Babs, la detective che ritrova i cani dispersi in California:

Babs, la detective che ritrova i cani dispersi in California:

di Michele Farina

Dopo aver smarrito e recuperato la sua adorata terrier,è diventata la più generosa «segugia» di animali scomparsi. Centinaia di casi risolti (gratuitamente) in 7 anni

Per lei non è un lavoro, ma una passione: «Recupero cani smarriti». Ci vuole un fiuto speciale, pazienza, buoni maestri e capacità di immedesimarsi in un quattrozampe che vuole tornare a casa.

«Una via verso casa»

Babs Fry ha tutte le qualità per essere una grande «pet detective», forse la migliore d’America, di certo la più generosa (non chiede un centesimo). Il Los Angeles Times calcola che abbia ritrovato centinaia, forse migliaia di cani nel Sud della California e oltre. La signora Fry si è fatta un nome con i social e il passaparola. L’associazione non profit che ha creato, «A way home for dogs», riceve 50 richieste di aiuto al giorno. La chiamano fin dall’Australia. Ha 11 aiutanti, volontari come lei. Mediamente gestisce cinque ricerche in contemporanea. Possiede un ranch a Jamul, fuori San Diego, e uno più grande (22 acri) in Texas dove vorrebbe creare un santuario per animali. Da ultimo, Babs ha pure un marito, che dirige una compagnia di elicotteri charter e che vede poco, quando non è impegnata in operazioni di salvataggio che la portano a dormire sul camioncino per giorni (per ogni ricerca serve un mese).

La cagnolina incinta

La versione buona del truce accalappiacani di «Lilli e il Vagabondo»: la favola di Babs comincia sette anni fa, quando scompare la sua terrier incinta. Dopo aver allertato mezzo mondo e girato mezza California avendo perso ogni speranza, Babs viene contattata dalla «pet detective» Ann Bidinger, che ci immaginiamo (ricordate «Pulp Fiction»?) come una sorta di Mr Wolf: «Sono la signora cane, risolvo problemi». Dieci giorni topo, la terrier è sana e salva in una gabbietta davanti a casa. Babs fu così sollevata che decise di darsi una missione: procurare la stessa gioia alle migliaia di persone che «perdono» i loro cani. Ritrovarli può anche essere questione di fortuna. Ma il più delle volte è frutto della ricerca ragionata di un bravo segugio.

L’errore da non fare

La reazione d’istinto di padroni affranti, girare in auto e passare palmo a palmo il territorio, non è la soluzione migliore: «Spesso si finisce per spargere il nostro odore dappertutto e questo non fa altro che disorientare il cane» e fargli perdere la traccia, acconta Babs al Los Angeles Times. Già, perché i cani che scappano da casa (magari per il caos durante una festa) o da una «pensione» di vacanza, quando provano a tornare alla base lo fanno soprattutto col naso. Ecco, il primo errore da non fare è «pensare da umani». Bisogna pensare (e ancor meglio fiutare) come un cane. La segugia Babs Fry è bravissima a mettersi nei panni (nel pelo) dello scomparso di turno. Secondo errore: non farsi prendere dalla paura. Là fuori, i cani imparano rapidamente a sopravvivere da «randagi»: «Tranquilli, non muoiono di fame» spiega Babs. Trovare un cane disperso spesso vuole dire spargere la voce, raccogliere segnalazioni e poi «catturare» lo scomparso grazie a una gabbia-trappola che contenga un indumento con un odore di casa. Per recuperare Penny, l’ultimo salvataggio documentato della sua lunga carriera, Babs ha usato la coperta del fratello Truman. Dopo 34 giorni Penny è stata ritrovata. Aveva perso età del suo peso, ma era in buona salute. Un’altra tacca, un’altro regalo dalla «pet detective» più generosa d’America.

