Cringe, in prestito dall’inglese ma che imbarazzo usarla a sproposito

Cringe, in prestito dall’inglese ma che imbarazzo usarla a sproposito

Questa ricerca sull’origine delle parole e sull’ importante lavoro dei linguisti che mettono anni di studio al servizio della comprensione di questi delicatissimi strumenti di comunicazione, regala sempre infinite sorprese, collegamenti illuminanti tra le varie lingue delle nostre origini e della nostra contemporaneità e talvolta anche qualche imbarazzo. Come potremmo definirlo se volessimo usare il linguaggio dei nostri giovani? Un momento cringe.

Effetto prezzemolo. Tanto breve ed efficace questa parolina inglese ce la troviamo sempre più spesso nei discorsi e nella comunicazione. Il verbo cringe in inglese significa strisciare, stare accovacciati secondo l’accezione più antica. Da questa partenza è arrivato ad esprimere «l’imbarazzo che si prova per qualcun altro», come specifica la Treccani ricorrendo ad una perifrasi, un fastidio quasi fisico. L’inglese «individua con una sola parola quella situazione associandola inoltre alle esternazioni visibili dell’imbarazzo (parentesi gesti, colorito del volto, prossemica ecc)».

Dalla fortuna ai generi. In inglese la parola si è conquistata uno spazio sempre più importante fino a agganciarsi nella locuzione cultural cringe, per esprimere la sudditanza culturale, quel complesso di inferiorità che induce a considerare la cultura del proprio paese inferiore a quella di altri fino a rifiutarla punto una sorta di effetto da colonialismo culturale che forse dovrebbe farci riflettere. Le commedie cringe sono invece un sottogenere cinematografico o televisivo che cerca proprio di sfruttare l’effetto comico delle situazioni imbarazzanti o scorrette.

Senza definizione e senza limiti. Ma in italiano cringe cos’è? Un anglicismo, considerata la sua diffusione, anche se nei dizionari ancora la sua presenza non c’è e quindi non possiamo considerarla attestata in modo pacifico. Certo, nel linguaggio l’abbiamo adottato, visto che non ci facciamo mancare il superlativo cringissimo, il sostantivo cringiata e il verbo cringiare.

Per capirci. Ho preso questi riferimenti da Licia Corbolante, che nel suo accurato blog Terminologia etc, ha affrontato cringe così: «In italiano possiamo descrivere facilmente queste sensazioni ma, a differenza dell’inglese, non disponiamo di singole parole che comunichino contemporaneamente l’imbarazzo per altri assieme al fremito e al disagio fisico. Nel contesto dei social e del linguaggio giovanile non stupisce quindi che l’anglicismo cringe abbia avuto successo: è breve, distintivo e facile da pronunciare e ricordare (e riempie un vuoto lessicale). Ritengo quindi che cringe possa essere classificato come anglicismo utile».

Santa Accademia. Nel gennaio 2021 se n’è occupata la Crusca, nella rubrica Parole nuove, con Luisa di Valvassone: «Cringe è una parola inglese, attestata da secoli nella sua lingua d’origine, che negli ultimi anni ha visto una crescente diffusione nel web, in particolare quando, tra il 2015 e il 2016, sono diventati popolari, tra gli utenti più giovani della rete, alcuni video intitolati “Try not to cringe”, raccolte di clip con situazioni ridicole o imbarazzanti, che hanno dato vita a delle sfide virtuali (le cosiddette challenge): letteralmente “prova a non cringiare”, ovvero a non provare un “disagiante” imbarazzo guardando tali video. Nella nostra lingua, la parola cringe rimane legata al suo ambito d’origine e a un uso gergale prevalentemente giovanile, e non è registrata da alcun dizionario italiano; tuttavia è piuttosto diffusa in rete, sui social network e sulle piattaforme di streaming e video come YouTube e Twitch, ed è impiegata sia come sostantivo maschile invariabile sia come aggettivo».

