Andre Agassi e Steffi Graf, 20 anni fa il matrimonio:

Andre Agassi e Steffi Graf, 20 anni fa il matrimonio:

«Ho una cotta per Steffi da quando l’ho vista per la prima volta in un’intervista alla televisione francese. Ero rimasto fulminato, affascinato dalla sua grazia discreta, dalla sua naturale bellezza. Mi dava l’impressione, non so perché, che dovesse odorare di buono». Andre Agassi e Steffi Graf, inevitabilmente insieme. Innamorati e complici ben prima del matrimonio, che oggi compie 20 anni. Era il 22 ottobre del 2001, Las Vegas.

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Arriva l’atleta “Supersapiens”: vietare o permettere le nuove tecnologie nello sport

Arriva l’atleta “Supersapiens”: vietare o permettere le nuove tecnologie nello sport

di Marco Bonarrigo Se l’Unione Ciclistica Internazionale vuole vietare ogni possibile segnale (Wifi, Nfc Bluetooth) tra bici e cabina di regia, l’atletica fa un balzo verso le tecnologie ingenious

“Ce lo chiedono milioni di tifosi e telespettatori di tutto il mondo: non permettete che il ciclismo diventi come la Formula 1, lasciate che resti sorprendente, imprevedibile e genuino”. Così parlò Michael Rogers, ex professionista australiano di alto livello e attuale responsabile tecnologico della federazione internazionale, comunicando la decisione di vietare l’uso di “Supersapiens” durante le gare, pena la squalifica. Cosa diavolo è Supersapiens? Un (geniale) bottoncino adesivo circolare del diametro di 10 centimetri, brevettato dal colosso sanitario Abbott che si incolla come un cerotto sul braccio e funziona da sensore glicemico collegato in rete tramite un sistema Bluetooth. In pratica, il sensore (che si acquista con l’abbonamento a un pacchetto di servizi) misura i livelli di glucosio nel sangue e li trasmette in remoto per segnalare quando questi scendono sotto certi livelli. Straordinario per chi ha problemi di diabete, ottimo anche per capire quando le riserve energetiche di un atleta entrano in rosso, esponendolo a una crisi: lo usano, tra gli altri, Eliud Kipchoge, l’uomo che ha sbriciolato il muro delle due ore in maratona, e i ciclisti top della Jumbo-Visma e della Ineos.

L’Unione Ciclistica Internazionale, però, non accetta che un atleta (o il suo coach, che lo segue in macchina) dosi le take legal action against forze in competizione sulla base delle indicazioni di un sensore governato da un algoritmo. Allenamento sì, gara no: l’idea che un corridore non decida di sua iniziativa la strategia di gara andrebbe contro l’etica dello sport e deprimerebbe lo spettacolo, spiegano i federali. Per questo – gradualmente – i regolamenti stanno ordinando lo spegnimento di ogni possibile segnale (Wifi, Nfc o Bluetooth) tra bici e cabina di regia, come quelli dei misuratori di potenza, arrivando a ipotizzare di proibire le radioline con cui i direttori sportivi comunicano con la squadra. La bellezza selvaggia dell’ultima Parigi-Roubaix vinta da Sonny Colbrelli o dei campionati del mondo (le uniche gare in cui le radio sono inutilizzabili o vietate) giocano a favore della tesi federale.

