Quando sono gli animali a essere obesi (per colpa degli

Quando sono gli animali a essere obesi (per colpa degli

di Laura Martellini

Ne parla «Ciccioni pennuti» di Sara Marullo. Se gli uccelli per la pesantezza diventano «terricoli» rappresentano un pericolo per se stessi e per l’uomo. La Lipu: «Danno enorme». Lo zoologo Genovesi: «Fare i conti con la crescente biodiversità nelle metropoli»

(nella foto una illustrazione del libro di Sara Marullo «Ciccioni pennuti», illustrazioni Valerio Giacone)

Migliaia di uccelli sorvolano il cielo di Roma. D’improvviso smettono di librarsi, cercano cibo in strada e zampettano fra la folla come fossero passanti qualsiasi. I movimenti rallentati, incapaci di qualsiasi scatto, goffi e appesantiti. È avvenuta la loro trasformazione in gabbiani e storni terricoli: Ciccioni pennuti, come scrive Sara Marullo nell’omonimo libro (Ag Book Publishing) per ragazzi, ma adatto anche agli adulti. Il racconto fantastico, ma neanche troppo, ha forti risvolti nell’attualità: gli effetti sulle specie animali dei cattivi comportamenti dell’uomo.

«Ciccioni pennuti»: perché se per gli uomini essere sovrappeso è una condizione di sofferenza, lo stesso accade nel mondo animale, con ulteriori risvolti. Specie predatrici abituate all’inseguimento e alla caccia pigramente assuefatte al cibo a portata di becco e di muso nelle vie cittadine; esemplari selvatici ridotti a dipendere dall’uomo, alimentati con cibi non adatti, quando non velenosi. I toni del volume, con le sognanti illustrazioni color pastello di Valerio Giacone, sono quelli della favola: una miriade di gabbiani, piccioni, passerotti, merli, cornacchie, parrocchetti, costretti a rimanere ancorati a terra, in una forzata convivenza con l’uomo dalle inaspettate conseguenze. Cortei dei pennuti che mandano in tilt il traffico cittadino. Volontari che cercano di indurre un calo di peso facendo esercitare le creature alate fra attrezzi ginnici e tapis roulant. Ordinanze del sindaco, ronde umane anti-invasione, gattare senza più gatti: nello svuotare le scodelle hanno la meglio i pennuti ciccioni.

Non è sola invenzione, purtropp o. Il fen omeno è sotto il costante monitoraggio della Lipu, la Lega italiana protezione uccelli: nei dieci centri recupero dell’associazione nel 2019 i volatili che sono arrivati in una condizione di grave intossicazione alimentare sono stati 206. «Per la maggior parte, a Roma, si tratta di gabbiani reali – spiega Chiara Manghetti, responsabile Educazione ambientale e formazione Lipu -. Abituati a trasvolare i mari cibandosi di pesce, sono richiamati in città dalla enorme quantità di nutrimento di facile portata. Scarti di cibo che fuoriescono dai cassonetti, sacchetti sottili da perforare. Paradossalmente i gabbiani sono ormai più numerosi nella metropoli che nel loro habitat naturale, sul litorale. Le conseguenze per la salute sono devastanti: il loro apparente digerente non è predisposto all’elaborazione di rifiuti umani, quindi non solo si ingrassano, ma si ammalano. Le soluzioni? Cassonetti chiusi ermeticamente, per esempio. Ma non è semplice, nelle metropoli».

Altro aspetto: la tendenza a voler nutrire gli uccelli di città secondo parametri umani. «D’inverno possiamo prestare soccorso agli animali di piccola taglia come passeri, merli, cince, pettirossi, sistemando mangiatoie all’esterno delle case. Tutti gli altri sono in grado di sfamarsi da sé, è nella loro natura!» avverte la responsabile Lipu. L’associazione ha realizzato un divertente volumetto pieno di disegni colorati dal titolo Il giardino segreto per spiegare come creare piccoli angoli di verde in città, scrigni di biodiversità per «pennuti» sani e felici: i cosiddetti birdgarden. Bastano un terrazzino o un balcone, e entrare in contatto con i volatili bisognosi di cure è semplice: «Disporre piante e piccoli arbusti in vaso, piante aromatiche, una vaschetta con l’acqua. È possibile aggiungere mangiatoie in inverno (sempre con il tetto o del tipo “appeso”, per non far avvicinare i piccioni e altre specie che non hanno bisogno di essere nutrite). Se sono presenti porte o finestre di vetro, è bene appendere tende all’interno oppure attaccare sagome anti collisione sui vetri – il consiglio – per evitare che gli uccelli vadano a sbattere». Facile e divertente, oltreché istruttivo per adulti e bambini.