Santa pazienza. L’accurato lavoro di ricerca dell’Accademia della Crusca su ogni novità del linguaggio è stato scambiato per un improprio «sdoganamento» della parola cringe e delle altre di cui si occupa in quella meritoria rubrica, conquistando l’attenzione inattesa e superficiale dei mezzi di comunicazione, tanto da costringerla a premettere alla pagina l’avvertenza: «Questa scheda non promuove né ufficializza l’uso della parola trattata, ma intende fornire strumenti di comprensione e approfondimento».

Ulteriore spiegazione. Tra le reazioni più irritate alle speculazioni sullo studio dell’Accademia della Crusca, quella del professor Marco Biffi docente di linguistica all’università di Firenze che al Corriere fiorentino scrisse una lettera accorata per spiegare: «Si tratta di una sezione articolata, che prevede una ricca introduzione in cui se ne spiega lo scopo vale a dire quello di fornire trattazioni scientifiche in relazione al significato, alla diffusione, all’origine di parole attualmente a larga diffusione nella nostra lingua non presenti nei dizionari. Si spiega chiaramente che non è possibile sapere se diventeranno neologismi stabili che andranno ad arricchire la struttura lessicale della nostra lingua ed entreranno nei dizionari».

Insomma, tutto chiarito. Sì, l’intervento del professor Biffi non lascia margini di equivoco e rappresenta un severo monito nei confronti dell’informazione che dovrebbe verificare le fonti recuperando la sua deontologica funzione di «informare» invece che «fare spettacolo». D’altronde, il sentito dire sembra essere la paradossale cifra che caratterizza la nostra epoca di eccesso di informazione che si traduce in un’ assenza di informazione. Un’epoca imbarazzante, per certi aspetti, un lungo momento cringe.

Source

Chiara Giordano, la vita dopo Raoul Bova (ritrovando se stessa):

Chiara Giordano, la vita dopo Raoul Bova (ritrovando se stessa):

Attuale compagna del ballerino e coreografo Andrea Evangelista, dopo la burrascosa separazione con l’attore nel 2013 si era inabissata. Ora ha rispolverato la laurea in Veterinaria ed è la Dottoressa Giordy su Tim Vision

Chiara Giordano, a seguirla su Instagram, è un’esplosione di gioia e di vitalità. Che sia un Cha Cha Cha o una Physically Fit Challenge, è sempre lì che balla. Si scatena da sola; con gli amici; col suo nuovo, giovane, amore. A 48 anni, sembra, di colpo, brillare di luce propria, lei che è stata sempre un passo indietro, una donna nota per interposta persona, per essere la defilata moglie di Raoul Bova o la riservata figlia della matrimonialista Annamaria Bernardini de Pace. Dopo la burrascosa separazione dall’attore, nel 2013, si era inabissata. Ora, invece, su Tim Vision, ha anche rispolverato la laurea in veterinaria ed è la Dottoressa Giordy, alle prese con la cura di cani, gatti, furetti, armadilli, alpaca, draghi barbuti. Sempre sorridente, sempre allegra. Come adesso, che parla a raffica, gesticola, ride tanto.

Dava l’idea di essere taciturna, seriosa, cos’è cambiato?
«Passavo per essere austera, severa. Lo sono anche, sul lavoro. Ma, a lungo, sono stata concentrata a essere la moglie perfetta, la mamma perfetta, poi, capisci che fare tutto giusto è l’errore peggiore e che devi ascoltare la tua natura».

Come è avvenuto il passaggio alla luce?
«È stata la cosa più bella della mia vita, ma è stato un viaggio di dolore. È iniziato con una botta enorme, con la fine del matrimonio. Mi sono rinchiusa in me stessa e mi sono data un tempo per guarire. Mi avevano insegnato a eseguire, obbedire, pensare prima agli altri, ma quando ti arrivano le botte, dici: sapete che c’è… ora mi ascolto io. Da piccola, volevo ballare, facevo danza classica. Allora, mi sono iscritta a un corso di ballo, una cosa mai pensata, perché magari non stava bene che ballassi».

