Apple accelera sull’auto e sorpassa Microsoft per capitalizzazione

Apple accelera sull’auto e sorpassa Microsoft per capitalizzazione

Apple torna sul tetto del mondo. A mettere le ali al titolo sono state indiscrezioni riportate da Bloomberg riguardo all’accelerazione dello sviluppo della sua auto elettrica a guida autonoma sotto il nuovo responsabile, Kevin Lynch. Alla notizia, il titolo della società di Cupertino ha raggiunto un massimo di seduta di 158.67 dollari, una quotazione record, per poi chiudere a 157,87 (più 2,85%) .

La spinta dell’auto a guida autonoma

L’obiettivo di lancio del primo modello a guida interamente autonoma sarebbe stato accorciato a quattro anni, nel 2025. Intanto Apple ha deciso di posticipare il ritorno dei dipendenti in ufficio da gennaio al primo febbraio; inoltre, l’azienda californiana avrebbe intenzione di permettere alla maggior parte dei dipendenti di lavorare fino a due giorni alla settimana da casa.

Grazie al rialzo di giovedì, la capitalizzazione di Apple è di 2.590 miliardi di dollari, che le permette di tornare a essere la società di maggior valore al mondo, davanti a Microsoft. La società fondata da Bill Gates ha a sua volta aggiornato il proprio record a 342,45 dollari ad azione, per poi chiudere gli scambi in rialzo dello 0,63% a 341,27 dollari, il gruppo ora ha una capitalizzazione di 2.562 miliardi di dollari.

La gara a Wall Street

Microsoft aveva superato Apple, tornando ad essere l’azienda di maggiore valore al mondo all’inizio del mese, quando le due società, le uniche nel club dei due trilioni quotate a Wall Street, capitalizzavano rispettivamente quasi 2.460 miliardi di dollari contro 2.430 miliardi di dollari. Il sorpasso era stato generato dai conti dell’ultima trimestrale, migliori delle attese per Microsoft e, deludenti per Apple. La casa di Cupertino è stata la prima azienda a raggiungere sia i mille miliardi di dollari sia i duemila miliardi di dollari di capitalizzazione, superando per la prima volta Microsoft quando ancora a capo delle due aziende c’erano Steve Jobs e Bill Gates, e confermandosi il gruppo più ricco al mondo nel 2020 quando ha superato il gigante petrolifero saudita Saudi Aramco.

Microsoft aveva già sorpassato la casa di Cupertino nel 2020 e aveva chiuso per la prima volta sopra i duemila miliardi di dollari di capitalizzazione a giugno, dopo il primo aggiornamento in cinque anni del suo sistema operativo Windows.

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Liceo in 4 anni invece di 5, funziona oppure no?

Liceo in 4 anni invece di 5, funziona oppure no?

di Valentina Santarpia

I dubbi del Consiglio superiore della pubblica istruzione: serve un collegamento con la riforma del sistema di orientamento e una regia nazionale per evitare difformità regionali. Il presidente dell’Invalsi Ricci: «In linea con i licei di cinque anni»

Il Consiglio superiore della pubblica istruzione «boccia» il nuovo bando per allargare la sperimentazione dei licei quadriennali, dai 130 attuali ai 1000 che dovrebbero essere finanziati con i fondi del Pnrr. In realtà il parere non è vincolante, ed è un parere solo tecnico: dovuto appunto al fatto che il Cspi «ritiene indispensabile un collegamento organico tra la previsione dell’ampliamento dei quadriennali e il complessivo intervento normativo sulla riforma del sistema di orientamento», si legge nel parere espresso ieri. Dubbi sono stati espressi anche sulla mancanza di una «regia nazionale» con il rischio che la proposta di estensione della sperimentazione, «se non supportata da un valido impianto teorico e da una cornice di riferimento nazionale, possa concretizzarsi in soluzioni difformi sul territorio nazionale e difformi rispetto alle finalità dichiarate». Ma la strada è ormai delineata. Tanto più che arrivano anche i primi feedback sugli apprendimenti dei ragazzi che scelgono di diplomarsi in quattro anni anziché cinque. Per un verdetto più compiuto bisognerà attendere i prossimi esami di Stato, quando appunto completeranno il percorso gli studenti reclutati con il primo bando, ma intanto dall’Invalsi arriva una prima «promozione»: «I risultati sono buoni», afferma infatti il presidente dell’istituto di valutazione, Roberto Ricci, intervenendo all’incontro promosso dai licei Malpighi di Bologna e dalla Fondazione Campari. Nel 2022 si chiuderanno i primi percorsi quadriennali «e allora lì avremo una misura chiara di confronto» con i normali cicli quinquennali, premette Ricci, aggiungendo che fare questa operazione comunque «non è semplice» poiché ad oggi «i percorsi quadriennali riguardano una piccola fetta di popolazione scolastica, quindi rimane sempre il problema che questi ragazzi si sono in qualche modo autoselezionati, cioè sono particolarmente motivati»: possibile, quindi, che i risultati visti alla fine del terzo anno in questi licei e istituti tecnici siano buoni «perché sono molto buoni i ragazzi e le scuole che hanno deciso di anticipare l’introduzione di questi percorsi».

