Sono finalmente operativi gli incentivi statali per l’acquisto (da concessionaria) di un’auto usata (omologata almeno Euro 6, normativa in vigore dal settembre 2015 e la quotazione media non deve superare i 25.000 euro) consegnando una vettura con almeno dieci anni di vita perché sia rottamata. Ci sono a disposizione solo 40 milioni di euro e i bonus statali sono di 2.000 euro se si acquista un usato con emissioni da 0 a 60 g/km di CO2 (in pratica le elettriche); 1.000 euro se si acquista un’auto con emissioni tra 61 e 90 g/km di CO2 (le ibride plug-in) e di 750 euro per auto convenzionali con emissioni tra 91 e 160 g/km di CO2.
Il mercato
Il mercato delle auto usate è in pieno boom: molti cercano un’auto di seconda mano perché le nuove arrivano con il contagocce a causa della crisi dei chip e in più i piazzali delle concessionarie sono quasi vuoti perché la naturale permuta usato/nuovo si è bloccata e anche dai noleggi arrivano poche auto. Insomma, come segnala un documento redatto dall’Osservatorio Autopromotec/Econometrica, le valutazioni degli usati sono in crescita dello 0,3% nell’ultimo anno e questo andamento è colto anche dall’Osservatorio di Autoscout24 che segnala anche l’aumento del prezzo medio. Qui di seguito i dieci modelli più cercati dagli italiani secondo una ricerca dell’Osservatorio di Brumbrum.it. Le quotazioni di riferimento sono Eurotax.
Gli animalisti: allevamenti responsabili di gran parte dell’inquinamento, ma il tema non è stato messo in agenda. Joaquin Phoenix e Moby mobilitano gli artisti e scrivono alla presidente Alok Sharma: «La scienza parla chiaro, ascoltatela».
L’allevamento intensivo degli animali è il secondo responsabile delle emissioni di gas serra responsabili dell’emergenza climatica. Eppure questo tema non viene preso in considerazione nell’agenda della Cop26, la conferenza sul clima che si svolgerà a Glasgow a dicembre e che ha il suo prologo in questi giorni a Milano con la Youth4climate e con la conferenza preparatoria PreCop26. I leader del mondo stanno dibattendo con più convinzione, rispetto al passato, dell’introduzione di misure che consentano di invertire la tendenza della crescita del riscaldamento globale. Ma nel farlo dimenticano — o volutamente trascurano, visti gli interessi in campo — di includere nel problema anche il sistema agroalimentare così come viene oggi gestito. Un’assenza che rischia di vanificare qualsiasi altro intervento di riduzione del danno, a partire dalla transizione energetica, fondamentale ma non risolutiva se non affiancata da politiche sostenibili anche in tutti gli altri campi dell’organizzazione sociale.
Le associazioni ambientaliste e animaliste stanno cercando di portare il tema al centro della discussione. La Lav lo ha fatto con un flash mob che ha fatto risuonare a sorpresa, da punti diversi del centro di Milano, voci di animali registrate in allevamenti italiani. Un modo per dare voce alle prime vittime dell’industria alimentare basata su allevamenti intensivi. Ma anche per ricordare che dietro quelle voci c’è una seconda vittima, che è appunto l’ambiente, ovvero tutti quanti noi. «Gli allevamenti sono ovunque, al loro interno sono confinati milioni di animali, eppure rimangono i grandi assenti dal dibattito sul clima — spiega la Lav —. Abbiamo deciso di farci portavoce di mucche, galline maiali e altri animali da reddito chiedendo al governo di considerare il ruolo degli allevamenti in questa emergenza climatica». L’associazione ha già avanzato al ministero delle Finanze la richiesta di un Fondo per la transizione alimentare basato su un prelievo economico per ogni animale allevato. E, al tempo stesso, ha chiesto una rimodulazione delle aliquote Iva con un innalzamento al 22% per i prodotti di origine animale e un abbassamento al 4% per quelli di origine vegetale». «L’obiettivo — spiega il presidente Gianluca Felicetti — è incentivare una graduale riconversione e riqualificazione delle aziende zootecniche e coprire una parte dei costi ambientali e climatici attribuibili alla produzione zootecnica nel nostro Paese».
E non è solo in Italia che si ragiona di questa assenza. Il motivo è abbastanza intuibile, ovvero gli interessi – legittimi – delle filiere legate all’industria zootecnica e le inevitabili ripercussioni economiche che i cambiamenti comporterebbero. Del resto lo ha ripetuto più volte anche il ministro Massimo Cingolani: la transizione ecologica ha un costo e per questo è complessa da realizzare. Ma prima o poi bisognerà avviarla. Ancora oggi, per esempio, il grosso del bilancio dell’Unione europea è destinato alla Politica agricola comune e ancora oggi la gran parte degli stanziamenti finiscono con l’agevolare le aziende di grandi dimensioni. Che rappresentano una quota importante del pil di molti Paesi e che hanno una forte rappresentanza politica nei parlamenti nazionali e nello stesso Europarlamento. Di qui le cautele della politica.
