Edison vs Tesla: sperimentare, intuito. A chi guardano i colossi del Big Tech?

Edison vs Tesla: sperimentare, intuito. A chi guardano i colossi del Big Tech?

di Massimiano Bucchi Esiste uno scontro tra due modi radicalmente diversi di intendere l’innovazione: da un lato la volontà di industrializzarla, dall’altra il prototipo dell’inventore solitario sempre in bilico tra concept rivoluzionaria e sogno utopico. Oggi a quale soluzione dovremmo affidarci?

“Mettiamo che volete costruire un tavolo. Allora iniziereste dal piano, ma poi Edison direbbe: Proviamo a costruirlo con due gambe! E una personality di buon senso risponderebbe: Ma un tavolo deve per forza avere quattro gambe. Costruiamolo così. Ed Edison direbbe: Ma dobbiamo sperimentare. Ogni possibilità, ogni variazione, ogni inutile e inefficace e dispersiva modifica che riusciva a escogitare. Il laboratorio della Edison General Electric non è progettato per incentivare l’invenzione. È progettato per incentivare la noia”.

Così, nel recente e avvincente romanzo Gli ultimi giorni della notte di Graham Moore (Neri Pozza) è descritto lo scontro tra due modi radicalmente diversi di intendere l’innovazione. Da un lato quello di Thomas Edison, fondato su continui tentativi e variazioni fino a trovare quella più efficiente (celebre la sua frase “non ho fallito. Ho solo trovato diecimila soluzioni che non funzionano”). Dall’altro quello di Nikola Tesla, fondato sulla visione e l’intuizione.

Tra gli oltre mille brevetti e le tante invenzioni per cui è passato alla storia nel campo dell’elettricità, delle comunicazioni, della riproduzione di suoni e di immagini in movimento, quella più importante di Edison è forse l’industrializzazione della stessa innovazione, dove una squadra di collaboratori lavora instancabilmente su possibili soluzioni di uno stesso problema.

Tesla è invece il prototipo dell’innovatore solitario sempre in bilico tra invenzione rivoluzionaria e sogno utopico.

Moore racconta il feroce scontro giudiziario tra Edison e Westinghouse per il brevetto della lampadina dal punto di vista del giovane avvocato di Westinghouse. Edison emerge dal romanzo come una figura spietata e senza scrupoli, che non esita a utilizzare ogni mezzo per screditare i rivali, inclusi crudeli esperimenti con animali e con la sedia elettrica per dimostrare pubblicamente la pericolosità della corrente alternata. Tesla vi è invece rappresentato come un visionario più interessato alle proprie idee che ai ricavi economici. In comune, solo l’abitudine a dormire poche ore a notte.

L’autore attinge a– e contribuisce egli stesso advertisement arricchire– una ormai diffusa mitologia che vede in Tesla un genio poco compreso e valorizzato dal proprio pace, un idealista ingenuo contrapposto alla fredda determinazione manageriale di Edison. È a Tesla, non a Edison, che si ispirano ufficialmente imprenditori contemporanei del settore tecnologico come Elon Musk.

Quest’ultimo ha scelto di imprimere il nome dell’inventore di origine serba sulle proprie vehicle elettriche e pare abbia in cantiere perfino il lancio di una catena di ristorazione con lo stesso marchio. Ed è sempre la figura di Tesla che spopola in centinaia di prodotti della cultura popolare, dal bellissimo romanzo di Echenoz, Lampi (Adelphi, 2012), fino a fumetti e graphic unique, canzoni pop e rock bands.

Lo si può trovare impegnato a indagare accanto a Sherlock Holmes o come espediente narrativo quando si tratta di fornire un congegno tecnologico per il numero di un prestigiatore ambizioso (in The Status del regista Cristopher Nolan, del 2006, con Tesla interpretato nientemeno che da David Bowie).