Risultati in linea con quelli dei liceali di 5 anni

Detto ciò, finora le valutazioni dicono che i risultati in arrivo dai percorsi quadriennali sono «del tutto in linea» con i quinquennali, continua Ricci, probabilmente in virtù di una efficace «essenzializzazione» della didattica. Insomma, «i dati di cui disponiamo oggi sembrano dirci che è possibile che, almeno nelle competenze di base osservate dall’Invalsi- afferma il presidente- non ci siano indicazioni sul fatto che seguire un percorso quadriennale si traduca in uno svantaggio di apprendimento rispetto ai quinquennali». Anzi, per Ricci l’esperienza dei quadriennali può essere utile ad affrontare nel complesso la fotografia non esaltante della scuola italiana scattata dai testi Invalsi dopo la pandemia. Del resto, il nuovo bando va proprio in questa direzione: le scuole che verranno selezionate devono presentare progetti che si qualifichino «per un elevato livello di innovazione», che puntino sulle «tecnologie e attività laboratoriali», sull’adozione di «metodologie innovative», la «didattica digitale», l’insegnamento «con metodologia CLIL», il potenziamento «delle discipline STEM, la continuità con «il mondo del lavoro, gli ordini professionali, l’università e i percorsi terziari non accademici». Tutti elementi fondamentali perché gli istituti superiori (non solo licei, la sperimentazione si allarga anche ai tecnici e professionali) non diventino appunto «una mera abbreviazione di studi», come scrive il Cspi.

Il senso della sperimentazione

Ma perché diplomarsi in quattro anni invece che cinque? L’idea era già nella riforma Berlinguer del 2000, poi fu il ministro Francesco Profumo a istituire una commissione d’inchiesta per capire se fosse realizzabile, ma solo nel 2014 ci sono stati i primi casi, con dodici scuole, tra cui il San Carlo di Milano e il Guido Carli di Brescia, autorizzati dalla ministra Carrozza. Ma il primo vero bando per 100 scuole (che poi sono diventate 130) c’è stato nel 2017 , con le scuole partite nel 2018/2019. Riorganizzare la didattica e i docenti stessi «stringendo» tutto in quattro anni non è un’operazione semplicissima, e infatti anche i sindacati l’hanno sempre guardata con sospetto, per paura che potesse significare automaticamente un taglio del personale. Invece l’idea di base è quella di adeguare i nostri studenti a quelli del resto del mondo, dove gli studi preuniversitari durano nella maggior parte dei casi 12 e non 13 anni, rendendoli il più possibile motivati e specializzati. «I nostro studenti si laureano alla triennale in media a 24 anni e mezzo e alla magistrale a 27 e mezzo, quindi sono i più vecchi d’Europa», sottolinea Elena Ugolini, rettrice del liceo Malpighi che ha aderito alla sperimentazione. Ma entrare nel mondo «a 25 o 28 anni è troppo tardi. C’è una necessità legata all’orientamento, cioè ad aiutarli a capire la loro strada e cosa possono costruire- aggiunge la rettrice- quindi è fondamentale arrivare preparati a 18 anni». Prima di iniziare «tutti mi dicevano che era una follia e me lo dicevo io stessa», racconta Camilla Borgatti, oggi all’ultimo anno del quadriennio al Malpighi. «Ma cavolo: ha funzionato», assicura Camilla, perché «la scuola si è dovuta adattare cambiando drasticamente il modo di rapportarsi agli studenti creando un percorso estremamente interattivo».