13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 22:50)

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L’aereo privato del «cuoco di Putin» fa litigare Usa e

L’aereo privato del «cuoco di Putin» fa litigare Usa e

di Paolo Valentino

il cancelliere Olaf Scholz vorrebbe evitare quello che suonerebbe come atto ostile verso Vladimir Putin

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO – Tra scenari da Guerra Fredda e prove tecniche di dialogo tra Stati Uniti e Russia, un caso internazionale si consuma, per il momento dietro le quinte, intorno a un jet privato che da oltre due anni sta parcheggiato su una pista dell’aeroporto di Berlino. È una storia che condensa in sé tutti gli elementi, le posizioni e le contraddizioni, nella nuova stagione di gelo e tensione tra l’Occidente e Mosca.

L’aereo in questione è un lussuoso Hawker 800XP, atterrato il 29 ottobre 2020 nello scalo berlinese di Schönefeld e da allora rimastovi, in apparenza per la manutenzione. Ma non si tratta del jet del solito miliardario. Secondo il governo americano, il velivolo è infatti di proprietà di Evgenij Prigozin, meglio noto come «il cuoco di Putin», uno degli oligarchi più vicini al leader russo. Nella galassia putiniana, il ruolo di Prigozin va in realtà ben oltre la gastronomia: è infatti fondatore e proprietario della milizia Wagner, l’esercito privato che combatte le guerre sporche per conto del Cremlino in Siria, Libia e da ultimo in Mali. Di più, secondo un rapporto segreto dell’intelligence tedesca, Prigozin sarebbe anche dietro la Internet Research Agency, una fabbrica di troll che da anni diffonde fake news e fa propaganda filorussa sui network occidentali. Per aver tentato di interferire nelle elezioni presidenziali americane del 2016, il miliardario è imputato negli Usa per congiura e finanziamento di influenze illecite ed è ricercato dall’Fbi. Ma a riguardarci nella vicenda, è che Prigozin sia anche uno dei nomi nella lista delle sanzioni ad personam varate dagli Usa e dall’Unione Europea contro Mosca dopo l’annessione della Crimea e rafforzate dopo il caso Navalny. Chi è in quell’elenco, non può entrare in Europa e i suoi beni possono essere confiscati.

È proprio quello che il governo americano ha chiesto qualche mese fa alla Germania: il sequestro dell’Hawker, valore commerciale 2 milioni di euro. Ma come rivela il settimanale Die Zeit nel numero in edicola, il governo federale tergiversa e da settimane discute animatamente sul da farsi. Il problema, o la scusa secondo gli americani, è che il jet appartiene a una società di comodo, registrata a San Marino, di nome Club Group. In realtà, quest’ultima sarebbe una ditta fittizia controllata da Uni Jet, compagnia guidata da un fedelissimo di Prigozin, Artem Stepanov, l’uomo che materialmente era alla guida dell’aereo al momento dell’atterraggio a Berlino. Per questo, dalla primavera del 2021, anche lui è stato messo nella lista americana dei sanzionati.

Nel governo tedesco le posizioni sono diverse. Il ministero degli Esteri, guidato ora dalla verde Annalena Baerbock, sarebbe tentato di dare un segnale, dando corso alla richiesta americana. Ma quello dell’Economia è più prudente, temendo che la base giuridica per una decisione di confisca non sia poi così solida e un sequestro potrebbe essere sfidato nei tribunali con esito incerto. Ancora più prudente è il cancelliere Olaf Scholz, il quale vorrebbe evitare quello che suonerebbe come atto ostile verso Putin.

Nel frattempo, Berlino ha trovato una soluzione «alla tedesca», aprendo un procedimento doganale per verificare lo stato del lavoro di manutenzione del velivolo. Un modo per prendere tempo e non offendere nessuno.

