Cecilia Alemani: «Vorrei dare voce a un’arte empatica

Cecilia Alemani: «Vorrei dare voce a un’arte empatica

di Roberta Scorranese

La curatrice della Biennale di Venezia: «Gli artisti stanno lavorando sull’introspezione con maggiore intensità rispetto a prima. Alcune mostre roboanti oggi risultano forse fuori luogo, non proprio adatte al tempo che stiamo vivendo»

In una delle puntate di Scrittrici&Scrittori, la web serie letteraria del Tempo delle Donne, Margaret Atwood, in conversazione da remoto con Cecilia Alemani, si è lasciata sfuggire l’espressione «What a responsibility, my dear!» riferendosi all’incarico assunto a inizio anno dalla curatrice di origini milanesi: è lei infatti la prima donna italiana alla guida della 59° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, nella edizione 2022 della Biennale.

In effetti, è un incarico non da poco. Curatrice di uno degli eventi d’arte più importanti al mondo.
«Ne sono consapevole, spero di dare voce ad artisti e artiste, ma anche di interpretare il tempo che stiamo vivendo».

Il titolo da lei scelto, “Il latte dei sogni”, nasce da un libro dell’artista surrealista Leonora Carrington. Tutti ci aspettiamo una sfumatura onirica nel progetto.
«Sì, ci sarà. Carrington, nelle sue opere e nei suoi libri, ha riflettuto sulla capacità umana di trasformarsi, di reinventarsi. In origine il progetto era più legato a un diverso concetto di metamorfosi, poi però è arrivata la pandemia. Lo slittamento della manifestazione mi ha dato più tempo per parlare con artisti e artiste, per definire meglio quello che vorrei esprimere. Mi sto guardando intorno e vedo che tante cose nel mondo dell’arte stanno cambiando». (continua a leggere dopo i link e la foto)

Facciamo qualche esempio?
«Ieri mattina ( questa intervista è stata realizzata in una temporanea sosta di Alemani a Milano, perché lei vive e lavora a New York, ndr) sono andata nella galleria di Massimo De Carlo e ho visto il lavoro di Danh Vo, un vietnamita che qui presenta opere molto semplici, usando il marmo e un paio di altri materiali. Un blocco di marmo che però, nelle sue mani, diventa poesia. Ecco io credo che buona parte degli artisti e delle artiste stia lavorando sull’introspezione con maggiore intensità rispetto a prima. Un po’ perché lo stare a lungo in casa ci ha costretti a ripensare lo sguardo, un po’ perché alcune mostre roboanti oggi risultano forse fuori luogo, non proprio adatte al tempo che stiamo vivendo».

Una poesia minima, dunque, potrebbe essere la tendenza più evidente?
«L’ho riscontrata anche in altri casi. Sempre a Milano ho visitato la mostra di Simone Fattal nello spazio di Ica, vicino alla Fondazione Prada. Figurine di argilla così minuscole, essenziali, poetiche. Mi hanno colpito molto. Ho fatto solo due esempi e rimanendo a Milano, ma potrei farne molti altri. Quello che voglio dire è che secondo me si sta riscoprendo una certa gradazione empatica dell’arte. Faccio un confronto: le sculture giganti di Jeff Koons attualmente in mostra nel Palazzo Strozzi di Firenze e le sculture giganti di Niki de Saint Phalle nel Giardino dei Tarocchi ( Maremma Toscana, ndr). Da una parte hai una grandezza fisica che ti respinge e sembra dirti “Non abbracciarmi perché mi sporchi”, mentre dall’altra hai una grande dimensione che ti invita ad entrare, ad abitare quelle statue. Io vorrei dare voce ad un’arte più empatica, poetica, creatrice».

Verrebbe da aggiungere «meno politica».
«Ma se l’arte manda un messaggio è sempre politica. Altra cosa, però, sono quegli artisti e quelle artiste che vogliono a tutti i costi l’etichetta di engaged, impegnato. Quello non mi interessa. Questo atteggiamento tende alla semplificazione politica o alla documentaristica. Non cambia, per fare un esempio, la questione del climate change. Io credo in un artista libero di creare, di esprimersi».

