Ecobonus per le auto green, come funzionano i nuovi incentivi
Gli incentivi per l’acquisto di veicoli a basse emissioni sono stati rifinanziati per il 2021 con ulteriori 100 milioni. Ecco quali sono i requisiti e quali modelli è possibile comprare
Gli incentivi per l’acquisto di veicoli a basse emissioni sono stati rifinanziati per il 2021 con ulteriori 100 milioni. Ecco quali sono i requisiti e quali modelli è possibile comprare
La geografia «del mangiar bene all’italiana» racchiusa in una guida. «Osterie d’Italia» è il vademecum da portarsi dietro quando si cerca il posto giusto in cui rifocillarsi. Tra le sue pagine si scoprono realtà vicine ma che prima non si conoscevano, oppure punti di riferimento in luoghi dove ci si trova per vacanza o per lavoro. La guida di Slow food, quest’anno, ne ha recensiti 1713 di indirizzi. Sedici in più della scorsa edizione, quando si era in piena pandemia e il mondo della ristorazione vedeva davanti una montagna da scalare. La mappatura delle osterie serve come consiglio ma i dati e le realtà nel libro raccontano un po’ anche lo stato del settore e le tendenze: negli ultimi tempi qualcuno ha dovuto abbassare le saracinesche e ha lasciato la guida, mentre fra le 120 novità totali, molti hanno avviato l’attività proprio negli ultimi due anni. Altri ancora hanno dovuto aumentare i prezzi per sopravvivere, cambiando la fisionomia degli indirizzi anche con nuovi dehors, nati durante le restrizioni.
Le osterie hanno tenuto botta grazie anche a caratteristiche singolari. «La maggior parte infatti sono locali gestiti a livello familiare o amicale, il che ha permesso una flessibilità e un adattamento notevole durante periodi di grande cambiamento come quello appena vissuto, perché liberi da logiche economiche molto più rigide — ha commentato Eugenio Signoroni, curatore della guida insieme a Marco Bolasco —. Un altro elemento, poi, è dato dalla peculiare accoglienza di questi luoghi, facilmente riconosciuti dal pubblico. Come già dimostrano i numeri della Guida 2022, siamo convinti che quello dell’osteria sarà il modello ristorativo che meglio reggerà». Un ritorno gradito nella guida sono le famose «chiocciole»: massimo riconoscimento di eccellenza assegnato, e sospeso nella scorsa edizione causa Covid. Chi le riceve — lo abbiamo visto anche nei vini — interpreta appieno i valori promossi da Slow Food: che sono sostenibilità delle produzioni, accoglienza, valorizzazione del territorio e delle eccellenze gastronomiche. In questo articolo vi proponiamo i nuovi ingressi nelle «chiocciole»: sedici realtà che per la prima volta ottengono questa investitura, o che la riconquistano. Eccole tutte.
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25 ottobre 2021 | 14:57(©) RIPRODUZIONE RISERVATA
Gustav Klimt (1862-1918), uno degli artisti più conosciuti e amati, anche dal grande pubblico, è il protagonista della mostra, inaugurata il 26 ottobre al Museo di Roma-Palazzo Braschi, dal titolo Klimt.La Secessione e l’Italia. In tutto 55 opere autografe del maestro austriaco — di cui 16 dipinti, 37 disegni e due litografie originali — affiancate da altri 150 lavori, sia di artisti della sua cerchia, sia di pittori e scultori italiani — tra cui Galileo Chini, Vittorio Zecchin, Arturo Noci, Camillo Innocenti, Felice Casorati, Giovanni Prini — che in qualche modo subirono l’influenza del nuovo linguaggio artistico che il grande pittore austriaco, cofondatore della Secessione viennese, contribuì a inventare.
Tra i maggiori prestatori, oltre alla Neue Galerie Graz, il Museo Belvedere e la Klimt Foundation di Vienna, tra i maggiori custodi dell’opera klimtiana. E da qui arrivano le opere maggiormente iconiche del maestro, come la celebre Giuditta I (1901), Amiche (Le sorelle), del 1907, e alcune tra le creazioni più tarde del pittore, riferibili all’ultimo bienno di vita dell’artista (1917-18), come la Signora in bianco, Amalie Zuckerkandl e l’incompiuto La sposa.
