Valentina Pitzalis e la mano bionica: «Non sarò mai autosufficiente,

Valentina Pitzalis e la mano bionica: «Non sarò mai autosufficiente,

di Elvira Serra

Nel 2011 a Carbonia scampò al femminicidio: il volto devastato e le amputarono un arto. «Non sarò mai autosufficiente, ma avrò più autonomia». Il marito le diede fuoco, lui morì: «Tanti mi hanno aiutata. Non lo Stato: né come vittima, né in quanto disabile»

Felicità è estrarre un fazzolettino di carta dal suo pacchetto, senza aiutarsi con la bocca. Tenere la bottiglietta d’acqua ferma per svitare il tappo (che però deve essere stato allentato prima da qualcun altro). Prendere un bicchiere con la mano o impugnare la forchetta. E poco importa che quella mano sia bionica (per l’esattezza in titanio e carbonio). Conta invece che Valentina Pitzalis, 38 anni, di Carbonia, abbia recuperato un po’ di autonomia grazie all’arto artificiale studiato per lei dall’Officina Ortopedica Maria Adelaide di Torino . «Il prossimo passo sarà farmi da sola la piega con il phon», spiega con entusiasmo affinato da anni di resilienza, mentre corre in aeroporto per tornare in Sardegna dai genitori, Matilde e Franco. «Non potrò mai essere di nuovo autosufficiente. La protesi è fantastica, mi garantisce 14 movimenti, ma non è impermeabile. Quindi per lavarmi, per esempio, avrò sempre bisogno dell’aiuto di un’altra persona. Però, per una che ha perso la mano sinistra e può usare la destra solo al 60 per cento, poter di nuovo fare da sola cose semplici come tagliare una fettina di carne, è bellissimo. Non do più niente per scontato».

Il tentato femminicidio

La vita di Valentina Pitzalis era cambiata il 17 aprile del 2011, quando il marito, Manuel Piredda, la ricoprì di benzina e le diede fuoco, nella casa di lui a Bacu Abis, nel Sud Sardegna. Lui morì nel rogo, lei sopravvisse, pagando un prezzo altissimo: perse una mano, l’altra fu irrimediabilmente compromessa, il volto sfigurato per sempre. Ci fu poi una coda giudiziaria incredibile, dopo che la famiglia di lui presentò un esposto che accusava Valentina di omicidio volontario, istigazione al suicidio e incendio doloso: inchiesta chiusa con l’archiviazione.

Gli hater e gli aiuti

«Ci sono ancora tanti leoni da tastiera, sui social, e quelli credo che continueranno a tormentarmi. Del resto esiste quella che si chiama vittimizzazione secondaria: sono sopravvissuta e non ho rinunciato a vivere, dunque sono colpevole», prosegue. Ci sono, però, anche tante persone che l’hanno aiutata fin dal primo momento. «La protesi l’ho pagata grazie a una raccolta fondi della Fondazione Doppia Difesa fatta nel 2012. La Asl sarda ha coperto un’altra parte. L’Officina Ortopedica ha fatto il suo. E poi ho sempre accanto a me l’associazione Fare X Bene (farexbene.it ), che mi accompagna dalla fase processuale. Come vittima scampata a un femminicidio lo Stato non mi ha mai riconosciuto nessun aiuto. Come persona con disabilità, nemmeno: il tabellario per le protesi è fermo al 1999, senza un supporto esterno non avrei mai potuto pagare i 40 mila euro per la mano nuova. In Grecia una protesi del genere è totalmente a carico del sistema sanitario nazionale».

Gli interventi di chirurgia

Neppure per gli interventi di chirurgia di ricostruzione si è sentita sostenuta. «Moltissimi vengono considerati come estetici. Eppure per un incidente sul lavoro gli aiuti ci sono. Ora, non posso storcere il naso per questa valutazione, perché il naso non ce l’ho più…», riflette con un po’ di amarezza. «Però posso dire di essere diventata davvero Wonder Woman, adesso. E questo mi fa sentire ancora più forte».

16 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 09:47)

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Di Maio: si lasci fuori il premier da giochi politici

Di Maio: si lasci fuori il premier da giochi politici

di Venanzio Postiglione

Il ministro M5S: con Conte dialogo franco, ma stessi obiettivi. Non dobbiamo snaturarci

Il Quirinale, i partiti, le riforme. Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, già leader dei 5 Stelle: ieri Corriere.it, ora sul giornale.