E, vivaddio, di darci un po’ di poesia dopo tutto quello che abbiamo passato.
«Appunto, Il latte dei sogni è anche magia. È speranza, è luce. Creazione autonoma. Con questo non voglio dire che certi artisti e certe artiste più spiccatamente impegnati non siano interessanti, anzi. Voglio fare un esempio molto chiaro: io vivo negli Stati Uniti, un posto dove sta diventando inquietante la questione dell’aborto, ormai praticamente inaccessibile in diversi Stati. Ebbene, all’Art Institute of Chicago c’è una mostra di Barbara Kruger sul tema del corpo e della sua indipendenza che sembra una cosa di decenni fa, ma è attualissima. L’espressione Your body is a battleground ci riguarda eccome. C’è un impegno urgente, come questo, che è coerente con il discorso artistico, ma ci sono atteggiamenti diversi che non mi interessano».

In questo periodo lei sta seguendo un progetto collaterale alla Biennale che riguarda i più giovani.
«Sì e ne sono contenta. Biennale College è il progetto dedicato alla formazione dei giovani nei settori artistici e quest’anno per la prima volta c’è la sezione Arte. Sto seguendo dodici giovanissimi artisti e alla fine alcuni di loro saranno presentati, fuori concorso, alla 59° mostra con i lavori che avranno eseguito. A proposito: vorrei ricordare che quello dell’artista è un lavoro, tendiamo a dimenticarcelo».

Sia come curatrice della Biennale d’Arte, sia come direttrice e capo curatrice di High Line Art di New York, il suo è un orizzonte internazionale. Quali sono attualmente i Paesi più vivaci e ricchi di idee in campo artistico?
«Penso all’Argentina, Paese con cui ho un rapporto speciale. Vedo un grande fermento che poco ha a che fare con le logiche consuete e con gli ingranaggi del mondo dell’arte. Artisti che si rapportano con i materiali in un modo più spontaneo, più creativo. E poi certamente il continente africano. Vede, non dimentichiamo che noi ragioniamo in un’ottica eurocentrica o comunque “occidentale”. In altri Paesi le dinamiche sono differenti e io vedo grande vivacità. Ancora un esempio concreto: il ghanese Ibrahim Mahama è molto conosciuto, espone da White Cube, insomma è dentro un sistema. Ma senza clamori né pubblicità, Mahama investe quello che guadagna nella creazione di un grande centro creativo nella sua zona di origine, un progetto che servirà a far crescere altri artisti. Noto che l’Africa ha cominciato ad investire nei suoi talenti, e tra le competenze c’è anche l’arte. Questo mi sembra un messaggio molto importante, qualcosa che ci fa sperare. A proposito di speranza e magia».

21 ottobre 2021 (modifica il 25 ottobre 2021 | 16:26)

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Paltrinieri: «Il nuoto inquina il mare: canoe e bicchieri bio  invece di motori e plastica»

Paltrinieri: «Il nuoto inquina il mare: canoe e bicchieri bio invece di motori e plastica»

di Alessia Cruciani

Greg si prepara agli europei in vasca corta e spiega la sua aimpresa “Dominate the water”: «Canoe e bicchieri biodegradabili al posto di barche a motore e plastica»