Conosce bene il tema Papik Genovesi, zoologo ed esperto di conservazione delle specie animali, ricercatore dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Tra i massimi conoscitori delle cosiddette « specie aliene invasive», collabora con l’Unione mondiale per la conservazione della natura e con la Convenzione delle Nazioni Unite per la biodiversità. «Se gli animali vivessero nei loro ambienti non sarebbero mai obesi – osserva -. In natura l’obesità non può esistere, perché un uccello che vola male o è impacciato diventa una facile preda per le altre specie cacciatrici. Se mettiamo a disposizione di ratti e cinghiali grandi quantità di cibo molto elaborato facciamo del male a loro e mettiamo in pericolo noi stessi: le scorribande dell’orso Carrito per le vie di Roccaraso non devono essere interpretate come una divertente curiosità, così non lo sono le volpi in fuga nei comuni della zona di Pescasseroli, bersagli delle auto che percorrono l’autostrada ad alta velocità».

L’informazione è fondamentale, avverte Genovesi: «In America si usa avvertire i visitatori dei parchi con cartelli dalla scritta: “Chi dà da mangiare a un orso lo uccide”. Potrebbe essere anche in Italia un deterrente. A piazza San Marco a Venezia è da qualche tempo vietato offrire cartocci di semi ai piccioni. I turisti sono avvisati con numerosi totem. In Gran Bretagna la questione si ripropone con i ricci». Gli ormai famosi pingui cinghiali capitolini? «Non sono solo un fenomeno romano, ma un serio problema per un centinaio di città italiane, da Genova, a Isernia, Trieste e Bari» f a notare Papik. «Ora che le città diventano più verdi, ed è una fortuna, e c’è un aumento di sensibilità verso l’ambiente – conclude Genovesi – occorre essere informati correttamente su come convivere con le nuove sfide della biodiversità».

6 dicembre 2021 (modifica il 6 dicembre 2021 | 12:58)

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Tutti pazzi per DR, la Casa molisana dei suv economici,

Tutti pazzi per DR, la Casa molisana dei suv economici,

DR sta per Di Risio, il cognome dell’imprenditore Massimo che, nel 2006 a Macchia d’Isernia, ha messo in moto una visione e fondato una casa automobilistica, la DR appunto. L’obiettivo? Creare suv full optional di serie, ma con il miglior rapporto qualità/prezzo. Il primo modello è stato la DR5, presentata al Motor Show di Bologna nel 2007: montava motori Fiat e si comprava negli ipermercati. A quasi quindici anni dalla prima accensione, il brand molisano da realtà di nicchia comincia a diventare «mainstream» e macina successi: nei primi mesi del 2021 ha messo a segno il primato della crescita maggiore sul nostro mercato, con +257% sull’anno precedente (nonostante la pandemia). E, a novembre 2021, DR Automobiles Groupe ha segnato il suo nuovo record di immatricolazioni , con una crescita addirittura del 512% sullo stesso mese del 2019 e del 107% sugli 11 mesi del 2019. Lusinghiero anche il confronto sul 2020: +161,92% su novembre 2020 e +140,13% sul periodo gennaio/novembre 2020, grazie alle 7.533 auto immatricolate dall’inizio dell’anno a oggi. È dunque oramai certa una chiusura del 2021 oltre le 8.000 unità. Un risultato che è dovuto anche al raddoppio dell’offerta: DR comprende oggi tre modelli, costruiti in Cina da Chery Automobile e messi a punto in Molise. A questi nel 2020 si sono aggiunti anche i prodotti del nuovo brand di casa, Evo, che ai prodotti Chery affianca quelli di JAC Motors, un altro colosso cinese, e che propone auto dai prezzi ancora più competitivi, compreso il suv elettrico più economico del mercato.