Visto dalla Farnesina: le nuove regole anti Covid decise dall’Italia e le tensioni con Bruxelles. Qual è il punto?
«Non parlerei di tensioni. Abbiamo solo applicato norme più restrittive perché stiamo cercando di arginare Omicron: siamo uno dei Paesi che per ora ha i più bassi livelli di diffusione della variante. Dobbiamo proteggere l’Italia. La Grecia ha scelto lo stesso meccanismo, altri stanno seguendo questa strada».

Attualità politica. Come si sceglie il presidente della Repubblica?
«Con l’obiettivo di eleggere chi tuteli l’interesse nazionale e garantisca l’unità del Paese. Dialogo ampio tra tutte le forze politiche».

Cosa vuol dire metodo condiviso? Qual è la via?
«La proposta del tavolo è valida, spero non diventi solo una iniziativa mediatica. Lo dico da rappresentante dei 5 Stelle, la prima forza nel Parlamento. Bisogna parlare con tutti, con i nostri alleati ma anche con il centrodestra: senza però farci dettare l’agenda. Dialogo alla pari, obiettivo comune».

Silvio Berlusconi è un nome possibile?
«Salvini e Meloni si affrettano sia a candidarlo sia a dire che i voti non ci sono. Il punto è che potrebbe essere affossato dallo stesso centrodestra».

Lei vedrebbe Mario Draghi al Quirinale?
«Non ci possiamo permettere di mischiare ai giochi politici e al toto-nomi il presidente Draghi. Che va protetto e non va tirato per la giacca. Legge di bilancio, terze dosi del vaccino, nuove misure: il periodo è molto delicato, non servono i rumors sul Quirinale».

Si è parlato di un asse Letta-Conte per il Colle. Cosa ne pensa?
«Iniziativa giusta, visto che sono forze alleate. Ma direi: facciamolo, facciamolo velocemente, partiamo già da una maggiore sintonia. Costruiamo un metodo prima dei nomi. E ripeto: i partiti non si possono permettere di giocare con il nome del premier».

E il Parlamento?
«Ascoltiamolo. Il partito dei franchi tiratori non solo esiste ma può crescere.Il gruppo misto è il più grande della storia. Per i 5 Stelle i capigruppo Mariolina Castellone e Davide Crippa sono punti di riferimento importanti».

Quando si deve votare per le elezioni politiche?
«Le dico quando “non” si deve votare: mentre acceleriamo sulle terze dosi e avviamo il Piano di ripresa e resilienza. Non possiamo, adesso, perdere tra i 4 e i 5 mesi. Andate a vedere i Paesi dove ci sono state campagne elettorali o crisi di governo: curve dei contagi in salita, esecutivi bloccati nelle scelte. La data prevista è il 2023: mettiamo in sicurezza l’Italia e poi andiamo alle urne».

Lei crede nell’alleanza tra Pd e 5 Stelle? O il Movimento dovrebbe correre da solo?
«Con il Pd lavoriamo molto bene: dove ci siamo presentati assieme abbiamo portato a casa risultati molto importanti. Non penso solo a Napoli e a Bologna ma anche a Comuni medi e piccoli. Sono i fatti a dimostrare che il legame tra noi e il Partito democratico sta funzionando».

Pensa che si debba cambiare la legge elettorale e approvare un proporzionale con soglia al 5 per cento?
«Credo di sì, con uno sbarramento. Questo è un Paese che finché avrà una democrazia di modello parlamentare con la fiducia al governo avrà bisogno di un sistema proporzionale».

Giorgia Meloni, sul Corriere, ha rilanciato il presidenzialismo.
«Non è la priorità, ora siamo in piena pandemia. Ma dopo sarà giusto aprire una riflessione. Mi guardo attorno in Europa. Chi ha avuto più stabilità è la Francia con un sistema semipresidenziale. È un fatto».

È vero che a volte, o spesso, lei e Conte avete sensibilità e opinioni diverse?
«Il presupposto è che avere opinioni diverse non significa spaccare una forza politica. Posso dirle che, con Giuseppe Conte, oltre ad avere un dialogo molto franco, lavoriamo insieme continuamente all’interno dei 5 Stelle. Sostengo il nuovo corso: diamogli tempo per completare la transizione. Abbiamo lo stesso obiettivo, le battaglie del Movimento e la crescita dei consensi. Su questo c’è sintonia».

