, Asimov, i balli etnici. E vorrei una sinistra unita»
Il professor Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica, a prima vista sembra davvero lo scienziato geniale e distratto che getta la banana e mangia la buccia. Poi però si rivela di una velocità e di una precisione chirurgica nelle risposte. Un gran cespuglio di capelli ancora scuri, una mascherina bianca che gli copre quasi tutto il viso.
Professor Parisi, qual è il suo primo ricordo? «Il tramonto a Roma. L’ultima luce del giorno che entrava dalla finestra nella nostra casa sulla Salaria, e illuminava i mobili e la vetrinetta di cristallo. Poi mi ricordo il trasloco, anche se ci spostammo solo di 500 metri. Era il 1954, avevo sei anni».
E il primo ricordo pubblico? «La presa del potere di Krusciov. Stalin era morto nel 1953, per due anni il suo posto fu preso da una trojka, poi Krusciov fece fuori gli altri due. Mi ricordo mio padre commentare la svolta. E poi i giornali del 1959, che parlavano del ventesimo anniversario dell’attacco alla Polonia: l’inizio della seconda guerra mondiale».
Di dov’era la sua famiglia? «Un nonno umbro e uno siciliano, una nonna romana e una piemontese. Siamo italiani».
Lei nel Sessantotto era all’università di Roma. «Ed ero nel movimento studentesco. Ne ho un bel ricordo. Non facevo parte di nessun gruppo, ma partecipavo alle assemblee, votavo. Un giorno alla Sapienza arrivarono Caradonna e i suoi picchiatori con i bastoni. Non sapevamo se avrebbero assaltato Fisica o Lettere. Io stavo a Fisica. Per fortuna assaltarono Lettere».
Lei non partecipò agli scontri? «Li vidi. Respinti da Lettere, i fascisti si asserragliarono a Legge, e cominciarono a gettare i banchi dalle finestre sulla gente di sotto. Oreste Scalzone rimase ferito».
Lei nel 1973 andò a studiare alla Columbia, in America. Com’era? «Molto diversa dall’Italia. Colpiva che la sinistra fosse piccola e divisa. C’erano un partito comunista e due partiti socialisti, entrambi trotzkisti, che si detestavano. La scissione era avvenuta per un disaccordo su un’isola dell’arcipelago indonesiano, Timor Est».
Perché scelse Fisica? «Volevo occuparmi di scienze esatte. Per questo non presi in considerazione Biologia. Ero indeciso tra Fisica e Matematica. Ma la storia della matematica per me finiva con l’800; la matematica del ‘900 è estremamente complicata. La storia della fisica del ‘900 è straordinaria; o comunque colpisce di più l’immaginazione di un diciottenne».
Chi è stato il più grande fisico del secolo? «Fermi. Einstein. Feinman. Dirac. Chi può dirlo? Chi è più grande tra Leopardi, Carducci, Foscolo, Pascoli? Dipende da come li si approccia. Il più simpatico era di sicuro Feinman».
Perché? «A lezione suonava il bongo. Scherzava. Inventava storie, tipo la vecchietta che dice al poliziotto: non puoi farmi la multa; come posso aver superato i 50 chilometri l’ora, se cammino solo da cinque minuti? Tutti conoscono Einstein per la relatività; ma il Nobel lo vinse per una ricerca che mi pareva minore, l’effetto fotoelettrico».
Cos’è l’effetto fotoelettrico? «Il principio per cui se lei espone la copertina di un libro alla luce, i colori si sbiadiscono. Einstein ebbe il Nobel perché con questa scoperta si scontrò con i pregiudizi dell’intero mondo scientifico. C’è una bellissima lettera in cui Plank raccomanda Einstein, assicurando che è un genio, nonostante le stupidaggini che ha scritto sull’effetto fotoelettrico, frutto della sua eccessiva fantasia…».
Siamo ancora in tempo a salvare la Terra dal cambio climatico? «Siamo molto in ritardo sul ruolino di marcia. Si possono prendere tanti impegni; il difficile è mantenerli. Il punto è rendere politicamente accettabili i provvedimenti duri che vanno assunti e devono essere equamente divisi nella società».