Coming soon

Ma la famiglia è destinata ad ampliarsi a breve: la nuova DR 5.0 (in questa foto), presentata in anteprima lo scorso giugno al MIMO di Milano, sarà infatti disponibile dalla metà di gennaio. Seguirà poi il lancio del top di gamma, la nuova DR 6. E sono in arrivo importanti novità nel corso del 2022 anche per la gamma Evo: un pick-up e un SUV da 4,77 mt.

2 dicembre 2021 | 09:04

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Sorpresa: i tubi di scappamento delle auto a benzina e

Sorpresa: i tubi di scappamento delle auto a benzina e

Quelli che si vedono sono terminali in plastica. I tubi veri che servono per far uscire i gas provenienti finiscono rivolti verso il basso sotto il corpo delle vetture. Ecco perché

È sopravvissuto per decenni e spesso e volentieri è stato vissuto dagli automobilisti come una specie di status symbol, con le sue cromature luccicanti. Il tubo di scappamento, o terminale di scarico che dir si voglia, ci lascia. Scompare da tutte le auto e non solo da quelle elettriche che, ovviamente, non hanno gas di combustione da scaricare. Anche le vetture con motore termico lo stanno abbandonando; rimane solo nei modelli più prestazionali, dalle supercar in giù. Al suo posto, in attesa di soluzioni stilistiche definitive che tutte le case stanno cercando per la parte posteriore delle auto, ci sono sempre di più finti terminali di plastica cromati. I tubi veri che servono per far uscire i gas provenienti dal motore finiscono rivolti verso il basso sotto il corpo delle vetture, nascosti alla vista.

I filtri

Ma perché i tubi di scappamento vengono aboliti? I motivi sono parecchi, anche di carattere tecnico. Con norme più stringenti, tra il motore e il terminale di scarico vengono inseriti filtri anti-inquinamento sempre più efficienti che però riducono la spinta dei gas. «La conformazione aerodinamica della parte posteriore delle auto moderne crea forti valori di retropressione», spiegano i tecnici Audi. In pratica, i gas vengono spinti nuovamente all’indietro e questo pone problemi al funzionamento dei filtri anti-particolato e a quella che gli specialisti chiamano post combustione. «Così i tubi caldi sono indirizzati invece verso il basso e finiscono 20 cm circa prima della coda», spiegano ancora in Audi. Si calcola che la retropressione creata dai flussi aerodinamici diminuisca in questo modo del 30 per cento. Quelli che si vedono sono invece «terminali freddi» puramente estetici.

Meno pericolosi

Ma i motivi della clamorosa rivoluzione sono anche altri. «Quando i condotti sono sul retro dell’auto, la cornice deve essere di acciaio e non di plastica per resistere al calore. Questo vuol dire che la parte costa di più e poi col tempo si annerisce, con un effetto estetico negativo», spiega Giuseppe Campi, product manager di Jaguar Land Rover Italia. Inoltre, nelle città il terminale indirizzato verso il basso risulta anche più «pedestrian friendly», vale a dire che dà meno fastidio ai pedoni, come i tubi degli autobus che scaricano in alto. Christopher Weil, responsabile dell’Exterior Design Bmw cita anche altri motivi per il cambiamento. “La volontà sempre più diffusa da parte del cliente di non far capire quale versione si possieda di un certo modello, ad esempio”.

Estetica

Così molti chiedono di togliere dalla parte posteriore l’indicazione della cilindrata quando ordinano un’auto. «E normalmente dal numero dei tubi di scarico e dalla loro forma si capisce quale sia la versione, se più o meno prestazionale», dice ancora Weil. Un tubo, due tubi, quattro tubi, fino a due soli, ma ovali e giganteschi. Gli esperti di design e di stile non hanno ancora risolto il problema estetico, se non altro perché la gente è comunque abituata a vedere gli scarichi che escono dalla coda. Così per ora si sta ripiegando su finti terminali, uguali per ogni versione dello stesso modello. In generale grandi, cromati e aderenti ai paraurti, come erano all’inizio i tubi di scarico veri e propri nelle vetture di categoria superiore. Solo in alcune auto più piccole i finti terminali sono stati aboliti del tutto. Probabilmente la questione sarà risolta definitivamente con la sempre maggiore diffusione delle elettriche: a quel punto la mancanza del vecchio tubo di scappamento passerà inosservata.