Ma la leadership di Conte è salda?
«Assolutamente sì, è appena partita. L’ambizione di strutturare e organizzare un Movimento come il nostro non è cosa facile. Quello che sembra normale per gli altri, per noi è uno sforzo non comune».

Come immagina i 5 Stelle?
«Dobbiamo andare dove sta andando il mondo. Il primo punto è il clima. Riguarda tutti noi. Come proteggerci dagli stravolgimenti ambientali, come rallentarli. Non è un caso se abbiamo rilanciato il superbonus del 110 per cento. Il nostro futuro è diventare la vera forza ecologista del Paese. E accanto a questa transizione c’è quella digitale: le nuove tecnologie, accanto ai giovani».

E la struttura del Movimento?
«Quella nazionale è nata e sono molto contento. Poi c’è quella territoriale. Sono sicuro che il comitato presieduto da Alfonso Bonafede porterà avanti un grande lavoro. Rispondere alle richeste dei cittadini comporta un’organizzazione che non abbiamo mai avuto».

Dal 2 per mille all’astensione sul caso Renzi: il Movimento ha cambiato natura?
«Non dobbiamo snaturarci. Mi fa piacere che il presidente Conte abbia detto chiaramente che noi voteremo contro la richiesta avanzata da Renzi. Una cosa è parlare di giustizia e anche di malagiustizia, un’altra è usare argomentazioni improprie per difendere i politici. Il segnale sarebbe devastante».

Perché i 5 Stelle hanno perso tanti consensi?
«Mi sono dimesso a gennaio del 2020. Giuseppe Conte è stato appena eletto presidente. Il Movimento sta vivendo una lunga transizione. Guardiamo avanti, gli obiettivi che ci chiedono gli italiani sono chiari. Superare la pandemia, rivedere il rapporto tra i cittadini e i servizi pubblici, come dicevo affrontare le due grandi rivoluzioni del nostro tempo, il clima e le tecnologie. Stiamo parlando di cambiamenti di enorme portata: dobbiamo esserci e incidere».

Se il messaggio chiave del 2018 era il reddito di cittadinanza, adesso i punti chiave diventano ambiente e digitale. È così?
«Ricorderete che arrivammo in Parlamento con una grande spinta sui temi del welfare, il senso era mettere in sicurezza il nostro Paese anche dal punto di vista dei diritti per chi non aveva niente o rischiava di perdere tutto. Ora il primo problema è la pandemia, con il nemico invisibile. Ma sullo stesso piano c’è la battaglia sul clima. E lì accanto ecco la transizione digitale: senza l’innovazione, le tecnologie, non puoi combattere né i virus né i cambiamenti del pianeta. Non è solo una questione per i ministri dell’Ambiente. I ministri dell’Interno e della Difesa come quelli degli Esteri sanno per esempio che le cellule terroristiche avanzano in quelle aree dell’Africa dove cresce la siccità, si impoveriscono i villaggi, i giovani diventano estremisti».

Sentite la mancanza del fondatore, Beppe Grillo, che non appare più?
«Grillo è sempre presente. Ci sentiamo con regolarità anche per discutere di clima, pandemia, transizione digitale. Conoscete Grillo come lo conosciamo noi: interviene sempre nei momenti di difficoltà, lo sentiamo al nostro fianco».

Com’è adesso il suo rapporto con Matteo Salvini?
«Con lui ho già dato. Abbiamo due idee della politica e di come fare politica differenti. Fino a prova contraria io mi fido ciecamente delle persone. E poi purtroppo quella prova contraria è arrivata».

Con Giorgia Meloni?
«Ha sempre mostrato una grande affidabilità. Siamo politicamente agli antipodi ma, quando è capitato di lavorare assieme, c’è stata sempre fiducia».

E il rapporto con il premier Draghi?
«Mi permetto di definirlo ottimo. Totale sintonia per rafforzare il nostro Paese rispetto alla pandemia e alla crisi economica».

Cosa si aspetta di più e di diverso dal governo?
«Ce la stiamo mettendo tutta, sono in una squadra di ministri, viceministri e sottosegretari che ogni mattina si sveglia e prova a fare di più. Ne sono orgoglioso. Oltre il 6 per cento di crescita, anno record dell’export per il Made in Italy».