13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 22:58)

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Il Milan fatica, ma batte il Genoa 3-1 ai supplementari

Il Milan fatica, ma batte il Genoa 3-1 ai supplementari

di Carlos Passerini

Prima Giroud, poi Leao e Saelemaekers: così la squadra di Pioli ribalta il Grifone e accede al prossimo turno di Coppa Italia dove sfiderà la vincente di Lazio-Udinese. Tomori è uscito per una fitta al ginocchio che verrà valutata oggi

Col brivido, non per il freddo ma per la paura, il Diavolo conquista i quarti di Coppa Italia piegando solo ai supplementari grazie ai neoentrati Leao e Saelemaekers un Genoa mai visto così vivo e combattivo da mesi a questa parte. Forse non basterà a salvare la panchina di Shevchenko — l’arrivo del tedesco Labbadia sembra ormai scontato — ma di certo i liguri ieri a San Siro hanno fatto un figurone. Alla fine, ma solo alla fine, i rossoneri hanno fatto valere la propria superiorità tecnica, dopo che Giroud a un quarto d’ora dal 90’ aveva riacchiappato il gol di Ostigard del primo tempo. Un gran bel sospiro di sollievo per il Milan, inesistente per tutta la prima ora: la Coppa Italia era e resta un obiettivo fondamentale, innanzi tutto perché fra premi e Supercoppa può valere quasi una decina di milioni, poi perché un trofeo a maggio può cambiare il volto della stagione e dare sostanza alla crescita del progetto.

Una cosa però è certa: già dai quarti, che si giocheranno in gara secca contro la vincente di Lazio-Udinese, servirà molto di più. E lo stesso vale per il campionato: per la rimonta scudetto, difficile ma non ancora impossibile, c’è bisogno del Milan solito, non quello di ieri. Il mercato sarà fondamentale, anche perché ieri Tomori è uscito per una fitta al ginocchio che verrà valutata oggi. Maldini ha fatto chiarezza sulla caccia al difensore: «Abbiamo riserve affidabili, quindi non è detto che arrivi un altro giocatore». Si continua però a trattare per Bailly dello United, Sarr del Chelsea e Aké del City, anche perché Gabbia vuole giustamente giocare con assiduità e la Sampdoria lo aspetta.

Privo di Ibrahimovic, che deve ancora scontare la squalifica per la celebre rissa con Lukaku del derby di Coppa della stagione scorsa, Pioli si è affidato a Giroud per il ruolo di centravanti confidando nel suo incredibile feeling con San Siro: tutti e cinque i suoi gol realizzati sono arrivati qui. Insomma: niente turnover estremo, i titolari sono parecchi, da Maignan a Tonali, da Leao a Hernandez. Sheva invece guarda chiaramente al campionato, con la missione salvezza sempre più in salita, pur sapendo che con ogni probabilità non ci sarà più lui a guidare i suoi lunedì a Firenze: molti i riservisti, con Destro e Masiello in panchina.

Prima del fischio d’inizio e per tutto il primo tempo, gli infreddoliti cinquemila di San Siro lo omaggiano con i vecchi cori e uno striscione: «Una lunga storia d’amore, lo sguardo di Manchester scolpito nel cuore».

A passare è il Genoa, con l’ultimo arrivato Ostigard che di testa gira in rete un calcio d’angolo di Portanova. Norvegese, amico di Haaland, è un terzino di fisico e idee: in prestito dal Brighton, tornerà utile. La situazione per il Diavolo si complica ancor più quando Tomori, appena guarito dal Covid, s’infortuna a un ginocchio: non ce la fa, entra Florenzi. Pioli arringa Tonali, gli chiede di prendere in mano il gioco, ma il Genoa è chiuso e riparte con intelligenza: Portanova sfiora il raddoppio, a conferma che il risultato è meritato. A mezz’ora dalla fine, forse un po’ tardi, Pioli mette Leao e Diaz per Rebic e Maldini: la partita cambia lì. E infatti arriva il pari: cross di Hernandez e colpo di testa di Giroud, fin lì spettrale. Ai supplementari è un assedio rossonero, il sorpasso arriva con Leao («il pallonetto? volevo crossare…») e l’altro neoentrato Saelemaekers. Milan ai quarti. Ma che brividi.