18 novembre 2021 (modifica il 19 novembre 2021 | 10:58)

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I fratelli Lee e Andrew Child nella newsletter de «la

I fratelli Lee e Andrew Child nella newsletter de «la

di Redazione Cultura

Nel diario settimanale in arrivo venerdì 19 novembre (poi disponibile via web per una settimana) l’incipit del primo romanzo a 4 mani dei due scrittori

Il primo libro disponibile in italiano dei fratelli Lee e Andrew Child, scritto a quattro mani, s’intitola L’ultima sentinella ed è edito da Longanesi. L’incipit, nella traduzione di Adria Tissoni, arriverà venerdì 19 novembre via email nella newsletter de «la Lettura», il «diario» del supplemento inviato ogni venerdì agli iscritti (da qui) e agli abbonati all’App dell’inserto (e poi resta disponibile via web per una settimana qui). Il nuovo numero de «la Lettura», sabato 20 novembre in anteprima nell’App e domenica 21 in edicola, ospiterà inoltre una conversazione tra Lee e Andrew Child, a cura di Marco Bruna, in cui il creatore del personaggio di Jack Reacher spiega perché lo affiderà al fratello minore.

È solo uno dei tanti dialoghi al centro del numero, in cui il confronto si allarga anche a discipline diverse, come nel caso della conversazione tra il regista Marco Tullio Giordana e il grande scrittore Abraham Yehoshua, da poco in libreria con La figlia unica (Einaudi). Del dialogo tra le arti come strumento conoscitivo in un presente complesso scrive nella newsletter Cristina Taglietti, attraversando le pagine del nuovo numero. E come sempre non mancheranno i consigli su cosa leggere, guardare, ascoltare.

L’abbonamento all’App costa 3,99 euro al mese o 39,99 l’anno con una settimana gratuita. E chi lo sottoscrive ha a disposizione anche il Tema del Giorno, l’extra quotidiano solo digitale, e l’archivio con i numeri usciti dal 2011 a oggi. A tutti i contenuti si può accedere anche da desktop, a partire da qui. E nell’App i lettori troveranno anche il numero speciale con tutte le copertine storiche dell’inserto, dal 1901 al 1946, pubblicato in occasione dei 10 anni del supplemento e dei 120 della prima «Lettura» novecentesca. Finora non è stato possibile attribuire un autore a tutte le copertine. I lettori che avessero eventuali notizie possono scrivere a [email protected]. E la festa continua domenica Milano con l’evento Dieci, organizzato dalla Fondazione Corriere (Sala Buzzati, ore 16).

18 novembre 2021 (modifica il 19 novembre 2021 | 16:55)

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Gruner, l’uomo che ha hackerato la banca a 15 anni oggi sa come aiutare le Pmi italiane

Gruner, l’uomo che ha hackerato la banca a 15 anni oggi sa come aiutare le Pmi italiane

L’israeliano Eyal Gruner ha scoperto la cybersecurity a 13 anni, si è formato da solo online, e oggi è il co-founder e Ceo di Cynet, specializzata nella sicurezza informatica

