Arriva Global, la newsletter di Federico Rampini
di Federico Rampini
Un’analisi personale e anticonformista per capire il mondo, proposta ogni sabato da un osservatore che ha i piedi a New York e lo sguardo a Oriente
Da questa settimana vi propongo, ogni sabato, un approfondimento su temi essenziali per capire dove va il mondo: “Global” sarà la mia newsletter per gli abbonati al Corriere della Sera (ci si iscrive qui). Geopolitica, economia, tecnologie, nuove tendenze sociali, sfide tra superpotenze: di volta in volta selezionerò qualche tema della settimana, per approfondirlo con un’analisi molto personale.
Il mio punto di osservazione è particolare: ho i piedi a New York e lo sguardo a Oriente. «The place to be, the place to look at». Il luogo dove bisogna stare; il luogo che bisogna osservare. Almeno così la penso io. Nonostante i segnali di decadenza New York continua a offrirmi una ricchezza unica al mondo per vita culturale, qualità delle grandi università e dei think tank, persone da frequentare. Frequento con regolarità anche la California dove mi trasferii 22 anni fa.
Ho lo sguardo rivolto verso il Pacifico. Avendo vissuto in Cina per cinque anni, avendo continuato a visitarla regolarmente – insieme all’India e al Giappone – so per esperienza diretta che nell’Indo-Pacifico ci sono tanti laboratori dell’innovazione, e lì si gioca il futuro dell’umanità.
Viviamo una fase di cambiamenti tumultuosi, da una centenaria supremazia degli Stati Uniti siamo in transizione verso un mondo bipolare, più instabile e turbolento. I passaggi d’epoca da un’egemonia all’altra non sono mai indolori, la storia insegna che procedono per strappi, traumi, incidenti e colpi di scena.
I problemi dell’Italia sono legati a un difetto antico che è stato peggiorato dalla pandemia: il provincialismo, l’autoreferenzialità della classe dirigente. Non basta un SuperMario per risollevare di colpo il livello. La classe politica, la burocrazia, si comportano come se il centro dell’universo fosse tra Palazzo Chigi e il Quirinale, Montecitorio e Palazzo Madama. Si raccontano e vi raccontano un piccolo mondo locale che è molto più angusto del vasto mondo là fuori. Un deficit di visibilità e di chiarezza sulle grandi tendenze globali è pericoloso.
L’eccesso d’informazioni superficiali, nell’era dei social media e della sovrabbondanza digitale, creano un “brusìo di fondo” dispersivo. Cercherò con voi un rapporto personalizzato, grazie ai vostri commenti, suggerimenti, domande. Non ho la pretesa di avvistare per primo il prossimo “cigno nero”, la prossima crisi “impossibile” che è già in agguato dietro l’angolo. Né voglio adottare il pregiudizio sistematico del catastrofismo: all’orizzonte c’è la scommessa di ripartire, ricostruire e rinascere.
Osservare il mondo serve anche a capire dove indirizzare i nostri sforzi e le nostre risorse migliori. Una parte dell’auto-referenzialità di cui soffriamo è figlia di un’anomalìa storica. Siamo ancora afflitti da un complesso di superiorità che ci fa percepire l’Occidente come l’ombelico del mondo: ma l’epoca del dominio dell’uomo bianco sul pianeta, aperta mezzo millennio fa, si sta chiudendo sotto i nostri occhi. Un’altra causa di provincialismo è molto più recente e, speriamo, contingente: la pandemia ha tenuto semi-chiuse le frontiere di diversi paesi. Quando riprenderete a viaggiare liberamente troverete un mondo cambiato. Io non ho mai smesso. Sfruttando anche il privilegio della doppia cittadinanza ho potuto preservare una mobilità che mi è cara e preziosa. Ora comincio questo nuovo viaggio con voi.
Global, di Federico Rampini, è un’analisi personale e anticonformista per capire il mondo, proposta ogni sabato da un osservatore che ha i piedi a New York e lo sguardo a Oriente: “the place to be, the place to look at”. La newsletter è disponibile in prova gratuita per 30 giorni ed è inclusa nell’abbonamento al Corriere della Sera.
