Per qualità, innovazione del prodotto, tecnologie dei processi, da tempo Sassuolo e tutta la provincia di Modena sono leader mondiali nelle ceramiche. Ma se prima della pandemia i libri di ordini delle imprese erano pieni in media per circa quattro mesi a venire, adesso lo sono fino al 2024. Se all’inizio della pandemia la produzione era crollata di circa il 20%, quest’anno supererà del 12% i livelli pre Covid. Se diciotto mesi fa il problema era gestire la cassa integrazione, adesso è reperire addetti e farlo senza incamerare aumenti del costo del lavoro.
Lavoro
Il distretto sta lavorando a pieno regime. Non vedeva una ripresa così forte da decenni, tanto che ha preso a dare segni di vita per la prima volta da prima della crisi finanziaria persino la domanda dall’ultimo dei Paesi dormienti: l’Italia. In sostanza la situazione è così su di giri che Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, a gennaio chiude l’azienda per quattro settimane. Ha appena siglato un accordo con i sindacati e mette il personale in recupero ferie. Perché ha fatto i conti, Savorani: lavorerebbe sì a pieno regime, ma in perdita. Gigacer, la sua impresa da ottanta milioni di fatturato l’anno, finirebbe per pagare l’energia e i certificati di emissione del carbonio più di quanto riesce a recuperare anche dopo aver aumentato del 7% i listini sulle sue ceramiche che già si collocano nella fascia medio-alta di prezzo.
I prezzi
«La situazione della domanda è molto soddisfacente, ma non si sa più come fare i prezzi. Nei budget non ho più idea di quali numeri potrei mettere — dice Savorani —. Secondo me non sarò il solo a chiudere nei prossimi mesi». In realtà nell’ultima assemblea di Confindustria Ceramiche, un paio di settimane fa, molti piccoli produttori hanno persino provato a proporre l’approccio più radicale: una serrata di tutto il settore per convincere il governo a intervenire con aiuti di vario tipo. L’idea non è passata, ma la questione resta. Perché è aumentato, semplicemente, tutto. Gli equilibri di prezzo della filiera sono saltati in aria come in un’esplosione da set cinematografico. La quotazione del gas per mantenere le fornaci automatizzate a oltre 1.200 gradi ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette, è passata in pochi mesi da dieci a oltre ottanta centesimi a metro cubo. Questa è la voce di costo più importante, perché per produrre un metro quadro di pannelli di ceramica bisogna bruciare 1,2 metri cubi di gas e ciò basta a sbilanciare i conti di tutti i produttori salvo quelli di gamma alta. La voce più importante, ma non la sola.
Le emissioni di Co2
I permessi europei di emissione di carbonio dell’Emission Trading System (Ets), che le imprese della ceramica hanno l’obbligo di acquistare in modo da spingerle a ridurre la Co2, dall’inizio dell’anno sono passati da 25 a 62 euro a tonnellata. Solo negli ultimi giorni sono aumentate del 10% le argille che entrano nei forni. I noleggi di container di materiali che arrivano dall’Asia sono passati da 1.200 fino anche a ottomila euro, quelli dei container che partono per gli Stati Uniti carichi di prodotto sono quasi triplicati. I cartoni per gli imballi sono raddoppiati, i pancali di legno sui quali posare le ceramiche a raffreddare anche. Ciò che non è aumentato è solo ciò che è diventato introvabile. Non si trova più la carta bianca da imballaggio, non si trovano praticamente più forniture di gas a termine sulla fine dell’inverno. E non si trovano le componenti del distretto della meccanica che è cresciuto compiendo piccoli e grandi miracoli tecnologici attorno a quello della ceramica.