Perché non stava bene ballare?
«Perché ero una mamma, una moglie, non avevo ancora scoperto di poter essere anche una donna. La cosa bella di una sala da ballo è che è piena di specchi, quindi, tu cominci a guardarti e il ballo è un gioco di ruolo meraviglioso, dove tu devi essere donna e il maschio deve essere maschio e ti deve portare. Io sono cresciuta con donne forti, in una scuola tedesca, ligia alle regole, la prima della classe che non poteva sbagliare. Invece, in pista, sbagli ma dici: Ok, imparerò. E io, mentre imparavo, diventavo donna. Perché, quando partorisci diventi mamma, quanto ti sposi diventi moglie, ma quand’è che diventi donna?».

Quando?
«Quando ti spezzi. Se ci pensa, da giovane, incontri il principe azzurro, pensi che vissero felici e contenti, ma io le favole le ho studiate e non funzionano così».

La fiaba non è la neolaureata che sposa il divo amato da tutte?
«C’è un equivoco, perché Cappuccetto Rosso o Biancaneve vivono mille difficoltà, soffrono, diventano consapevoli ed è allora che può cominciare la favola. Il “vissero felici e contenti” è quando diventi indipendente dentro, non sei più figlia o moglie, ma donna. A me, il ballo ha fatto fare questo viaggio pazzesco. E mi ha reso pronta a incontrare un progetto, Dottoressa Giordy, la cui seconda serie parte su Tim Vision il 3 novembre, e che è l’unione degli studi da veterinaria e del lavoro da produttrice, sui set, iniziato da sposata. Anche lì, sono tornata alla mia natura: io, da bambina, portavo a casa pulcini, serpenti, ragni; da ragazzina, d’estate, volevo andare a salvare le foche e mamma mi trovava i college estivi in Svizzera. Poi, mi sono sposata, ero incinta, e ho messo la laurea nel cassetto».

Andrea Evangelista, ballerino e coreografo, come entra nella tua vita?
«L’ho conosciuto nel mondo delle gare di ballo. Ci sono persone che ti stanno simpatiche a prima vista. Io, in effetti, avevo avuto uomini poco solari. Fa parte del fatto che, quando sei giovane, pensi di poter sistemare tutto tu. Ora, voglio un uomo sorridente, allegro e felice come me. All’inizio, non è successo nulla, non ero pronta. Ci siamo rivisti l’anno scorso, quando giravo Giordy ed ero aperta al mondo, perché avevo trovato anche la mia strada professionale. Rivederlo è stato proprio bello».

Ha 15 anni meno di lei, la differenza d’età non è stata un problema?
«Non sapevo quanti anni avesse, perché quando balli, comunichi con altro: sono energie che si incontrano. E la differenza di età è un peso se c’è differenza di esperienze, ma se io parlo e tu mi capisci, non si sente. Poi, è un ballerino, è maschio e sa condurre benissimo».

Vivete insieme?
«Io ho la mia casa coi miei figli, anche se studiano fuori Roma. Poi, chiaro, noi due facciamo avanti e indietro».

Cosa sono i quadri alle sue spalle?
«Li ha fatti mio figlio Alessandro. Meno male che nella vita ho sofferto, perché questo mi ha consentito di assecondare le passioni dei figli. Il grande studia illustrazione digitale all’Istituto europeo di Design a Milano, il piccolo musica elettronica a Berlino. All’inizio, ero quella che suggeriva di iscriversi a Marketing, poi mi sono detta: cosa sto facendo, sto convincendo i miei figli a fare cose che non gli piacciono? La passione è il motore per fare tutto il resto: se sei spento dentro, sei triste anche se stai nel castello. L’ho capito col ballo, quando ho iniziato a esprimere me stessa e, ora, Alessandro si esprime col disegno, Francesco componendo musica. Viviamo lontani, ma siamo più connessi di prima. Facciamo tante videochiamate, ci sono più “ti voglio bene” e “mi manchi” di prima».

Come ha gestito la separazione con loro?
«Ho capito che non bisogna aver paura di farli soffrire: se fai finta che tutto vada bene, non imparano niente. Se invece ti vedono cadere, rialzarti, troveranno la chiave per rialzarsi anche loro. Mi hanno vista arrabbiarmi, mi hanno vista trattenermi. Piangere meno, sono stata pudica nella sofferenza, ma li ho stracoinvolti sulla rinascita, nelle gare di ballo, nella lettura dei copioni di Giordy».