8 dicembre 2021 (modifica il 8 dicembre 2021 | 11:15)

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Paolo Agnelli, nel libro «Oro grigio» i signori dell’alluminio

Paolo Agnelli, nel libro «Oro grigio» i signori dell’alluminio

di DAMIANO FEDELI

Tre generazioni di industriali nel racconto dell’imprenditore edito da Solferino. L’epopea di una famiglia che si intreccia alle vicende del Paese

Il punto di svolta in questa storia è una tragedia. Un bambino che rimane orfano a dodici anni: una malattia si era portata via il padre e, soli tre anni dopo, anche la madre se n’era andata per una polmonite fatale. È il 1894 e il piccolo Baldassare Agnelli rimane solo con la sorella maggiore Mariett che si ritrova di colpo catapultata nel ruolo di seconda mamma. Nessuna speranza di portare avanti l’osteria di Porta Ticinese, a Milano, con cui la famiglia si sostentava.

Se c’è un momento in cui tutto sembrava perduto, è quello. E invece. Parte da lì l’epopea che porterà Baldassare a diventare il capostipite di uno dei raggruppamenti industriali più importanti d’Italia: il bergamasco Gruppo Alluminio Agnelli che oggi comprende dodici aziende, leader nel campo dell’alluminio dal riciclo al prodotto finito, dai profilati industriali e per le costruzioni alle pentole professionali; con ramificazioni nel campo editoriale, finanziario e dello sport. Una storia di famiglia che ora Paolo Agnelli — classe 1951, alla guida del gruppo come terza generazione insieme al fratello Baldassare, omonimo del fondatore — ripercorre nel volume Oro grigio, pubblicato da Solferino (pagine 272, euro 17,50), sottotitolo «I signori dell’alluminio».

La sorella Mariett si preoccupa che Baldassare impari un mestiere e lo manda alla scuola di orafo. Viene preso come garzone da un argentiere milanese. È il 1906 e a Milano c’è la Grande esposizione internazionale che celebra il traforo del Sempione: Baldassare cresce professionalmente e i titolari decidono di investire su di lui, inviandolo nei Balcani a perfezionare le tecniche di cesellatura. Bosnia, Serbia, Montenegro sono le tappe del suo viaggio. Proprio in Montenegro, un’altra svolta, decisiva, per il ventiquattrenne: un episodio che ha il sapore della leggenda o della favola.

Il giovane orafo viene avvicinato da un anziano che gli chiede di cesellare due orecchini ancora grezzi e informi per il matrimonio della figlia. Baldassare capisce che quell’uomo non avrebbe avuto i mezzi per pagarlo ma decide di fargli comunque il lavoro, gratis. La ricompensa è quella di diventare ospite d’onore alla festa di matrimonio: sono dei Rom e al termine del banchetto sono loro a fare un regalo al ragazzo italiano. Non immaginando quanto importante.

Nel fagotto che gli consegnano c’è, infatti, un pezzo di alluminio, delle ampolle di sostanze chimiche e un foglio scritto a mano con le istruzioni. «Questo è un nostro segreto, ma ti sei dimostrato persona degna di riceverlo», gli dicono. Il segreto è una pratica sconosciuta per saldare l’alluminio, la principale tecnica di lavorazione di quel metallo quasi ignoto allora.

«Quell’incontro è stato per lui come un’illuminazione», scrive ora Paolo Agnelli. «Aveva intuito le potenzialità di quel metallo grigio e ora aveva in mano anche la chiave per realizzare con esso cose mai viste, quella capacità che gli avrebbe garantito un grande futuro. In pratica, aveva scoperto nell’alluminio il nuovo oro».

Se la partenza ha radici quasi mitologiche, l’avvio dell’impresa ha il sapore agro del sudore, delle scelte da fare, dei tentativi andati a vuoto e di quelli di successo. Baldassare Agnelli sceglie Bergamo per impiantare la sua azienda nel 1907. Il volume ripercorre la storia della famiglia che si intreccia con quella dell’Italia, ma anche con quella europea e, sempre più, con quella globale. E pagina dopo pagina, dalle piccole storie familiari si intravede la parabola di un Paese in crescita. Così come dalla storia di un materiale, l’alluminio, si scorge quella del design e della creatività italiana.