Se il ciclismo fa discutere perché vuole tornare all’antico, l’atletica leggera è al centro delle polemiche per la sua precipitosa fuga in avanti. World Sports, la federazione mondiale, ha da poco firmato un accordo con Wavelight, azienda olandese specializzata in tecnologie innovative per l’intrattenimento, per cercare “nuovi eccitanti format di competizione che aiutino gli atleti a raggiungere i loro obiettivi e il pubblico a godersi l’esperienza di corse e concorsi”. L’atletica, va ricordato, è in crisi di identità (e di audience televisiva, salvo alle Olimpiadi) perché fatica sempre di più a esprimere idoli riconoscibili. I format delle gare sono sempre uguali a se stessi, i campioni (dopo il ritiro dell’istrionico Usain Bolt che da solo riempiva gli stadi) intercambiabili, le divise imposte dagli gli sponsor uguali per tutti. Visto in funzione in alcuni fulfilling internazionali, Wavelight è un sistema di illuminazione a flash che funziona da speed setting, ovvero detta implacabilmente il ritmo a chi vuole raggiungere un record o comunque una determinata prestazione cronometrica. Se si seguono i lampi verdi sul cordolo della pista si procede a un ritmo artificialmente perfetto per raggiungere l’obbiettivo. Peccato che i record si battano una volta ogni tanto (anche le se nuove tecnologie delle scarpe hanno fatto strage) e che quando si perde il ritmo giusto (nove volte su dieci) la gara perda anche qualunque interesse sportivo. Wavelight funziona anche su alcune piste di allenamento dove viene settato per fare da guida a decine di atleti in ogni sessione, abolendo il ruolo del coach a bordo pista e – secondo alcuni – riducendo però la capacità degli atleti di autoregolare da soli il passo in base alle sensazioni di giornata.

Le spinte in avanti tecnologiche (spesso aiutate da sponsorizzazioni molto generose) lasciano perplessi molti fisiologi dello sport. Alcuni studi di tipo statistico, advertisement esempio, mostrano che, se è vero che un ritmo regolare fissato a tavolino è un ottima base di partenza, le strategie più efficaci per ottenere primati nelle gare di corsa si basano su variazioni di ritmo decise dagli atleti in piena autonomia. L’introduzione delle “guide artificiali” (come le luci a bordo pista) indebolirebbe poi il valore del concetto e dell’esperienza della fatica. Angelo Mosso, il medico che a fine Ottocento fondò la fisiologia del movimento in Italia, scrisse che “quella fatica che a prima vista sembra un’imperfezione del nostro corpo è un meccanismo di meravigliosa perfezione. Affinare la sensibilità alla fatica significa proteggere l’organismo dai danni e migliorarlo”. Secondo Timothy Noakes, sudafricano, uno dei più brillanti ricercatori nello sport contemporaneo, le strategie per l’ottenimento della prestazione basati su modelli di sola analisi razionale (il monitoraggio dei consumi energetici, advertisement esempio, o l’imposizione coatta dei ritmi di gara ideali) distolgono l’attenzione dallo studio dei meccanismi mentali con cui ciascuno di noi gestisce fatica e dolore e che sono autogenerati dal cervello. In estrema sintesi, saper “leggere” con cura le sensazioni di fatica e dolore ci insegna a gestirle e ad andare più forte. Non si tratta di dire no a strumenti come i regolatori di ritmo o i monitor dei consumi energetici, ma di un implicito e specialty invito a usarli solo quando ci si allena.

2 novembre 2021 (modifica il 2 novembre 2021|18:11)

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Colpo di Stato in Sudan: agli arresti il premier Hamdok

Colpo di Stato in Sudan: agli arresti il premier Hamdok

di Michele Farina

Manifestazioni nelle piazze bloccate dai soldati. Le autorità sospendono Internet, chiuso l’aeroporto di Khartoum. Il capo dei generali: nuovo governo di tecnocrati

Militari al potere, fine della «transizione democratica»: il Sudan sembra tornato alla casella di partenza, dopo due anni e mezzo di speranze e contrasti seguiti alla caduta dell’autocrate Omar al-Bashir nell’aprile 2019. E così, dopo quella tunisina, un’altra primavera africana assume rapidamente i colori dell’autunno. Il premier sudanese Abdallah Hamdok è agli arresti dalle prime ore di oggi, dopo essersi rifiutato di sostenere il golpe. Prelevati dalle loro case all’alba diversi esponenti della società civile, tra cui molti ministri che facevano anche parte del Consiglio sovrano, l’organo «misto» (militari e civili) guidato da Abdel Fattah al-Burhane, il generale che in base alla Costituzione il prossimo novembre avrebbe dovuto lasciare il posto allo stesso premier Hamdok. Una posizione di grande valore simbolico, una sorta di capo dello Stato, che i militari hanno deciso di mantenere.

