Da Dante a Churchill fino all’AI degli scacchi: gli errori diventati opportunità

Da Dante a Churchill fino all’AI degli scacchi: gli errori diventati opportunità

di Massimo Sideri Sbagliare è spesso un miraggio, non solo nella scienza: Amundsen fece rotta per il Polo Sud dopo aver letto che Peary aveva conquistato l’Artide. Anche l’AI fallisce, vincendo

La letteratura scientifica è ricca di esempi sull’importanza dell’errore e l’inadeguatezza della definizione di fallimento. Il primo premio Nobel della storia nel 1901, Wilhelm Röntgen,– come ricorda Massimiano Bucchi nel bel pamphlet “Natale di scienza, storie di scoperte e stupore” appena uscito in libreria per Interlinea– non mostrava da studente particolare inclinazione allo studio. Anzi, a diciassette anni venne anche espulso dalla scuola. Peraltro un errore dell’istituzione visto che in quel caso lo studente non age il vero responsabile dell’oggetto dell’accusa, la caricatura di un insegnante. Un destino simile occorse advertisement Alan Turing che venne martirizzato dai rigidi professori inglesi dell’epoca, durante il periodo scolastico, per la sua “incapacità” di tenere i quaderni in ordine (era disgrafico). Da grande Röntgen scoprirà i raggi X (e non per errore, come vuole la vulgata: la radiografia più famosa della storia, quella della mano di sua moglie, e che i giornali dell’epoca pubblicarono, non period stata ottenuta per caso, ma voluta alla fine di una lunga serie di esperimenti). Dal canto suo Alan Turing si porrà la domanda del secolo, se i computer potranno mai pensare, insieme al meno noto John Von Neumann, considerato l’ultimo dei grandi matematici e uno dei pilastri del Progetto Manhattan.

La radice del problema è che gli errori e i fallimenti vengono spesso giudicati nel breve periodo, invece di essere valutati nel medio-lungo periodo. Certo, come diceva John Maynard Keynes– per difendere l’accusa mossa alle take legal action against teorie di essere la base di politiche economiche buone solo per il breve termine (la grande recessione del 1929)– nel lungo periodo “saremo tutti morti”. Ma lungi dall’essere una battuta è questo spesso il destino degli innovatori. Ignác Semmelweis morì depresso dopo essere stato isolato nell’Ottocento dagli altri medici per avere scoperto che il semplice lavaggio delle mani delle ostetriche, prima del parto, poteva salvare la vita dei bimbi e delle madri. Un destino simile capitò a Charles Goodyear, un autodidatta padre della vulcanizzazione. Lo stesso paradigma del doppio errore, cioè del considerare un errore ciò che non lo è affatto (un miraggio, dunque, dell’errore), si applica in realtà anche a tanti altri campi. Nel 1911 il norvegese Roald Amundsen divenne il primo uomo a raggiungere con la Fram il Polo Sud dopo che, preparata a lungo una spedizione per raggiungere il Polo Nord, lesse il 7 settembre del 1909 sul “New york city Times” che Robert Peary aveva già toccato la punta dell’Artide. Un altro errore. Oggi sappiamo che a raggiungere il Polo Nord era già stato Frederick Cook, circa un anno prima, nell’aprile del 1908. Anzi, esistono dei dubbi anche sul fatto che Peary abbia mai raggiunto effettivamente il luogo esatto. L’errore del “New york city Times” spinse così Amundsen verso la gloria dell’Antartide (se non lo avesse letto avrebbe rischiato di essere il secondo se non il terzo della lista dell’Artide).