Ad esempio? «Se si triplicasse il prezzo della benzina, si consumerebbe molto meno, e il pianeta ne trarrebbe vantaggio. Ma i ricchi continuerebbero a fare il pieno; gli altri dovrebbero andare a piedi. Non funziona così. Dobbiamo puntare sui mezzi di trasporto di massa. Eppure, nonostante il Covid e il Recovery, non vedo nuove metropolitane, nuovi treni per i pendolari».
La Terra finirà? «No. Rischiamo di finire noi. Nel passato è accaduto che le temperature fossero superiori di quattro gradi o inferiori di dieci rispetto a oggi, e la Terra ha assorbito senza troppi problemi queste forti variazioni; che però hanno causato l’estinzione di varie specie animali».
Teme l’estinzione della specie umana? «Temo per la sopravvivenza della civiltà. Lo scoppio di guerre per risorse sempre più scarse. Si ricordi che siamo un pianeta armatissimo».
In effetti della proliferazione nucleare non si parla più. «Le Bombe sono diminuite, ma ne esiste ancora un’enorme quantità, in grado di uccidere più volte tutti gli esseri umani viventi».
Non ci sono più i due blocchi contrapposti. «Sì. Ma pensi cosa accadrebbe se iniziasse una guerra nucleare regionale, ad esempio tra India e Pakistan. Duecento atomiche nella Valle dell’Indo causerebbero centinaia di milioni di morti, e un inverno nucleare che ci riguarderebbe tutti. E poi chi ci assicura che la Cina e la Russia non interverrebbero in difesa dell’India e l’America dei suoi alleati pachistani? Una guerra nucleare sarebbe molto difficile da frenare».
Quando è nata la vita sulla Terra? «C’è un grosso dibattito al riguardo. La Terra ha cinque miliardi di anni. È possibile che, quando si raffreddò, siano nate le prime forme di vite monocellulari».
In che modo? Lei esclude un intervento divino? «Come scienziato, devo spiegare il mondo in maniera, giustappunto, mondana. L’intervento divino non è una spiegazione scientifica. La scienza non potrà mai dimostrare l’esistenza di Dio, né escluderla. Molte religioni sostengono l’idea di un Dio motore immobile, che ha creato cielo e terra, ha dato la scintilla iniziale, e poi ha lasciato fare…».
Ma com’è nata la vita, secondo lei? «Non lo sapremo mai con esattezza, fino a quando non riusciremo a riprodurne le condizioni in laboratorio. Sulla Terra c’erano sostanze organiche: amminoacidi, petrolio, grassi. Forse qualche tipo di grasso ha secreto una gocciolina con dentro un po’ d’acqua, suscitando una reazione chimica; ma quale sia e come sia accaduta questa reazione, è difficile dirlo. Di sicuro, le prime forme di vita pluricellulari attestate, insomma i primi animali, le prime aragoste, sono di 570 milioni di anni fa».
Perché l’aragosta? «Perché è l’esempio di un animale decisamente diverso dall’uomo. Questo significa che il progresso della vita intelligente è stato molto veloce».
Può esserci vita su altri pianeti? «Certo. Il nostro non ha niente di speciale, tranne forse la Luna. Asimov sosteneva che la Luna, provocando le maree, abbia avuto un ruolo nella nascita della vita sulla Terra…».
Asimov è fantascienza. «Certo. Ma in effetti nessun altro pianeta del sistema solare ha un satellite così grande, rispetto alla propria dimensione. Comunque i pianeti abitabili potrebbero essere miliardi e miliardi. Se poi ospitano forme di vita intelligenti o soltanto vermi, è più difficile dirlo».
Entreremo mai in contatto con gli extraterrestri? «Con le tecnologie attuali, e con le leggi fisiche che ora conosciamo, è molto complicato. Si potrebbe mandare qualcosa di esplorativo, una specie di sonda, su una stella; ma sarebbe difficile ricevere segnali, bisognerebbe attenderne il ritorno. Ci vorrebbero centomila anni; e i nostri discendenti potrebbero non sapere perché abbiamo mandato una sonda su una stella».