In tutto questo, sua madre?
«Abbiamo un rapporto meraviglioso. È una potenza, un vulcano, però è stato giusto staccarsi e riunirsi nelle proprie diversità. All’inizio, non comprendeva questa cosa del ballo. Diceva: sei pazza, ma cosa fai, ma perché? M’incitava a lasciare Roma e tornare a vivere a Milano e a rispondere agli attacchi esterni. Io, invece, ballavo come una pazza. Quando ho vinto la prima gara di ballo, mi ha detto: scusa per tutte le volte che non ti ho capita. Lei ha un fuoco suo, fatto anche di rabbia che le serve per fare le guerre in tribunale. Per il lavoro che fa, deve mettere in campo sentimenti forti, potenti, gli stessi che, su una pista da ballo, ti frenano e che io, per curarmi, dovevo lasciar andare. La cosa che ti deve muovere in pista è la leggerezza interiore».

La celebre lettera scritta da sua madre «al genero degenerato» lei se l’è trovata stampata sul Giornale?
«Anche lì, sono andata in pista. Ho fatto una ballata di tre ore di seguito. Per fortuna, sono dinamiche che sono state superate per amore de figli e dei nipoti».

Quanto è durata la sofferenza?
«Tanto. Però, grazie a una brava psicologa, ho lasciato andare la rabbia in fretta. Il dolore è durato sei, sette anni. Ho letto tanto, anche sulle favole: mi hanno fatto capire che c’è sempre qualcosa di bello che ti aspetta, se te lo crei. Io ho dato spazio alle mie passioni, agli animali con il lavoro, e al ballo nella vita: con quello non smetterò finché non mi cascano le caviglie».

Che cosa significa che «l’uomo ti deve portare»?
«I ballerini che ballano in coppia prima di tutto sanno ballare da soli. Dopo, ballano insieme e sembrano una cosa unica. Farsi portare da un uomo è bellissimo, se sai ballare sulle tue gambe. Se inciampi o caschi, non sei bella. Invece, il ballerino bravo è quello che mette la ballerina sulla gamba giusta, ma la ballerina sulla gamba ci sa stare».

Source

Civil Week Lab, giovani e futuroOggi il via con Draghi

Civil Week Lab, giovani e futuroOggi il via con Draghi

In Bocconi il primo appuntamento alle 18 con il saluto del Presidente del Consiglio e gli interventi dello scrittore e del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Poi i ragazzi B.Liver e la band Rulli Frulli

Si comincia con una provocazione, quella che lancerà lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia: «C’ero una volta: il rischio di essere vivi». Rivolta ai giovani che, appunto, accettino la sfida di essere attori della loro storia anche e soprattutto in un momento di ripresa, di uscita dalla bolla in cui la pandemia ha costretto un po’ tutti ma forse soprattutto loro. Civil Week Lab, evento organizzato da Corriere Buone Notizie, dal Centro Servizi Volontariato di Milano, dai Forum del Terzo settore e dalle Fondazioni di comunità milanesi (in collaborazione con Csv e Forum nazionali) si inaugura oggi alle 18 in Bocconi, prima di tre serate che proseguiranno giovedì e venerdì nella Sala Buzzati del Corriere della Sera.

Il tema scelto è «I giovani, protagonisti del cambiamento» e per questo – dopo il saluto introduttivo del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana – avremo un videomessaggio del Presidente del Consiglio Mario Draghi: lui che nell’agosto 2020 durante un intervento al Meeting di Rimini, aveva esortato i governi a pensare alle nuove generazioni, ricordando che «Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di disuguaglianza».

Tanti gli ospiti di questa tre giorni, per parlare di sanità e cura, di sport e inclusione, di ambiente e impegno civile, partendo dalle storie e dalle testimonianze dei più giovani. Oggi pomeriggio, dopo la lectio di D’Avenia, avremo così sul palco i ragazzi B.Liver che raccontano la loro malattia e le loro/nostre cicatrici anche sulle pagine del mensile Il Bullone: intervisteranno i professori Alberto Mantovani e Sergio Harari su come la pandemia ha cambiato il rapporto fra medico e paziente e l’idea di salute pubblica.