Nella storiografia degli errori potremmo anche rischiare di mettere Winston Churchill che venne dato per spacciato alla great della Prima guerra mondiale per gli sbagli commessi sul fronte di Gallipoli. Oltre vent’anni dopo diventerà il più grande premier del Novecento, l’uomo che riuscì a bloccare il nazismo e Hitler prima che con Pearl Harbor un fino ad allora reticente Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, gli dicesse: “Ora siamo sulla stessa barca”. Ma forse il doppio errore più importante della storia, cioè sempre un errore che nega se stesso e che porta a una soluzione positiva, fu quello di Dante Alighieri. Il sommo poeta aveva partecipato da giovane, l’11 giugno del 1289, alla famosa battaglia di Campaldino fra guelfi e ghibellini. Vi partecipò anche Cecco Angiolieri che se fosse stato “foco” avrebbe commesso l’errore di arderlo. Dante iniziò con Campaldino quella carriera politica che causò poi il suo esilio (l’errore peggiore della sua vita fu tradire l’amico Guido Cavalcanti). “Come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” farà predire lo stesso Dante al suo avo Cacciaguida. Eppure fu proprio in quel sofferto esilio che scriverà la Commedia. La pigrizia è il peggior peccato dell’uomo e allo stesso tempo quello più veniale. La verità è che nessuno sa cosa accadrà domani, a meno di non usare l’artifizio dantesco di scriverlo dopo. Lo stesso Steve Jobs ne fece l’architrave del suo famoso discorso ai laureandi dell’Università di Stanford: solo a posteriori i puntini possono essere collegati. Anche Newton per certi versi sbagliava: la gravità, come sappiamo da Einstein in poi, è più uno scivolare sulla curvatura dello spaziotempo che una forza che ci attira dal basso. Le statue di Cristoforo Colombo, dopo secoli, vengono imbrattate perché facendo il suo primo errore, scoprire l’America cercando l’Asia, ne avrebbe commesso un altro: veicolare “armi, acciaio e malattie” europee ai danni delle popolazioni indigene (Jared Diamond). L’errore economico più grande lo fece però il re inglese Carlo II che diede a William Penn, in cambio di un debito di 16 sterline dell’epoca che aveva con il padre di lui, l’ammiraglio sir William Penn, un terreno a Nord del Maryland. Nacque così la Pennsylvania.

Sbagliavano anche i cercatori d’oro: il primo milionario di San Francisco fu Samuel Brannan che a loro vendeva gli attrezzi per il setaccio dell’oro durante la febbre del 1849 (una corsa che alimentava usando i suoi giornali). Sbaglia, infine, anche l’intelligenza artificiale. Nel dicembre del 2018, il software application di intelligenza artificiale AlphaZero– variante del più noto AlphaGo famoso per aver battuto nel 2016 il campione del mondo di dama cinese, Lee Sedol– riuscì a battere il più potente programma commerciale di scacchi, StockFish 8, con quelle che vennero battezzate “mosse aliene” da Kasparov: come spostare il pedone bianco in h5-h6 per “attaccare” il Re nemico in arrocco. È una mossa non risolutiva, quasi inutile apparentemente. Il pedone da solo non può fare nulla. Il nero può rispondere in due methods: A) pedone nero in g7-h6, se è un giocatore molto scadente che non resiste alla tentazione di mangiare (si lascia così libero il canale che porta direttamente al proprio Re); B) pedone nero in g7-g6, così da evitare la mossa del bianco in h6-g7. In realtà la mossa tende a disorientare l’avversario. È “l’algoritmo” del caos con cui Michael Chang riuscì a battere Ivan Lendl al Roland Garros nel 1989, battendo dal basso. L’errore in realtà può valere molto. La prima edizione de “L’origine delle specie” del 1859 di Charles Darwin contiene un refuso (“speces”) che ne rende le poche copie ancora più preziose. Nel caos c’è sempre un’opportunità. Ma è un errore pensare che lo abbia detto Churchill. Lo scriveva già Sun Tzu, ne “L’arte della Guerra”.

11 gennaio 2022 (modifica il 11 gennaio 2022|16:45)

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Bonus casa, i lavori di ristrutturazione da fare entro il

Bonus casa, i lavori di ristrutturazione da fare entro il

Cosa cambia dal 2022

Se la legge di Bilancio confermerà le intenzioni, qualcosa per i bonus per la casa con il 2022 cambierà. Ecco che, allora, mai come ora la scadenza del 31 dicembre diventa importantissima per chi non vuole perdersi le migliori condizioni attualmente in vigore per le detrazioni edilizie.
Se le agevolazioni ordinarie saranno prorogate probabilmente per tre anni, il Superbonus resterà in vigore fino al 2025 per i condomìni. Previsto però un décalage delle detrazioni, mentre non è ancora chiaro cosa accadrà alle case unifamiliari e ai lavori trainati. E se nulla cambia per il Bonus giardini, per il Bonus mobili si passa da un tetto di spesa da 16 mila a uno di 5 mila ero, mentre il decreto Antifrodi, che è in vigore dal 12 novembre, ha cambiato le regole per le detrazioni diverse dal 110%: ora infatti serve l’asseverazione di congruità delle spese e il visto di conformità per cedere il credito o richiedere lo sconto in fattura. Vediamo allora quali sono le cose da tenere a mente per chi vuole anticipare i bonus entro la fine dell’anno.