13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 23:57)

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Essere italiani implica il rispetto delle donne

Essere italiani implica il rispetto delle donne

Caro Aldo,
a proposito dei fattacci di Capodanno a Milano in piazza del Duomo, la prima considerazione che faccio è che, vedendo le immagini delle aggressioni alle ragazze, la mia mente è corsa subito alle scene forti in bianco e nero del film «La ciociara», in cui i «liberatori» marocchini dell’esercito francese (begli amici i transalpini!) danno l’assalto in branco a Rosetta e alla mamma Cesira. La dinamica dell’assalto sembra la stessa, come sta emergendo dalle indagini e dalle testimonianze e gli autori sono, in stragrande maggioranza, nordafricani o figli di nordafricani (eufemisticamente chiamati italiani di seconda generazione). Da che guerra scappano questi nordafricani per ammassarsi dalle nostre parti?
Ferruccio Porati Paderno Dugnano (Milano)

Caro Ferruccio,
I gravi fatti della notte di Capodanno devono ancora essere accertati nella loro dinamica e nelle loro dimensioni. C’è un’inchiesta in corso. Nessuno è colpevole sino a sentenza passata in giudicato. Ma alcune cose vanno dette già adesso. È sorprendente che piazza del Duomo, il cuore di Milano, non fosse presidiata — e non in modo occasionale — dalle forze dell’ordine, se non altro per vigilare sul divieto di assembramenti. È deludente che nessun civile sia intervenuto per difendere le ragazze in difficoltà. Ed è gravissimo che bande di giovani si siano organizzati per ripetere, sia pure in scala minore, quel che è stato fatto la notte di Capodanno a Colonia, sei anni fa. Non dobbiamo colpevolizzare una cultura e un popolo. E i paragoni con la tragedia storica delle «marocchinate» sono fuori luogo. Ma dobbiamo essere fermissimi su un punto: è giusto riconoscere tutti i diritti ai nuovi italiani; ma è giusto pretendere che loro riconoscano tutti i loro doveri, e che aderiscano ai valori costituzionali. La Carta recita all’articolo 3 che tutti i cittadini sono uguali, senza distinzioni di sesso (oltre che di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali). Soltanto nel 1975 la riforma del diritto di famiglia rese effettiva la parità tra uomo e donna, che a volte viene ancora messa in discussione sui luoghi di lavoro e nella società. I nuovi italiani devono avere chiarissimo che il rispetto della libertà e della dignità della donna è un principio fondamentale, su cui non possiamo, non vogliamo e non dobbiamo transigere. Non c’è nulla di razzista e di xenofobo nel ribadire questo; al contrario.

LE ALTRE LETTERE DI OGGI

Storia

«Io, medico, ho vissuto il caos anche senza pandemia»

Ho fatto il medico ospedaliero per molto tempo e ricordo questo periodo dell’anno sempre come un incubo. Picco influenzale; difficoltà di accedere al proprio medico di famiglia; grandi quantità di pazienti che ricorrevano (appropriatamente) al Pronto Soccorso; problemi nell’accogliere tutti; lettini e brandine aggiuntivi collocati nei corridoi. Più di una volta ho chiesto alle amministrazioni ospedaliere di poter prevedere per tempo una temporanea riorganizzazione con riallocazione delle risorse (umane e non) allo scopo di fronteggiare meglio la necessità contingente riferita a certi periodi dell’anno. Sempre inascoltato. E ogni anno la stessa storia. Ora in tempo di pandemia – un tempo che dura ormai da 2 anni – quello che limita una vita sociale ed economica più «libera» è il timore che il sistema sanitario vada in crisi con un eccesso di ricoveri. La domanda è: si sta facendo davvero tutto per reindirizzare le risorse sanitarie e fronteggiare il bisogno in maniera diversa e più decisa? Oppure – come fatto per la fin qui scandalosa tolleranza nei confronti dei no vax – si stanno usando «i pannicelli caldi», cioè si usa il solito sistema cerchiobottista italiano per non pestare i piedi a nessuno, cambiando troppo poco nell’organizzazione? La circolazione dei virus non è uguale nel tempo, esiste la stagionalità di certe malattie e le soglie che fanno scattare le misure restrittive devono, da una parte, tenerne conto e dall’altra essere modulate sulla diversa (e maggiore) disponibilità di risorse nei periodi critici (che ormai conoscono anche le persone della strada).
Claudio Cimminiello

INVIATECI LE VOSTRE LETTERE

Vi proponiamo di mettere in comune esperienze e riflessioni. Condividere uno spazio in cui discutere senza che sia necessario alzare la voce per essere ascoltati. Continuare ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, e contaminarle con la vita. Raccontare come la storia e la cronaca incidano sulla nostra quotidianità. Ditelo al Corriere.