Sospeso Internet

Nessuna alternanza al vertice. I militari hanno amputato il braccio civile del Consiglio. Il generale Al-Burhane ha ufficializzato nel primo pomeriggio con un discorso in diretta tv e il basco in testa la dissoluzione dell’esecutivo e uno stato di emergenza per cui i militari guideranno da soli il Consiglio sovrano e dunque il Paese fino alle previste (sulla carta) libere elezioni del 2023. Al-Burhane ha parlato di un prossimo governo composto da non meglio specificati tecnocrati in grado di raddrizzare l’economia pericolante. Da Khartoum, la tv Al Jazeera riportava già questa mattina «restrizioni nell’accesso alle telecomunicazioni» che hanno reso più difficile avere notizie su quanto va accadendo. L’interruzione di Internet è uno dei marchi indiscutibili di un colpo di Stato in atto. Come la chiusura dell’aeroporto principale del Paese. E la conquista degli schermi e dell’etere: l’irruzione di forze militari nella sede della radio e della tv sudanese è stata denunciata su Facebook da fonti (non ancora in arresto) del ministero dell’Informazione, che parlano di alcuni dipendenti portati via dai soldati. Si sa che il ministro dell’Industria è stato arrestato dopo aver postato sui social la notizia di una presenza militare davanti alla sua abitazione. Si sa che agli arresti sono finiti lo stesso ministro dell’Informazione e un portavoce del premier. Ed è stato arrestato il portavoce del Consiglio Sovrano, l’organismo che costituisce di fatto la massima autorità del Paese, fino a oggi composto sia da civili che da militari. Secondo fonti del ministero dell’Informazione la maggior parte dei ministri del governo di transizione «è stata portata verso una destinazione ignota».

Il dittatore deposto

Nelle prossime settimane il Consiglio sarebbe dovuto passare sotto il controllo più diretto dei civili, in un processo costituzionale di transizione che dalla «rivolta del pane» del 2019 doveva condurre verso nuove elezioni democratiche previste per il 2023. Ma tale processo subisce ora una battuta d’arresto che pare definitiva, in un Paese di oltre 40 milioni di abitanti, il terzo più vasto dell’Africa, considerato cerniera cruciale con il mondo arabo a Est e con i Paesi del Sahel sempre alle prese con le fiammate jihadiste a Ovest. Il ritorno dei militari al potere dovrebbe avere l’avallo dei loro referenti e padrini del Golfo, Arabia Saudita in testa. I capi militari accusano i civili di non essere in grado di contrastare le crescenti difficoltà economiche in cui versa il Paese, che si trova ad affrontare la morsa del Covid. A settembre era stato sventato un golpe attribuito a nostalgici del dittatore Omar al-Bashir. Nelle ultime due settimane si erano alternati nelle piazze della capitale Khartoum manifestazioni pro-democrazia e assembramenti di gruppi inneggianti a una nuovo golpe militare. Eventi questi ultimi che appaiono ora come prove tecniche, ammonimenti e «assaggi» del piatto forte andato in tavola in queste ore.