È stato vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, ora è agli Esteri. Come e dove si immagina nei prossimi anni?
«Questo non lo so. Posso dirle che finché i cittadini mi daranno fiducia e non si stancheranno, io darò sempre il massimo».

16 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 08:25)

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Per l’urbanista americano Richard Florida le città sono tornate a “ruggire”

Per l’urbanista americano Richard Florida le città sono tornate a “ruggire”

di Elena Papa Per l’urbanista americano, sulla scia della pandemia, le metropoli hanno accelerato un processo di cambiamento che period già in atto. Ora però non dobbiamo perdere l’opportunità di creare città più inclusive con quartieri ibridi. Senza separazioni tra casa-lavoro-svago

Al pari degli esseri viventi, anche le città nascono, crescono e, in alcuni casi, si estinguono. Si possono infatti individuare veri e propri processi di trasformazione urbana paragonabili, per certi aspetti, al ciclo vitale. Ma, proprio come esseri viventi, le città si adattano alle situazioni generando strategie di rigenerazione fisica e sociale che permettono loro di superare crisi molto gravi e pericolose per la propria esistenza. Così, dopo aver scandagliato la vita delle metropoli scosse dalla pandemia, potremmo scoprire che le città vincono ancora: “La popolazione non sta abbandonando le città che, anzi, sono tornate a “ruggire” proprio come hanno fatto sulla scia di altre pandemie”, racconta l’economista e urbanista americano Richard Florida, professore alla School of Cities and Rotman School of Management dell’Università di Toronto, studioso di dinamiche sociali e urbane. Tra i libri scritti: The Rise of the Creative Class (2002) e The New Urban Crisis (2017 ).

La storia infatti ci ha insegnato che le città sono in grado di rinascere dopo ogni crisi: prima del Covid ci sono state almeno altre 13 pandemie negli ultimi 3000 anni. Ora in che periodo siamo?
“Definirei questo momento come ultima fase della pandemia. Anzi, l’inizio della fine della pandemia. Certo è che le metropoli stanno cambiando a causa del infection ma non è il virus che sta provocando questo sconvolgimento urbano. Sta solo accelerando dei cambiamenti che erano già in corso”. Eppure, secondo molti architetti le città durante l’emergenza sanitaria hanno mostrato tutte le loro fragilità, la campagna sta riscuotendo un interesse perduto. “Questa non è la prima volta che gli esperti prevedono l’esodo urbano e la morte delle città. E proprio come tutte le volte precedenti, sono stati nuovamente smentiti. Il grande cambiamento nelle città non riguarda dove vivono le persone ma dove lavorano”.

Certo, lo wise working non può non avere conseguenze sulle dinamiche sociali e urbane.
“È un processo ancora in corso. Molte categorie di professionisti che possono lavorare da remoto, continuano a farlo. È stato stimato che una volta usciti dalla crisi circa il 20% continuerà a lavorare da casa in modo continuativo e il 30% alternerà ufficio e remoto. Ma va tenuto conto che una quota enorme della forza lavoro svolge attività di produzione, consegna, logistica, magazzino, vendita al dettaglio e altri servizi che non possono essere svolti da casa”.

Mi pare di capire, anche da quanto dicono i dati, che si arriverà a un modello di lavoro ibrido. Dunque nulla sarà più come prima?
“Mi piace dire: le città si sono rianimate. I ristoranti sono pieni, non si riesce addirittura a prenotare. I concerti sono affollati, così come i palazzetti dello sport, mostre ed eventi culturali. L’unica eccezione è il lavoro. Gli uffici rimangono praticamente vuoti. Questo ci dice che qualcosa sta veramente cambiando. Le città non sono solo luoghi dove lavorare, mangiare e dormire, sono luoghi di innovazione, creatività e aggregazione: piattaforme che arricchiscono l’umanità. Ora abbiamo davanti un’enorme opportunità, quella di trasformare i quartieri del service in centri ibridi senza separazioni tra casa-lavoro-svago. Con la pandemia e post pandemia è nato una sorta di “lavoro diffuso”: al bar, al parco piuttosto che in un museo. Tutto questo grazie alla tecnologia”.