«Nuotare in acque aperte ti dà un senso di libertà incredibile e lo sport è un ottimo veicolo per far arrivare messaggi importanti. Basandomi su questi due concetti porto avanti il mio progetto in difesa del mare e dell’ambiente». Sdraiato sulla sabbia di Ostia dopo un allenamento, Gregorio Paltrinieri si gode la spiaggia mentre al telefono parla di Dominate the water, la sua avventura da “imprenditore” all’insegna della sostenibilità. Dopo essere tornato dai Giochi di Tokyo con l’argento negli 800 in vasca e il bronzo nella 10 km in mare, il 27enne di Carpi si è preso nel fondo anche la Coppa Len, praticamente la Champions League del nuoto. E questa settimana torna in piscina per gli europei in vasca corta, con vista sui mondiali di dicembre. «Dopo l’oro di Rio nei 1500 mi sono avvicinato al nuoto in mare e ho iniziato a passare più tempo su spiagge, laghi, fiumi. Inevitabile avere un occhio di riguardo in più per l’ambiente vivendolo in questo modo. Così ho sentito l’esigenza di fare qualcosa e con Dominate the water posso organizzare gare in mare a livello internazionale riuscendo a salvaguardare l’ambiente», racconta il campione delle Fiamme Oro.
In che modo?
«Ho creato Dominate the water un paio d’anni fa con un amico (che è anche dirigente della Federnuoto) e con la società Dao per organizzare in mare competizioni sostenibili. Anche le gare di nuoto inquinano: come in F1 dobbiamo fare dei rifornimenti, perché non puoi nuotare per 10 km senza bere, e di solito si passano bottigliette d’acqua che poi l’atleta lascia cadere in mare. C’è chi le recupera ma quelle che sfuggono, inquinano. E poi ci seguono barche a motore, perché allontanandoci così tanto dalla riva dobbiamo essere sorvegliati per ragioni di sicurezza. Nelle gare organizzate da noi vengono consegnati bicchieri biodegradabili (cercando di recuperare anche questi) e si usano più canoe, sup, pedalò e meno barche a motore».

Quanto è importante la testimonianza di un campione per far arrivare certi messaggi?
«Molto! La situazione sta diventando quasi irreversibile e io sto attento a quello che faccio. Inoltre in Italia abbiamo posti incredibili dove nuotare che potrebbero essere valorizzati. All’estero ho disputato gare in luoghi scandalosi per quanto erano brutti. Invece ora ho organizzato due gare di Coppa Len con gli atleti più forti del mondo in Toscana e Sardegna e uno a Positano per non agonisti a Positano, la location più bella mai vista».
C’è spazio per la tecnologia nel nuoto?
«Eccome, soprattutto con il mio attuale allenatore: usiamo un cardiofrequenzimetro collegato a un computer, così in tempo reale si può verificare come sto andando. Non è detto che quello che sento io mentre nuoto sia corretto. Per esempio, se mi dice di nuotare piano e il cardiofrequenzimetro registra 170 pulsazioni, mi avverte e posso correggere. Penso di essere l’unico in Italia a usarlo. Indosso il costume lungo, così tiene fermo il sensore posizionato sul cuore. E uso l’apparecchio per il lattato e capire che sforzo sto facendo: con una piccola puntura si controlla l’acido lattico dalla goccia di sangue».
Si parla anche di intelligenza artificiale e computer vision per registrare i tempi di percorrenza, la bracciata e altri parametri.
«Noi più semplicemente in piscina mettiamo le Go-Pro sott’acqua, fisse negli stessi punti, così da riprendere la mia nuotata da tutti i lati e capire la frequenza della bracciata, l’ampiezza di nuotata. In mare non si potrebbe, ci sono più variabili tra onde e correnti. Ma il 90% degli allenamenti sono in piscina».
Ha mai provato gli occhialini con la realtà aumentata?
«No, chi li ha provati dice che sono scomodi. Intuisco come sto nuotando da altre cose, mi basta guardare il cronometro per capire la mia andatura, che lavoro sto facendo».