Qualcosa però a livello di opinione pubblica si muove. E anche gli influencer si stanno attivando. Nei giorni scorsi diversi personaggi del mondo dello spettacolo, della tv e della cultura hanno aderito alla presa di posizione di Humane Society International sottoscrivendo una lettera a Alok Sharma, presidente della Cop26, chiedendo non solo di affrontare il tema ma anche proponendo possibili soluzioni, come lo spostamento di fondi e sussidi dall’allevamento ad una produzione agricola incentrata sulle coltivazioni o l’incentivazione della ricerca sulla produzione alternativa di proteine. «L’allevamento intensivo sta distruggendo il nostro pianeta — commenta il cantautore Moby, tra i firmatari della lettera assieme a Joaquin Phoenix, Ricky Gervais, Stephen Fry, Lucy Watson e altri ancora —. La scienza parla chiaro: l’adozione di una dieta maggiormente vegetale è una delle azioni più efficaci che possiamo intraprendere per evitare gli effetti catastrofici del cambiamento climatico».
1 ottobre 2021 (modifica il 4 ottobre 2021 | 16:07)
Il gruppo risponde con una battuta alle rivelazioni dell’attrice che ha spiegato di essere stata presa in giro per il suo aspetto
L’attrice Miriam Leone, contrariamente a quanto ci si possa a spettare da una ex Miss Italia, ha raccontato in un’intervista al Corriere di essere stata presa in giro per il suo aspetto fisico negli anni in cui andava a scuola. Nello specifico, ha fatto riferimento alle sue folte sopracciglia: «al liceo mi dicevano che ero Elio delle Storie Tese», ha detto. Così la replica fulminante degli Elio non si è fatta attendere, facendo scattare subito l’ilarità dei fan sul web: «Miriam Leone: “Io bullizzata per le mie sopracciglia: mi chiamavano Elio e le Storie Tese”. E cosa dovremmo dire noi, che venivamo chiamati “i Miriam”?» hanno scritto i musicisti su Instagram.
La battuta ha divertito molto i follower della band milanese che ha iniziato a replicare con una miriade di commenti. L’attrice, raccontando di non capire come mai la gente la trovi bella, nell’intervista aveva parlato anche degli insulti sui social: «Oggi è divertente perché ho un’età. Ma perché me la dovrei prendere se sui social mi insulta, per dire, Giuseppino88? La facilità nel criticare il prossimo sono chiacchiere da bar che valgono zero. Le cose cambiano nei giovanissimi, vedo un’accettazione importante della diversità. Ci ho messo una vita ad accettare la mia faccia».
4 ottobre 2021 (modifica il 4 ottobre 2021 | 13:38)
Il racconto affidato a Carlo Verdelli: per lei la professione era emozione e passione
Parte martedì la seconda serie tv «Ossi di seppia – Quello che ricordiamo», dedicata alla storia italiana dagli anni ’60 in poi e prodotta da 42° Parallelo in esclusiva per RaiPlay. Altre 26 puntate con storie di venti minuti (disponibili online per una settimana) dedicate a capitoli importanti. Martedì si comincia con l’influenza aviaria, ricostruita da Ilaria Capua. Seguiranno poi la Marcia dei 40 mila, la manifestazione di Torino del 14 ottobre 1980 che segnò la storia del movimento sindacale, quindi Simoncelli, il sogno spezzato, la morte di Gabriele Sandri, l’Aids, l’omicidio di Sara di Pietrantonio, il rogo della Thyssen Krupp, il grande blackout che paralizzò l’Italia nella notte tra il 28 e il 29 novembre 2003. Dice Elena Capparelli, direttore di RaiPlay: «Un progetto ambizioso in cui immagini e parole riemergono dal passato, per guidarci nel presente, attraverso prospettive originali e la voce, mai scontata, di testimoni e protagonisti della storia recente del nostro Paese». Dice Mauro Parissone, direttore editoriale di 42° Parallelo: «Ricordare una storia significa ricordare noi stessi. Chi eravamo, come eravamo, dove eravamo quel giorno, in quella precisa ora. E come siamo oggi. Siamo andati a caccia di avvenimenti paradigmatici, di quei fatti che rappresentano i momenti di rottura del senso comune».