Chiamarlo ragazzo prodigio non basta. L’israeliano Eyal Gruner, 33 anni, ha dimostrato di avere un’intraprendenza fuori del comune, intuendo in anticipo l’urgenza di difendersi online. Talmente in anticipo che non riusciva a farlo capire nemmeno a chi age appena stato hackerato … da lui! Oggi è il co-founder e Ceo di Cynet, azienda specializzata nella cybersecurity, con sede a Tel Aviv ma uffici anche in Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nel settore ha maturato una tale competenza da viverlo anche nel ruolo di venture capitalist. Uno a cui piace rischiare, non a caso è un appassionato di sport estremi, dal karting al climbing.
Tanti impegni, d’altra parte period professionista già a 15 anni.
“Ne avevo 13 quando alcuni amici a scuola mi hanno parlato per la prima volta degli hacker. Ho subito iniziato a studiare su internet che cosa fosse l’hacking, quando un malware ha infettato tutti dispositivi della scuola. Ho raccolto informazioni sulla cybersecurity e alla great ho aiutato gli insegnanti a risolvere la questione. Ho imparato tutto da solo online. Poi a 15 anni ho hackerato il bancomat della banca”.
Ecco, come è andata esattamente?
“Vado con i miei genitori in banca per aprire un conto e lì noto la macchina Atm. Ormai so già tante cose di hacking e così inizio a giocare con lo schermo touch per capire se si può entrare nella rete interna della banca superando le varie applicazioni di sicurezza. Ci riesco! Avviso subito il direttore della banca ma lui non capisce di che parlo. Allora racconto tutto a un giornalista di una testata online, che pubblica la storia. Un mese dopo, quando torno in quella banca, il bancomat non c’è più. Al suo posto c’è una macchina per il trading. Inizio a giocare anche con quella ed entro nuovamente nella rete interna della banca”.
È tornato dal direttore?
“Sì e stavolta mi risponde che sa cosa fare: dà il mio numero al Chief details security officer, che viene a Gerusalemme per incontrarmi. Dice che mi avrebbe assunto per il periodo delle vacanze estive. Prendo quella proposta molto seriamente ma poi non mi chiama. Allora lo faccio io, chiedendogli se la sua fosse una proposta seria o meno. Lui ammette che stava scherzando ma, visto che per me è una cosa seria, mi dà il lavoro. Era il 2004, mi chiamavano “The Kid””.
Se nel 2004 age tanto facile violare una banca, come siamo messi nel 2021?
“Nel 2004 era fin troppo facile hackerare qualsiasi società. E, nonostante sia un po’ più complesso, resta purtroppo facile ancora oggi. Bastano un po’ di conoscenze. Infatti ogni giorno qualche società viene attaccata e il numero diventa sempre più alto. Ed è facile per chi non ha un lavoro o non guadagna abbastanza passare dal lato sbagliato. Uno dei problemi più grandi è che le società possono solo proteggersi ma non attaccare. Se vai in una banca e provi a rapinarla fisicamente, la guardia può reagire in anticipo. Negli attacchi online no. Tutti i governi dovrebbero valutare un approccio più proattivo, collaborare. Se l’Fbi individua criminali che vengono dalla Cina o dalla Russia, non può fare nulla senza la collaborazione di quei paesi”.
Cosa fa Cynet per le aziende?
“Aiuta le imprese più piccole. Le aziende con migliaia di impiegati hanno group dedicati alla sicurezza informatica, perché hanno soldi da spendere in soluzioni di cybersecurity. Le piccole e medie imprese, invece, non hanno personale qualificato né un budget per la cybersecurity. Noi abbiamo raccolto più soluzioni di difesa in un’unica piattaforma, che è facile da installare, da usare e da mantenere. Difendiamo le società da molteplici attacchi. Funziona un po’ come uno mobile phone: un tempo chi andava in giro con un Gps, una calcolatrice, un registratore, una macchina fotografica? Ora hai tutto in un solo apparecchio e senza spendere un patrimonio”.
Una buona notizia per l’Italia, dove ci sono migliaia di pmi.
“Gli attaccanti prendono di mira soprattutto le piccole e medie imprese. Se violi un’azienda di grandi dimensioni, le autorità intervengono immediatamente e possono catturare gli hacker. Con una pmi la reazione è diversa, quindi non è solo più facile colpirle ma i criminali hanno anche maggiori certezze di farla franca”. Quali sono le prossime sfide per i professionisti della sicurezza informatica?
“Nella cybersecurity è come un gioco tra gatto e topo: appena il difensore crea una soluzione, l’hacker riesce a superarla e attacca l’azienda. Si va avanti così. In Cynet vogliamo creare un muro impossibile da superare. Stiamo realizzando tecnologie speciali per proteggere l’organizzazione, i dati, le persone e i dispositivi. Uno dei servizi più importanti è proprio il sistema di protezione dei file critici e delle risorse vitali dei sistemi operativi. Abbiamo creato una protezione attorno a questi file affinché l’accesso sia possibile solo da processi/comandi/entit à che ricevono l’autorizzazione da Cynet. Abbiamo 500 clienti in tutto il mondo e nessuno di loro negli ultimi quattro anni ha registrato violazioni. Ma la gente deve essere educata. Serve un’educazione digitale”.
L’Italia, ma l’Europa in generale, è molto in ritardo su questo fronte?
“Non parlerei di Italia o di Europa. Tutte le compagnie in tutto il mondo devono mettersi in testa di spendere più soldi nella cybersecurity, al momento non c’è rischio più grande. E non c’è abbastanza personale competente, negli Stati Uniti ci sono due milioni di posizioni di lavoro aperte per la cybersecurity”.
Alla great è più stimolante fare l’imprenditore, il venture capitalist o l’hacker?
“Mi piace investire in altre compagnie, ma anche essere un hacker: l’unico modo che hai per contrastarli è pensare come loro. Ma preferisco l’idea di avere un’impresa in grado di proteggere persone, ragazzi, scuole, ospedali …”.