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Celebriamolo il secolo di Pier Paolo Pasolini nel giorno della

Celebriamolo il secolo di Pier Paolo Pasolini nel giorno della

di CLAUDIO MAGRIS

La proposta di Claudio Magris: tra le date per ricordare lo scrittore a cent’anni dalla nascita, scegliamo il 16 giugno in cui uscì la poesia sugli scontri del 1968 tra contestatori e polizia. I versi sui quei momenti di lotta fecero scandalo

L’anno prossimo ricorre il centenario della nascita di Pasolini. Tra le possibili date per ricordarlo, senza troppo ossequio all’anagrafe, si potrebbe scegliere qualche giorno particolarmente significativo della sua vita e della sua opera. Ad esempio il 16 giugno, perché in quella data, nel 1968, Pasolini pubblicava la famosa poesia sugli scontri di Valle Giulia, a Roma, fra i giovani contestatori del Sessantotto e i poliziotti della Celere. La poesia fece scandalo — cosa non rara quando si trattava di prese di posizione di Pasolini su grandi questioni epocali. Ad approvare i marciatori furono soprattutto i benpensanti, convinti, come gli stessi studenti in corteo, di essere progressisti e culturalmente avanzati e ignari — il poeta fu tra i primi ad accorgersene — di mettersi al servizio del Capitale, di una forma di capitalismo, «abito all’inglese e battuta francese».

Si può marciare per i più diversi motivi. In quella marcia a Valle Giulia i sessantottini dalle facce «da figli di papà» — «lo stesso occhio cattivo […] prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati, buona razza che non mente», scrive il poeta — fanno a botte con i poliziotti. «Io simpatizzavo con i poliziotti», scrive lui, «perché sono figli di poveri». Paradossalmente, sono i poliziotti che gli sembrano umanamente simili alle persone che marciavano per occupare non università ma semmai fabbriche, in un tempo in cui il Partito comunista non aveva ancora iniziato a trasformarsi in un movimento radicaleggiante di massa, preoccupato di difendere più il diritto a succhiarsi il pollice — anch’esso sacrosanto, beninteso — che il lavoro e le condizioni dei lavoratori. Ricordo che molti anni fa sior Carmelo, il portinaio dello stabile di via del Ronco 6 a Trieste, dove abitavo, il Primo Maggio si metteva un abito decoroso, giacca e cravatta, per unirsi al corteo del Partito. Una lezione di rispetto — di quel rispetto che, in un Paese civile, dovrebbe caratterizzare la lotta politica anche dura.

In anni e in forme diverse Pasolini e d’Annunzio hanno vissuto, denunciato e fatta propria — nel corpo, nei loro sudori, nelle loro pulsioni spesso narcisiste e degradate — la radicale trasformazione dell’uomo avvenuta nella loro epoca e che sta avvenendo e avverrà con sempre maggiore violenza, una violenza spesso inavvertita perché vissuta come reazione naturale.

Con una contraddizione lacerante Pasolini si rende conto che quei poliziotti figli di poveri che sente umanamente vicini sono storicamente in torto, perché si oppongono a quello che è, in quel momento, il corso del mondo al quale, senza rendersene conto, il Sessantotto in marcia coopera e che promuove. Una nuova forma del capitalismo e della società del consumo, che i contestatori credono di combattere e di cui sono l’avanguardia, contribuendo a distruggere o a indebolire le istituzioni e i valori che potrebbero esser un piccolo argine al suo trionfo globale. In quel momento Pasolini sa che quegli studenti rappresentano il nuovo e che, a prescindere dalla sua antipatia per quel nuovo, opporsi al Corso del mondo è anche una cecità davanti al cambiamento. Ma è un cambiamento, secondo Pasolini, che distrugge ogni senso del sacro.

Si pensi alle posizioni assunte da Pasolini, che sorpresero i suoi amici radicali, sul referendum sul divorzio e soprattutto sull’aborto. Pasolini, dopo l’esito del referendum sul divorzio, si rallegra della sconfitta di Fanfani e della sua parte politica e che il divorzio non sia stato abrogato, ma coglie e respinge il tono della gran parte della maggioranza vittoriosa, che ha votato come lui ma sostanzialmente per altri motivi ossia non per liberare tante persone da situazioni insostenibili o assurde ma per declassare anche sentimenti e legami fondamentali — l’amore, il matrimonio, la maternità, la paternità — a beni sostituibili come ogni bene di consumo. «È stata la televisione — scrive — che di fatto ha convinto gli italiani a votare “no” al referendum».