La fabbriche
Una fabbrica medio-grande di quelle che un tempo erano piastrelle — oggi sono lastre anche di tre metri per uno e mezzo — è un luogo di automazione quasi totale. In molte migliaia di metri quadrati di superfici di aziende come Abk Group e Fincibec Group le persone in carne ed ossa sono avvistamenti piuttosto rari. I macchinari che lavano, depurano, asciugano, scaldano, pressano e sfornano i materiali sono completamente autonomi, messi a punto su misura dei ceramisti da aziende meccaniche del distretto come la Laek Sistemi di Michele Iacaruso o la cooperativa Sacmi. I muletti che trasportano il prodotto nei corridoio sono di fatto auto a guida autonoma disegnate e prodotte nel distretto. Motori di aeroplani vengono riutilizzati per recuperare i gas di scarico delle turbine e generare da quello l’elettricità per asciugare le polveri di argilla lavate che comporranno le ceramiche. Ma anche tutta questa sapienza ingegneristica si sta incastrando nella rete di una ripresa caotica. Sta cercando di divincolarsi nella stretta dei colli di bottiglia del commercio globale e degli investimenti che ripartono in maniera bruciante, ora che la morsa pandemica ha iniziato ad allentarsi un po’.
I fatturati
I fatturati sono a livelli mai visti per livello assoluto e mai registrati da molti decenni per ritmo di crescita: Acimac, l’associzione nazionale dei costruttori di impianti, stima per quest’anno volumi d’affari superiori al 2019 di un clamoroso 29%. Ma Michele Iacaruso, un uomo arrivato nel Modenese in gioventù dalla Puglia, entrato in fabbrica da adolescente come operaio, poi partita Iva al tornio, infine imprenditore capace di generare in serie robot e altra automazione con la sua Laek Group, ha dovuto prendere un approccio diverso. Lui produce macchine guidate da computer, ma in queste settimane gira per i rottamai del distretto. Cerca pezzi nelle attrezzature dismesse, perché non riesce più a mandare avanti la produzione senza componenti anche relativamente semplici che le catene di fornitura internazionali non assicurano più. «Non c’è solo carenza di semiconduttori – dice –. Non si trovano più a sufficienza anche le più normali schede elettroniche».
Ponteggi e legname
Poco lontano Paolo Vincenzi, un imprenditore edile con poco più di venti dipendenti, combatte ogni giorno per reperire artigiani specializzati (il loro costo orario è già salito del 35% da inizio anno), materiale isolante per le mura, tubi in rame (più 30%), tondini di acciaio per le armature (più 80%), legname (più 80%). I ponteggi per l’edilizia sono così scarsi che c’è chi ha iniziato a prenderli in affitto dall’Albania o dalla Grecia.
Le incognite
Questa non è più l’Italia della stagnazione e della deflazione che le ultime generazioni hanno conosciuto come l’unica possibile realtà. È un angolo d’Italia improvvisamente su di giri. Improvvisamente immerso in un’economia internazionale della scarsità. Tutto manca, tutto costa più caro, tutto serve subito al punto che a volte i lamenti degli imprenditori suonano eccessivi, poco credibili. «Risentiamo delle difficoltà di gestione — dice il vicepresidente di Abk Group Michelangelo Fortuna —. Ma siamo più contenti che preoccupati». Si capirà fra non molto se il boom post-pandemico della manifattura genererà una ripresa equilibrata, un trauma inflazionistico o invece lascerà il posto alla solita, vecchia Italia addormentata. Perché la domanda che aleggia sul distretto di Modena, in fondo, è semplicemente la più importante: se nell’economia del Paese siamo all’alba dell’ennesima illusione, o di un cambio radicale di regime.
Dopo le Big Auction di New York, il Vecchio continente si riprende la scena del mercato. Tre fiere costellano il panorama europeo della settimana. La storica Art Cologne (Colonia, 17-21 novembre), la nuova Arte in Nuvola (Roma, 18-21 novembre) e WopArt Fair (Lugano, 19-21 novembre) dedicata esclusivamente alle opere d’arte su carta, punto di riferimento assoluto per i collezionisti del genere.
In Ticino
Quella che andrà in scena sulle rive del Ceresio non sarà la tradizionale kermesse fieristica a cui siamo abituati. Il capoluogo del Canton Ticino si tira a lucido per una «edizione speciale», contrassegnata da tre giorni di mostre, conferenze e dibattiti (giovedì 18: dalle ore 15 Vip Collectors solo a inviti). Centro degli incontri e dibattiti la trasformazione del sistema dell’arte post-pandemia. Oltre alle gallerie, un happening tra appassionati e professionisti del settore in cui «sperimentare» il ritorno alla presenza per riflettere sui nuovi scenari socio-culturali globali e gli sviluppi storico-artistici che questi implicano. Non è un caso se questa nuova versione della fiera, affidata alla direzione del curatore Robert Phillips, ha scelto la «Fluidità» come tema che lega in un ideale fil rouge tutte le iniziative ospitate dai Padiglioni del Centro Esposizioni.