Bloccate le strade verso la capitale

Secondo l’agenzia Reuters i militari ancora questa notte avevano chiesto al premier di appoggiare il cambio di governo, in modo «da salvare la Rivoluzione». Hamdok ha risposto chiamando a raccolta il popolo che ha condotto quella Rivoluzione, due anni e mezzo fa, anche contro gli stessi militari (che inizialmente avevano osteggiato le proteste con massacri nelle piazze di Khartoum). L’Associazione dei professionisti del Sudan, il principale gruppo politico pro-democrazia del Paese (che raccoglie insegnanti, avvocati, medici, piloti) ha denunciato il colpo di stato in atto ed invitato la popolazione a scendere in piazza per protesta. Migliaia di persone sono in marcia, anche se nelle però sono stati mandati i reparti dell’esercito e i feroci paramilitari della Forza di intervento rapido per bloccare sul nascere ogni manifestazione (tre giorni fa un milione di persone avevano partecipato a un incontro pro-democrazia). Le grandi arterie verso la capitale sono chiuse, riporta l’agenzia Reuters. Contro i manifestanti sono stati usati gas lacrimogeni. Non si hanno al momento notizie di vittime, ma crescono i timori di una carneficina imminente. Le rare immagini che arrivano da Khartoum suscitano rabbia e tenerezza: giovani che provano ad innalzare esili barriere di mattoni nelle strade assolate.

Le mosse del generale

Abdel Fattah Al Burhan, già presidente del Consiglio sovrano e dunque di fatto «capo dello Stato» nei primi 21 mesi della transizione, era considerato il più rispettabile dei boss militari, una carriera senza le macchie e le atrocità presenti ad esempio sulla divisa del potente generale Hemeti, ex allevatore di cammelli distintosi sotto il regime di Al Bashir per i massacri in Darfour. Durante le proteste del 2018-2019 Al Burhan, 61 anni, era addirittura sceso in piazza per ascoltare le richieste dei manifestanti. Oggi invece ha dichiarato lo stato di emergenza e la fine di un governo nato fragile, frutto di un laborioso negoziato tra i gruppi della società civile sudanese e la gerarchia delle armi che come altrove nel mondo (dall’Egitto a Myanmar) controlla fette cruciali dell’economia nazionale. Al Burhan è considerato dai collaboratori del premier Abdallah Hamdok l’artefice del colpo di Stato.

L’appello contro i ladri della rivoluzione

Dal fallito golpe del mese scorso la tensione interna alle autorità della transizione è rimasta alta e pochi giorni fa, tra proteste di piazza e divisioni nella coalizione delle Forze di libertà e cambiamento, il premier aveva lanciato un appello al «dialogo», e sottolineato la necessità di un cambiamento per portare avanti la transizione nel Paese che per 30 anni ha conosciuto un solo uomo al potere: Omar al-Bashir. Ma sappiamo che dietro al deposto dittatore, soprattutto negli ultimi anni, si è sempre mossa la casta dei militari a condurre la partita. Gli stessi che ora hanno deciso di togliere il respiratore alla boccheggiante democrazia. Mentre dall’ufficio del primo ministro in arresto, da qualcuno della sua squadra che resta ancora a piede libero (il portavoce è stato arrestato), arriva l’invito a scendere in piazza. «Chiediamo al popolo sudanese di protestare usando tutti i mezzi pacifici possibili, per riprendersi la rivoluzione dai ladri che la vogliono rubare».

Le prime reazioni internazionali

Nel silenzio dei Paesi vicini, gli Stati Uniti sono stati i primi a esprimere preoccupazione per le notizie da Khartoum. Gli americani (primi sostenitori economici del Sudan, con 377 milioni di dollari di aiuti quest’anno) sono «fortemente allarmati»: lo ha twittato l’inviato per il Corno d’Africa Jeffrey Feltman, secondo cui questi annunci vanno «contro la dichiarazione costituzionale (che regola la transizione nel Paese) e le aspirazioni democratiche del popolo sudanese». Anche la Lega Araba esprime «profonda preoccupazione». Il segretario generale del blocco di 22 membri, Ahmed Aboul Gheit, ha esortato tutte le parti a «rispettare pienamente» la dichiarazione costituzionale firmata nell’agosto 2019, in linea con la posizione espressa da Joseph Borrell a capo della diplomazia Ue. Solo in tarda mattinata è arrivato l’auspicio dell’Unione Africana: il presidente della Commissione della Ua, il ciadiano Moussa Faki Mahamat, chiede la liberazione dei leader politici arrestati, il rispetto dei diritti umani e la ripresa del dialogo in Sudan. Tutti obiettivi snobbati dai militari.