Quindi la vera sfida non è lo spazio? I viaggi su Marte progettati da Elon Musk sono un modo per far salire le sue azioni in Borsa? «Andare su Marte è turismo, o al più una bella avventura. Ma il futuro dell’umanità non è su Marte. È sulla Terra. Qui siamo riparati da tutto, ma uscendo dall’atmosfera saremmo esposti ai raggi cosmici che a lungo andare sono dannosissimi, servirebbero corazze di piombo spesse dieci centimetri. Non credo proprio che ci salveremo trasferendoci su Marte: saremmo meno autosufficienti, con meno luce, meno calore. Non credo neppure che sia la soluzione per approvvigionarci; è più semplice estrarre metalli dalla Luna. La vera sfida è un’altra».
Quale? «Non sfruttare più la Terra, ma costruire un mondo in cui tutto sia rinnovabile. È una corsa molto difficile; bisogna arrivare in tempo, prima che le risorse finiscano. L’alternativa sarebbe tornare all’età della pietra, quando di risorse se ne consumavano molte meno. Però non mi pare la soluzione migliore».
Come può essere tutto rinnovabile? «Si potrebbero trovare risorse in modo nuovo, ad esempio estraendo metalli dal mare; ma occorre disporre di quantità sufficienti di energia. Una delle possibilità è produrre energia attraverso la coltivazione di alghe in grandi vasche».
Lei ha vinto il Nobel per le sue ricerche sui sistemi complessi. Cos’è un sistema complesso? «Pensi a tanti cubi, tutti uguali. Se lei li getta nella scatole alla rinfusa, ne entrano pochi; se li mette in ordine, ne entrano di più. Ma se i cubi sono diversi tra loro, resteranno spazi vuoti tra l’uno e l’altro; allora insorge una complessità, che va risolta disponendo i cubi in modo ordinato. Ecco, questo è un sistema complesso. E non esiste la soluzione perfetta, non c’è la risposta esatta; o forse sì; ma forse ci sono tante risposte quasi esatte, molto diverse l’una dall’altra. Trovare per via empirica il modo migliore di risolvere il problema è quasi impossibile. Per questo serve la fisica».
Ci fa un esempio? Non i cubi, un altro. «Quasi tutto quello che esiste è fatto con gli stessi elementi: carbone, ossigeno, idrogeno, azoto. Descrivere un bicchier d’acqua è semplice: cento millilitri, 4 gradi, presenza di sale… Già la teoria del cane è più complessa di quella dell’acqua. Descrivere un essere umano, poi, è estremamente complesso. Ricorda le scimmie di Borges?».
Quelle a cui lo scrittore argentino voleva affidare le macchine per scrivere? «Quelle. Le scimmie di Borges batteranno tasti a caso; però nell’infinita vertigine delle combinazioni potrebbe uscire un testo di senso compiuto. Certo, un critico non avrebbe molto da dire su un foglio dattiloscritto da una scimmia; mentre un canto della Divina Commedia è infinitamente più complesso. Eppure è fatto con le stesse lettere. È la ricombinazione della stessa cosa. Proprio come gli esseri viventi».
Perché nel 2008 lei prese posizione contro la conferenza di Papa Ratzinger alla Sapienza? «Non ci fu nessun veto, né ci poteva essere. In 67 scrivemmo al rettore per discutere non l’invito al Papa e il suo diritto di parola, e ci mancherebbe, ma l’opportunità di affidargli una cerimonia simbolica come l’apertura dell’anno accademico».
Lei nella Prima Repubblica votava Pci? «No. Più a sinistra. Ho votato per il Manifesto, poi per Democrazia proletaria, di cui sono stato anche rappresentante di lista. Votai partito comunista una sola volta, nel 1989, quando ero candidato alle comunali di Roma. Capolista era Alfredo Reichlin. La Dc invece aveva Enrico Garaci, detto il Signor Nessuno».
Garaci ebbe 140 mila preferenze. «Vinse la Dc, come quasi sempre».
Ora cosa vota? «Vorrei votare la sinistra unita. Ho fatto parte dell’Assemblea nazionale di Sel, Sinistra ecologia libertà, mi diedero anche l’ingrato compito di cucire in un solo testo due programmi completamente diversi: uno di impronta ambientalista, l’altro marxista».
E come ha fatto? «Presi un pezzo di qui e un pezzo di là».