Nella Prima guerra mondiale Agnelli produce tubi per l’industria aeronautica. La stagione degli scioperi fra le due guerre viene superata. «Baldassare —- racconta il nipote nel volume — era prima di tutto un lavoratore dell’alluminio: non era semplicemente vicino agli operai, ma stava realmente con loro, nei primi tempi per una questione non solo ideale, ma pratica. Non c’era quindi, né avrebbe potuto esserci, una contrapposizione tra lui e i dipendenti». Sono gli anni in cui la fabbrica si allarga alla produzione di prodotti di più largo consumo, le pentole e gli oggetti da cucina. Arrivano le nuove generazioni: Angelo (nato nel 1910, sarà lui a portare avanti l’azienda di famiglia), Ernestina e Ferdinando.

Di nuovo una guerra, di nuovo un Paese che deve ripartire e ricostruire, anche grazie al versatile metallo. «In alluminio della Baldassare Agnelli era anche la famosa borraccia che Bartali e Coppi si scambiarono al Tour de France del 1952», annota orgoglioso l’industriale. L’impresa passa da laboratorio artigianale a moderna azienda. Un passaggio anche simbolicamente segnato dalla morte del capostipite nel 1957, quel Baldassare divenuto «Cavaliere», l’uomo che aveva portato dall’Est l’alluminio in Italia.

Il volume racconta dal punto di vista industriale gli anni del miracolo italiano, con Angelo che decide «di non abbandonare l’alluminio nel pieno del boom economico, quando molti si convertivano all’acciaio, e anzi portò l’attività di estrusione all’interno del gruppo: fu la nostra fortuna, una scelta dettata dall’esperienza accumulata nel settore e dalla consapevolezza delle proprietà di questo straordinario metallo». E poi, ancora, il dibattito sulla sicurezza dell’alluminio e il passaggio che Agnelli definisce «dagli anni di piombo agli anni dell’alluminio», con un suo uso sempre più ampio, in campo aeronautico, ad esempio, o nelle comuni lattine per alimentari.

La Agnelli è adesso alla terza generazione: l’autore parla delle sfide attuali, quella con la Cina, innanzitutto. Ma anche quella per l’ambiente per cui l’alluminio, ben riciclabile, appare materiale ideale. Sono però le storie delle persone quelle che colorano e danno vita al volume. Come quella dell’operaio Emilio Facoetti che ogni mattina, «arrivando, svegliava la famiglia con il rumore del suo motorino, alle 7,30 in punto; doveva cominciare alle 8, ma si presentava in anticipo ad aprire il cancello, perché era lui che aveva le chiavi. In buona sostanza, era diventato uno di famiglia».

Gli incontri con l’autore

«Oro grigio» di Paolo Agnelli è pubblicato da per Solferino (pp. 272, euro 17,50). Paolo Agnelli, classe 1951, bergamasco, guida con il fratello Baldassare il Gruppo Alluminio Agnelli, con 12 aziende leader: dai profilati al riciclo, dalle pentole professionali al design.Oltre 300 gli addetti, con un fatturato che supera i 160 milioni. Agnelli è socio fondatore e presidente di Confimi Industria, organizzazione del manifatturiero nata nel 2012. «Oro grigio» verrà presentato a Roma il 2 dicembre alle 18 a Palazzo Ferrajoli: l’autore dialoga con Paolo Mieli. Il 9 dicembre alle 18 a Bergamo 900 – Museo delle Storie: qui Agnelli conversa con il sindaco Giorgio Gori. Infine a Milano il 15 dicembre alle 17 al Palazzo delle Stelline: l’autore dialoga con Guido Guidesi, assessore regionale lombardo allo Sviluppo economico

26 novembre 2021 (modifica il 26 novembre 2021 | 15:43)

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Il Natale e la solitudine dei vegetariani

Il Natale e la solitudine dei vegetariani

di Anna Mannucci

Le feste di Natale in Italia possono ancora mettere a dura prova chi ha fatto una scelta etica. Ma dove sono finiti i goduriosi piatti a base di verdure e legumi, presenti anche nella tradizione?

Nel sontuoso catalogo del pranzo natalizio di una grande catena di supermercati, compaiono tutti cibi a base di carne o pesce. Due sole le proposte vegetariane, le crepes con ricotta e spinaci e una poco festosa torta con zucchine, il resto è tutto uno sfoggio di pezzi di animali, quasi sempre di colore rosso o rosato, che richiamano il sangue e dovrebbero fare impressione ma evidentemente non è così.