Dall’Egitto all’Etiopia

Da Nord a Sud nell’Africa orientale assumono una fisionomia nel complesso ancora più autoritaria i Paesi che dal Mediterraneo arrivano all’Equatore. Ora anche il Sudan sembra guardare al modello dell’Egitto dispotico dell’ex generale Al Sisi più che al governo democratico dell’Etiopia. E forse non è casuale che la tentata restaurazione sudanese cada proprio nel periodo in cui il premier etiope Abiy Ahmed vede deturpata la sua credibilità di uomo di pace (per cui ha vinto anche il Nobel) a causa della sua condotta irresponsabile nella guerra devastante nel Tigray. Abiy è stato il leader regionale che più si era speso per la «transizione democratica» in Sudan, a un certo punto anche volando a Khartoum per convincere i generali riottosi a mantenere fede ai propri impegni con i civili. Un leader che fa bombardare le città del suo Paese può dare lezioni di democrazia ai militari sudanesi?

25 ottobre 2021 (modifica il 25 ottobre 2021 | 14:40)

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Germania, debutta il nuovo Bundestag: ressa al centro, tutti lontani

Germania, debutta il nuovo Bundestag: ressa al centro, tutti lontani

di Paolo Valentino

Il primo Parlamento dell’era post Merkel, 736 deputati: la socialdemocratica Bas presidente al posto del decano Schäuble, molte new entry. Gara a rifiutare i posti nell’emiciclo vicino al partito di ultradestra

Il grande politologo francese Maurice Duverger sosteneva che il «centro» in politica equivale a un marais, una specie di palude che impedisce scelte nette e chiare: «Ogni centro è diviso contro sé stesso e rimane scisso in due metà: centro-sinistra e centro-destra, in quanto il centro non è altro che il raggruppamento artificioso della parte destrorsa della sinistra e della parte sinistrorsa della destra». Eppure, mai come in questa fase la corsa al centro appare una delle dinamiche dominanti della vita pubblica in buona parte dell’Europa. E in pochi Paesi questo è evidente come nella Germania post-merkeliana, dove le elezioni di settembre hanno rivoluzionato il paesaggio politico.

Si apre lunedì, con la seduta inaugurale del Bundestag, la XX legislatura della Repubblica federale tedesca. E der Kampf um die Mitte, la lotta per il centro, rischia di complicare non solo i rapporti tra i partiti, ma la stessa funzionalità del Parlamento. In apparenza è solo una questione di spazi, in verità essa nasconde una forte valenza politica. Pomo della discordia è infatti il Sitzordnung, la collocazione nell’emiciclo di ogni gruppo parlamentare. A lanciarlo sono stati i liberali della Fdp, che non vogliono più sedere nella parte destra dell’aula, accanto a quelli di AfD, il partito di estrema destra ultranazionalista e xenofobo. Finora, da sinistra a destra, l’ordine di seduta ha visto Linke, Spd, Grünen, Cdu-Csu, Fdp e AfD. Ma ora, anche in vista del loro ingresso in una coalizione «semaforo» con socialdemocratici e verdi sotto la guida di Olaf Scholz, i liberali vogliono scambiarsi di posto con i deputati cristiano-democratici. E hanno già presentato una mozione in tal senso. Scontrandosi però con un netto rifiuto da parte della Cdu-Csu.

Per la Fdp è una questione d’immagine e di sostanza. Collocandosi senza soluzione di continuità accanto a Spd e Verdi, i liberali intendono sottolineare anche visivamente la natura centrista della futura maggioranza, nonché la loro natura di partito del centro borghese, laddove la Cdu-Csu verrebbe definitivamente posizionata sul centro-destra dell’emiciclo. Non solo. Perché a motivare la richiesta c’è anche la volontà di allontanarsi fisicamente dai deputati di AfD, politicamente radioattivi. Il vicepresidente dei liberali, Stephan Thomae, ha parlato di continui «commenti volgari» indirizzati alle donne della sua frazione dalle fila dell’estrema-destra, regolari provocazioni, discussioni forzate e non volute.