Cosa pensa dell’concept di Carlos Moreno della città dei 15 minuti?
“Mi piace. Ma non è una novità. L’idea che le persone possono vivere, lavorare, portare i figli a scuola e svolgere tutte le attività quotidiane entro un raggio di 15 minuti ce lo disse già mezzo secolo fa una delle più grandi urbaniste, Jane Jacobs. La cosa buona è che l’idea sta ottenendo il consenso delle metropoli di tutto il mondo”.

Per quanto riguarda il clima, si continua an alarming: alberi, alberi, alberi … sono davvero la soluzione per eliminare la C02 dalle città? Cosa possiamo fare di più?
“Gli alberi ci possono aiutare molto. Abbiamo bisogno di più verde urbano. Ma bisogna convincere le persone che il climate change è una minaccia reale e continuare a essere attivi e a lottare a favore della sostenibilità ambientale”.

Com è la sua città ideale?
“Le città sono la grande conquista della civiltà umana perché è qui, nel corso della storia, che le persone, le economie, le culture si sono sempre incontrate. Penso a quartieri più a misura d’uomo e di comunità. Ma una vera città è molto di più: deve essere diffusa e inclusiva con musei, centri culturali, locali musicali, arene, teatri (potrei continuare) ben distribuiti nell’aera urbana. Solo così, attraverso rapporti e attività, si riallacciano i legami tra i cittadini. Tutto questo è città”.

19 dicembre 2021 (modifica il 19 dicembre 2021|12:28)

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Coe, numero 1 dell’atletica: «L’oro di Tamberi diviso con Barshim?

Coe, numero 1 dell’atletica: «L’oro di Tamberi diviso con Barshim?

di Gaia Piccardi

Il presidente di World Athletics spiega perché Jacobs non è stato premiato poi commenta la scelta del saltatore italiano di dividere il titolo olimpico con l’amico

Sebastian Coe, presidente di World Athletics, perché Marcell Jacobs non è stato candidato per i vostri premi di fine stagione?
«Partiamo dalla giuria che ha deciso: sei esperti statistici, uno per ogni area del mondo, che hanno tenuto conto di podi, vittorie, prestazioni. Accontentare tutti era impossibile. Arriverà anche il momento di Jacobs: continui a fare quello che sa fare bene».

Non sarebbe più trasparente una giuria di cui si conoscessero i nomi?
«I nostri statistici devono poter lavorare tranquilli e con discrezione».

Ma, a sua memoria, è la prima volta che l’oro olimpico nei 100 non entra tra i premi?
«Non è aver vinto l’oro che garantisce un posto per gli awards, soprattutto in un anno olimpico con tante prestazioni d’eccellenza. Ripeto: non mi pare sia successo nulla di scandaloso».

Perché la stampa anglosassone ha da subito mal digerito Jacobs campione olimpico?
«Ah, dovrebbe chiederlo a loro… Però a Tokyo, dopo la vittoria di Jacobs, ricordo perplessità anche della stampa italiana. Chi vince l’oro ai Giochi merita rispetto».

Presidente, in tempi di pandemia prolungata come sta l’atletica mondiale?
«È in ottima salute, il 2021 l’ha dimostrato. Abbiamo reinventato il calendario e messo gli atleti in condizione di competere, dai Giochi di Tokyo a porte chiuse l’atletica è uscita come sport leader: 2,2 miliardi di spettatori, più di ogni altra disciplina, 62 milioni di conversazioni social. Il contratto con Nbc e con l’Eurovisione è stato allungato al 2029, c’è un piano strategico per crescere ancora».

Come?
«Entreremo di più nelle scuole: nel periodo Covid il 50% dei ragazzi tra i 9 e i 14 anni ha ridotto della metà l’attività fisica. Organizzeremo più gare locali e regionali, desidero che l’atletica conti di più nelle vite delle persone».

Il Mondiale 2022 in Oregon è la prossima vetrina globale.
«Gli Usa sono un mercato fondamentale per noi, però in crisi. Spero di lasciare Eugene con un nuovo percorso di crescita per l’atletica americana, che conterà su importanti ritorni (il controverso sprinter Coleman, ndr) e sulle stelle McLaughlin e Mu».

E poi i nuovi mercati.
«Con il Mondiale U23 a Cali l’anno prossimo e quello U20 a Lima nel 2024 sbarcheremo in forze in Sud America».