Dopo il saluto del sindaco Beppe Sala e del rettore della Bocconi Gianmario Verona, sul palco saliranno i rappresentanti di Csv e Forum Andrea Fanzago e Rossella Sacco, per annunciare che a maggio la Civil Week sarà un evento diffuso in tutta la città, aperto a enti, associazioni, comitati, scuole e a chiunque metta il tema della cittadinanza responsabile, attiva e solidale al centro della propria azione. Chiude l’evento la banda emiliana Rulli Frulli, dove ragazzi disabili e non suonano e crescono superando ogni differenza grazie alla musica: suoneranno e racconteranno la loro ultima sfida, la Stazione Rulli Frulli con nuove attività di inclusione. Per un posto in presenza ci si prenota dal sito Civilweek.it: tutto sarà anche in streaming su Corriere.it.

27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 10:25)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Source

Gli investitori puntano sull’eCommerce: Yocabè da record con un round da 2 milioni di euro

Gli investitori puntano sull’eCommerce: Yocabè da record con un round da 2 milioni di euro

di Lorenzo Nicolao L’azienda che aiuta i brand name a posizionarsi sui mercati online è tra le campagne di maggior successo. L’equity crowdfunding si riconferma un modello per le start up

La crescita e la diffusione dell’eCommerce, grazie anche a un lungo periodo condizionato dalla pandemia e dai lockdown, si ripercuotono positivamente anche sul mercato delle start up che operano nel settore. Il record se lo è aggiudicato l’azienda innovativa Yocabè, con una campagna di equity crowdfunding su Mamacrowd del valore di 2 milioni di euro, per un totale di 170 investitori coinvolti, raddoppiando l’obiettivo iniziale di 1,2 milioni. Questo tipo di operazioni permette di crescere alle start up e alle aziende emergenti ritenute migliori, con una raccolta di finanziamenti anche molto alta e spesso significativa. Per Yocabè ha partecipato alla campagna, con un investimento da 1 milione di euro, anche ALIcrowd, il primo prodotto ELTIF di Venture Capital di Azimut Investments S.A, che consente ai finanziatori privati di accedere alle più interessanti launch e Pmi Ingenious, protagoniste dello sviluppo tecnologico industriale e digitale Made in Italy.

Anche il quotidiano britannico Financial Times ha segnalato Yocabè tra le imprese europee che sono cresciute di più, tanto che l’azienda guarderà ora a un processo di internazionalizzazione grazie ai nuovi fondi. “Ci ha sorpreso la risposta degli investitori verso una realtà B2B come la nostra”, ha raccontato Vito Perrone, Ceo di Yocabè. “Continueremo, anche oltre confine, a lavorare e crescere nel settore dell’eCommerce e della distribuzione online, investendo in automazione e portando tecnologia e servizi alle aziende interessate ai nuovi marketplace”.

Negli store multibrand va inoltre ricordato che il volume di affari negli ultimi dodici mesi è cresciuto dell’80%, rendendo questa forma di vendita sempre più strategica, tanto da destare l’interesse degli investitori verso servizi di supporto advertisement hoc. Il fenomeno spiega però solo in parte il successo ottenuto da Yocabè, come ha avuto modo di spiegare Dario Giudici, Ceo di Mamacrowd, azienda specializzata nell’equity crowdfunding. “Per le launch e le Pmi più promettenti, la partecipazione di investitori, anche piccoli, attraverso le piattaforme online è ormai uno strumento fondamentale di crescita. Non solo, la tendenza si rafforzerà ulteriormente nel prossimo futuro con sempre maggiori funzionalità a disposizione per tutti gli attori in gioco, personalizzando i processi secondo le specifiche esigenze”. Il segno dei tempi è quindi quello che le risorse si possano trovare, anche in un periodo di crisi, purché, oltre alla bontà dell’idea, per le piccole aziende ci sia anche un’attenzione non solo alle tendenze digitali, ma anche alle nuove forme di finanziamento.