E nelle sue parole sull’aborto Pasolini non ignora certo il dramma e la sofferenza delle donne, oltretutto iniquamente considerate dalla vecchia legge le uniche responsabili — motivo di per sé più che sufficiente per considerare ingiusta la legge che colpiva soltanto loro — ma sa anche che l’individuo esiste in ogni istante della sua vita, è sempre lui o lei in ogni fase della sua parabola.

Ho conosciuto poco Pasolini, sostanzialmente quando lavoravamo insieme all’antologia Il non tempo del mare di Biagio Marin, «questo benedetto settantenne di dieci anni», come diceva Pasolini. Allora quegli anni anagrafici di Marin, contraddetti dalla sua vitalità, mi sembravano molti; ora molto meno.

Quegli studenti di Valle Giulia che non piacevano a Pasolini contestavano le regole, non solo quelle del mondo e della scuola in cui erano cresciuti, ma le regole di per sé. Non riflettevano che le regole, contrariamente a ciò che si dice, sono di sinistra; non a caso l’attacco frontale allo Stato sociale e ai diritti dei lavoratori ha vinto con la distruzione delle regole, la deregulation di Reagan o la politica della Thatcher. Un calzante elogio di Pasolini lo ha formulato Sciascia, definendolo «fuori del tempo» ossia non ideologico. Oggi sembra quanto meno scorretto augurare Buon Natale; ma forse è ancora legittimo lamentare, con un verso di Biagio Marin, «fa solo e sempre sera/ e mai, mai più Nadal».

Il volume Garzanti. Le lettere ritrovate.

L’epistolario di Pier Paolo Pasolini, per la prima volta in forma completa. Lo raccoglie il volume Le lettere , a cura di Antonella Giordano e Nico Naldini (scomparso nel 2020), appena uscito per Garzanti nella collana «I libri della Spiga» (pp. 1.500, euro 60). Il libro integra il corpus finora noto con oltre 300 lettere inedite, ritrovate negli archivi di fondazioni, biblioteche e istituti culturali, e presso i destinatari e i loro eredi. Tra gli inediti, lettere a Elsa Morante, Giuseppe Ungaretti, Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani.

12 dicembre 2021 (modifica il 14 dicembre 2021 | 20:31)

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Una nuova vita (all’estero) per l’Orchestra dell’Afghanistan

Una nuova vita (all’estero) per l’Orchestra dell’Afghanistan

di Viviana Mazza

L’arrivo a Lisbona di quasi 300 persone, dopo quattro mesi di tentativi che hanno coinvolto politici americani e portoghesi, il Qatar e il violoncellista Yo-Yo Ma

L’orchestra afghana è arrivata l’altro ieri a Lisbona, la sua nuova casa. La direttrice Negin Khpalwak, la più nota delle sue musici ste , era già stata evacuata negli Stati Uniti subito dopo la caduta di Kabul nelle mani dei talebani lo scorso 15 agosto. Dopo molte peripezie, altre 273 persone, tra cui 150 studenti e studentesse, familiari e insegnanti dell’Istituto Nazionale di Musica di Kabul sono state finalmente messe in salvo negli ultimi due mesi, attraverso cinque diversi voli atterrati inizialmente a Doha, in Qatar. E lunedì sono giunte a Lisbona, dove riceveranno asilo politico. È stata la più grande operazione di evacuazione di un’unica comunità di afghani da agosto.

L’atterraggio

Il fondatore dell’Istituto, Ahmad Sarmast, che si trovava in Australia quando Kabul è caduta, era sulla pista dell’aeroporto di Doha ad attendere l’atterraggio dell’ultimo volo pochi giorni fa. Solo allora è scoppiato in lacrime. Ce l’avevano fatta. Lacrime di gioia perché ora potrà dare a quei giovani musicisti afghani l’opportunità di continuare i loro studi all’estero. Lacrime di dolore perché il suo sogno di mantenere viva la musica sia tradizionale che occidentale in patria è durato solo pochi anni. Sul cellulare Sarmast conserva le foto di un pianoforte e di una chitarra dell’Istituto fatti a pezzi; i talebani hanno negato di averne ordinato la distruzione e hanno assicurato che proteggeranno gli strumenti, ma li hanno messi sottochiave. Nell’Istituto ora regna il silenzio.