Nei materiali dei costumi ha visto differenze?
«C’è stata una super evoluzione. A un certo punto i costumi erano di un neoprene talmente gommoso che ti teneva a galla anche se volevi andare sotto. Tra gli atleti c’è chi è più acquatico, chi sta meglio a galla, chi è più potente ma con quelli le abilità personali venivano falsate. Infatti sono stati vietati. Ora siamo tornai al tessuto ma è più moderno».
C’è una tecnologia che la accompagna alle gare?
«Le cuffiette sono perennemente con me. In allenamento porto proprio le casse con la musica. Non la ascolto in piscina, perché devo comunicare con l’allenatore ma quando nuoto ho un ritmo standard che nella mia testa a volte coincide con quello di una canzone. Poi porto sempre nello zaino la macchina fotografica. A volte anche il drone».
Da Ostia a Catania (dove vive la fidanzata Rossella Fiamingo), come ci si tiene in contatto?
«Messaggi e videochiamate tutto il giorno, tra FaceTime o WhatsApp».
Usa molto i social?
«Postare non è la mia priorità, però se c’è qualcosa che mi piace lo faccio».
Già visto Squid Game?
«Sì! Sto in acqua sei ore al giorno in più ci sono gli allenamenti in palestra, quindi devo riposare tanto, ecco perché ascolto tanta musica, guardo film, video, serie tv, faccio Fantabasket e Fantafootballm uso sempre il computer. La mattina vedo le partite di Nba in streaming, e ogni sport possibile. Sono troppo competitivo, mi piace l’emozione della sfida. Mi esalto anche per le imprese altrui, non solo le mie».
Libro di carta o ebook?
«Carta, lo sento più mio. Ho letto gli ebook ma non mi dava la stessa sensazione. Preferisco occupare più spazio in borsa ma averlo con me».

1 novembre 2021 (modifica il 1 novembre 2021 | 17:27)

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Birba, la cagnetta morta di dolore dopo la scomparsa del

Birba, la cagnetta morta di dolore dopo la scomparsa del

di Redazione Online

La storia arriva da Asti e l’ha raccontata sui social il consigliere comunale Massimo Cerruti, Birba era infatti la cagnolina di suo padre, morto a fine settembre: «Appena si è resa conto di non poterlo mai più rivedere si è lasciata andare»

Birba era una cagnetta beagle. A detta dei «suoi umani» stava bene e non aveva particolari problemi di salute. Ma è morta a distanza di un mese dalla scomparsa del suo anziano padrone. La storia è stata raccontata su Facebook da Massimo Cerruti, consigliere comunale dei 5 Stelle ad Asti.

«Birba era la cagnolina di mio padre, la sua inseparabile ombra, ogni istante della sua vita era vissuto scodinzolante in funzione dell’adorato padrone – scrive Cerruti- Pur essendo in ottima salute, non ha retto al dolore e così, appena si è resa conto di non poterlo mai più rivedere, in pochi giorni dopo di lui si è lasciata andare anche lei per raggiungerlo ancora e sempre, ovunque fosse».

Il post, corredato con la foto di Birba, ha commosso molti lettori. I cani, da sempre definiti come «migliori amici dell’uomo», si legano molto alle persone con cui vivono. E non è certo la prima volta che vengono raccontate dai media storie di questo tipo. La storia più famosa di fedeltà è rimasta quella del cane Hachiko che, dopo la morte improvvisa del suo padrone, si recò ogni giorno ad attenderlo alla stazione dal quale l’uomo di solito partiva e arrivava in treno, per quasi dieci anni.

«Scusate amici, una storia semplice, straziante ma anche molto dolce – conclude il suo post Cerruti – Non sottovalutiamo mai il profondo affetto, l’amore vero, totale e incondizionato che i nostri amici animali sanno provare per noi. Ciao Birba, salutaci papà».

22 ottobre 2021 (modifica il 22 ottobre 2021 | 16:07)

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Un cane incastrato sotto ai macigni è stato salvato dopo

Un cane incastrato sotto ai macigni è stato salvato dopo

di Redazione Online

Un lavoro delicato, che ha richiesto l’intervento di numerosi pompieri per riuscire a liberare il cane rimasto incastrato sotto ad alcuni macigni a Benetutti, in provincia di Sassari

Un cagnolino è stato salvato dopo più di dieci ore in trappola, da un destino tragico. Era rimasto schiacciato sotto alcuni macigni e non riusciva a muoversi e liberarsi da solo. Non avrebbe potuto resistere a lungo.

