Attuale compagna del ballerino e coreografo Andrea Evangelista, dopo la burrascosa separazione con l’attore nel 2013 si era inabissata. Ora ha rispolverato la laurea in Veterinaria ed è la Dottoressa Giordy su Tim Vision

Chiara Giordano, a seguirla su Instagram, è un’esplosione di gioia e di vitalità. Che sia un Cha Cha Cha o una Physically Fit Challenge, è sempre lì che balla. Si scatena da sola; con gli amici; col suo nuovo, giovane, amore. A 48 anni, sembra, di colpo, brillare di luce propria, lei che è stata sempre un passo indietro, una donna nota per interposta persona, per essere la defilata moglie di Raoul Bova o la riservata figlia della matrimonialista Annamaria Bernardini de Pace. Dopo la burrascosa separazione dall’attore, nel 2013, si era inabissata. Ora, invece, su Tim Vision, ha anche rispolverato la laurea in veterinaria ed è la Dottoressa Giordy, alle prese con la cura di cani, gatti, furetti, armadilli, alpaca, draghi barbuti. Sempre sorridente, sempre allegra. Come adesso, che parla a raffica, gesticola, ride tanto.

Dava l’idea di essere taciturna, seriosa, cos’è cambiato?
«Passavo per essere austera, severa. Lo sono anche, sul lavoro. Ma, a lungo, sono stata concentrata a essere la moglie perfetta, la mamma perfetta, poi, capisci che fare tutto giusto è l’errore peggiore e che devi ascoltare la tua natura».

Come è avvenuto il passaggio alla luce?
«È stata la cosa più bella della mia vita, ma è stato un viaggio di dolore. È iniziato con una botta enorme, con la fine del matrimonio. Mi sono rinchiusa in me stessa e mi sono data un tempo per guarire. Mi avevano insegnato a eseguire, obbedire, pensare prima agli altri, ma quando ti arrivano le botte, dici: sapete che c’è… ora mi ascolto io. Da piccola, volevo ballare, facevo danza classica. Allora, mi sono iscritta a un corso di ballo, una cosa mai pensata, perché magari non stava bene che ballassi».

Perché non stava bene ballare?
«Perché ero una mamma, una moglie, non avevo ancora scoperto di poter essere anche una donna. La cosa bella di una sala da ballo è che è piena di specchi, quindi, tu cominci a guardarti e il ballo è un gioco di ruolo meraviglioso, dove tu devi essere donna e il maschio deve essere maschio e ti deve portare. Io sono cresciuta con donne forti, in una scuola tedesca, ligia alle regole, la prima della classe che non poteva sbagliare. Invece, in pista, sbagli ma dici: Ok, imparerò. E io, mentre imparavo, diventavo donna. Perché, quando partorisci diventi mamma, quanto ti sposi diventi moglie, ma quand’è che diventi donna?».

Quando?
«Quando ti spezzi. Se ci pensa, da giovane, incontri il principe azzurro, pensi che vissero felici e contenti, ma io le favole le ho studiate e non funzionano così».

La fiaba non è la neolaureata che sposa il divo amato da tutte?
«C’è un equivoco, perché Cappuccetto Rosso o Biancaneve vivono mille difficoltà, soffrono, diventano consapevoli ed è allora che può cominciare la favola. Il “vissero felici e contenti” è quando diventi indipendente dentro, non sei più figlia o moglie, ma donna. A me, il ballo ha fatto fare questo viaggio pazzesco. E mi ha reso pronta a incontrare un progetto, Dottoressa Giordy, la cui seconda serie parte su Tim Vision il 3 novembre, e che è l’unione degli studi da veterinaria e del lavoro da produttrice, sui set, iniziato da sposata. Anche lì, sono tornata alla mia natura: io, da bambina, portavo a casa pulcini, serpenti, ragni; da ragazzina, d’estate, volevo andare a salvare le foche e mamma mi trovava i college estivi in Svizzera. Poi, mi sono sposata, ero incinta, e ho messo la laurea nel cassetto».

Andrea Evangelista, ballerino e coreografo, come entra nella tua vita?
«L’ho conosciuto nel mondo delle gare di ballo. Ci sono persone che ti stanno simpatiche a prima vista. Io, in effetti, avevo avuto uomini poco solari. Fa parte del fatto che, quando sei giovane, pensi di poter sistemare tutto tu. Ora, voglio un uomo sorridente, allegro e felice come me. All’inizio, non è successo nulla, non ero pronta. Ci siamo rivisti l’anno scorso, quando giravo Giordy ed ero aperta al mondo, perché avevo trovato anche la mia strada professionale. Rivederlo è stato proprio bello».