«Il concetto di fluido – racconta Phillips – coglie l’essenza del nostro tempo. Così come non è possibile bagnarsi due volte nella stessa acqua allo stesso modo l’anima dell’arte vive come sospesa nella vita di mezzo».
Una vera e propria ode alla carta, emblema della precarietà e della resilienza del nostro tempo. Un medium che per sua stessa natura è democratico e accessibile. Come dimostrano i valori medi stimati in fiera – dai mitici fumetti di Milo Manara (offerti a partire da 1.500 euro) alle composizioni di Carla Accardi, dai linguaggi ibridi di Mr. StarCity alle ricerche informali di Livio Bernasconi, carte di Emilio Vedova e altri maestri storici del Novecento – con un range di prezzi molto ampio.
Herman Hesse: Blick nach Caslano
Di questi tempi le opere su carta rappresentano una vera e propria occasione di investimento di qualità. La mostra che la fiera dedica ad Hermann Hesse ne è la prova. Lo scrittore tedesco naturalizzato svizzero, premio Nobel nel 1946, è stato autore di delicati acquerelli in grado di cristallizzare il tempo. Vedute di laghi, colline, montagne esposti grazie ai prestiti della Hesse Foundation di Montagnola e opere inedite di collezionisti privati. «I miei piccoli acquerelli come poesie o sogni riportano della realtà solo un distante ricordo e lo modificano secondo sentimenti ed esigenze personali», raccontava Hesse delle sue creazioni.
Lavori che arrivano a valere anche più di 30 mila euro. È stato così per i suoi due top lot in asta: Tessin-Gebirge (31 mila da Ketterer Kunst nel 2014) e Montagnola (30 mila da Koller nel 2013). Lo scorso anno le sue opere hanno visto salire il prezzo medio di oltre il 30 per cento. In sintesi il mercato delle opere su carta sembra il gate perfetto per chi vuole iniziare a investire e collezionare opere d’arte, oltre che per colti e raffinati appassionati che desiderano arricchire la loro raccolta, spendendo cifre accessibili.
In Germania
Negli stessi giorni, a Colonia (oltre alla fiera), Lempertz presenta l’asta dipinti, disegni e sculture dal XIV al XIX secolo (20 novembre). E lo fa guardando all’Italia e alla sua storia. A partire dal top lot dell’incanto, il drammatico Ecce Homo di Andrea Solario (200 mila-250 mila euro). Un capolavoro della maturità del pittore che fonde gli insegnamenti di Giovanni Bellini a Venezia e le influenze di Leonardo da Vinci a Milano. Seguono l’insolita e pastosa Allegoria della Caccia (stima 30 mila-40 mila) recentemente attribuita da Marco Riccomini ai fratelli Guidobono e due tele interessanti di Guercino. Un catalogo da sfogliare.
Le notizie sullo stop alla produzione per l’insosteniblità dei costi (a causa dell’impennata del metano) hanno innescato la paura di restare a pedi e la corsa all’acquisto. Uno dei produttori ci spiega perché è un falso allarme, anche se…
Caos AdBlue. Lo stop di 4/6 settimane annunciato da Yara Italia, azienda che controlla il 60% della produzione italiana del «liquido blu», e l’immediato raddoppio del prezzo, da 25 a 50 centesimi il litro. Le associazioni dei consumatori e degli autotrasportatori che denunciano l’improvviso rincaro. Gli automobilisti che vanno a caccia delle taniche del liquido, per paura di restare a piedi. I camionisti che si preoccupano per la stessa ragione. Il fantasma di un altro «fermi tutti», che segue quello imposto dalla pandemia… Era il quadro allarmante di pochi giorni fa. Emergenza rientrata o mai scattata? Di certo c’è che l’AdBlue è disponibile dai grossisti, nella aree di servizio, sugli scaffali della grande distribuzione. Che cosa è successo? Ne abbiamo parlato con Claudio Mascialino, amministratore delegato di Resnova AdBlue, uno dei maggiori importatori italiani di AdBlue, prodotto dal gruppo Basf.