In realtà i colossi del Huge Tech contemporaneo devono moltissimo ad Edison, a partire dalla creazione del primo laboratorio del mondo dedicato esplicitamente all’innovazione tecnologica a Menlo Park, nel New Jersey, nel 1876. Un progetto davvero ambizioso e visionario per l’epoca, che nel giro di dieci anni si period già sviluppato su due isolati e dove nacquero invenzioni come il fonografo. Edison divenne allora noto come “il mago di Menlo Park”.

Come racconta anche il libro di Moore, Tesla rinunciò generosamente alle royalties pattuite con Westinghouse che lo avrebbero reso milionario, salvando così l’imprenditore dalla bancarotta. Agli inizi del Novecento immaginò “uno strumento poco costoso, non più grande di un orologio, che permetta al suo possessore di ascoltare da qualunque località, in mare o a terra, musica e canzoni, il discorso di un leader politico, di un eminente scienziato, il sermone di un prete eloquente, fatto da qualunque altro luogo, per quanto distante. Nello stesso modo qualunque immagine, carattere, disegno o stampa può essere trasferito da un luogo all’altro”. Letto oggi potrebbe assomigliare allo smartphone, ma per realizzarlo oltre alla tecnologia sarebbe servita una economia e una società che ancora non c’age. Sempre più prigioniero delle sue numerose ossessioni (dall’igiene al cibo, all’avversione per i gioielli, fino alla compagnia degli amati piccioni), di lì a poco Tesla si ritirò sempre più dall’attività vivendo in una verse d’albergo.

Edison morì nel 1931. In quello stesso anno, in occasione del settantacinquesimo compleanno di Tesla, un amico giornalista organizzò in suo onore una festa celebrativa. In quell’occasione la rivista americana Time gli dedicò la copertina con il titolo “Il mondo intero è la sua centrale elettrica”. Il mito di Tesla age a quel punto già sviluppato, e lui stesso contribuì ad alimentarlo con continue dichiarazioni e annunci di invenzioni mirabolanti, tra cui un misterioso “raggio della morte” che non riuscì a catturare l’interesse degli investitori né dei vertici politici occidentali, raccogliendo solo 25.000 dollari dall’Unione Sovietica.

L’ultima citazione del libro di Moore è una frase di Steve Jobs. “Il mio modello di company sono i Beatles. Erano quattro ragazzi che tenevano sotto controllo le reciproche tendenze negative. Si bilanciavano a vicenda, e il risultato age maggiore della somma delle parti”. Analogamente, il mito fondativo dell’innovazione contemporanea è una sorta di Giano bifronte che ha bisogno di Edison tanto quanto di Tesla: pratica la concretezza spavalda e orientata al organization del “mago di Menlo Park” e predica la visionarietà utopica dell’inventore solitario e interessato solo alle proprie idee, trasformandone l’icona in marchio commerciale.

4 gennaio 2022 (modifica il 4 gennaio 2022|12:27)

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I vaccini cinesi utilizzati per 2,3 miliardi di persone non

I vaccini cinesi utilizzati per 2,3 miliardi di persone non

di Cristina Marrone

Uno studio di Hong Kong evidenzia che la doppia dose di CoronaVac non produce anticorpi sufficienti. Dati forniti dalla casa farmaceutica Sinovac sostengono che il booster migliora la protezione. Risultati deludenti anche da Sinopharm

Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Hong Kong ha scoperto che le persone che hanno ricevuto due dosi di un vaccino contro il Covid-19 prodotto dall’azienda farmaceutica cinese Sinovac (vaccino CoronaVac a virus inattivato) non sono state in grado di neutralizzare la nuova variante altamente infettiva Omicron.

I dati degli studi clinici che hanno portato all’utilizzo del preparato in vari paesi segnalavano un’efficacia del 50% nello studio svolto in Brasile e dell’83% in quello svolto in Turchia e indagini successive hanno evidenziato come gli anticorpi decadano già dopo sei mesi dalla fine del ciclo vaccinale. Ora la ricerca in laboratorio di Hong Kong ha indagato in modo specifico la variante Omicron.