Le feste natalizie e dintorni possono mettere a dura prova il vegetariano, troppo spesso per lui non c’è quasi nulla da mangiare, a parte qualche misera insalata e un tozzo di pane che mastica a lungo per non far notare ai commensali che non sta mangiando, come se stesse rifiutando il pasto in compagnia. Si rafforza così il luogo comune del vegetariano triste e ascetico.

Ma dove sono finiti i goduriosi piatti a base di verdure, presenti anche nella tradizione italiana? Come la parmigiana di melanzane, il misto di verdure al forno con varietà di condimenti, i fritti impanati o no di quasi tutti i vegetali, le lasagne con il ragù di lenticchie, la squisita caponata in tante varianti e molto altro. Basta pensare all’umile patata, come diventa buona se cotta con fantasia, per non dire delle zucchine. E mangiare fagioli e legumi vari anche se ottimamente preparati sembra ancora quasi una scelta pauperistica. Nei menu di moltissimi ristoranti e pizzerie italiane tutte queste squisitezze, facilmente reperibili a centinaia e centinaia su google, mancano o scarseggiano.

Forse è ancora dominante un’idea risalente al secondo dopoguerra, agli anni ’50 e primi ‘60, quando mangiare carne era simbolo del benessere appena arrivato, e “un pollo su ogni tavola” era una conquista di massa (anche se il pollo non ne era contento). Ormai la carne, termine in cui includiamo anche il pollo e il pesce e altri animali uccisi, spesso costa poco, talvolta meno del formaggio, che comunque è di origine animale e i vegani rifiutano, perché per produrre latte la mucca deve far nascere un vitello, che, se maschio, finirà la sua breve vita al macello. La passione per i cibi carnei sembra un residuo simbolico della povertà, una reminiscenza della fame, anche se in realtà nella cucina “povera” e soprattutto in quella “povera reinventata”, come la famosa dieta mediterranea inventata dagli americani, ci sono moltissimi piatti senza carne. Anche il cattolico venerdì di magro, che comunque accettava il pesce, è oggi trascurato, non considerato.

Le ricette vegetariane non diventano famose, anche le più squisite, e troppo spesso sono ignorate dai mass media e dalla pubblica opinione. Un grande equivoco, spesso appoggiato anche dai vegetariani, è che questa scelta sia salutistica, mentre fondamentalmente è morale. “Io non mangio animali, gli animali sono miei amici” è un vecchio slogan chiarificatore. Come l’analogo “Non lo faccio per la mia salute, ma per la sua”, dice una ragazza abbracciando un vitello.

1 dicembre 2021 (modifica il 4 dicembre 2021 | 20:21)

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Record di bocciati allo scritto del concorso di magistratura

Record di bocciati allo scritto del concorso di magistratura

di Marco Ricucci*

Su 1.532 compiti consegnati, finora è passato soltanto il 6% dei candidati. La questione della lingua italiana e l’urgenza di cambiare il modo di fare didattica della lingua a scuola

Il Codice di Hammurabi, databile intorno al 1750 prima della nascita di Cristo, è una raccolta di leggi scritte per i sudditi dell’Impero babilonese, ma probabilmente agli aspiranti magistrati, che hanno svolto, nel 2021, l’ultimo concorsone per accedere ai tribunali della Repubblica italiana, sarà poco famigliare, a vantaggio del diritto romano. Passando dunque dai libri di storia antica – si tenga bene conto del motto historia magistra vitae!- alla cronaca nostrana, da più parti è stata ripresa la notizia che la maggioranza degli aspiranti giudici non è riuscita a superare la prova scritta per gli eccessivi errori di grammatica di lingua italiana. Nel dettaglio, in base all’ultimo aggiornamento sul concorso da 310 posti che si è tenuto dal 12 al 16 luglio, i candidati erano precisamente 5.827; e di loro soltanto in 3.797 hanno consegnato la busta con la prova. Ma, paradossalmente, il reale problema si presenta proprio con la correzione degli elaborati: sui 1.532 compiti esaminati finora dalla Commissione, è passato soltanto, a stento, il 6% dei candidati, ovvero 88 aspiranti. Incredibile ma vero: qual è la ragione? Gli aspiranti magistrati non sanno scrivere nella lingua italiana e, per riprendere le parole dolenti della Commissione in un analogo concorso del 2008 prima di questo, gli errori grammaticali sono troppi.