8 ottobre 2021 (modifica il 8 ottobre 2021|09:52)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Source

Iacopo Melio: «Togliere la pensione di invalidità ai lavoratori con

Iacopo Melio: «Togliere la pensione di invalidità ai lavoratori con

di Marco Gasperetti

Il 29ennne, consigliere regionale Pd in Toscana: «Il governo deve intervenire per scongiurare questa minaccia. Percepire anche una misera borsa da 200 euro mensili può essere una motivo per vedersi sottrarre è un diritto intoccabile»

Di battaglie sulla disabilità Iacopo Melio, 29 anni, ne ha combattute tantissime. E da consigliere regionale eletto nelle liste Pd le ha sommate a tante altre a favore dei cittadini, mantenendo spesso un’indipendenza di pensiero straordinaria. A farlo arrabbiare è l’ingiustizia. E stavolta nella possibile decisione dell’Inps, che vuole togliere del tutto la pensione di invalidità ai lavoratori con una disabilità pari o inferiore al 99% , d’ingiustizia ne vede moltissima.

Per quale motivo Melio?
«Perché si aprirebbe uno scenario ancor più pericoloso con due importanti rischi d’impatto economico e culturale. Buona parte delle persone disabili non riesce ad accedere a un posto di lavoro soddisfacente, e quando questo accade si ha spesso a che fare con delle condizioni poco vantaggiose a fronte di uno “sforzo” spesso impegnativo, ad esempio, anche solo arrivare sul luogo di lavoro può risultare un’impresa in termini pratici e logistici. E potrebbe accadere una cosa molto grave».

Che cosa può accadere?
«Molti rinunceranno a lavorare accettando di vivere con la sola pensione che oltretutto non è neppure sufficiente per acquistare (perché di questo si parla, di una ingiusta mercificazione) una piena assistenza quotidiana, figuriamoci a coprire le spese di vitto e alloggio oltre a quelle sociali».

E il rischio culturale?
«Gravissimo anch’esso. Con questa manovra passerà il messaggio che le persone disabili non lavorano per vivere e per autodeterminarsi, come fanno tutti, oltre che per soddisfazione personale e magari fare addirittura carriera, ma per “passatempo”, come se per loro il lavoro fosse un hobby per riempire le loro giornate, al quale si può benissimo rinunciare. Ma allo stesso tempo si cercherà di far intendere che se un disabile lavora come tutti (e quindi, magari, ha pure studiato e si ammazza ogni giorno di fatica, senza rubare il suo stipendio) può benissimo sopperire con i propri guadagni alle spese di assistenza e cura personale, spese che però, non essendo volute, non è certo giusto che ricadano su quei risparmi sudati che una persona normodotata si spenderebbe come vuole».

Ma ci sarà un tetto sullo stipendio che determinerà il blocco della pensione d’invalidità. Giusto?
«Credo che sarà sufficiente anche una misera borsa da 200 euro mensili per vedersi sottratto quello che di fatto è un diritto intoccabile. Eppure da quando sono piccolo che sento parlare, giustamente, di battaglie per innalzare le pensioni a una cifra umanamente accettabile, che possa garantire alle persone con disabilità un’assistenza qualificata 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Vedere che, in questi anni, non solo non è mai avvenuto un misero passo avanti, e solo promesse elettorali, ma si vuole addirittura tornare indietro, diminuendola o eliminandola, è vergognoso».

I servizi sociali non sono sufficienti?
«Le persone con disabilità, ad oggi, sono prigioniere della loro condizione e rappresentano un peso per loro stesse e per chi deve occuparsi di loro, e non certo per colpa personale ma per uno Stato incapace di fornire i giusti strumenti per renderle veramente libere e autonome come avviene ormai in tutta Europa».

Dunque lei che cosa propone al legislatore?
«Il Governo non può assolutamente perdere tempo e deve impugnare la questione prima possibile, nel pieno rispetto dei diritti umani, civili e sociali. Questa minaccia più che reale è l’occasione giusta per rivedere il tema delle pensioni, svegliandoci dal tema dell’indifferenza per realizzare che la vita di un disabile ha un costo elevato. Un prezzo intollerabile a cui, fino a questo momento, nessuno ha voluto rimediare con i fatti: perché le parole non servono mentre i soldi, in questo caso, fanno la libertà».