La viola di Marzia

I talebani hanno occupato le stanze dove ragazzi e ragazze si esercitavano al flauto come al sitar, mischiando melodie occidentali e orientali, mentre il divieto contro la musica pop ha costretto molti intrattenitori a nascondersi. Lo scorso 15 agosto studenti come Marzia Anwari, violinista e conduttrice d’orchestra diciottenne, sono corsi via lasciando indietro gli strumenti per paura, poiché i talebani erano già davanti all’Istituto.

Il piano di Sarmast

Il piano di Sarmast, che fondò questa scuola a Kabul nel 2010, è ora di ricrearla in Portogallo: farà parte di un più ampio centro per la cultura afghana con sede a Lisbona. Il musicologo 59enne, che fu già esule una volta, quando i talebani controllarono il Paese tra il 1996 e il 2001 e bandirono la musica, ha fatto di tutto per permettere l’evacuazione dei suoi studenti e insegnanti. Nonostante i talebani non abbiano emanato un editto formale come allora, Sarmast spiega che quelle famiglie vivevano nel terrore: alcuni avevano bruciato i diplomi e distrutto gli strumenti temendo una perquisizione.

La fama e le minacce

L’Istituto era diventato un simbolo, la sua orchestra femminile Zohra si era esibita in tutto il mondo. Alla fama si erano accompagnate le minacce già negli anni passati; lo stesso Sarmast era rimasto ferito in un attentato durante un concerto. Il musicologo ha contattato il dipartimento di Stato e parlamentari sia democratici che repubblicani in America, politici in Germania e in Portogallo. I quasi 300 membri dell’Istituto sarebbero dovuti partire entro agosto, quando gli americani ancora controllavano l’aeroporto di Kabul, ma nel giorno in cui era stato garantito loro il posto su un volo non riuscirono a superare il checkpoint talebano: un comandante si era addormentato e i suoi sottoposti si rifiutarono di svegliarlo. Poche ore dopo, per timore di un nuovo attentato di Isis-K gli americani chiusero l’accesso allo scalo. Sarmast ha continuato a bussare ad ogni porta, si è rivolto tra gli altri al violoncellista Yo-Yo Ma che ha chiesto aiuto al Qatar a metà settembre: è iniziato così un lungo braccio di ferro diplomatico con i talebani insieme all’incubo burocratico di procurare i documenti a centinaia di persone. In Qatar gli studenti hanno ricevuto nuovi strumenti, che stringevano a sé all’arrivo a Lisbona. «I talebani non zittiranno il popolo afghano», giura Marzia. «È impossibile».

14 dicembre 2021 (modifica il 15 dicembre 2021 | 09:02)

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Solo gli studenti italiani non scrivono niente fino alla tesi

Solo gli studenti italiani non scrivono niente fino alla tesi

di Chiara Berra*

Lettera di una laureata in Filosofia: «Alla fine del triennio ci si accorge di aver imparato solo a ripetere quello che si è studiato, senza aver mai prodotto un pensiero originale. E’ ora di adottare un sistema misto, in cui all’esame sia richiesto di portare anche degli elaborati come accade negli altri Paesi»

Lo studente italiano medio iscritto a una facoltà umanistica non scrive. Per meglio dire, non scrive in Università. Se è abbastanza intraprendente scrive per sé, per piacere, o per qualche rivista indipendente gestita con altri studenti. Lo studente medio, possiamo dunque generalizzare, non sa scrivere. Dopo tre anni di studi, lo studente spesso si accorge di non avere imparato che a ripetere il pensiero di qualche illustre filosofo o letterato a memoria. Eppure la sola capacità mnemonica non basta nemmeno per scrivere sul curriculum «pensiero analitico avanzato». È con la scrittura che i pensieri vengono riordinati e il pensiero critico sviluppato, esattamente come un muscolo con il suo specifico allenamento.

Come si può capire se si vuole seguire una carriera accademica universitaria se non ci si mette in gioco fin da subito con la componente produttiva della cultura? Se il primo e talvolta unico saggio che viene scritto è la Tesi di Laurea Triennale? Perché alla fine per poter entrare in accademia di questo si tratta: bisogna scrivere e pubblicare. E la scrittura come ogni altra pratica deve essere allenata e studiata a fondo. Ci sono, è vero, alcuni studenti eccezionali che sono capaci di strutturare un discorso perfettamente argomentato nella propria testa prima che sulla carta, ma sarebbe sbagliato considerare questa come una capacità innata o un prerequisito di ogni studente di materie umanistiche. Sarebbe come pensare che ogni amante dell’arte sia capace di diventare un nuovo Michelangelo solo contemplando e studiando le sue opere.