Come giudica i 5 Stelle? «Una grande occasione perduta, non solo per colpa loro. La sinistra avrebbe dovuto cercare un rapporto organico con i 5 Stelle; ma non l’ha mai fatto. Ora dovrebbe raccogliere alcuni temi come il rinnovamento della politica, anche a costo di fare un passo indietro. Già nel 2009 proposi a Sel di presentare alle Europee una lista priva di politici di professione. Rimase una cosa fatta a metà».
Cosa pensa di Renzi? «Non un gran bene. Come tutti quelli che hanno aperto una lotta alla propria sinistra, ha provocato uno spostamento a destra che l’ha travolto».
A chi altri è accaduto? A D’Alema con Cofferati? «D’Alema andò al governo con Mastella e senza Rifondazione, e non gli ha portato bene. Il primo governo Prodi invece era riuscito a tenere tutti dentro, anche se non fu capace di comunicare quel che faceva».
Chi vorrebbe al Quirinale? «Non ne ho idea. Mattarella andrebbe bene, ma poverino credo non ne possa più: 14 anni sono tanti… Comunque la sua elezione è una delle poche cose buone fatte da Renzi. Compresa la concomitante rottura con Berlusconi».
Draghi? «Non è certo un estremista di sinistra. Ma spero resti a Palazzo Chigi sino alla fine della legislatura».
Salvini o Meloni? «Per me, peggio la Meloni, perché guida una destra più forte. Nella Lega convivono posizioni diverse; Fratelli d’Italia è un partito coeso dietro al suo capo. Entrambi sono molto pericolosi, perché hanno un’enorme capacità di parlare alla gente in modo comprensibile; molto più della sinistra».
Enrico Letta non sa parlare? «Certo non come Salvini. Ha una bella oratoria; ma parla troppo difficile».
Berlusconi? «Dopo 28 anni, è finito».
A questo punto dell’intervista, un raggio di sole al tramonto entra dalla finestra e illumina i mobili antichi dell’Accademia dei Lincei, di cui Giorgio Parisi è stato a lungo presidente. Professore, lei crede in Dio? «Perché questa domanda si fa sempre ai fisici e mai ai calciatori o ai ballerini?».
Io la faccio a tutti, anche ai calciatori e ai ballerini. «Ma io in quanto fisico non ho una competenza o un’esperienza particolare di cosa sia la divinità, rispetto a un calciatore o a un ballerino. La fede, o la mancanza di fede, sono fatti personali, che vanno sempre rispettati».
A proposito, lei è anche un ballerino. «È vero. Ho iniziato con i balli di gruppo: musica moderna. Poi ho scoperto i balli greci».
Il sirtaki? «No! Il sirtaki è una cosa inventata. I balli etnici, quelli veri. Come il syrtos. Poi ho scoperto la salsa sudamericana…».
19 novembre 2021 (modifica il 26 novembre 2021 | 08:24)
Il regista del film “È stata la mano di Dio”, acclamato a Venezia (vincitore del Leone d’argento) e candidato italiano agli Oscar, rivela i contenuti autobiografici della pellicola
«Prendi quella che ti capita (…). Pure nu cesso va bene», dice Saverio Schisa (Toni Servillo) al figlio Fabietto (Filippo Scotti), riferendosi alla prima volta: «Bisogna togliersela dal cazzo ‘sta prima volta». Sprone, e insieme invito all’immaginazione, la vera eredità che i genitori lasciano a Fabietto, orfano a 17 anni. E forse anche l’eredità di Paolo Sorrentino, perché il suo ultimo fim — È stata la mano di Dio, in uscita nelle sale il 24 novembre 2021 e su Netflix il 15 dicembre, acclamato a Venezia (vincitore del Leone d’argento) e candidato italiano agli Oscar — è autobiografico («per quanto può esserlo un film»).
Che Sorrentino sia uno dei migliori registi viventi lo sapevamo da un po’. Che sia italiano è un orgoglio, che sappia costantemente rinnovarsi una sorpresa. Difatti questo è un film diverso dai precedenti, intimo, eppure suo, riconoscibile, quasi a dire che fin qui, tra gli interstizi delle altre opere, nei dettagli, quella storia personale è stata sempre evocata. Qual è allora l’origine dell’immaginario di questo artista unico che rappresenta la nascita del cinema contemporaneo italiano? È proprio lui a raccontarcelo, tornando indietro, laggiù — Vomero, quinto piano di una palazzina del Parco, condominio detto Il Parco sebbene di verde non ce ne fosse. Vomero, Napoli — 1987.