MARTEDI – IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

Invia il CV

MERCOLEDI – L’OFFERTA DI LAVORO

Diamo spazio a un’azienda, di qualsiasi campo, che fatica a trovare personale: interpreti, start-upper, saldatori, liutai. 

Invia l’offerta

GIOVEDI – L’INGIUSTIZIA

Chiediamo di raccontare un’ingiustizia subita: un caso di malasanità, un problema in banca; ma anche un ristorante in cui si è mangiato male, o un ufficio pubblico in cui si è stati trattati peggio. Sarà garantito ovviamente il diritto di replica

Segnala il caso

VENERDI -L’AMORE

Chiediamo di raccontarci una storia d’amore, o di mandare attraverso il Corriere una lettera alla persona che amate. Non la posta del cuore; una finestra aperta sulla vita. 

Racconta la storia

SABATO -L’ADDIO

Vi proponiamo di fissare la memoria di una persona che per voi è stata fondamentale. Una figlia potrà raccontare un padre, un marito la moglie, un allievo il maestro. Ogni sabato scegliamo così il profilo di un italiano che ci ha lasciati. Ma li leggiamo tutti, e tutti ci arricchiranno. 

Invia la lettera

DOMENICA – LA STORIA

Ospitiamo il racconto di un lettore. Una storia vera o di fantasia. 

Invia il racconto

LA FOTO DEL LETTORE

Ogni giorno scegliamo un’immagine che vi ha fatto arrabbiare o vi ha emozionati. La testimonianza del degrado delle nostre città, o della loro bellezza.

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Libertà negata all’assassino di Bob Kennedy: è in carcere da

Libertà negata all’assassino di Bob Kennedy: è in carcere da

La decisione è stata presa dal governatore della California. Sirhan Sirhan assassinò il candidato presidente nel 1968 durante la campagna elettorale.

Sirhan Sirhan, l’assassino di Robert Kennedy, resta in carcere. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha negato la concessione della libertà vigilata. Lo riporta la Cnn. La decisione è arrivata nonostante le raccomandazioni del California Parole Board e nonostante i due figli di Kennedy, Robert e Douglas, avessero espresso parere favorevole. Il resto della famiglia Kennedy resta contraria. Sirhan, 77 anni, giordano di origine palestinese, è recluso da 53 anni. Bob Kennedy, fratello di Jfk, fu ucciso nel marzo del ‘68 nella cucina dell’Hotel Ambassador di Los Angeles dopo un evento di campagna elettorale.

Sirhan fu inizialmente condannato alla pena di morte, ma questa fu tramutata in ergastolo nel 1972, dopo che la Corte Suprema della California dichiarò incostituzionale la pena capitale. Il governatore Newsom non ha mai nascosto di essere un grande ammiratore della figura di Bob Kennedy, definendolo il suo «eroe politico». «Dopo decenni di reclusione – ha scritto motivando la sua decisione – il detenuto ha fallito nell’affrontare le mancanze che lo hanno portato ad assassinare il senatore Kennedy. Al signor Sirhan manca quel discernimento che potrebbe evitargli di compiere lo stesso tipo di azioni pericolose del passato».

14 gennaio 2022 (modifica il 14 gennaio 2022 | 00:58)

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Auto elettriche: da 200 mila a 6 milioni in Italia entro il 2030: ce la faremo?