C’è una road map per la corsa campestre ai Giochi?
«La strada è aperta, penso a Los Angeles 2028. Mi fa sorridere che il Cio non consideri il cross sport da neve, sapessero quante volte ho gareggiato in Irlanda sotto zero!».

È favorevole al boicottaggio di Pechino 2022?
«No. La difesa dei diritti umani è un pilastro fondamentale, ma lo sport si è dimostrato un ponte decisivo verso i cambiamenti».

Da ex atleta, avrebbe mai diviso un oro olimpico?
«Mai! Però rispetto la decisione di Tamberi e Barshim a Tokyo: è stato un momento che ha colpito il mondo, ma io non l’avrei mai fatto».

17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 10:15)

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Maria Sole Ferrieri Caputi: «Preferisco arbitro ad arbitra, quando dicono

Maria Sole Ferrieri Caputi: «Preferisco arbitro ad arbitra, quando dicono

di Carlos Passerini

È stata la prima ad aver diretto un club di A in Cagliari-Cittadella 3-1: «Preferisco arbitro ad arbitra, quando dicono arbitra vogliono sottolineare che sono donna. I giocatori si gestiscono ma le urla ai campetti fanno male»

Si chiama Maria Sole Ferrieri Caputi, è livornese, ha 31 anni ed è la prima donna italiana ad aver arbitrato una squadra di serie A. È successo in Cagliari-Cittadella 3-1 di mercoledì, sedicesimi di Coppa Italia: una partita che segna la storia del nostro calcio. E che Maria Sole — confidano i vertici arbitrali e conferma chi era in campo — ha gestito con una personalità sorprendente per una debuttante: tre gol annullati, tre ammonizioni, pochi fischi ma giusti. Sempre vicina all’azione, ha sfoderato sorrisi e nervi saldi anche nei momenti più delicati del match.

Lei aveva già diretto in serie B, ma una squadra di A mai: come è stato il salto?
«Devo dire la verità, non è stato diverso dal solito. Un po’ di emozione prima, perché cambia il contorno, ma dentro al campo è tutto uguale. Ci tenevo a fare bene perché sapevo che stavo rappresentando un movimento intero, quello delle donne che arbitrano a tutti i livelli. Io sono solo la punta dell’iceberg di un mondo che sta crescendo. Sono soddisfatta, ma ho ancora tanto da imparare».

Come fa una ricercatrice all’Università di Bergamo a conciliare un impiego tanto impegnativo con la professione di arbitro?
«Viaggiando tanto e facendo molti sacrifici, come tutti quelli che arbitrano dalle giovanili alla serie A. Lavoro a Bergamo in un centro studi di diritto del lavoro e sto completando il dottorato. Ho una vita piena, ma sono felice».

Due nomi e due cognomi. A Cagliari c’era chi diceva: non solo c’è un arbitro donna, è pure nobile.
«Sì, qualche origine nobile c’è, ma di 400 anni fa. Vengo da una famiglia normalissima. Sono cresciuta a due passi dal Picchi. Ci andavo fin da piccolina con mio papà a tifare il Livorno. La mia passione è iniziata lì».

E quella per l’arbitraggio quando?
«Da bimba volevo giocare a calcio, ma la mamma non voleva. Erano altri tempi, non si vedeva di buon occhio una ragazzina che correva dietro a un pallone. Oggi per fortuna è diverso. A sedici anni mi sono iscritta al corso arbitri della sezione di Livorno. Un colpo di fulmine».

Prima partita?
«Antignano Banditella-Sorgenti, categoria Esordienti, gennaio 2007. È andata bene. Ho espulso il portiere e la sua mamma mi ha aspettato fuori. Poi, quando ha visto tutti i miei parenti che erano venuti a vedere me, almeno una decina, è andata via».

Problema serissimo, quello della violenza sugli arbitri. E purtroppo sottovalutato. Serve più rigore.
«Martedì e mercoledì in serie A c’è la campagna “Rosso a chi tocca” per sensibilizzare sul tema, che riguarda soprattutto gli arbitri più giovani. Inaccettabile quello che succede ogni domenica sui campetti. Adesso basta».

Lei è stata mai aggredita, ha subito episodi violenti?
«Per fortuna no. In pericolo per davvero non mi sono mai sentita. Qualche giocatore maleducato l’ho trovato, ma il problema vero è chi sta fuori. Il giocatore lo gestisco. Ma la voce sguaiata, l’insulto del tizio attaccato alla rete di un campetto con venti spettatori lo senti. E fa male. Più di un coro in uno stadio da 20mila persone. Anche perché nel campetto di periferia sei da solo».