Infanzia? «Sono nato che mio fratello aveva nove anni, e mia sorella tredici. Eravamo sei con mamma, papà, e nonna».
Nonna. «Per un problema ai polmoni aveva bisogno di ossigeno. Ricordo un gran via vai di bombole. Salumiera nei Quartiere Spagnoli, a quel punto, chiusa in casa, era depressa, astiosa. Per esempio: aveva perso una figlia piccola. Se le veniva annunciata la morte di qualcuno, fosse anche violenta, tra i peggiori stenti, lei rispondeva: “E capirai, io ho perso mia figlia di tifo a undici anni”».
Competizione? «Il suo era il lutto migliore».
Suo padre? «Bancario, incuteva soggezione. Se le amiche di mia madre venivano in visita di cortesia, al tempo si usavano le visite di cortesia, cercavano di andare via prima che rientrasse lui».
Incuteva soggezione anche a lei? «Dopo i grandi litigi mi proponevo di non salutarlo col bacio, impossibile. Ero piccolo però, non so cosa sarebbe successo se fossi diventato adulto. Magari sarei riuscito a non baciarlo. All’epoca l’unica a tenergli testa era mia sorella».
Ovvero? «Io origliavo: “Tu te ne devi andare”, gli diceva lei».
Nella storia il padre ha un’amante. «Nella vita da noi chiamata la Signora, tipo entità sovrannaturale. Con le parole si finiva per nobilitare la persona più odiata».
La odiava? «L’ho conosciuta dal notaio dopo la morte dei miei, questioni di eredità».
E? «Con sensi di colpa enormi nei confronti di mia madre, mi è stata simpatica».
Ha conosciuto anche suo fratello, quello di cui Fabietto scopre l’esistenza dopo la morte dei genitori? «Sì».
Gli adulti spingono il protagonista all’immaginazione, dal padre («prenditi quella che ti capita, pure nu cesso») alla baronessa del piano di sopra («non mi guardare, chiamami Patrizia»). Il valore dell’immaginazione che le è stato trasmesso? «Un po’ per cultura napoletana, un po’ per indole dei componenti della mia famiglia, sono cresciuto tra gli aneddoti eccessivi, assurdi, inclusi quelli di guerra».
Esempio? «Mia madre raccontava che, sfollata in campagna, un giorno arrivano i tedeschi per ammazzarli, il Generale vede la sua amica e ferma i soldati: “Questa bambina è identica a mia figlia morta” dice. Così si salvarono».
«La realtà è scadente»? «Faticosa. La routine sempre in agguato».
Altri racconti? «Mia madre studiava dalle suore, le quali, quando portavano le ragazze al cinema, le rifornivano di spilli».
Scopo? «Infilzare gli uomini che nel buio allungavano le mani».
Sua mamma ha usato lo spillo? «Molto».
Ancora come migliorativo della realtà: gli scherzi. «Quelli telefonici, come quello del film, e quelli tipici da settimana bianca come il Guttalax nel bicchiere, che poi portava tutti gli altri, noi bambini inclusi, fuori dalla porta a ascoltare la vittima andare e venire dal bagno».
In quegli anni: se avevi una pelliccia? «La esibivi. A Roccaraso, e a Napoli, sebbene non facesse così freddo. Nei mesi estivi invece si portava dal pellicciaio, da mantenere in frigo».
Sua madre aveva la pelliccia? «Ricordo le continue richieste con mio padre che rispondeva “noi siamo comunisti”. Alla fine vinse lei, arrivò il visone».
Chi era sua madre? «Se si spazientiva diceva “anima di quei quattro, venite quattro a quattro”».
Significato? «Mai saputo».
A 17 anni l’evento che cambia tutto: la morte dei suoi genitori. Un’immagine di Paolo Sorrentino prima? «A sette anni mamma mi lasciava al cinema da solo per andare a vedere che combinava papà. Diceva torno subito. E io mi giravo continuamente per vedere se fosse tornata. In genere arrivava con la luce, a film finito».
Paolo Sorrentino dopo? «Imbambolato. Sa quando ti scippano per strada e tu rimani per dieci minuti così? Ecco, quei dieci minuti per me sono durati anni».