Auto elettriche: da 200 mila a 6 milioni in Italia entro il 2030: ce la faremo?

di Alessia Cruciani Il settore è in crescita nonostante il crollo del mercato vehicle, la difficoltà nel trovare colonnine e la crisi dei microchip. Servirà una rete capillare di punti di ricarica

Passione, prestazioni, status quo, utilità. Sono questi i valori che guidano la scelta di una vettura nuova. Molto spesso il cuore spinge sull’acceleratore più di quanto non faccia la razionalità. Fortunatamente, l’auto elettrica non frena gli entusiasmi: è ormai noto che i cosidetti Bev (Battery Electric Car) garantiscono un piacere di guida che non fa rimpiangere il motore termico. Ma anche chi ha sempre acquistato un’car spinto dalle emozioni, oggi deve sapere che dal 2035 saranno prodotte e vendute solo vetture an absolutely no emissioni. La consapevolezza che ognuno di noi deve fare la propria parte in difesa dell’ambiente c’è. E in molti casi è addirittura il “motore” che spinge verso l’acquisto di un’auto elettrica. A mancare, piuttosto, sono le garanzie che un simile investimento possa soddisfare le esigenze di chi la sceglie. Dovendo fare un bilancio su come siamo messi al momento, potremmo commentare con un modesto “benino”.

Nonostante la strength crisi del mercato delle quattro ruote, attualmente nel nostro Paese circolano 200.000 auto elettriche (il doppio di quelle del 2020), che rappresentano il 4,3% delle immatricolazioni totali. Solo tra gennaio e settembre 2021 se ne sono aggiunte 100.000. Quindi “benino” perché una crescita c’è nonostante il mercato dell’vehicle italiano stia affondando per la crisi dei microchip, ma non abbastanza per credere che sia possibile un vero rinnovo del parco circolante (il più vecchio d’Europa!). Non sorprende nemmeno l’eterogeneità geografica della diffusione dei veicoli elettrici: domina il Nord Italia (67%), seguito dal Centro (26%) e dal Sud (7%). I dati, pubblicati nell’edizione 2021 dello Smart Mobility Report – realizzato da Energy & Method Group della School of Management del Politecnico di Milano– mostrano anche che tipo di corsa ha disputato finora l’auto elettrica nel mondo: nel 2020 ne sono stati immatricolati a livello globale quasi 3,2 milioni di veicoli (il 4,2% del totale), con una crescita del 43% rispetto al 2019, arrivando così a 10 milioni di unità. Con quasi 1,4 milioni di esemplari (+137% sul 2019), l’Europa ha scavalcato la Cina (1,3 milioni, +12%), terzi gli Stati Uniti (330.000, +4%). La più virtuosa in Europa resta la Germania (con più di 394.000 automobile elettriche immatricolate), seguita da Francia, Regno Unito, Norvegia, Svezia e Olanda.

Adesso, sapendo che il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima ha stabilito che entro il 2030 dovranno essere 6 milioni i veicoli elettrici sulle strade italiane, si conferma l’ipotesi che le cose stanno andando soltanto “benino”. “I numeri hanno subìto un’impennata, potremmo immaginare di trovarci a un punto di svolta, ma ancora non basta, poiché uno sviluppo di mercato inerziale, in linea con l’attuale pattern di crescita, ci porterebbe al 2030 a disporre di circa 4 milioni di veicoli elettrici, ben al di sotto degli obiettivi del Pniec– ha commentato Simone Franzò, Direttore dell’Osservatorio Smart Mobility dell’Energy & Strategy Group del Polimi–. Un’azione di policy più decisa, coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione comunitari e supportata dalle iniziative degli operatori di mercato, ci permetterebbe invece di arrivare fino a 8 milioni di automobile elettriche sulle strade, con un volume d’affari associato di 245 miliardi di euro. Senza contare il calo di emissioni di CO2 del 42% secondo le nostre simulazioni, che ipotizzano il rispetto delle soglie emissive stabilite dalla Ue e la parziale dismissione dei mezzi più inquinanti”.