Consideriamo poi alcuni aspetti più propriamente pragmatici della questione, che dimostrano la necessità di scrivere. Il primo riguarda il caso che uno studente, dopo la laurea, voglia presentare domanda per seguire un master in un’università straniera. Qualunque domanda prevede che il candidato carichi il suo miglior elaborato insieme con il curriculum vitae e le valutazioni degli esami sostenuti. Assumiamo ora che il migliore elaborato sia la Tesi, in quanto è anche l’unico. Bene, nel periodo in cui si presentano le domande alle Università, intorno a Dicembre e Gennaio, non sarebbe ancora completata, per non dire iniziata. Ora, assumiamo che il nostro candidato sia incredibilmente motivato e decida di scrivere un elaborato appositamente per quel programma. Sarà forse il suo miglior saggio, non avendone mai scritto uno in precedenza e, con ogni probabilità, non avendo nessun professore disposto a correggerlo e a indirizzarlo?

Ecco che quindi già nel solo processo di selezione lo studente italiano inizia con un netto svantaggio. Ma ipotizziamo pure che venga accettato dall’Università in questione, oltre alla difficoltà di scrivere in una lingua diversa dall’italiano, lo studente dovrà confrontarsi con un panorama estremamente competitivo nel quale i suoi colleghi, avendo già da anni raggiunto l’autonomia necessaria nella scrittura, possono dedicarsi allo studio e alla ricerca approfondita richiesti dal Graduate Program.

In secondo luogo è bene non dimenticare la componente creativa dello scrivere: la capacità di produrre un’idea e di saperla comunicare. L’Università è il luogo in cui questo processo deve avere luogo, dove lo studente di Filosofia, per dirne uno, deve poter essere filosofo e non soltanto storico della disciplina.

Per tutte queste ragioni, credo che se venisse adottato un sistema misto nella strutturazione degli esami, come già alcuni professori motivati e interessati fanno, ne beneficerebbero non solo gli studenti, ma anche il mondo accademico stesso per le nuove idee che verrebbero prodotte.

*Laureata in Filosofia all’Università San Raffaele, sta seguendo un master alla New York University

13 dicembre 2021 (modifica il 13 dicembre 2021 | 20:19)

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Ieri e domani: l’agenda 2022 del Corriere della Sera

Ieri e domani: l’agenda 2022 del Corriere della Sera

di Luciano Fontana

Il racconto di quello che siamo e siamo stati, affidato alle firme più importanti del quotidiano e alle pagine che hanno fatto storia. Perché «Il tempo siamo noi»

L’agenda è un oggetto che ognuno di noi costruisce a sua somiglianza. Con l’ordine preciso di chi programma tutti i suoi prossimi passi. O con i punti appena accennati di chi preferisce un disordine minimamente organizzato. Le pagine bianche possono essere riempite con il flusso quotidiano di un diario o semplicemente con appunti che ci aiutano a non dimenticare. Anche quest’anno vogliamo accompagnarvi con un’agenda del Corriere della Sera che vuole essere qualcosa di più che il semplice scorrere dei giorni del 2022. Ogni mese ha il suo autore, ogni giorno il suo ricordo. Il futuro prossimo si riempie del racconto del passato affidato alle firme più importanti e alle prime pagine che hanno fatto la storia.

Ci aspettiamo che il 2022 sia l’anno della svolta, quello in cui ci riprendiamo completamente le nostre vite e il nostro lavoro. Abbiamo sofferto per il virus, abbiamo pianto e ci siamo confortati a vicenda. Abbiamo adottato, in larghissima maggioranza, misure e accettato sacrifici che potrebbero riportaci alla piena libertà. La speranza è che ora tutti i frutti possano essere colti. Quelli della ripartenza ma anche quelli derivanti dalle lezioni che abbiamo imparato nel mondo pandemico. Quanto siano importanti scienza e competenza, come le disuguaglianze sociali siano un macigno per le società moderne, quanto sia rilevante per la salute un’attenzione profonda all’ambiente e alle risorse naturali.

Queste pagine scandiranno le nostre giornate e ci accompagneranno ora dopo ora non facendoci dimenticare il passato. Gli articoli, i commenti, gli approfondimenti che un giornale offre ai suoi lettori sono una bussola indispensabile per muoversi nel presente. Ricordare quello che è accaduto, un ottimo esercizio di libertà e di spirito critico per uomini e donne che non si abbandonano alle mode dell’istante.

13 dicembre 2021 (modifica il 13 dicembre 2021 | 23:51)

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