«L’ordine di posto al Bundestag non è un carosello che gira a piacimento, ma un fatto politico», ha tuonato il segretario del gruppo Cdu-Csu, Stefan Müller, annunciando l’opposizione del suo gruppo. Mentre pieno appoggio alla richiesta è venuto a sorpresa dalla Linke: «Ogni democratico che non vuole stare vicino a AfD ha il mio appoggio», ha detto il suo omologo Jan Korte, secondo il quale il desiderio della Fdp è «un segnale della volontà di chiudere ogni porta a una collaborazione con l’estrema destra e non ripetere episodi come quello della Turingia». Nel Land orientale, nel 2020, la Fdp accettò i voti di AfD per eleggere un premier liberale, che poi si dimise. In realtà, la Fdp ci aveva provato già nel 2017 a spostarsi verso il centro dell’aula. Ma la richiesta era stata bocciata. Ora invece, i liberali sperano che con i voti di Spd, Verdi e Linke, la mozione per il nuovo Sitzordnung venga approvata. Socialdemocratici e ambientalisti hanno fatto sapere che ci stanno pensando. Ma il voto non è per domani. I 735 deputati dedicheranno infatti la seduta all’elezione del nuovo presidente del Bundestag, nonché seconda carica dello Stato.

Lascia dopo quattro anni il cristiano-democratico Wolfgang Schäuble, 79 anni e decano dei parlamentari: è stato eletto per la prima volta nel 1972 ed è giunto alla sua quattordicesima legislatura. Coscienza morale della Cdu, l’ex ministro delle Finanze vuole comunque completare il mandato da semplice deputato. Al suo posto verrà eletta la socialdemocratica Bärbel Bas, 53 anni, deputata di Duisburg, fin qui vicepresidente del gruppo al Bundestag ed esperta di problemi della Sanità. Una scelta a sorpresa, che conferma l’impegno di Olaf Scholz a dare più spazio alle donne.

25 ottobre 2021 (modifica il 25 ottobre 2021 | 17:10)

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Riscrivere la vita lavorativa nel post Covid: La priorità? La

Riscrivere la vita lavorativa nel post Covid: La priorità? La

La vita lavorativa può essere riscritta. Lo ha dimostrato la pandemia e lo dimostrano i numerosi dibattiti su questo tema, emersi nel post Covid. Dallo smartworking al lavoro ibrido, dalle grandi dimissioni ai nuovi uffici, ognuno di noi si sta interrogando su come migliorare la propria vita, anche riducendo la settimana lavorativa. Prima ancora del Covid, quando Sanna Marin era ministra dei Trasporti finlandesi, durante un panel mise la questione sul piatto: è necessaria una settimana lavorativa di quattro giorni e sei ore lavorative al giorno. Marin sosteneva infatti che orari più brevi di lavoro possano essere compensati da una maggiore produttività e da una maggiore occupazione. Lavorare meno per lavorare tutti, mantenendo più o meno lo stesso salario. Un vecchio adagio che ora che è al governo però, è sparito dai suoi radar. La più giovane prima ministra della Storia, dopo un tam tam mediatico che ha ripreso quelle sue vecchie dichiarazioni, ha smentito che questa ipotesi sia nell’agenda dell’attuale coalizione finlandese. Ma il tema di lavorare meno (e meglio) è ripreso a circolare ora nel post Covid esattamente come a ogni uscita della classifica dell’Ocse che certifica quanto sappiamo già: orari di lavoro molto lunghi possono danneggiare la salute personale, compromettere la sicurezza e aumentare lo stress. E dopo la pandemia globale, con lo smartworking che ha risucchiato le nostre vite, il modello dei 4 giorni a settimana si è riproposto ovunque tanto da far parlare del «movimento globale dei 4 giorni di lavoro a settimana» (copyright Forbes).