E insulti sessisti?
«Anche lì più sali di categoria e meno guardano questo aspetto, se sei uomo o donna. A livello professionistico paradossalmente è tutto più semplice, in quel senso».

Anche gli allenatori spesso fanno pessima figura.
«Se esagerano, li butto fuori: è semplice».

Modelli?
«La francese Frappart ha fatto scuola per tante ragazze, come la nostra Vitulano. In generale tutte quelle colleghe che hanno fatto da apripista. Gli uomini? Quelli di serie A sono tutti diversi come stile, ma tutti bravissimi».

E lei che tipo di arbitro è?
«Onestamente non lo so, direi naturale, spontanea. Quel che sento di fare, lo faccio. Tutto qua».

Che ne pensa della Var? Un gol a Cagliari l’ha tolto con la tecnologia…
«È una garanzia. Ho esperienza limitata, cerco di non sbagliare, ma so di avere una specie di angelo custode che mi corregge se serve».

Cosa dice alle ragazze che vogliono cominciare?
«Che è una grande occasione di crescita, per mettersi alla prova con se stesse e con gli altri. Impari a non accontentarti, a fare sacrifici. E a fare gioco di squadra. Noi siamo una grande associazione. A volte si pensa che l’arbitro sia un uomo solo, ma non è così: gli obiettivi di uno sono gli obiettivi di tutti, di tutta la squadra».

A quando quindi una donna in serie A?
«Speriamo presto».

A proposito: arbitro o arbitra?
«Arbitro. Personalmente lo preferisco. Come preferisco sindaco a sindaca. Novanta volte su cento quando mi dicono arbitra è per sottolineare che sono una donna. Quindi preferisco arbitro. Credo che quando non ci sarà più l’esigenza di sottolinearlo, allora vorrà dire che ci sarà davvero parità».

17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 10:19)

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Dylan Dog e il fumetto ambientato a Vercelli

Dylan Dog e il fumetto ambientato a Vercelli

di Floriana Rullo

Il racconto è contenuto nel numero di dicembre, il 423, «Nella stanza del guerriero»

Dylan Dog fa un salto nel tempo e arriva a Vercelli. Attraverso una porta temporale il famoso indagatore dell’incubo, nato nel 1986 dalla fantasia di Tiziano Sclavi, fa un tuffo nel passato arrivando ad un secolo prima della nascita di Cristo, così da poter descrivere sulle sue pagine in bianco e nero addirittura la battaglia dei Campi Raudi. Il racconto è contenuto nel numero di dicembre, il 423, Nella stanza del guerriero. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Carlo Ambrosini, i disegni di Gabriele Ornigotti e la copertina del mese di Gianluca e Raul Cestaro. A pagina 13, sullo sfondo si trova l’inconfondibile profilo del Monte Rosa, che nei disegni successivi fa da cornice a un terreno bagnato da un fiume: «Campi Raudii, Valle del Sesia, attuale Piemonte», si legge nella scritta che compare in alto a sinistra.

È il 101 avanti Cristo e si è appena combattuta la cosiddetta «battaglia di Vercelli», conclusa con la vittoria dell’esercito romano del console Gaio Mario e la spedizione delle tribù germaniche di Cimbri arrivate qui dopo aver attraversato i monti della Val d’Ossola. Un luogo che ancora non ha messo completamente d’accordo gli storici individuato nel complesso minerario alimentato da materiale alluvionale a «Vercellae», è in un’area che spazia fino alla Lomellina o forse fino a Gattinara. Un evento che ha segnato la storia europea e che ha consacrato il passaggio del comando. «Per risolvere il caso — si legge nella presentazione del fumetto —, l’indagatore dell’incubo deve scoprire cosa le collega a una vicenda, risalente a molti secoli prima, riguardante un giovane guerriero cimbro in fuga da un violentissimo assalto da parte dell’esercito romano». La storia di una delle pagine più conosciute riguardanti Vercelli torna a essere raccontata grazie a uno dei fumetti italiani della Bonelli. Dylan Dog a «Vercellae» è per veri intenditori, oltre che conoscitori, del brivido.

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17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 17:13)

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