Da segnalare anche la presenza di un altro quadro tardo (1916-17), assurto agli onori della cronaca per un misterioso furto con successivo ritrovamento. Il 22 febbraio del 1997 il Ritratto di signorafu infatti rubato dalla Galleria Ricci Oddi di Piacenza, con modalità che le indagini (ancora in corso) non riusciranno mai chiarire del tutto. Dopo una ridda di sedicenti informatori, medium, tentativi di estorsioni e confessioni dubbie, il dipinto ricompare ventitré anni dopo, il 10 dicembre 2019, con modalità perfino più enigmatiche di quelle del furto: fu ritrovato infatti in un piccolo vano, chiuso da uno sportello senza serratura, in un sacchetto di plastica, lungo il muro esterno dello stesso museo piacentino, durante alcuni lavori di giardinaggio.
Tre i curatori della rassegna: Franz Smola, del Museo Belvedere, Maria Vittoria Marini Clarelli, sovrintendente capitolina, e Sandra Tretter, vicedirettore Klimt Foundation. Per una mostra che oltre a un’imponente mole di materiali eterogenei — utili a rievocare l’atmosefera della Vienna creativa tra i due secoli e a documentare i viaggi di Klimt nel Belpaese anche con l’ausilio di cartoline autografe — punta anche sulla tecnologia. Grazie alla collaborazione tra Google e Belvedere tornano infatti «in vita» per l’occasione, con ricostruzione digitale, tre dipinti («Quadri delle Facoltà. Medicina. Giurisprudenza. Filosofia») che Klimt realizzò dal 1899 per il soffitto dell’Aula Magna dell’ateneo di Vienna. Rifiutati perché ritenuti scandalosi, andarono persi nel 1945 in un incendio.
27 ottobre 2021 | 08:08
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Il fatto è che l’architetto 57enne Bruno Parolo non pisolava da piccolo abbracciato al pallone, il pallone non l’ha incuriosito da adolescente, e in fondo in fondo nemmeno divenuto uomo s’è avvicinato a questo benedetto pallone che invece, grazie a un processo osmotico avviato dal figlio, lui sì appassionato, gli è entrato dentro entrando nel resto della famiglia, tanto che oggi Bruno è il presidente dell’associazione sportiva Sondalo, la moglie Marica ci parla del camp estivo d’avanguardia per i disabili che in mezza Lombardia mancava e della scuola calcio di luglio che alterna sedute a gite nella natura, la figlia Caterina (Quinta ginnasio) è il direttore sportivo col compito di reclutare calciatori, e il primogenito Federico gioca nella squadra degli adulti. In realtà, è una formazione di ragazzi essendoci in rosa 18 e 19enni come lui. Una squadra juniores che milita in Seconda categoria, e nonostante i numeri (in 6 partite, tutte perse, passivo di 58 gol) inquadrino uno scenario di disfatte, e di conseguenza di possibile resa, qui avviene proprio il contrario.
Laddove in valle gli danno del visionario, sorretto da un manipolo di fedelissimi sgobboni — il Giancarlo, il Massimo, l’Alessandro —, l’architetto Parolo è un romantico dissidente e ogni sua scelta come ogni sua azione non segue mode o il politicamente corretto. La Silvana, cioè Silvana Zanini di anni 39, allena la prima squadra dopo un passato negli ultras del Sondalo, realtà estintasi con l’approdo a un tifo intenso ma non oltranzista. Alessia Caspani, 14 anni, è la mister dei Primi calci. Il medesimo Bruno accompagna le due formazioni di Pulcini ed Esordienti, con queste trasferte che la Valtellina regala. Come ai 1.800 metri di Livigno lì dove, finché c’era, la squadra della Seconda categoria giocava non oltre ottobre, poi costretta a scendere e cercare in prestito altri campi per fuggire dalla neve dei gradi sottozero e delle bufere. Insomma, un calcio d’alta quota e insieme d’altri tempi, specie nello stoicismo nel gruppo di Silvana, impegnata in un negozio di alimentari, che dice: «Sono cresciuta con tre fratelli, il pallone era di casa. Avevo cominciato a seguire i bambini, dopodiché il Bruno ha insistito e appena è saltata la panchina, ecco, ha promosso me. Un pazzo lui oppure una pazza io? Boh. Ora: dall’esterno uno può pensare che buttiamo via le domeniche rimediando figuracce. Non è così, vedrà». Vediamo.