L’indagine è stata condotta su 25 individui vaccinati: gli scienziati hanno scoperto che nessuno dei sieri dei partecipanti allo studio è stato in grado di combattere la variante Omicron, altamente contagiosa. Molto probabilmente saranno necessari booster per migliorare la protezione.

Le dichiarazioni di Sinovac

Non è del tutto chiaro se una terza dose del vaccino cinese potrebbe effettivamente migliorare la situazione : l’azienda farmaceutica Sinovac, pur ammettendo che due dosi sono poco efficaci contro Omicron, ha dichiarato che tre dosi potrebbero prevenire l’infezione e ha reso noti i test svolti in azienda. Dai dati emergerebbe che 7 persone su 20, il 35%, che hanno ricevuto doppia dose di Sinovac hanno mostrato anticorpi sufficienti per neutralizzare Omicron. Il quadro è leggermente migliorato con tre dosi: i risultati di laboratorio mostrano che 45 persone su 48 che hanno ricevuto il booster hanno sviluppato anticorpi sufficienti per neutralizzare Omicron. I dettagli dello studio svolto dalla società farmaceutica non sono però stati resi noti e non sono pubblicati.

L’immunità mediata

Gli studi sono preliminari e i livelli di anticorpi non forniscono un quadro completo della risposta immunitaria di una persona perché nel mondo reale entra in gioco anche l’immunità cellulare mediata, che nella maggior parte dei test di laboratorio non viene studiata perché sono necessarie apparecchiature molto sofisticate.

La diffusione nel mondo di Coronavac

Tuttavia l’assenza di anticorpi neutralizzanti contro Omicron tra chi è stato vaccinato con Coronavac può rappresentare un grosso problema per la Cina e per gli altri Paesi in cui il farmaco è stato molto utilizzato tra cui Brasile, Messico, Cile, moltissimi paesi asiatici e Sudafrica( proprio da dove si è sviluppata la nuova variante Omicron) : 2,3 miliardi di persone. Altri studi hanno riscontrato risultati deludenti anche con Sinopharm, (utilizzato anche negli Emirati Arabi) l’altro importante vaccino diffuso in Cina che non mostrerebbe alcuna attività anticorpale nella maggior parte dei soggetti analizzati. Se i risultati delle ricerche dovessero essere confermati la Cina dovrebbe affrontare un grosso problema con la nuova variante. Finora il Paese ha protetto la popolazione con imponenti lockdown e chiusure delle frontiere, oltre ad aver vaccinato 1,4 miliardi di persone, quasi tutte con Coronavac.

L’immunità naturale

Tra gli altri paesi, come ad esempio Brasile e Indonesia, che utilizzano Coronavac, le precedenti ondate di infezione avrebbero conferito una certa immunità naturale che contribuirà a far si che Omicron non abbia «alcun impatto importante» ha affermato Benjamin Cowling, professore di epidemiologia presso l’Università di Hong Kong intervistato da Bloomberg. Ma le popolazioni della Cina continentale e di Hong Kong che non hanno mai subito infezioni su larga scala sono di fatto vulnerabili. Finora la Cina ha intercettato due casi di Omicron tra i viaggiatori rientrati nel Paese, uno dei quali è stato scoperto oltre due settimane dopo il suo ingresso in Cina e potrebbe dunque aver diffuso il virus, molto contagioso, a numerose altre persone.