Con chi possiamo prendercela però se le cose vanno solo “benino”? Di certo non con gli automobilisti, piuttosto disorientati. Se è vero che dal concessionario si sceglie più col cuore è altrettanto vero che la spesa iniziale è davvero alta per l’acquisto di una vettura elettrica (finora sostenuto da diverse campagne di incentivi ed ecobonus). A far tentennare ci sono poi la carenza di infrastrutture di ricaricae l’autonomia limitata. Della serie: per i viaggi lunghi, si prega di ripassare. Quando si tratta di sborsare certe cifre, è difficile convincere l’automobilista che si tratta di un affare perché i costi di gestione e manutenzione si abbatteranno molto. La principale imputata in questo senso è la batteria: rappresenta la voce più alta del conto (anche se negli anni sta andando calando progressivamente). Inoltre, l’auto elettrica punta a essere green al 100%, ma finché non si riuscirà a produrre energia pulita, sfruttando le rinnovabili, l’etichetta verde non può ancora mostrarla. Anche se, bisogna riconoscerlo, il motore elettrico ha un saldo energetico migliore: restituisce il 90% dell’energia che consuma, contro il 30% di quello a combustione.

In Italia attualmente si contano 21.500 punti di ricarica pubblici e privati ad accesso pubblico (+34%), di cui oltre 90% è di tipo regular charge, mentre quelli ultra-fast sono pochissimi. I punti di ricarica privati (domestici o aziendali) nel 2020 erano oltre 24.000. Ma senza l’estensione delle ricariche ultra-fast (da 100 a 300 kW), sarà impossibile ipotizzare frequenti viaggi superiori ai 200 km. Per rendere l’idea: “fare il pieno” a un’automobile con la presa di casa (o il wallbox) richiede in media 5-6 ore, mentre con una colonnina ultra-fast basta mezz’ora. Che succederà quindi, da qui al 2030? Intanto il Pnrr prevede lo stanziamento di 750 milioni di euro fino al 2026 per realizzare 21.400 punti di ricarica fast e ultra-fast (con una potenza minima di 50Kw). Mentre Motus-E, l’associazione di riferimento in Italia per gli stakeholder della mobilità elettrica, sollecita un sostegno all’acquisto per almeno i prossimi tre anni per accompagnare l’adozione della nuova tecnologia. “È emerso che il 70% degli italiani vorrebbe comprare un’car elettrica ma vede ancora ostacoli nel prezzo, nella tecnologia e nelle infrastrutture di ricarica– ha spiegato Francesco Naso, segretario generale di Motus-E–. Questa incertezza, insieme alla pandemia e alla mancanza di liquidità, ha portato a una crisi fortissima. Per raggiungere quelle quote si deve riprendere il overall market: nel 2021 sono state immatricolate meno di 1,5 milioni di automobile, mentre la media italiana è da 1,9 milioni”.

Insomma, dall’attuale quota di mercato del 5% bisognerà arrivare al 50%. Nel 2022 sono state immatricolate oltre 67.000 unità elettriche mentre bisognerà arrivare a 6 milioni nei prossimi 9 anni. “Si può fare”, assicura Naso, perché “quando una tecnologia prende piede, si instaurano logiche di mercato che poi imprimono una specialty accelerazione. E in questo settore si può verificare tra il 2025 e il 2030. Per arrivarci bisogna però mettere in campo una rete di ricarica quanto più possibile capillare: abbiamo calcolato che serviranno almeno 110.000 punti di ricarica pubblici (con una specialty concentrazione dai 100 kw in su), una grandissima quantità di quelli advertisement accesso pubblico ma su suolo privato e almeno 3-400.000 in ambito aziendale. E riteniamo che per il 75% la farà ancora da padrona la ricarica domestica con almeno 1,9 milioni di punti di ricarica”. In tal modo si potrebbe arrivare a più di 850 mila vehicle elettriche immatricolate nei prossimi tre anni e dal 2025 non avremo più bisogno di incentivi. “Non bisognerà mantenere per forza i livelli dell’ecobonus di adesso se si accompagnerà il mercato– conclude Naso–. Perché avremo centrato l’obiettivo”.

14 gennaio 2022 (modifica il 14 gennaio 2022|12:48)

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