di Elena Papa Per l’urbanista americano, sulla scia della pandemia, le metropoli hanno accelerato un processo di cambiamento che period già in atto. Ora però non dobbiamo perdere l’opportunità di creare città più inclusive con quartieri ibridi. Senza separazioni tra casa-lavoro-svago

Al pari degli esseri viventi, anche le città nascono, crescono e, in alcuni casi, si estinguono. Si possono infatti individuare veri e propri processi di trasformazione urbana paragonabili, per certi aspetti, al ciclo vitale. Ma, proprio come esseri viventi, le città si adattano alle situazioni generando strategie di rigenerazione fisica e sociale che permettono loro di superare crisi molto gravi e pericolose per la propria esistenza. Così, dopo aver scandagliato la vita delle metropoli scosse dalla pandemia, potremmo scoprire che le città vincono ancora: “La popolazione non sta abbandonando le città che, anzi, sono tornate a “ruggire” proprio come hanno fatto sulla scia di altre pandemie”, racconta l’economista e urbanista americano Richard Florida, professore alla School of Cities and Rotman School of Management dell’Università di Toronto, studioso di dinamiche sociali e urbane. Tra i libri scritti: The Rise of the Creative Class (2002) e The New Urban Crisis (2017 ).

La storia infatti ci ha insegnato che le città sono in grado di rinascere dopo ogni crisi: prima del Covid ci sono state almeno altre 13 pandemie negli ultimi 3000 anni. Ora in che periodo siamo?
“Definirei questo momento come ultima fase della pandemia. Anzi, l’inizio della fine della pandemia. Certo è che le metropoli stanno cambiando a causa del infection ma non è il virus che sta provocando questo sconvolgimento urbano. Sta solo accelerando dei cambiamenti che erano già in corso”. Eppure, secondo molti architetti le città durante l’emergenza sanitaria hanno mostrato tutte le loro fragilità, la campagna sta riscuotendo un interesse perduto. “Questa non è la prima volta che gli esperti prevedono l’esodo urbano e la morte delle città. E proprio come tutte le volte precedenti, sono stati nuovamente smentiti. Il grande cambiamento nelle città non riguarda dove vivono le persone ma dove lavorano”.

Certo, lo wise working non può non avere conseguenze sulle dinamiche sociali e urbane.
“È un processo ancora in corso. Molte categorie di professionisti che possono lavorare da remoto, continuano a farlo. È stato stimato che una volta usciti dalla crisi circa il 20% continuerà a lavorare da casa in modo continuativo e il 30% alternerà ufficio e remoto. Ma va tenuto conto che una quota enorme della forza lavoro svolge attività di produzione, consegna, logistica, magazzino, vendita al dettaglio e altri servizi che non possono essere svolti da casa”.

Mi pare di capire, anche da quanto dicono i dati, che si arriverà a un modello di lavoro ibrido. Dunque nulla sarà più come prima?
“Mi piace dire: le città si sono rianimate. I ristoranti sono pieni, non si riesce addirittura a prenotare. I concerti sono affollati, così come i palazzetti dello sport, mostre ed eventi culturali. L’unica eccezione è il lavoro. Gli uffici rimangono praticamente vuoti. Questo ci dice che qualcosa sta veramente cambiando. Le città non sono solo luoghi dove lavorare, mangiare e dormire, sono luoghi di innovazione, creatività e aggregazione: piattaforme che arricchiscono l’umanità. Ora abbiamo davanti un’enorme opportunità, quella di trasformare i quartieri del service in centri ibridi senza separazioni tra casa-lavoro-svago. Con la pandemia e post pandemia è nato una sorta di “lavoro diffuso”: al bar, al parco piuttosto che in un museo. Tutto questo grazie alla tecnologia”.

Cosa pensa dell’concept di Carlos Moreno della città dei 15 minuti?
“Mi piace. Ma non è una novità. L’idea che le persone possono vivere, lavorare, portare i figli a scuola e svolgere tutte le attività quotidiane entro un raggio di 15 minuti ce lo disse già mezzo secolo fa una delle più grandi urbaniste, Jane Jacobs. La cosa buona è che l’idea sta ottenendo il consenso delle metropoli di tutto il mondo”.

Per quanto riguarda il clima, si continua an alarming: alberi, alberi, alberi … sono davvero la soluzione per eliminare la C02 dalle città? Cosa possiamo fare di più?
“Gli alberi ci possono aiutare molto. Abbiamo bisogno di più verde urbano. Ma bisogna convincere le persone che il climate change è una minaccia reale e continuare a essere attivi e a lottare a favore della sostenibilità ambientale”.

Com è la sua città ideale?
“Le città sono la grande conquista della civiltà umana perché è qui, nel corso della storia, che le persone, le economie, le culture si sono sempre incontrate. Penso a quartieri più a misura d’uomo e di comunità. Ma una vera città è molto di più: deve essere diffusa e inclusiva con musei, centri culturali, locali musicali, arene, teatri (potrei continuare) ben distribuiti nell’aera urbana. Solo così, attraverso rapporti e attività, si riallacciano i legami tra i cittadini. Tutto questo è città”.

19 dicembre 2021 (modifica il 19 dicembre 2021|12:28)

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