30 novembre 2021 (modifica il 1 dicembre 2021|11:46)

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Scuola, il disastro del concorso Stem: metà dei posti di

Scuola, il disastro del concorso Stem: metà dei posti di

di Orsola Riva

Il governo apre a una ennesima procedura straordinaria (leggi: facilitata) per i precari, anche quelli che sono stati bocciati nelle prove di luglio

Eccoli i numeri ufficiali del fallimento del concorso Stem (acronimo di scienze, tecnologie, ingegneria e matematica), quello che si è svolto in fretta e in furia a luglio col proposito di mandare in cattedra già dopo l’estate oltre seimila nuovi prof di matematica, fisica, scienze e informatica di cui c’è cronica mancanza nelle nostre scuole. Il governo Draghi aveva deciso di anticipare le prove del concorso ordinario in stand-by causa Covid solo per queste classi di concorso proprio in considerazione della penuria di docenti di materie scientifiche nelle nostre scuole. Ma il risultato è stato molto al di sotto delle aspettative. Su 6.129 posti messi a bando, i vincitori in tutto sono stati 3.300, poco più della metà. E quelli saliti in cattedra anche meno: 2.652. Un disastro, denunciato dalla Uil in un duro comunicato pubblicato proprio nel giorno in cui si è svolto l’incontro «separato» del ministro Patrizio Bianchi con i rappresentanti della Cisl, incontro a cui tutte le altre sigle sindacali non hanno voluto partecipare visto che da martedì hanno proclamato lo stato di agitazione per il mancato accordo sul rinnovo del contratto.

Come si spiega un simile fallimento? Colpa di una combinazione di fattori: i tempi strettissimi (si potevano assumere subito solo i vincitori proclamati entro il 30 ottobre; gli altri, per colpa dei ritardi nella pubblicazione delle graduatorie, scivolano a settembre 2022); il fatto che soprattutto per i licei ci fossero, già in partenza, pochi candidati rispetto ai posti in palio (potevano partecipare solo coloro che avevano presentato domanda entro luglio 2020); ma soprattutto il record di bocciati agli scritti. Se il quiz a crocette più esame orale veloce doveva essere una prova generale delle nuove procedure concorsuali «snellite» dalla legge Brunetta , in base alle quali in governo dovrebbe finalmente bandire il concorso ordinario da ulteriori 40 mila posti in stand-by da oltre due anni posti, c’è da mettersi le mani nei capelli. Ma quel che è peggio è che siccome i posti del concorso ordinario erano stati calcolati in base al fabbisogno di un anno e mezzo fa e nel frattempo c’è stata l’ondata di pensionamenti della generazione del baby boom, le cattedre vacanti – sempre secondo i calcoli della Uil – a questo punto sarebbero più di ottomila (per la precisione 8.123). Una voragine.

Subito si sono fatti avanti per reclamare un posto gli idonei del concorso, cioè coloro che hanno raggiunto il punteggio minimo corrispondente alla sufficienza ma non sono risultati vincitori: ma anche se venissero accontentati, parliamo di appena 784 persone. In realtà, la settimana scorsa il governo Draghi aveva già presentato ai sindacati una possibile soluzione: un nuovo concorso ordinario da bandire subito aprendo le iscrizioni anche a chi ne ha maturato il diritto nell’ultimo anno e mezzo. In palio 6.333 posti, poco meno della metà dei quali per matematica e fisica alle superiori, altri mille per informatica e duemila per le medie (che il governo aveva inizialmente dimenticato nel bando estivo, salvo poi correre ai ripari riservando loro la metà dei posti totali) . Peccato che, non solo per le materie Stem ma anche per tutte le altre, il decreto Sostegni bis prevedesse di coprire i posti residui dopo le immissioni in ruolo di quest’anno con una procedura straordinaria riservata a tutti i supplenti con più di tre anni di servizio negli ultimi 5. Un concorso facilitato (anche se i termini non sono ancora stati chiariti) con il quale potrebbero essere ripescati molti dei candidati bocciati a luglio. Naturale che i sindacati abbiano subito preso le difese dei precari. Come finirà? Secondo le ultime anticipazioni, il governo – come gesto di distensione verso i rappresentanti dei lavoratori già sul piede di guerra per il contratto – sarebbe pronto a sacrificare la causa dei più giovani (neo laureati e supplenti con meno di tre anni di servizio) per riservare tre quarti dei posti ai precari di più lungo corso, lasciandone al concorso ordinario poco più di 1.500. Con buona pace delle promesse di una nuova normalità senza corsie preferenziali, fatta solo di concorsi regolari.

18 novembre 2021 (modifica il 18 novembre 2021 | 20:25)

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