16 dicembre 2021 (modifica il 16 dicembre 2021 | 18:57)

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Nicola Savino, il suo miglior programma è su RaiPlay

Nicola Savino, il suo miglior programma è su RaiPlay

di Aldo Grasso

«Il giovane Old» è un nuovo format che ricorda un po’ il «DOC» di Renzo Arbore tra performance «live» e qualche scampolo di vecchie trasmissioni

RaiPlay come fucina di programmi per la tv generalista o come canale autonomo per gli amanti dello streaming? «Il giovane Old» (facile l’assonanza con il libro cult di Salinger: «Ma dove mai andranno a dormire le anatre di Central Park durante l’inverno?») è un nuovo format condotto da Nicola Savino. Oddio, di nuovo e di originale in tv (come in letteratura, come al cinema) non c’è più nulla, viviamo nell’era della citazione, ma questo è forse il miglior programma di Savino, quello in cui si sente più a suo agio, quello in cui può esprimere le sue passioni.La parte più interessante, che ricorda un po’ il «DOC» di Renzo Arbore, è senz’altro quella musicale: le performance «live» sono eseguite con il supporto di una resident band diretta da Vittorio Cosma. Abbiamo così assistito a ottime esibizioni di Brunori Sas, Vasco Brondi, Mobrici nella prima puntata (in collegamento, è apparso ai presenti Jovanotti, come una madonna), a quelle di Colapesce e Dimartino, Lucio Corsi e Joan Thiele nella seconda.

Al fianco di Savino, qualche scampolo di vecchie trasmissioni (Melissa Greta Marchetto, Dj Angelo, Herbert Ballerina, Aurora Leone con le sue biografie immaginarie dei cantanti) e una leva di nuovi comici: Pietro Casella, Xhuliano Dule, Francesco Mileto, Giorgia Fumo. Come al solito, la sezione comica è quella più difficile, anche perché viviamo un momento di transizione tra la battuta (old) e il monologo (giovane). L’ambiente è molto tradizionale ma crea sufficiente intimità soprattutto per la parte musicale e il giovane vecchio Savino, non costretto a ubbidire alle leggi dell’audience, gioca in fiducia.

P.S. Ma il Luca De Gennaro che discettava di musica è quello stesso Luca De Gennaro che tanti, tanti anni fa, da incendiario, aveva montato una mezza rivolta contro di me, convinto che fossi io a voler chiudere Rai Stereo Notte e non il ministero delle Poste e Telecomunicazioni?

16 dicembre 2021 (modifica il 16 dicembre 2021 | 21:02)

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Giorgia Meloni e la differenza tra opposizione e governo

Giorgia Meloni e la differenza tra opposizione e governo

Caro Aldo,
Giorgia Meloni anche nell’ultima intervista pubblicata nei giorni scorsi sul Corriere ha sostenuto — e come poteva fare altro…— che FdI avrebbe un personale politico adeguato per amministrare il Paese; siccome però è palesemente evidente il contrario non pensa anche lei che se anche «vincesse» le prossime elezioni politiche, e fosse chiamata a responsabilità di governo, il suo partito dopo pochi mesi farebbe inesorabilmente la fine dei «5 Stelle» per manifesta incapacità?
Davide Dei Cas, Bormio