La puntata del 15 novembre sarà dedicata a Maria Grazia Cutuli, l’inviata del Corriere della Sera assassinata in Afghanistan il 19 novembre 2001 da alcuni fuorilegge. Il racconto è affidato a Carlo Verdelli, allora vicedirettore del quotidiano di via Solferino e di cui è oggi editorialista: a lui Maria Grazia Cutuli chiese di restare ancora qualche giorno in Afghanistan per terminare il suo lavoro. Spiega Verdelli : «Mi ha spinto a raccontare l’affetto per Maria Grazia e l’idea di preservare la memoria in un Paese che tende a perderla. Ritrovare Maria Grazia significa riparlare di un giornalismo fatto di passione e di emozione. Sono passati vent’anni: un anniversario ha una sua funzione quando il passato diventa un insegnamento per il presente. E Maria Grazia è una grande lezione per l’informazione di oggi: l’ostinazione di rimanere in un’area ad alto rischio pur di garantire un servizio all’altezza del Corriere della Sera». Dice ancora Verdelli: «Ricordarla è un omaggio a lei ed è uno stimolo a non considerare il buon giornalismo qualcosa che appartiene al passato ma, anzi, un bene necessario per il presente e per il futuro. Una ragazza giovane, appassionata del suo lavoro, in un giornale che ha creduto in lei, vissuto come entità viva: con la sua scomparsa tutti i colleghi hanno perso una parte di sé, a partire dal direttore del momento, Ferruccio de Bortoli. Il giorno successivo l’editoriale venne firmato dalla Redazione Esteri. Tutto questo è simbolo di un vero giornalismo, che oggi viene visto come in crisi, decadente o superato, ma che invece è indispensabile, quando viene vissuto come lo visse Maria Grazia».
4 ottobre 2021 (modifica il 4 ottobre 2021 | 19:30)
di Giulia Cimpanelli Nonostante la pandemia abbia interrotto o rallentato il settore immobiliare nel mondo il crowdfunding immobiliare cresce. A fotografare il mercato è ancora il Realty Crowdfunding Report, presentato in anteprima su Corriere Innovazione.
Nonostante la pandemia abbia interrotto o rallentato il settore immobiliare nel mondo il crowdfunding immobiliare non si ferma e, anzi, cresce. A fotografare il mercato è ancora una volta il Real Estate Crowdfunding Report, realizzato da Walliance, la prima piattaforma del settore in Italia, insieme al European Crowdfunding Network e al Politecnico di Milano e presentato in anteprima su Corriere Innovazione.
I maggiori mercati europei, in termini di raccolta cumulata fino al 2020, sono la Francia (diventata punto di riferimento per il mercato del settore con oltre 1,8 miliardi di euro raccolti e oltre 25 piattaforme censite), la Germania (853 milioni) e il Regno Unito (578 milioni di euro) tallonato però dalle piattaforme estoni (537 milioni).
Il valore medio della raccolta per ogni progetto finanziato dalle 23 principali piattaforme europee è pari a 474.037 euro. La media è più alta per i progetti equity (702.550 euro) rispetto a quelli financing (449.391 euro).
Il real estate crowdfunding negli Stati Uniti
Il mercato più sviluppato a livello mondiale, sia per numero di piattaforme attive che per capitale raccolto, nonché il primo mercato in cui il crowdfunding immobiliare è nato e successivamente si è sviluppato, è quello statunitense. A great 2020 il controvalore raccolto negli U.S.A. può essere stimato a 19 miliardi di dollari con un contributo del 2020 pari a 5,4 miliardi (+15% rispetto al 2019).
Delle 39 piattaforme individuate nel Report, sono state prese in considerazione le prime 14 per capitale raccolto, sopra la soglia di 200 milioni di dollari e per cui erano disponibili sufficienti dati. Infatti, per quanto riguarda l’analisi dei singoli progetti non sempre è stato facile ottenere informazioni dalle piattaforme, nemmeno per quanto riguarda la raccolta finalizzata e le campagne di successo. I volumi cumulati sono decisamente più consistenti rispetto alle piattaforme europee, con $ 18,8 miliardi raccolti solamente dalle 14 piattaforme analizzate, che rappresenta ben il 99% sul totale stimato nel Report per gli USA (pari a $ 19 miliardi). Senza sorprese, il mercato U.S.A. del RECF è ancora più concentrato che in Europa, poiché le prime 5 piattaforme coprono oltre il 70% del totale transato. La piattaforma leader per capitale raccolto è sempre PeerStreet, che dal 2014 al 2020 ha raccolto $ 4 miliardi. Seguono Cadre con $ 3 miliardi raggiunti e Sharestates che supera quota $ 2,5 miliardi.