Le 15.30 di domenica scorsa, sfida casalinga tra il Sondalo e il Piantedo. Il gruppo è il «ZZ», tredici le squadre: in testa il Grosio a punteggio pieno; Piantedo a metà classifica con 7 punti; chiude il Sondalo, colori sociali giallo-blu, a zero. Bruno: «Magari voi del Corriere portate bene e chissà…». Ma giusto non illudersi. Non fosse che il Piantedo va in gol e il Sondalo non sbarella anzi pareggia: prima rete della stagione. Pensa te. La famiglia Parolo (Federico in campo, un bellissimo campo di erba naturale, i genitori e la sorella sulle tribune con vista sulle montagne) esulta. Dentro è anche di più; dentro, la bellezza di un’apparente normalità — segnare agli avversari — diviene goduria piena e infinita, anche per la sua coralità: cross dalla sinistra, inserimento di Thomas Riccetti, torsione, incornata e oplà. Uno a uno. Bruno: «Abbiamo intrapreso un percorso di crescita condivisa e consapevole. Non c’è un ragazzo che abbia abbandonato. Al contrario, ce ne sono altri fermi da anni e fuori forma che vogliono ricominciare».
Lo sviluppo della partita (uno sbilanciamento provocato dall’entusiasmo innesca un doppio allungo del Piantedo), errori in fase di costruzione e un calo dell’intensità agonistica determinano il sigillo conclusivo: Sondalo 1, Piantedo 10. Ma chissenefrega. Nel post-partita, mentre dei ragazzini raccolgono i palloni e li posizionano nelle ceste, parla l’allenatrice Silvana, che si ispira come schema al classico 4-4-2, non disdegna la costruzione dal basso e vuole densità: «Ho visto progressi e non mi riferisco al gol. Intendo la coesione tra i reparti. Adesso che facciamo? Niente, che dobbiamo fare? In spogliatoio zero commenti. Coi ragazzi andiamo a berci una bella birrazza e alla ripresa degli allenamenti esamineremo l’incontro. I miei calciatori hanno il futuro davanti, regaleranno gioie. Qui non si piange». Le previsioni davano freddo, invece il sole spacca. Occhiata al calendario: prossima partita a Bormio. Chiusura con Alessia, terza media, la giovanissima allenatrice: «Adoro il calcio però da piccola facevo altri sport. Alla fine sono arrivata al pallone. Studio, mi aggiorno. Guardo le partite, ascolto i commenti tecnici. I calciatori che alleno potrebbero essere miei fratellini? Naturale, ma dalle nostre parti il bello è anche questo».
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27 ottobre 2021 | 08:23
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di Luciano Floridi * Con la commercializzazione del Web, il fallimento del tentativo di autoregolamentarsi ha avuto costi gravosi sociali ed economici, come la disinformazione online
Se dovessi scegliere un anno per segnare l’inizio del Web commerciale, suggerirei il 2004, quando fu lanciato Facebook, e Google tenne la sua IPO (“initial public offering”, offerta pubblica iniziale per quotare un’azienda sul mercato). Prima di allora, il dibattito sui problemi etici– dalla personal privacy al bias, dalla moderazione dei contenuti illegali o non etici alle notizie incorrect e alla disinformazione– era stato principalmente accademico. Erano problemi prevedibili e, già dalla great degli anni Ottanta, ai convegni, sulle riviste specializzate, o in seminari universitari, li discutevamo come fondamentali e pressanti, eticamente e socialmente. Alla prima conferenza dell’International Association for Computing and Viewpoint (di cui sono stato presidente), nel 1986, tra i temi in programma c’erano: la didattica online; come insegnare logica matematica con software che girava su DOS (il Disk Operating System introdotto da IBM nel 1981, da qualche parte in soffitta ho ancora i dischetti); e una cosa che allora si chiamava “computer system principles”, che diventerà “details ethics”, e che oggi si chiama “digital principles”. Ma age troppo presto. La prevenzione non si applica, si rimpiange durante la cura.