In Scozia il governo ha annunciato l’intenzione di stanziare 10 milioni di sterline per finanziare le sperimentazioni in azienda. In Spagna a proporlo è stato Más País, il piccolo partito di Iñigo Errejón, transfuga dell’Unidas Podemos del vicepresidente del governo Pablo Iglesias. «Viviamo tristi, annegati ed esausti – ha scritto su twitter conquistando migliaia di like – Il nostro modello produttivo è scaduto e per migliorarlo proponiamo di ridurre la giornata lavorativa a 32 ore settimanali e mettere la salute mentale al centro dell’agenda politica». Un dibattito completamente assente nelle agende politiche di molti Paesi europei dove però ci sono aziende che stanno già testando un modello produttivo diverso.

Il marchio spagnolo di moda Desigual ha approvato a larga maggioranza, l’86% dei lavoratori, la riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni, dal lunedì al giovedì, con l’opzione anche di usare lo smart working. Ma in questo caso la modifica del modello produttivo porterà a una diminuzione dei salari di circa il 6,5%. Un modello rischioso e criticato da più parti. Molto più lontano, in Giappone, è stata Microsoft a sperimentare le 32 ore nell’estate del 2019 portando a casa una produttività incrementata del 40% e una produzione di CO2 scesa del 20% (per la riduzione dell’inquinamento che ne consegue). Una rivoluzione se pensiamo alla cultura giapponese dove la morte da superlavoro, considerato un vero problema sociale, ha persino un nome: Karoshi. In Nuova Zelanda ci sta provando Unilever, 4 giorni alla settimana di lavoro con un test che si concluderà alla fine di quest’anno. «Se si finisce per lavorare 4 giorni con orari molto più lunghi allora non abbiamo raggiunto lo scopo – ha precisato al Financial Times Nick Bangs, amministratore delegato di Unilever in Nuova Zelanda -. Si tratta di cambiare radicalmente il nostro modo di lavorare».

Eppure, un confronto politico sindacale sul tema stenta a decollare ovunque. Anche in Italia, tra i primi posti tra i Paesi dell’area Euro, dove si lavorano più ore alla settimana (con 33 ore alla settimana, 3 ore in più rispetto alla media europea di 30 ore. Una media comunque influenzata dalla diffusione di contratti di lavoro part-time e altre forme di flessibilità). Al di sopra della media si trovano anche Irlanda, Portogallo, Slovacchia, Lettonia, Spagna, Slovenia e Lituania. Ma più ore di lavoro non significa maggiore produttività tant’è che il nostro Paese è invece agli ultimi posti per livelli di produttività. La Francia, che ha una delle settimane lavorative legalmente più brevi, è ancora uno dei paesi più produttivi al mondo. Secondo Gallup, società americana di consulenza e analisi, è ovvio che una settimana lavorativa di quattro giorni significhi minor rischio di burnout e un maggiore benessere tra i dipendenti. Ed è proprio per questo che molti manager delle multinazionali stanno prendendo in considerazione una maggiore flessibilità permanente sui luoghi di lavoro. Un’ipotesi basata su ciò che hanno appreso durante il più grande esperimento di lavoro forzato della storia durante il Covid.