Ecco che si ripropone, in tutta la sua concretezza, quella che da qualche tempo ho battezzato «la neo-questione della lingua italiana», che finora ha avuto solo una denuncia di stampo pedagogico-didattico, ma che in realtà consiste anche in una vera emergenza di tenuta democratica. Negli ultimi anni, i docenti di lettere hanno avvertito un decadimento di una delle quattro abilità ritenute fondamentali dalla civiltà occidentale fin dall’antichità classica, la scrittura, e su tutti i mass-media ebbe vasta eco, nel 2017, l’appello di 600 accademici italiani rivolto alla classe politica al fine di denunciare la scarsa conoscenza e competenza della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Questo complesso fenomeno, ancora da ben contestualizzare, andrebbe interpretato anche alla luce di concetti più generali ed epocali come quello di società liquida (Bauman), di villaggio globale (Ong), di oralità e scrittura (MacLuhan), di nativi digitali (Prensky).

Nella scuola italiana, che spesso ha fatto della tradizione la giustificazione del proprio immobilismo pedagogico, la didattica della scrittura esplicita, permanente, graduata e inclusiva, scientificamente fondata, è purtroppo limitata: se al biennio si privilegia la lettura di brani antologizzati con un focus sulla lettura «decifrativa» del capolavoro manzoniano, al triennio, oltre alla storia della letteratura italiana basata su un impianto diacronico e spesso nozionistico, rimane – sulla carta- centrale la lettura esegetica delle cantiche dantesche. Allora, con un atto di onestà intellettuale, nell’attuale monte ore di lingua e letteratura italiana formato da appena 4 ore settimanali (prima della Riforma Gelmini ce ne erano cinque!), quanto spazio è realisticamente possibile dedicare alla didattica della scrittura?

Nel nostro Paese, che pare «una nave sanza nocchiere in gran tempesta», si deve arrivare al paradosso di «ammazzare» i Padri della lingua italiana, con la provocatoria proposta di abolire non solo Manzoni ma persino Dante, per poter concedere maggiore spazio e tempo all’educazione linguistica, che tuttavia è una priorità contingente e sostanziale? Secondo il Professor Serianni, noto linguista e sempre attento al mondo della scuola, «quel che pregiudica il successo scolastico nell’italiano scritto è un insieme più complesso e meno facilmente rimediabile: scarsa capacità di organizzazione e gerarchizzazione delle idee, tecniche di argomentazione di volta in volta elementari o fallaci, modesta padronanza del lessico astratto o comunque di quello che esula dal patrimonio abitualmente impiegato nell’oralità quotidiana».

Si delinea sempre più nitida la neo-questione della lingua italiana, anche a partire dalla constatazione dei risultati del concorso a magistrato: si deve, dunque, partire dalla scuola per migliorare le abilità e le competenze di alunne e alunni, che saranno cittadini di domani. Non tutti, ovviamente, fra loro diventeranno magistrati, ma chi lo diventa, previo superamento del concorso, è chiamato a svolgere un ruolo importante nella società democratica: davvero incarna uno dei tre poteri costituzionali, ovvero quello giudiziario, ma con la sua sentenza può disporre della vita dei cittadini, talora privandolo della sua libertà. Il poeta Esiodo, vissuto nel VII a.C., intentò un processo al fratello Perse che non voleva dargli la sua parte di eredità paterna, tuttavia lo esorta così: «ma via, dirimiamo ora la nostra contesa secondo retta giustizia che, provenendo da Zeus, è la migliore». Quando correggo un tema di un mio alunno, in un certo senso, ristabilisco la «giustizia» della lingua italiana con la penna rossa, trasmettendo il «valore» intrinseco della correttezza morfologica, sintattica, lessicale. Se mai l’alunno diventerà giudice, potrà meglio scrivere una sentenza e – lavorando anche sulla comprensione a scuola – capire le leggi.

Alla luce di queste brevi considerazioni, è auspicabile che il Ministro Bianchi, pandemia permettendo, dia un chiaro segnale «politico» e scelga in modo chiaro di far svolgere la prima prova all’Esame di Stato nel 2022. Per il resto, continua la mia «battaglia» per la lingua italiana, come quella di tantissimi colleghi, nelle aule di scuola e università.

*professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano

13 dicembre 2021 (modifica il 13 dicembre 2021 | 11:01)

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