Fondamentale è stato l’intervento dei vigili del fuoco, che sono riusciti a portarlo in salvo. La storia a lieto fine arriva da Benetutti, un paesino di poco meno di duemila abitanti in provincia di Sassari, in Sardegna.

Le fotografie del salvataggio, pubblicate sull’account Twitter del corpo dei vigili del fuoco, sono incredibili: il cane è totalmente ricoperto di polvere e detriti e quando viene estratto dai macigni è provato, ma sembra in salute, tanto da riuscire a reggersi sulle quattro zampe.

I pompieri, che sono intervenuti con almeno tre mezzi per liberare lo sfortunato cagnolino, hanno lavorato senza sosta per oltre dieci ore. Poi, l’epilogo positivo. Le foto infatti mostrano il momento che segue il salvataggio, con i vigili del fuoco che sorridono, accarezzando e confortando il cane estratto dalla montagna e la storia è stata raccontata sui social dagli stessi pompieri.

11 ottobre 2021 (modifica il 11 ottobre 2021 | 17:18)

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Referendum contro la caccia, raggiunte (in extremis) le 500 mila

Referendum contro la caccia, raggiunte (in extremis) le 500 mila

di Alessandro Vinci

La soglia minima per sottoporre il quesito al vaglio della Consulta è stata toccata sabato pomeriggio. Domani alle 12 la scadenza per le firme digitali

Sabato pomeriggio il comitato «Sì Aboliamo la Caccia» ha completato la raccolta delle 500 mila firme necessarie per sottoporre alla Corte Costituzionale la richiesta di un referendum mirato a vietare qualsiasi attività venatoria in Italia. Ciò avverrebbe tramite la modifica di buona parte della legge 157/92, che attualmente regola e disciplina la pratica sul territorio nazionale. Un traguardo tagliato in extremis , se si considera che l’ultimo giorno utile per recarsi ai banchetti fisici è stato giusto domenica. Per quanto riguarda invece le firme digitali, fin qui oltre 60 mila, ci sarà tempo online fino alle 12 di domani, martedì 26.

Cercasi «firme di sicurezza»

Malgrado il raggiungimento della soglia minima, gli organizzatori stanno continuando a chiamare a raccolta i potenziali sostenitori. Obiettivo: accumulare il maggior numero possibile di «firme di sicurezza per sopperire a quelle che verranno considerate nulle». Come ha infatti dichiarato Virginia La Mura, senatrice ex Cinque Stelle oggi tra le fila di Sinistra Italiana, «al pari di quanto già accaduto per il referendum relativo alla cannabis si registrano ritardi burocratici da parte dei Comuni per la certificazione delle firme raccolte». Per questo ha spiegato di aver richiesto in prima persona alla ministra della Giustizia Marta Cartabia «di dare la possibilità di depositare le certificazioni necessarie all’indizione del referendum contro la caccia entro il 15 novembre, posticipando dunque la data prevista».

I precedenti

Qualora la Consulta dovesse effettivamente validare almeno 500 mila firme e giudicare il quesito ammissibile dal punto di vista costituzionale, quello promosso dal comitato «Sì aboliamo la caccia» non sarebbe comunque il primo referendum sulla questione a tenersi in Italia. Già il 3 giugno 1990, infatti, gli elettori vennero chiamati alle urne per esprimersi sulla liceità della pratica. Tre, nell’occasione, i referendum abrogativi promossi: uno sulla «disciplina della caccia», uno sull’«accesso dei cacciatori a fondi privati», l’ultimo sull’«uso dei pesticidi» in agricoltura. Fecero tutti il pieno di «Sì», ma nessuno raggiunse il quorum. Sull’«accesso dei cacciatori a fondi privati» si rivotò poi, con identico esito, il 15 giugno 1997. Infine, sempre nel 1990, un referendum per modificare la legge regionale sulla caccia venne indetto anche in Emilia-Romagna. Anche allora, tuttavia, il 50% di affluenza degli aventi diritto rappresentò uno scoglio insormontabile.