«Secondo un nostro studio fatto a marzo 2020 su 10 mila lavoratori a tempo pieno – ha spiegato Gallup – solo il 4% ha dichiarato di lavorare quattro giorni a settimana. L’84% lavora 5 giorni e l’11% sei giorni. Questi ultimi avevano i tassi più alti di burnout ed esaurimento più alti. In quel 4% di lavoratori 4 giorni a settimana, c’era invece il tasso più alto di benessere e salute mentale». Una settimana lavorativa più breve offrirebbe maggiori opportunità per coltivare il benessere sociale, fisico e mentale. Ma secondo Gallup potrebbe non essere l’unica soluzione. Per la società di consulenza il vero problema è che a livello globale 8 dipendenti su 10 sono disincentivati dal lavoro. «Il desiderio di evadere dal lavoro è sintomatico di luoghi di lavoro infelici – ha spiegato -. Inoltre, dato che l’orario flessibile di lavoro e il lavoro ibrido diventeranno sempre più diffusi, non ha più senso legiferare su una riduzione della settimana lavorativa. Occorrerebbe piuttosto investire e migliorare sulle competenze dei manager, fare loro un coaching continuo per avere più consapevolezza del loro ruolo. Se i datori di lavoro di concentrassero sul miglioramento della qualità dell’esperienza lavorativa, potrebbero avere quasi il triplo dell’influenza sulla soddisfazione dei dipendenti rispetto alla riduzione della settimana lavorativa». La vita lavorativa può essere sì riscritta ma come e con quali modalità è ancora tutto da vedere. Imprescindibile sarà il confronto costante con i dipendenti che ora, più che ai soldi, guardano a ben altre priorità: work-life balance, flessibilità e salute mentale.

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Torino, affittasi la villa che fu di Ronaldo: 1000 mq

Torino, affittasi la villa che fu di Ronaldo: 1000 mq

di Timothy Ormezzano

Cerca nuovi inquilini la lussuosissima dimora di corso Picco in cui Cr7 e la famiglia hanno soggiornato (blindati) per 3 anni

La villa torinese di Cristiano Ronaldo cerca un nuovo inquilino, mentre la Juventus cerca chi possa garantirle quei 101 gol segnati da CR7 in un triennio in bianconero.

L’annuncio è comparso sul sito della società Logo Immobiliare, ben nota ai calciatori che cercano alloggio all’ombra della Mole. Con ben 37 foto a illustrare le stanze sfarzose e contemporanee in cui ha abitato fino alla fine di agosto il fuoriclasse portoghese.

L’annuncio indica la strada, un interno di corso Alberto Picco ben noto ai cronisti ma anche ai fan dell’attaccante che ha lasciato la Juventus sul gong del mercato estivo per tornare al Manchester United.

Siamo a pochi passi da Piazza Gran Madre e quindi dal pieno centro di Torino. La villa, protetta da siepi e telecamere, ha una vista ineguagliabile sulla città. La società immobiliare assicura, inevitabilmente, una «trattativa riservata», senza però entrare nei dettagli dell’onerosissimo canone mensile di affitto.

C’è davvero ogni comfort, anche qualcosa in più, in questa maxi villa che, come spiega lo stesso annuncio, è «disposta su quattro piani e viene proposta parzialmente arredata».

I 1.000 mq della lussuosa abitazione, con 300 mq di giardino, erano stati comunque già svelati dai tanti post domestici pubblicati sui social da Cristiano e dalla sua compagna Georgina Rodriguez.

Al piano terra ci sono la spa, con sauna, bagno turco e piscina interna, ma anche una camera con bagno per gli ospiti. Tutto con affaccio sul prato all’inglese recintato per creare quell’area gioco in cui CR7 e i figlioletti si divertivano. Nella loro cameretta spicca ancora uno Spiderman disegnato sul muro.

Il primo piano è quello della cucina, con ampio salone e sala da pranzo. Ma c’è anche una camera da letto, con bagno e lavanderia. Al secondo piano si trovano quindi due camere da letto, con bagno, e l’ampia zona padronale con camera da letto, bagno e spogliatoio.

All’ultimo piano, infine, un altro vasto appartamento, una sorta di suite con immancabile bagno di pertinenza. Completa la proprietà un garage (con ascensore interno), dove Ronaldo parcheggiava le sue supercar, ma anche due ulteriori appartamenti al piano terra con tanto di «guardiola per eventuale sicurezza».

Chissà che all’annuncio non risponda un ex compagno di squadra di CR7. Da quelle stesse parti, del resto, abitano alcuni calciatori bianconeri come Rodrigo Bentancur e Aaron Ramsey oltre al grande ex Gigi Buffon.

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24 ottobre 2021 (modifica il 28 ottobre 2021 | 08:29)

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