Caro Davide,
Nell’intervista al Corriere, sapientemente condotta da Venanzio Postiglione, Giorgia Meloni dice tre cose importanti. Il centrodestra non ha i numeri per eleggere Silvio Berlusconi al Quirinale; dal che si deduce che un accordo largo andrà cercato su un altro nome. Se poi Berlusconi vorrà insistere, sarà difficile per Salvini e Meloni chiamarsi fuori; ma è evidente che un minuto dopo non c’è più il governo Draghi, il che per Fratelli d’Italia può anche essere una buona notizia, per gli altri non so. Inoltre, la Meloni di fatto chiede scusa a Enrico Letta per averlo definito «il Rocco Casalino di Macron»; però intanto l’ha fatto. Infine c’è il punto che l’ha colpita, gentile lettore: la leader di Fratelli d’Italia rivendica la preparazione e il livello della propria classe dirigente. Il che può essere vero se c’è da fare l’opposizione: con poche decine di deputati, il partito riesce a farsi notare. Ma governare un grande Paese è cosa diversa e più complicata. Per fare solo due domande: chi è il ministro dell’Economia di Fratelli d’Italia? E con chi dovrebbe concordare la politica economica? Con Bruxelles e Berlino, o con Varsavia e Budapest? La seconda che ho detto sarebbe forse più semplice; ma i 200 miliardi del Pnrr li mette Orbán o li mette la Germania? Per quanto riguarda il tema della memoria storica, non mi pare che ci siano novità in vista. Meloni e Salvini non sono ovviamente nostalgici del fascismo; ed è abbastanza fuori luogo gridare all’allarme democratico e poi andare ad Atreju. Però entrambi sono o si pongono come anti-antifascisti. Il che secondo me è un errore, perché l’antifascismo non è una «cosa di sinistra», il nazifascismo fu combattuto da uomini di destra come Churchill, De Gaulle e in Italia il generale Raffaele Cadorna (figlio di Luigi e nipote del Raffaele che prese Roma), il colonnello Montezemolo, Enrico Martini «Mauri», e ovviamente Edgardo Sogno «Franchi». Stiamo parlando di eroi della Resistenza: Cadorna che si fa paracadutare con una gamba malata sul Nord occupato dai tedeschi, Montezemolo che cade alle Ardeatine dopo aver taciuto sotto le torture, Mauri e Franchi monarchici di leggendario coraggio. Quanti conoscono oggi i loro nomi?

LE ALTRE LETTERE DI OGGI

Storia

«Il presepe napoletano diventi patrimonio dell’Unesco»

La storia del presepe ha radici lontane, inizia con San Francesco che nel 1223 realizzò la prima rappresentazione a Greccio, un borgo vicino Rieti. Si narra che durante la messa del 24 dicembre di quell’anno «sarebbe apparso nella mangiatoia un bambino che il Santo avrebbe preso tra le braccia». Giotto, nel 1295, rappresenta la scena nella Basilica superiore di Assisi. Nel Settecento fu re Carlo III di Borbone a incentivare a Napoli l’arte presepiale e la regina Maria Amalia insieme alle principesse e alle dame di corte confezionò con le pregiate sete della fabbrica di San Leucio gli abiti dei pastori che si possono ammirare nella Reggia di Caserta. Da allora allestire il presepe divenne a Napoli una consuetudine e fu anche motivo d’ispirazione per importanti scultori come Giuseppe Sammartino, autore dello straordinario Cristo Velato. Negli anni il presepe si è arricchito con gli elementi di vita quotidiana fino ad arrivare, dagli anni 40 in poi, all’inserimento di statuine riproducenti personaggi tipici di varie nazioni e mestieri: il monaco francescano, il cacciatore, il pizzaiolo, ragazza africana con cesti di frutta o anfore per l’acqua, giovani di colore con caschi di banane, indiani con arco e frecce fino ad arrivare ai giorni nostri con Totò, Eduardo, Maradona, papa Giovanni Paolo II, papa Bergoglio e altri personaggi pubblici. Una miscellanea di elementi che pur non avendo alcun riferimento storico con il territorio e con il periodo dell’Avvento, arricchiscono il messaggio di pace che vuole portare in ogni casa, la magica atmosfera che il nostro presepe, nella sua disarmante semplicità, riesce a creare. Ecco perché, secondo me, a parte i valori artistici più o meno rilevanti dei manufatti, il nostro presepe merita di diventare Patrimonio dell’Unesco.
Raffaele Pisani

INVIATECI LE VOSTRE LETTERE

Vi proponiamo di mettere in comune esperienze e riflessioni. Condividere uno spazio in cui discutere senza che sia necessario alzare la voce per essere ascoltati. Continuare ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, e contaminarle con la vita. Raccontare come la storia e la cronaca incidano sulla nostra quotidianità. Ditelo al Corriere.

MARTEDI – IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

Invia il CV

MERCOLEDI – L’OFFERTA DI LAVORO

Diamo spazio a un’azienda, di qualsiasi campo, che fatica a trovare personale: interpreti, start-upper, saldatori, liutai. 