25 ottobre 2021 (modifica il 2 novembre 2021 | 11:29)

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«Le mie due attrici bambine cresciute sul set dell’Arminuta e

«Le mie due attrici bambine cresciute sul set dell’Arminuta e

di Donatella Di Pietrantonio

Il primo giorno di riprese Sofia ha dovuto dare un bacio a un ragazzo durante una scena: non le era mai capitato. Carlotta, la più piccola, ricorda ogni battuta e ci imita tutti. Viaggio iniziatico fuori dall’ordinario

Il primo giorno di riprese Sofia doveva fare un bagno nel mare di ottobre e in acqua un ragazzo l’avrebbe baciata. Questo non le era ancora mai accaduto nella vita. Sulla spiaggia aveva freddo e mal di pancia, paura. Carlotta girava intorno al suo tremore, le mostrava tutto un repertorio di facce strane parlando in dialetto per farla ridere. Tranquilla, le ha detto all’orecchio sul serio. L’ha abbracciata, passandole tutto il proprio calore. È cominciata così la loro sorellanza. Sofia Fiore e Carlotta De Leonardis abbreviata in Tina sono state scelte fra tremila bambine e ragazze abruzzesi per interpretare le due protagoniste di L’Arminuta, il film di Giuseppe Bonito presentato alla Festa del Cinema di Roma e ora nelle sale. Non si erano mai viste tra loro, prima, così come non si erano mai viste le sorelle che hanno interpretato, cresciute in due famiglie diverse.

Come l’Arminuta e Adriana, Sofia e Carlotta sono diventate sorelle, a tredici anni l’una e otto l’altra. Lo sono diventate nella finzione del cinema e nella verità di un’esperienza che nemmeno avevano osato sognare quando guardavano, entrambe appassionate, i film a casa propria. Anche Carlotta ha dovuto girare la sua prima scena in acqua, quel giorno. Era necessario, poi la temperatura sarebbe precipitata. È uscita tutta infreddolita e con le labbra viola, strillando a sua madre: «Ho sofferto, ma a me mi piace».

La preraffaelita e la faccia di chi la sa lunga

Le ho incontrate a Fara in Sabina, dove le riprese si sono spostate nel pieno della pandemia. Al campo base guardavo le due ragazzine a qualche metro di distanza trattenendo l’emozione, mentre aspettavo l’esito del test rapido. Stavo per entrare anch’io nella bolla Covid free che era il set. Scherzavano tra loro, Carlotta mai ferma. Lei era proprio quella che avevo fantasticato scrivendo il romanzo da cui è tratto il film: castana, con la faccia di chi la sa lunga troppo presto, quegli occhi mobili e impertinenti. Era Adriana, incarnata. Sofia, invece. Capelli lunghi e mossi che sembravano fili di rame, lentiggini, pareva appena scesa da un dipinto preraffaellita o da un altro mondo. Così diversa nei colori da come l’avevo immaginata, aveva però lo sguardo da Arminuta che interrogava il nostro, di mondo, in cerca di un senso. Era diversa sì, ma anche l’unica a poter essere lei, con quello smarrimento. Incassato il risultato negativo mi sono avvicinata, mi sono corse incontro.

I regali: un libro e una sacca colorata

Qualcuno gli aveva raccontato che avevo scritto la storia, ci siamo strette come se ci conoscessimo da tempo. Portavo un libro per Sofia, una nuova edizione illustrata di Orgoglio e pregiudizio, e per Carlotta una sacca colorata con una borraccia dentro. «Guarda quanta roba» ha detto all’altra, con lo stesso piglio di Adriana. Quella mattina avrebbero girato una scena anche divertente del film: il primo giorno di scuola dell’Arminuta al paese, con Adriana che esce dalle elementari per controllare che la sorella si trovi bene nella sua nuova classe in terza media. Spiega a una stupita professoressa che «lei viene dalla città», come fosse uno svantaggio nel duro ambiente del borgo di montagna. Sofia era un po’ a disagio prima del ciak, poi è intervenuto un secondo parrucchiere a sistemarle la coda e la tensione si è allentata: c’erano dei capelli scappati fuori e lei non lo sopportava, ha raccontato sua madre.