16 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 20:46)
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Cremona, la truffatrice seriale del delivery: in lockdown pranzi di
di Francesca Morandi
Paola Francesca Pizzamiglio, 40 anni, è una vera esperta delle truffe: 24 le vittime, un debito di 3.756 euro accumulato solo nel 2020. Il suo trucco: presentarsi come parente o conoscente di clienti del locale
Ristoranti di lusso e pizzerie, ma anche la panetteria, la macelleria, la pasticceria. Ventiquattro vittime cadute nella trappola di Paola Francesca Pizzamiglio, 40 anni, natali a Codogno, casa a Vescovato, nel Cremonese, una carriera di truffatrice seriale del delivery, che un anno fa, in emergenza pandemica, il cibo d’asporto lo ordinava al telefono, se lo faceva portare a casa, senza mai pagare. Escargot e pasta con il tartufo, vino e spumante. Palato raffinato, il suo. Una collezione di denunce in mezza provincia, un debito di 3.756 euro accumulato solo nel 2020.
Ma il conto è più salato. Si sfiorano i 9 mila euro con i colpi messi a segno nel 2019, l’anno d’inizio della carriera truffaldina della quarantenne. Il debutto in una gioielleria di Cremona. Il 13 aprile, la truffatrice acquistò un anello di brillanti e zaffiri, una catena in oro e due ciondoli in argento: 2.240 euro pagati con un assegno «cabriolet». L’anno, il 2019, in epoca pre Covid. Francesca frequentava volentieri i ristoranti, pranzo o cena, a Cremona o fuori città. Sola o in compagnia di amici. Pagava, si fa per dire, con assegno, regolarmente scoperto. Oppure, offriva la tessera bancomat: «Signora, non la prende». «Mi scusi, passo domani». Arrivederci e grazie.
Truffa, insolvenza fraudolenta, ricettazione di assegni le accuse che hanno portato l’imbrogliona seriale davanti al giudice: un capo di imputazione lungo otto pagine, come l’elenco delle vittime e dei debiti. Per esempio i 215 euro di carne ordinati in macelleria. Oppure, il gioielliere che si è costituito parte civile. Due anni fa diede la caccia a Francesca, la trovò. Era persino disposto a non denunciarla se solo gli avesse restituito i gioielli, ma lei candidamente gli spiegò: «Sono regali che ho fatto». Arrivarono i carabinieri, partì la denuncia.
Sul banco degli imputati, la truffatrice è in compagnia delle amiche Debora Orfeo e Stefania Merlo, 41 e 43 anni. Furba e ben informata, Francesca. Nelle prenotazioni online, spesso cambiava il nome. A volte si presentava come amica, figlia, cameriera, parente di persone che del locale erano clienti. Si faceva spedire il menù, sceglieva e ordinava. «Purtroppo ci siamo fidati», il commento dei ristoratori truffati. Il periodo era difficile, l’asporto era l’unica occasione per lavorare. L’imputata ne ha approfittato.
Nella lista dei ristoranti di lusso truffati, prima e dopo la pandemia, figurano «La Borgata», alla periferia di Cremona (pasti ordinati per 400 euro) e l’«Umbreleer» di Cicognolo (150 euro). La truffatrice aveva provato anche a «La Crepa» di Isola Dovarese. Ordinò su WhatsApp cibo d’asporto per 396 euro, ma le andò male: il titolare chiese il pagamento prima della consegna. Non si è fatta mancare nulla, l’imputata: dalla torta (46 euro) comprata nella storica pasticceria Lanfranchi all’ombra del Torrazzo, al cibo per cani e gatti ordinati al telefono al negozio di Torre de’ Picenardi: 260 euro di scatolette che il titolare non ha più visto.
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17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 08:18)
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Climate change: siamo consapevoli che abbiamo solo 7 anni per invertire la rotta?
di Federica Gasbarro A poco più di un mese dalla chiusura della Cop26 restano ancora senza risposta molti punti, come i 100 miliardi di dollari l’anno previsti per i paesi vulnerabili ma non accordati. Il lato positivo è l’approvazione del taglio del 45% delle emissioni di carbonio entro il 2030. Intanto la Cina continua a inquinare e la deforestazione dell’Amazzonia prosegue
Notti insonni e cene passate all’interno delle stanze dello Scottish Exhibit Centre (SEC). A scandire il passare delle ore, ben poco forse solo il numero delle pizze o del cibo da asporto che entra nell’edificio passando sotto i metal detector. Le luci interne tradiscono la percezione della realtà, come sempre e l’adrenalina dei tempi supplementari fa tutto il resto. Una scalata contro il pace. Si, perché come da copione Cop26 non è finita puntuale anche se il presidente Alok Sharma ha fatto molta pressione chiedendo a gran voce che entro la sera del 12 novembre si arrivasse non solo all’accordo, ma all’accordo in grado di mantenere il mondo sotto gli 1.5 gradi. Dici niente … Proprio nelle stesse ore arriva tonante e perentorio l’appello di duecento scienziati climatologi advertisement agire in maniera drastica. A loro supporto come ormai da prassi, un fiume di noi ragazzi che per due giorni siamo scesi a marciare nelle strade di Glasgow. Europei, africani, indigeni, asiatici … ognuno con i propri abiti caratteristici. Decisamente la manifestazione più rappresentativa di sempre. A chiudere il cerchio la voce giustamente insoddisfatta di Greta.