Invia l’offerta

GIOVEDI – L’INGIUSTIZIA

Chiediamo di raccontare un’ingiustizia subita: un caso di malasanità, un problema in banca; ma anche un ristorante in cui si è mangiato male, o un ufficio pubblico in cui si è stati trattati peggio. Sarà garantito ovviamente il diritto di replica

Segnala il caso

VENERDI -L’AMORE

Chiediamo di raccontarci una storia d’amore, o di mandare attraverso il Corriere una lettera alla persona che amate. Non la posta del cuore; una finestra aperta sulla vita. 

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SABATO -L’ADDIO

Vi proponiamo di fissare la memoria di una persona che per voi è stata fondamentale. Una figlia potrà raccontare un padre, un marito la moglie, un allievo il maestro. Ogni sabato scegliamo così il profilo di un italiano che ci ha lasciati. Ma li leggiamo tutti, e tutti ci arricchiranno. 

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DOMENICA – LA STORIA

Ospitiamo il racconto di un lettore. Una storia vera o di fantasia. 

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Miti e sortilegi, il tartufo è cultura: i veri trifulau

Miti e sortilegi, il tartufo è cultura: i veri trifulau

di Aldo Cazzullo

Il riconoscimento a un’arte che resiste mentre tutto cambia. Prima si usciva al tramonto, oggi a notte fonda: resta uguale solo il lamento propiziatorio del cercatore

Una volta per tartufi si andava al tramonto, quando si spegneva ogni rumore, e si rientrava a mezzanotte. Oggi, alle tre del mattino le Langhe si sono appena addormentate. Le colline di Beppe Fenoglio — per Pavese, vero capo dell’Einaudi finché visse, le Langhe erano un mito letterario; per Fenoglio, impiegato della Marengo Vini, erano la vita — sono tutte un bed&breakfast; nei ristoranti si cena fino a tardi come a Taormina, nelle pizzerie si brinda rumorosamente tipo Positano. I veri trifulau escono solo quando dormono proprio tutti. Dicono che la trifula è come la pesca: matura all’improvviso, e bisogna cogliere l’attimo.

L’Unesco ha premiato non tanto il tubero, quanto la cultura che c’è dietro, l’arte della cerca e quella ancora più sottile di cavare il tartufo senza farlo mangiare o anche solo rovinare dai cani. I cani giovani sembrano mediani che vanno su tutti i palloni: appena sentono il profumo impazziscono, saltano, mugolano, cominciano freneticamente a scavare, e appena intravedono il tartufo vorrebbero divorarlo. I cani esperti dosano le energie, trotterellano qua e là, sanno distinguere le false piste da quelle buone, danno appena una grattata con le zampe per indicare il posto giusto, e lasciano che sia il padrone con la zappetta a fare il resto; poi si mettono lì ad aspettare il premio, il croccantino o il biscotto.

In Langa circolano leggende nere sull’addestramento dei cani, che verrebbero maltrattati, malnutriti, talora picchiati, comunque abituati ad associare l’idea del cibo a quella del tartufo, e magari avvelenati dai rivali. Certo tra i cercatori la rivalità esiste, ma il cane in Langa è come il cavallo al Palio di Siena: è sacro, e nessuno — almeno in tempi moderni — farebbe del male all’animale; al limite si tagliano le gomme dell’auto al padrone.

I trifulau praticano l’arte dell’understatement. Nessuno prometterà mai di trovare il tartufo. Una passeggiata nei boschi delle Langhe in Piemonte — o di Zocca in Emilia, o di San Miniato in Toscana, o di Norcia in Umbria, o di Acqualagna nelle Marche… — è un’esperienza che andrebbe fatta almeno una volta nella vita. La regola numero uno è che il cercatore si lamenta. Sempre. «Non so se troviamo. In una serata di nebbia così, bella umida, ancora dieci anni fa avrei tirato su almeno un chilo di roba. Una volta i boschi erano belli puliti, tutte queste foglie non c’erano, le raccoglievano i contadini per fare il letto alle mucche, e il muschio lo prendevano i bambini per fare il presepe. Oggi di contadini ce ne sono sempre meno. Al mio paese eravamo duecento e siamo rimasti settanta. Adesso i boschi sono pieni di rami spezzati, di terra franata, di fango. I cani passano e non sentono niente. Devono essere molto, molto bene addestrati…».