Le madri e un papà sul set

Ecco, le madri. Per due mesi sono state dentro la stessa bolla, ripetendo anche loro i tamponi più volte a settimana. A rispettosa distanza erano sempre pronte a sostenere le figlie nei momenti di fragilità, nella stanchezza e nel pianto, nel freddo dell’autunno in alta Sabina. Innamorato del cinema, il titolare della farmacia in cui è impiegata la mamma di Sofia a Vasto le ha concesso un’aspettativa. Ogni tanto tornavano a casa di sabato, a ricongiungersi solo per due giorni alle famiglie e ai luoghi di sempre. Il caso ha deciso che Francesca fosse rientrata al lavoro proprio quando Sofia ha avuto il menarca sul set. C’era il padre con lei in quella settimana. Oltre alle conversazioni telefoniche Francesca ha affidato quel passaggio così delicato della vita di sua figlia alle cure di una donna: Stefania Rodà, casting director, acting coach e molto di più. È lei che ha inventato queste due giovani attrici e le ha messe insieme. Stefania e Sofia hanno parlato e sanno solo loro ciò che si sono dette. Ma fin dai provini avevano sempre comunicato per sguardi, per silenzi pieni di reciproco trasporto. Hanno spedito papà Antonio al minimarket del paese e lì lui ha fotografato gli assorbenti disponibili. Sempre dal set Stefania gli ha rinviato la foto con quelli da comprare cerchiati in giallo. Antonio rischia di commuoversi, nel raccontarlo.

Il volo e il bacio di scena «che non è realtà»

Sofia è cresciuta durante le riprese, in centimetri e consapevolezza. In questo viaggio iniziatico così fuori dall’ordinario ha smesso di vedersi bassa e ha affrontato le sue paure, persino le vertigini. Preparandosi a salire sulla giostra tremava nel vestito leggero e pensava di non riuscire ad arrivare così in alto. Ha pianto come la bambina che stava lasciando dentro di sé. Giuseppe Bonito si è seduto pure lui sul calcinculo e l’ha accompagnata per qualche giro di prova a velocità minima tenendole il seggiolino da dietro. Alla fine è stata pronta per il volo verso la coda di volpe da afferrare, con la spinta del piede di Andrea Fuorto/Vincenzo, lo stesso che l’aveva baciata in mare. Anche lì il regista era intervenuto a rassicurarla, entrando in acqua con lei. Quel bacio era di scena, le aveva detto, non la realtà. Carlotta ha imparato questa fondamentale differenza e ora pretende di vedere i film di paura, «perché tanto è tutto finto», come nelle sue serie preferite, Stranger Things e Sabrina.

Smoking, papillon e calzini neri

Qualche settimana fa, mentre aiutava sua madre in casa, le ha detto: «Non puoi capire quanta voglia c’ho di fare un altro film». Intanto ricorda ogni battuta, le scene, le persone che ha incontrato sul set, e ancora ne imita le voci. Nei suoi sogni di bambina esiste solo diventare l’attrice che già sente di essere. Vorrebbe trasferirsi a Roma, infatti. Per la Festa del Cinema ha disdegnato i vestiti e scelto uno smoking con papillon, indossato sui mocassini neri. Non è stato un gioco, è stato lavoro. Si sono ritagliate qualche momento di svago nei tempi morti tra le riprese, ma erano subito pronte a ritrovare la concentrazione necessaria prima del ciak. Sofia ha regalato all’Arminuta colpita dagli abbandoni un’intensità di sguardo rara, un dolore che lei, figlia di genitori amorevoli, di certo non vive. Per questo ha anche sorriso, a sua sorella, al cielo stellato sopra la giostra che girava. Sapevano di essere indispensabili a un’impresa forte e difficile. Vedevano tutti quegli adulti che lavoravano intorno a loro e si sentivano importanti, ma anche responsabili. Sono state tenaci, a volte testarde. Ogni tanto si ricordavano di essere bambine e le prendeva una ridarella incontenibile che interrompeva passaggi drammatici.