Ingegner Mascialino, è stato un falso allarme? Dunque non è vero che abbiamo rischiato e rischiamo ancora di restare a secco di AdBlue in Italia? «Tranquillizziamo chi ci legge. L’AdBlue (agente riducente e non additivo: non viene aggiunto al gasolio, ma ha un suo circuito indipendente) è reperibile sia dagli automobilisti sia dalle flotte dei mezzi pesanti. Non siamo di fronte a una crisi, ma a una serie di fatti che hanno generato l’allarmismo. In realtà oggi ci sono due problemi all’orizzonte, ma non incidono sulla disponibilità del prodotto, perlomeno in Italia».
Quali sono questi problemi? «Sono generati dallo stesso contesto internazionale. Il primo è quello dei costi. L’AdBlue ha dei costi di produzione diretti e indiretti legati al metano. Il prodotto che noi distribuiamo in Italia viene sintetizzato partendo dallo steam reforming del metano, ottenendo idrogeno, che poi, combinato all’azoto, permette la produzione dell’ammoniaca, la base dell’urea e dell’AdBlue. Il prezzo del metano, a partire dall’estate, è volato e di conseguenza sono aumentati i costi di produzione. Quindi il rialzo dell’AdBlue potrebbe continuare se il prezzo del metano continuerà a crescere».
Il secondo problema? «È la capacità produttiva, e deriva dal primo. Oggi il 60% dell’urea prodotta in Italia arriva dallo stabilimento di Ferrara, poi ci sono le quote di prodotto importato, come il mio, e per finire ci sono i “diluitori”, aziende che producono sciogliendo palline — o “prills” — di urea, spesso acquistate in Russia. Con l’aumento dei prezzi delle materie prime alcuni produttori locali hanno rallentato o sospeso la produzione. Lo stabilimento di Ferrara, ad esempio, è stato fermato per qualche settimana (dovrebbe ripartire a breve). Cosa che accade ciclicamente per esigenze di manutenzione e non genera inconvenienti, perché la mancanza per alcune settimane del prodotto viene compensata dallo stoccaggio e da altri produttori. Questa volta lo stop è coinciso con l’aumento dei prezzi. Anche i diluitori hanno rallentato gli acquisti di urea per AdBlue dalla Russia, temendo di comprare a un prezzo alto e di subire, durante i tempi di consegna (quattro settimane), un calo di prezzo e quindi perdite di margine. Noi abbiamo aumentato le importazioni, ma sempre nei limiti della capacità degli impianti dove acquistiamo e delle difficoltà logistiche dovute alla carenza del trasporto intermodale (i nostri isotank container viaggiano via treno dalla Germania all’Italia)».
Alla fine, dunque, dipende tutto dai costi? «Sì. Ma se scatta il panico il sistema collassa e partono le speculazioni legate all’impennata della domanda, che diventa molto superiore all’offerta. Se utenti che di solito acquistano 10 litri di AdBlue al mese si mettono in casa una scorta di mille litri per paura di restare a secco, la logistica collassa e la domanda fa saltare i prezzi. La notizia di possibili difficoltà di approvvigionamento ha innescato questo fenomeno. Qualche magazzino è andato esaurito, d’accordo, ma non si è mai arrivati al punto di compromettere la circolazione dei mezzi. Noi, per trasmettere serenità ai clienti, abbiamo potenziato la logistica, in modo da evitare cali di scorte: non dovremmo avere problemi nelle prossime settimane».
E nel 2022? «Riguardo la disponibilità, dovremmo stare tranquilli. Di certo i prezzi continueranno a salire, se il metano e l’energia elettrica cresceranno ancora. L’importante è gestire il mercato con coscienza, regolando al meglio la logistica per evitare picchi di approvvigionamenti e garantire un flusso costante della merce».