Ovviamente, i cani del cercatore sono sempre molto bene addestrati, e il tartufo si trova quasi sempre. All’inizio lo sente solo il cane, poi quando si comincia a scavare diventa percettibile anche da olfatti umani. Ma il trifulau è scettico sino all’ultimo: «A l’è neira», potrebbe essere un banale tartufo nero. Invece è bianca. «A l’è cita», è piccola, scuote la testa il cercatore. Invece a volte escono tuberi prodigiosi da cento grammi. Ne ricordo uno avvolto attorno alla radice di un nocciolo, che aveva scavato un solco dentro il tartufo, più profumato che bello. Il trifulau mi disse: «Vedi che non ti prendo in giro? Io non faccio come quelli che li seppelliscono di giorno per farli trovare ai forestieri la notte». Davvero ci sono quelli che li seppelliscono di giorno per farli trovare ai forestieri la notte? «Come no! C’è uno che ha un ristorante verso Monchiero e porta i mericani e gli svizzeri a prendere le trifule che ha nascosto lui. Ma un vicino lo sapeva, l’ha seguito, e mentre lui andava a prendere i mericani gliele ha rubate. Poi se l’è mangiate con gli amici».

Il tartufo è anche un mito. A molti non pare così buono come si racconta, e comunque valutano che non valga la spesa; del resto un mito non ha prezzo. L’importante è evitare di sprecarlo su cibi crudi o troppo conditi. Neppure sull’uovo il tartufo dà il meglio di sé: il rosso è troppo saporito, e il bianco non sa di nulla. L’ideale è grattarlo sulla fonduta. Oppure sul risotto o sulle tagliatelle (in Langa tajarin), purché morbidi, burrosi, mantecati, e mai asciutti. Quello di Alba è il più famoso perché dopo la guerra il proprietario dell’allora unico albergo della città, Giacomo Morra dell’hotel Savona, ebbe l’idea di regalare gli esemplari più belli non a De Gasperi e a Togliatti, ma a Truman (poi a Eisenhower) e a Krusciov; e le foto dei presidenti americani e del padrone del Cremlino che si rigiravano in mano quel misterioso tubero profumato fecero il giro del mondo. Ma ovviamente sono ottimi anche i tartufi del Roero, del Monferrato, e della varie parti d’Italia (buono anche quello dell’Istria e della Romania).

Una volta, in Langa la notte era normale incontrare la volpe, il tasso, lo scoiattolo, la beccaccia, il cinghiale. Oggi i cinghiali è più facile vederli davanti ai cassonetti dei rifiuti di Roma. In compenso sono arrivati nei boschi uccelli che in collina non si erano mai visti: aironi, cormorani, pure i gabbiani. Ma la cosa più divertente è quando un trifulau incontra un altro trifulau. Allora ognuno esercita l’arte della dissimulazione onesta: si «mette pietoso», cioè assume un’aria mesta, finge di non aver trovato nulla, assicura che è stata una notte triste e infruttuosa; e più sono le trifule nascoste sotto la giacca, più il trifulau piange miseria. Ogni paese poi ha almeno un cercatore che è stato il più grande delle Langhe: a Costamagna ancora si racconta di Magiur, Maggiore, che nel 1969 trovò un tartufo da un chilo e due, grande come un cavolo. Oggi il più bravo è Luigino di Monforte, che di giorno fa l’operaio alla Ferrero e di notte va nei boschi: prima la Nutella, poi la trifula. Non si potrebbe vivere meglio di così.

16 dicembre 2021 (modifica il 16 dicembre 2021 | 22:15)

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