La giornata del 13 novembre è iniziata con il fresco pungente a cui non ci si abitua mai, la passeggiata di alcuni di noi delle delegazioni lungo le sponde del fiume Clyde per arrivare a piedi al SEC e la polizia chiaramente riconoscibile da dei giacchetti color giallo evidenziatore a sorvegliare la zona. La giornata che ha gli occhi del mondo e tutti i riflettori puntati inizia esattamente come tutte le altre. Nel pomeriggio è prevista una plenaria formale. Le notizie che si diffondono veloci dopo la chiusura non sono buone, l’India con il suo colpo di scena ha fatto tremare le mura delle stanze. Il documento infatti prevedeva l’eliminazione del carbone mentre loro, supportati dalla Cina, hanno fatto sostituire il termine con la parola “progressiva riduzione”. Il che cambia molto in termini di decarbonizzazione. Timmermans ha mostrato in plenaria la foto del nipotino e gli stati insulari hanno implorato che qualcosa di più fosse fatto o sarebbero finiti sotto l’acqua ma alla fine, non c’è stato nulla da fare. Per evitare la disfatta totale il documento è stato approvato con i nuovi ed inaccettabili termini. Cop26 oltre agli innumerevoli punti oscuri come i 100 miliardi di dollari l’anno previsti per i paesi vulnerabili e non accordati così come il punto su loss & damage, rimasto sospeso, ha anche delle carte a suo favore. Sono stati approvati i punti in sospeso relativi all’articolo 6 degli Accordi di Parigi, il taglio del 45% delle emissioni entro il 2030 ed alcuni provvedimenti relativi allo stop della deforestazione. Ma a quasi un mese dalla chiusura dei lavori cosa sta accadendo?
Intanto la deforestazione in Amazzonia ha raggiunto il suo record peggiore degli ultimi quindici anni superando il +22%, i livelli delle emissioni di anidride carbonica invece sono tornate a quello che erano prima dello stop totale dovuto alla pandemia e sono destinate a crescere ancora con la Cina che è responsabile di circa un terzo del totale. Secondo i laboratori americani del NOAA siamo a 419,13 parti per milione (ppm) di biossido di carbonio contro i 417,9 del 2019. Purtroppo, questi e molti altri dati ci fanno fare i conti con la realtà e ci riportano al presente, mentre ancora parliamo di come affrontare la sfida del cambiamento climatico davanti advertisement una tazza di tè. Ci restano sette anni per invertire rotta e per questo motivo abbiamo ancora speranza, ma ognuno di noi deve prendere in mano con responsabilità il proprio futuro e fare la propria parte, che sia nelle piazze mettendo sotto pressione i governi, che sia riconvertendo la propria azienda piuttosto che la propria routine quotidiana in famiglia. Dipendiamo gli uni dagli altri, proprio come nel caso della pandemia da Covid-19 e onestamente sono stufa di partecipare ad incontri istituzionali e non, dove su quattro appuntamenti, in tre non si cita neanche la parola ambiente e in uno si dice che: “Tanto tutti inquiniamo”. Si parla di affari, si parla di investimenti, si parla di produzione in maniera totalmente cieca senza calcolare un piccolissimo particolare, ossia il rischio che si sta correndo dato che molto probabilmente nel giro di qualche anno lo situation del paese cambierà totalmente e con esso anche le anelate possibilità di profitto che portano con sé gli accordi che ci si affanna a chiudere. Ciò senza aprire il tema dei diritti umani, della salute, dei rischi che tutti corriamo anche a casa nostra …
Federica Gasbarro: Laureata in Scienze biologiche, scrittrice, Green influencer
18 dicembre 2021 (modifica il 18 dicembre 2021|12:56)
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Concorsi universitari truccati, indagato il rettore della Statale di Milano
di Redazione Milano
Presunti appalti pilotati per riservare cattedre ai professori «amici». Sotto la lente due bandi di assegnazione per ordinari di Urologia. Il docente: «Fiducia nella magistratura, chiarirò la mia assoluta correttezza»
Elio Franzini, rettore dell’Università degli Studi di Milano, è tra gli indagati di un’inchiesta che ha portato a scoprire presunti appalti pilotati per stabilire le cattedre e per riservarle ai professori «amici» in barba ai bandi pubblici. Secondo le accuse, a finire sotto la lente degli inquirenti sono stati due bandi di assegnazione per ordinari di Urologia negli ospedali San Paolo a Milano e San Donato a San Donato Milanese (Milano) nell’ambito di un’inchiesta nata a Firenze che ha già portato a denunciare 39 persone, professori universitari e il rettore dell’ateneo fiorentino, Luigi Dei.