17 novembre 2021 (modifica il 17 novembre 2021 | 16:51)
Un finanziamento agevolato, già operativo, mira a favorire il potenziamento economico delle aziende con vocazione internazionale e la crescita occupazionale.
Laddove il ‘made in italy’ post pandemia incontra evidenti difficoltà a espandersi su scala mondiale, un valido strumento risolutivo da cui poter attingere sembra proprio essere il Fondo 394 dell’Unione Europea, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza– NextGenerationEU. Rafforzare la competitività sui mercati esteri e supportare il graduale percorso di crescita internazionale delle aziende europee all’estero, generando incremento occupazionale, con finanziamenti a tasso agevolato, è la missione primaria di questo strutturato programma. Il spending plan complessivo di spesa stanziato dall’Ue per questo intervento si attesta a 806,9 miliardi di euro. Dal 28 ottobre 2021, attraverso l’ente erogatore Sace Simest, un’ampia gamma di linee di finanziamento risultano già operative. Uno tra questi interventi si rivolge all PMI italiane con vocazione internazionale, che vogliono potenziare il commercio elettronico su scala mondiale.
Requisito imprenscindibile per accedere al piano è aver costituito in forma di società di capitali e depositato presso il Registro imprese almeno due bilanci relativi a due esercizi completi. Scendendo più nei dettagli, il contributo agevolato in regime “de minimis” con co-finanziamento a fondo perduto, con la formula del ‘Temporary Framewor’, deve essere destinato alla realizzazione di un progetto di investimento digitale per la creazione o miglioramento di una piattaforma e-commerce di proprietà, o l’accesso advertisement una piattaforma di terzi (market location). L’attività principale dei beneficiari deve focalizzarsi sulla commercializzazione di beni o servizi prodotti in Italia o con marchio italiano. Importo massimo finanziabile, per una piattaforma, propria non può superare la soglia dei 300.000 euro e comunque non può essere superiore al 15% dei ricavi medi risultanti dagli ultimi due bilanci approvati e depositati dall’impresa. Invece nel caso di una piattaforma di terzi il maximum previsto non può varcare la soglia dei 200.000 euro e comunque non deve essere maggiore al 15% dei ricavi medi risultanti dagli ultimi due bilanci approvati e depositati dall’impresa. Importo minimo che si può richiedere è di 10.000 euro. La quota massima a fondo perduto non può valicare il tetto del 40% per le PMI del Sud e il 25% per le restanti PMI. La quota di co-finanziamento a fondo perduto è concessa in ogni caso nei limiti dell’importo massimo complessivo di agevolazione in routine di Momentary Framework per impresa. La durata del finanziamento è di 4 anni, di cui 1 di pre-ammortamento. Inoltre, I vantaggi aumentano per le regioni fool almeno una sede operativa, da almeno sei mesi, in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. In questo caso, infatti, si puoi richiedere una quota di co-finanziamento a fondo perduto più elevata, fino a un massimo del 40% del limite di agevolazioni pubbliche complessive, concesse in program di Momentary Structure. Alle PMI del Sud Italia è, inoltre, riservato il 40% della dotazione complessiva del Fondo 394 (Riserva Sud), ossia 480 milioni di euro.
29 novembre 2021 (modifica il 29 novembre 2021|18:01)
L’onda verde cresce e il mondo dell’auto, una volta tanto, fa da battistrada. Ecco 10 proposte elettriche per chi volesse cambiare non solo l’auto, ma anche il modo di muoversi. Queste suggestioni sono utili a chi cerca di capire che cosa offre il mercato e quali sono le caratteristiche delle BEV in listino: pregi, difetti, prezzi e autonomia. Però, quando si «pensa» elettrico, è bene sempre tener presente che le auto a emissioni zero (almeno alla ruota) non sono esattamente come le macchine convenzionali. Ci assomigliano, ma non sono la stessa cosa. A cominciare dall’acquisto: soluzioni come leasing o affitto a lungo termine sono probabilmente quelle più convenienti.
Qui vi presentiamo 10 modelli, ognuno con una caratteristica che lo rende particolarmente «desiderabile» e con il prezzo di listino, a cui – quando sono attivi – possono essere sottratti gli incentivi statali o regionali.
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