Più o meno dopo il 2004, le preoccupazioni iniziarono a diffondersi anche nell’opinione pubblica. La commercializzazione del Web portò nella vita di tutti i giorni problemi etici già presenti in contesti specialistici, come lo spyware, il software application che raccoglie dati senza il consenso dell’utente (il termine nasce nel 1995). Presto iniziò a montare la pressione per migliorare le strategie e le politiche aziendali, e adeguare il quadro normativo. È in quel periodo che l’autoregolamentazione inizia advertisement apparire come una strategia utile per far fronte alla crisi etica. Mi ricordo incontri a Bruxelles in cui molti sostenevano il valore dell’autoregolamentazione, in contesti come la libertà di parola online. Già in quegli anni Facebook insisteva sull’opportunità di non legiferare ma operare in modo “soft” (si usa l’espressione “soft law” anche in italiano per riferirsi a norme prive di efficacia vincolante diretta), attraverso codici di condotta che, ad esempio, avrebbero garantito la presenza sulla piattaforma solo di persone con età superiore ai 13 anni. Circolava l’idea che l’industria digitale potesse formulare i propri codici e basic etici, e richiedere e monitorare l’adesione advertisement essi, senza bisogno di controlli o imposizioni esterne. Non age una cattiva idea. Io stesso l’ho sostenuta spesso. Molti rapporti internazionali si basano sulla soft law. Per esempio, il Consiglio d’Europa promuove il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto attraverso raccomandazioni che indicano i comportamenti e i risultati desiderabili, ma senza sanzioni in caso d’inosservanza. Recentemente, ho introdotto e difeso la necessità di un’etica soft (non soltanto quella hard, o dura, che impariamo nella vita, e che studiamo nei classici), che rispetti ma vada oltre la mera adeguatezza (compliance) alla legge in vigore. Per esempio, pagare i propri dipendenti più di quanto sia richiesto dalla normativa è anche una questione di etica soft. In teoria, attraverso l’autoregolamentazione, l’etica soft, e la soft law, le aziende potrebbero adottare modelli di comportamento migliori, più adeguati eticamente alle esigenze commerciali, sociali e ambientali, in modo più rapido, nimble ed efficiente– fattori fondamentali in un settore che develop così rapidamente come quello digitale– senza dover aspettare una nuova legislazione o accordi internazionali. Se sviluppata e applicata correttamente, l’autoregolamentazione può prevenire disastri, cogliere più opportunità, e preparare l’industria a adeguarsi a futuri quadri giuridici. Può anche contribuire alla stessa legislazione, anticipando e sperimentando soluzioni più facilmente aggiornabili e migliorabili. Resto convinto che, in quegli anni, fosse realistico e ragionevole credere che l’autoregolamentazione potesse favorire un dialogo eticamente costruttivo e fruttuoso tra industria digitale e società. Come ho argomentato spesso, valeva la pena tentare la strada dell’autoregolamentazione, almeno in un senso complementare rispetto alla legislazione in evoluzione. Purtroppo, non è andata così.
Se dovessi scegliere un altro anno, questa volta per indicare il raggiungimento della maggiore età dell’age dell’autoregolamentazione, suggerirei il 2014, quando Google istituì l’Advisory Council (di cui sono stato membro) per affrontare le conseguenze della sentenza sul “diritto all’oblio” della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Fu la prima di molte altre simili iniziative. Quel progetto ebbe molta visibilità e un successo moderato ma, nel complesso, l’era dell’autoregolamentazione fu poi deludente. In anni successivi, lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica nel 2018– prevedibile e prevenibile– e l’Advanced Technology External Advisory Council, palesemente mal concepito e di brevissima durata, istituito da Google sull’etica dell’AI nel 2019 (di cui sono stato membro), mostrarono quanto fosse difficile e in definitiva fallimentare l’autoregolamentazione. Alla fine, le aziende sono risultate riluttanti o incapaci a risolvere i loro problemi etici, non necessariamente in termini di risorse, lobbying e pubbliche relazioni, ma in termini di strategia apicale, a livello di C-suite, per migliorare mentalità e comportamenti sbagliati ma troppo radicati. Quando recentemente l’industria ha reagito alle sfide etiche poste dall’AI creando centinaia di codici, linee guida, manifesti e dichiarazioni, la vacuità dell’autoregolamentazione è apparsa imbarazzante. Oggi, l’Oversight Board di Facebook, istituito nel 2020, è un anacronismo, una reazione tardiva alla fine di un’era in cui l’autoregolamentazione non è riuscita a fare la differenza. È troppo tardi, anche perché la legislazione ha ormai raggiunto l’industria digitale. In particolare, nell’UE, il GDPR (in vigore dal 2016) è stato seguito da iniziative legal come il Digital Markets Act, il Digital Services Act, e l’AI Act, per citare le più significative. È un movimento normativo che probabilmente genererà un vasto effetto Bruxelles, rimpiazzando un impegno etico, che non è mai veramente decollato, con la conformità legale (compliance).