Ha 15 anni meno di lei, la differenza d’età non è stata un problema?
«Non sapevo quanti anni avesse, perché quando balli, comunichi con altro: sono energie che si incontrano. E la differenza di età è un peso se c’è differenza di esperienze, ma se io parlo e tu mi capisci, non si sente. Poi, è un ballerino, è maschio e sa condurre benissimo».

Vivete insieme?
«Io ho la mia casa coi miei figli, anche se studiano fuori Roma. Poi, chiaro, noi due facciamo avanti e indietro».

Cosa sono i quadri alle sue spalle?
«Li ha fatti mio figlio Alessandro. Meno male che nella vita ho sofferto, perché questo mi ha consentito di assecondare le passioni dei figli. Il grande studia illustrazione digitale all’Istituto europeo di Design a Milano, il piccolo musica elettronica a Berlino. All’inizio, ero quella che suggeriva di iscriversi a Marketing, poi mi sono detta: cosa sto facendo, sto convincendo i miei figli a fare cose che non gli piacciono? La passione è il motore per fare tutto il resto: se sei spento dentro, sei triste anche se stai nel castello. L’ho capito col ballo, quando ho iniziato a esprimere me stessa e, ora, Alessandro si esprime col disegno, Francesco componendo musica. Viviamo lontani, ma siamo più connessi di prima. Facciamo tante videochiamate, ci sono più “ti voglio bene” e “mi manchi” di prima».

Come ha gestito la separazione con loro?
«Ho capito che non bisogna aver paura di farli soffrire: se fai finta che tutto vada bene, non imparano niente. Se invece ti vedono cadere, rialzarti, troveranno la chiave per rialzarsi anche loro. Mi hanno vista arrabbiarmi, mi hanno vista trattenermi. Piangere meno, sono stata pudica nella sofferenza, ma li ho stracoinvolti sulla rinascita, nelle gare di ballo, nella lettura dei copioni di Giordy».

In tutto questo, sua madre?
«Abbiamo un rapporto meraviglioso. È una potenza, un vulcano, però è stato giusto staccarsi e riunirsi nelle proprie diversità. All’inizio, non comprendeva questa cosa del ballo. Diceva: sei pazza, ma cosa fai, ma perché? M’incitava a lasciare Roma e tornare a vivere a Milano e a rispondere agli attacchi esterni. Io, invece, ballavo come una pazza. Quando ho vinto la prima gara di ballo, mi ha detto: scusa per tutte le volte che non ti ho capita. Lei ha un fuoco suo, fatto anche di rabbia che le serve per fare le guerre in tribunale. Per il lavoro che fa, deve mettere in campo sentimenti forti, potenti, gli stessi che, su una pista da ballo, ti frenano e che io, per curarmi, dovevo lasciar andare. La cosa che ti deve muovere in pista è la leggerezza interiore».

La celebre lettera scritta da sua madre «al genero degenerato» lei se l’è trovata stampata sul Giornale?
«Anche lì, sono andata in pista. Ho fatto una ballata di tre ore di seguito. Per fortuna, sono dinamiche che sono state superate per amore de figli e dei nipoti».

Quanto è durata la sofferenza?
«Tanto. Però, grazie a una brava psicologa, ho lasciato andare la rabbia in fretta. Il dolore è durato sei, sette anni. Ho letto tanto, anche sulle favole: mi hanno fatto capire che c’è sempre qualcosa di bello che ti aspetta, se te lo crei. Io ho dato spazio alle mie passioni, agli animali con il lavoro, e al ballo nella vita: con quello non smetterò finché non mi cascano le caviglie».

Che cosa significa che «l’uomo ti deve portare»?
«I ballerini che ballano in coppia prima di tutto sanno ballare da soli. Dopo, ballano insieme e sembrano una cosa unica. Farsi portare da un uomo è bellissimo, se sai ballare sulle tue gambe. Se inciampi o caschi, non sei bella. Invece, il ballerino bravo è quello che mette la ballerina sulla gamba giusta, ma la ballerina sulla gamba ci sa stare».

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