L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Mario Scalas ed eseguita dai Nas, contesta a Franzini «reati contro la pubblica amministrazione, più lievi quindi dei reati di corruzione evidenzianti nell’indagine» che ha dato origine allo stralcio. La procura milanese sarebbe anche vicina «alla chiusura delle indagini per l’altra inchiesta su concorsi universitari, quella che ha al centro l’ospedale Sacco e ha coinvolto anche Massimo Galli».
«Si è diffusa in queste ore la notizia che mi è stato notificato dalla Procura di Milano un avviso di garanzia nell’ambito di un’indagine relativa a una procedura di valutazione comparativa di area medica – scrive in una nota il rettore Elio Franzini -. Nel totale rispetto del segreto istruttorio, anche in considerazione delle recentissime disposizioni del D. lgs 188 del 29 novembre 2021 a tutela dello stesso, posso soltanto dirvi, con molta serenità, che mi attendo di poter chiarire al più presto la mia assoluta correttezza nell’esercizio dei miei atti istituzionali, essendo assolutamente fiducioso nel lavoro della magistratura e assicurando a tutti voi la consueta e piena trasparenza delle mie azioni nel costante e non sempre facile impegno quotidiano a servizio della nostra comunità accademica».
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17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 09:03)
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Testaccio compie 100 anni, una mostra per celebrarne la storia
di Fulvio Fiano
Il quartiere mantiene il suo spirito nonostante i cambiamenti urbanistici e non solo di questi anni. Il centenario raccontato da foto e poesie
L’orgoglio di Testaccio per i suoi cent’anni si misura nelle tante iniziative di questi giorni. Lo racconta la voce degli abitanti, lo celebrano le pagine social, lo omaggiano le istituzioni locali e la As Roma in una mostra inaugurata ieri e visitabile fino al 18 gennaio.
Alla sala convegni di via Galvani 108, la Regione, in collaborazione con l’Università Roma Tre, Ater Roma e la società giallorossa, rappresentato dal ceo Pietro Berardi, la storia del Rione XX viene ripercorsa attraverso materiali inediti (disegni, progetti, verbali) dell’archivio storico di Ater, documenti dell’Archivio storico capitolino e cronache dei quotidiani dell’epoca sulla nascita e lo sviluppo del primo quartiere industriale-operaio della Capitale.
La trasformazione, non solo urbanistica di questi anni, è evidente. Il Mattatoio diventato (almeno in parte) Macro; le case degli operai abitate da attori, scrittori, politici; il mercato rilanciato in chiave moderna; piazza Santa Maria Ausiliatrice e vie limitrofe, diventate zona di movida con tanti locali sorti nuovi di fianco a quelli storici.
Ma tutti i cambiamenti non hanno mutato l’anima di uno dei quartieri simbolo della Capitale. Sabato scorso, nella prima delle giornate dedicate al centenario (si fa data a partire dal riconoscimento di rione a sé stante nel 1921), gli abitanti si sono celebrati in piazza Testaccio (l’etimo è nel latino Testae, le anfore che fanno anche da logo al quartiere, custodite sulla collina che poi è diventata Monte dei Cocci) con una «battaglia fotografica» sugli scorci più suggestivi, una lettura di poesie testaccine, il racconto storico del quartiere, l’orchestra del primo Municipio) e, a rinforzare il senso di appartenenza, una pulizia della piazza ad opera dal neonato gruppo Retake.
«Siamo ancora un paese», dice soddisfatto Marco Delle Fratte, presidente del Comitato rione Testaccio. Un «paese» di ottomila residenti, difficoltà di parcheggio perenni e questioni irrisolte come Campo Testaccio (anche così si spiega la presenza dell’As Roma), il recupero di Campo Boario e la valorizzazione della sponda del Tevere che fa da confine geografico al quartiere. I cent’anni possono essere l’inizio di una nuova storia.
17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 09:39)
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