Le aziende hanno un ruolo cruciale da svolgere al di là dei requisiti legali. L’etica soft resta un elemento essenziale di accelerazione competitiva e di “buona cittadinanza”. Ma l’era dell’autoregolamentazione, come strategia principale per risolvere i problemi etici posti dal digitale, si è conclusa. Lascia come eredità un buon lavoro di dissodamento, in termini di analisi dei problemi e delle loro soluzioni, di consapevolezza culturale e sociale, di sensibilità etica, e anche di alcuni contributi positivi alla legislazione. Advertisement esempio, l’High-Level Expert Group on Expert system (di cui sono stato membro) istituito dalla Commissione europea, ha visto la partecipazione di partner industriali e ha fornito il quadro etico per l’AI Act. Tuttavia, l’invito ad autoregolamentarsi, rivolto dalla società all’industria digitale, è stato ampiamente ignorato. È stata un’opportunità storica enorme ma mancata, molto costosa socialmente ed economicamente, basti pensare alle conseguenze della disinformazione online. È venuto il momento di riconoscere che non ha funzionato e, per usare le parole del Vangelo, “costringerle [le aziende] a entrare” (Luca 14,23). * Filosofo e professore di Etica dell’informazione Università di Oxford
5 novembre 2021 (modifica il 5 novembre 2021|20:10)
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In questo periodo serve un momento di incontro, riflessione e conoscenza per potere contare su una rete di assistenza per le aggravate fragilità
Rieccoci. Non ce ne siamo mai andati, in realtà: il 4 marzo 2020 avrebbe dovuto prendere il via l’evento Civil Week che avevamo organizzato insieme, Corriere della sera con Buone Notizie, i Forum del Terzo settore Milano, Alta Martesana, Alto milanese, Csv Milano, le Fondazioni di comunità (Nord Milano, Milano, Ticino-Olona), in collaborazione con Csv nazionale e Forum Terzo settore nazionale: tutti insieme per ribadire l’importanza e la forza della cittadinanza attiva. Dopo un percorso di avvicinamento, più di 400 fra Enti del Terzo settore, università, scuole, fondazioni avevano aderito alla nostra call e organizzato ciascuno un momento di incontro, riflessione, divertimento, attività, conoscenza: mattoncini che avrebbero insieme costruito la città aperta, inclusiva e solidale cui tutti noi aspiriamo.
Il Covid ci ha costretti a sospendere: ma proprio in quelle settimane ci siamo resi conto di quanto fosse fondamentale poter contare su una rete di assistenza, attenzione, generosità, attenzione agli altri. Di quanto ci fosse bisogno di senso civico e quanto fosse necessario non chiudersi in noi stessi neppure in un momento in cui siamo stati costretti per il bene di ciascuno a stare in casa.
In questi diciotto mesi abbiamo tenuto un filo che ci continuasse a legare a questo tema con l’impegno di tutti gli Enti e con i racconti delle pagine di Bn. Abbiamo proposto due momenti di Civil Week Lab, un laboratorio per incontrarci a distanza, per raccontare come il mondo della solidarietà si è reinventato nei mesi della pandemia e anche per denunciare qualche difficoltà, per chiedere aiuto, per indicare i punti di fragilità divenuti ancora più fragili.
Ora però ci prepariamo a un nuovo appuntamento che consenta alle associazioni, alle scuole, alle università, alle fondazioni, di farsi conoscere e di aprire le porte delle loro sedi e delle loro esperienze. Civil Week tornerà in presenza e sul territorio dal 5 all’8 maggio del prossimo anno: per annunciarlo, per invitare tutti a partecipare e per prepararci, abbiamo questa nuova Civil Week Lab, da oggi 27 a venerdì 29 ottobre, che però possiamo proporre in forma ibrida: dal vivo con pubblico in sala (seguendo le disposizioni del decreto anti-Covid) e in diretta streaming su Corriere.it e sui canali social del Corriere.
Insieme al Comitato scientifico di Bn abbiamo pensato che il tema giusto per questa tre giorni fosse «I giovani, protagonisti del cambiamento», cercando con i nostri ospiti di esplorare il senso civico dei giovani su temi come l’impresa, la salute, lo sport, l’ambiente. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ci fa l’onore di un videomessaggio introduttivo, lui che al Meeting di Rimini del 2020 aveva ribadito l’importanza di investire sui giovani: «La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio».
E siamo orgogliosi di poter avviare la tre giorni di riflessione con lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia che da sempre ha ribaltato l’approccio al rapporto con i giovani, facendo dell’incontro, non della cattedra, la radice della sua, nostra, missione educativa. Il suo intervento si intitolerà «C’ero una volta: il rischio di essere vivi». Perché, in fondo, è solo correndo questo rischio che possiamo ricominciare. Insieme.
27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 09:24)
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