Se dal profondo sgorga l’inatteso

La sera al ristorante dell’albergo Carlotta crollava di sonno in braccio a Stefania e non sempre mangiava. Recitavano senza un copione, conoscevano la storia senza averla mai letta. Di ogni scena ricevevano un breve racconto orale poco prima di girare. Seguiva un esercizio di memoria e poi via, azione. Giuseppe Bonito ha una sensibilità solo sua nel trattare con bambini e adolescenti, una maieutica tutta per loro. Lascia che dal profondo sgorghi l’inatteso, che accada l’imprevedibile. In Carlotta la naturalezza del dialetto, sua lingua madre al pari dell’italiano, si è manifestata così, in un’eruzione spontanea del parlato delle sue nonne. È stata fortunata, in famiglia le hanno lasciato la libertà di questo particolare bilinguismo. Di solito il nostro dialetto non viene trasmesso, noi abruzzesi stessi lo sentiamo un po’ cafone e ne abbiamo vergogna.

Saper recitare in dialetto

Sofia invece aveva intuito fin dalla prima prova in cui lavavano e asciugavano i piatti insieme che quello era un punto di forza di Carlotta, tornata a casa aveva detto ai suoi: «Per la parte di Adriana credo che prenderanno quella bambina, parla il dialetto nella vita reale». L’ultimo giorno hanno pianto e abbracciato la loro grande famiglia temporanea: attrici e attori, aiuto-regista che Carlotta imitava così bene, produttori, costumista, parrucchieri, macchinisti, maestranze varie. Soprattutto Giuseppe e Stefania, e soprattutto si sono abbracciate tra loro, sorelle in lacrime. Si sono promesse di non perdersi e di tanto in tanto si sentono davvero, ma poi chissà. Il film era arrivato alla fine, nonostante ogni genere di difficoltà e il Covid che imperversava intorno a quel mondo a parte che era la bolla. Recitando, Sofia e Carlotta se n’erano persino dimenticate, ma fuori le aspettavano restrizioni e didattica a distanza o in presenza con le mascherine, un Natale austero tra pochi congiunti. E molto studio da recuperare, per Carlotta l’odiata matematica – «Non mi sono mancate le maestre quando spiegano, no».

A scuola, trattate da ‘diverse’

Sono tornate a una quotidianità alterata e al calore di casa propria, dopo tanto albergo. Hanno ritrovato, con le limitazioni del caso, le amiche e gli amici più cari, e anche nuove invidie, le occhiate storte. «In classe non mi parlavano», dice Carlotta, e stavolta non era un film. Adesso va un po’ meglio, ma l’esperienza che ha vissuto l’ha comunque segnata agli occhi dei coetanei, ora lei è una diversa. Come l’Arminuta, Sofia ha terminato la terza media con il massimo dei voti e si è iscritta al liceo classico. Continua con le lezioni di violino, altra sua passione accanto all’hip hop. Ricorda con piacere Vanessa Scalera ed Elena Lietti, che sono state le sue madri sul set e ammirati modelli di recitazione. Forse in futuro studierà come loro per il teatro e per il cinema, ma è ben ancorata al presente e alle declinazioni dei nomi in latino. Entrambe sono contente di come le loro scuole si stanno organizzando per portare le classi al cinema. «Ma se lo devono pagare loro, non posso mica offrirlo a tutti» puntualizza Carlotta.

25 ottobre 2021 (modifica il 26 ottobre 2021 | 12:53)

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