27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 09:42)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Source

«Storta» alla caviglia: perché può accadere di prenderla

«Storta» alla caviglia: perché può accadere di prenderla

di Antonella Sparvoli

Muscoli e tendini non fanno in tempo a intervenire per rimediare alla malposizione del piede sul terreno Si può verificare lo stiramento dei legamenti, solo talvolta la rottura

Chi non ha mai preso una storta nella vita? Basta mettere un piede in fallo su un terreno sconnesso o scendere male un gradino che a farne le spese è la caviglia. Non solo, la distorsione della caviglia è anche uno dei traumi più frequenti in ambito sportivo, per esempio in chi gioca a basket o a calcio. Spesso il trauma è lieve e si risolve in poco tempo con un bendaggio e tenendo a riposo l’articolazione. In altri casi i tempi di recupero sono maggiori e gioca un ruolo fondamentale la ginnastica riabilitativa propriocettiva, che ha l’obiettivo di stimolare il sistema neuro-motorio nel suo insieme e rieducare i riflessi.

Che cosa succede se si prende una «storta»?

«La distorsione è un movimento abnorme dell’articolazione che causa una trazione eccessiva della capsula e dei legamenti della caviglia. La conseguenza va dallo stiramento di un legamento fino alla rottura, parziale o completa, di uno o più legamenti. In alcuni casi il trauma può essere tale da determinare una frattura della parte ossea della caviglia o del piede. Fratture del malleolo possono per esempio verificarsi in presenza di osteoporosi, anche in seguito a traumi minimi — spiega Angelo Chessa, responsabile della Chirurgia del piede dell’Ospedale San Paolo di Milano —. In condizioni normali il sistema propriocettivo (il sofisticato meccanismo che serve per la percezione di informazioni dall’ambiente esterno) tende a proteggere l’articolazione, fornendo degli impulsi mediati dal sistema nervoso su dove è posizionato il piede rispetto al terreno. Se non c’è una corrispondenza, come accade quando si prende una storta, la propriocezione non riesce a mettere in funzione il meccanismo di feedback sui muscoli e sui tendini per cui si ha l’abnorme movimento dell’articolazione con possibili lesioni della struttura capsulo-legamentosa».

Quali possono essere le conseguenze?

«Nella maggior parte dei casi la distorsione è lieve e determina un’eccessiva estensione dei legamenti (stiramento) che però non si rompono. Lo stiramento determina un dolore acuto a cui può seguire un lieve gonfiore e la formazione di un livido per la rottura dei piccoli vasi capsulari, mentre non viene compromessa la funzionalità dell’articolazione e l’individuo riesce comunque a camminare. Se il trauma è maggiore possono risentirne uno o più legamenti la cui rottura, parziale o totale, determina sintomi via via più invalidanti. L’articolazione è dolente, gonfia, arrossata e l’ematoma si espande. Il cammino diventa doloroso e, nei casi più gravi, non si riesce proprio a muovere l’articolazione e a caricarla».

Come ci si deve comportare?

«Il primo accorgimento è applicare il metodo RICE (acronimo per Rest, Ice, Compression, Elevation) ovvero riposo, ghiaccio, bendaggio compressivo ed elevazione dell’arto . Per alleviare il dolore si possono inoltre assumere antidolorifici o antinfiammatori non steroidei. Se il trauma risulta più grave di quanto sembrava inizialmente, in genere viene spontaneo andare al Pronto soccorso, dove è routine eseguire una radiografia della caviglia per escludere eventuali fratture, che comunque in genere sono rare. «Nelle lesioni lievi è sufficiente il bendaggio della caviglia, ma se il trauma è più grave dopo alcuni giorni questo può essere sostituito da un tutore ortopedico in grado di bloccare i movimenti verso l’interno e l’esterno dell’articolazione. Una volta passata la fase acuta è molto importante che venga seguito un programma di riabilitazione propriocettiva, mentre la chirurgia viene presa in considerazione soltanto in quei casi nei quali permanga un’instabilità della caviglia dopo il programma fisioterapico».

26 ottobre 2021 (modifica il 26 ottobre 2021 | 18:34)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Source