Si è mai vergognato della parola orfano? «Credo di non averla mai usata, mi sembrava l’emblema della cattiva sorte».
Come il protagonista che appena la dice va sott’acqua? «Come lui».
Gli animali nel suo cinema? «Molti tendono a vederci dei simboli, la cosa è meno nobile: contagiato da Umberto Contarello (sceneggiatore, ndr), il rapporto uomo animale mi fa ridere». Gli animali della sua infanzia? «Nel Parco c’era un veterinario, uno dei pochi a Napoli a trattare animali esotici. Una sera io e mio fratello rientrando a casa vediamo un pavone. Per settimane tra le macchine parcheggiate del condominio compariva il pavone, coi condomini che pretendevano di dargli da mangiare. Ecco, siccome il pavone è in Amarcord, ho avuto la tentazione di trasformarlo in gorilla».
E? «Sarà il mio punto d’arrivo. Metto in scena il gorilla, e mi ritiro».
Animali domestici invece? «Prima che io nascessi so che loro avevano due pesci rossi buttati da mia madre nello scarico. Mio fratello e mia sorella disperati, lei allora disse: “Non avete capito, quelli tornano al mare”. In seguito abbiamo avuto due pappagallini. Morti i miei, uno si è mangiato l’altro. Il superstite era un genio, riusciva a aprire la gabbietta nonostante noi la chiudessimo con il laccio del panettone. Usciva e volava per le stanze».
Perché ha deciso di raccontare questa storia adesso? «C’era la giusta distanza, citando Mazzacurati. Avendo compiuto cinquant’anni, potevo affrontare certi temi con misura, con un atteggiamento sentimentale e non sentimentalista».
Cosa temeva in precedenza? «Lo sfoggio: guardate come sono bello nella mia sofferenza».
Eppure: quante volte ha riportato in vita i suoi genitori? «Ne L’uomo in più ho trasformato mio padre in un cantante di night. Quello era il suo modo di stare al mondo, il suo amore per la musica e per le donne, si riteneva un conquistatore».
Quante volte ha messo in scena sé stesso? «Con Lenny Belardo, l’orfano».
Paolo Sorrentino oggi? «Sono rimasto a vivere nella casa d’infanzia fino ai trent’anni da solo, poi con Daniela. Quindi ci siamo trasferiti a Roma».
Quella casa? «Venduta».
Motivo? «Era un faccenda chiusa».
Oggetti di famiglia tenuti? «Il barometro, le pipe di papà. La manina di legno con cui mia nonna si grattava la schiena».
Daniela, sua moglie. «Lavoravamo nello stesso palazzo. La prima occasione in cui ci siamo parlati sono stato scortese, del resto io sono spesso scortese».
Che padre è Paolo Sorrentino? «L’anno in cui mi sono fidanzato con Daniela, Anna era piccola. Avevamo paura della presentazione ufficiale. Invece sono andato a cena da loro, lei mi ha preso per mano, e mi ha portato in camera sua dove mi ha offerto il tè nel servizio di Minnie».
Primo regalo a Anna? «La cucina giocattolo. Secondo: una bambola nera, battezzata Fatima. E ricordo pure il terzo, il quarto, il quinto».
Esiste ancora Fatima? «Buttata di recente da Daniela con grande sdegno di Anna. Esistono però molte foto di me, Anna e Fatima».
Ce le dà? «Meglio di no, i miei figli sono molto discreti e non apprezzerebbero».
E dunque: che padre è? «Quando erano piccoli giocavo con loro, io gioco benissimo».
A cosa? «Pallone, nascondino, pupazzetti, bambole».
Altro? «Finché Carlo me lo ha permesso ogni mattina l’ho accompagnato a scuola».
Oggi che sono grandi? «Li scoccio, entro nelle loro camere: “Abbracciatemi” chiedo».
E loro? «Mi abbracciano».
Va sulla tomba dei suoi genitori? «All’inizio di frequente. Poi ho smesso. Tanto che per girare la scena del cimitero, nel cimitero di Napoli dove ci sono anche loro, li ho cercati senza trovarli. Avrei dovuto chiedere a mia sorella».
21 novembre 2021 (modifica il 21 novembre 2021 | 10:51)
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