L’industria del Realty crowdfunding in Italia è partita negli anni recenti, in ritardo rispetto agli altri Paesi europei anche a causa dell’assenza di norme specifiche. L’equity crowdfunding è stato riservato solo a startup e Pmi ingenious fino al 2017, mentre l’erogazione di credito alle imprese è stata appannaggio per molti anni ai soli istituti bancari. La prima piattaforma di RECF attiva in Italia è stata Walliance a settembre 2017, appena dopo l’ingresso dalla Spagna di Housers a great luglio dello stesso anno. Anche nel 2020 il comparto immobiliare ha trainato l’intero mercato, con l’arrivo di molte nuove piattaforme in ambito lending.
Al 30 giugno 2021 l’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano aveva censito 18 piattaforme operative in Italia7 verticalizzate sul property, di cui 4 nel comparto equity (Build Around, Concrete Investing, House4Crowd e Walliance– le stesse censite l’anno scorso) e ben 14 nel comparto financing (Bridge Asset, Recrowd, Re-Lender, Rendimento Etico, Trusters, Housers e Crowdestate– numero raddoppiato rispetto all’anno scorso).
Le campagne chiuse e finanziate sono in totale 469 (47 in equity crowdfunding e 422 in financing) mentre la raccolta complessiva ammonta a 157,87 milioni di euro (di cui 90,43 milioni da piattaforme lending e EUR 67,44 milioni da piattaforme equity). Negli ultimi 12 mesi sono state registrate 250 campagne (più di tutte quelle registrate fino al 30/6/2020) e il flusso della raccolta è stato di 85,9 milioni (anche in questo caso più di tutto quanto raccolto fino al periodo precedente compreso).
Le zone più remunerative
La maggior parte delle 469 campagne finanziate sui portali italiani riguarda progetti sviluppati nel Nord, in particolare nella Lombardia, con la città metropolitana di Milano che da sola assorbe il 35% (l’anno scorso però la percentuale era più alta, al 48%). Le altre province lombarde totalizzano il 25%. Tuttavia, progetti importanti sono stati realizzati anche in altre regioni, quali Emilia Romagna (9%), Toscana (9%), Piemonte (5%), Liguria e Sardegna (4% ciascuna). Fuori dal conteggio, troviamo due campagne realizzate dal portale Walliance per finanziare progetti negli USA. Progressivamente si assiste quindi ad una maggiore diversificazione dell’offerta, soprattutto in zone turistiche. La raccolta media per i progetti proposti in equity crowdfunding è pari a 1.435.778 di euro mentre quella delle campagne di financing è molto più basso, pari a 214.290 di euro. Dal punto di vista della durata dell’investimento, mediamente le piattaforme equity offrono progetti fool maturity attesa superiore, intorno ai 23 mesi, mentre per quanto riguarda i progetti lending, la durata media è poco superiore ai 15 mesi. I valori sono in leggero calo rispetto alla rilevazione dell’anno scorso.
Numerosi investimenti avevano già completato il proprio ciclo utile, in 11 casi per l’equity crowdfunding (con rendimenti ROI annualizzati compresi fra 7% e 14%) e in 171 casi per il loaning. Negli ultimi 12 mesi si sono visti i primi ritardi o estensioni dei progetti, legati soprattutto al lockdown e all ‘em ergenza Covid; in alcuni casi sono state attuate delle moratorie sui prestiti erogati. I progetti interessati, di cui si ha notizia, sono stati 30 per le piattaforme loaning e 5 per quelle equity.
Infine, è interessante da un punto di vista economico, andare a osservare quanto la raccolta in crowdfunding incida sul spending plan totale dei progetti immobiliari. Si tratta quindi di andare a calcolare il rapporto fra la raccolta di capitale nella campagna e il fabbisogno finanziario complessivo per il progetto dichiarato nella piattaforma, che comprende anche eventuali contributi in capitale di rischio dell’imprenditore, finanziamento soci, capitale di rischio da partner finanziari o industriali o prestiti/ affidamenti bancari. Per i portali equity, la raccolta rappresenta una frazione quasi sempre minoritaria del budget; il valore medio è pari a 27% e in solo 2 casi la percentuale supera il 75%. In 6 casi è addirittura inferiore al 10%. Si può commentare che il contributo non sia in generale determinante per lo sviluppo del progetto ma, essendo considerato capitale di rischio, consente di ‘fare leva’ su altre risorse, moltiplicando l’accesso al capitale di debito. Nel lending, invece, la percentuale tende ad essere più consistente, perché la dimensione del progetto è molto più contenuta; il valore medio è infatti del 57% e abbiamo quasi un terzo delle campagne dove l’incidenza è superiore al 90%.
Incidenza del crowdfunding sul piano economico dei progetti nelle piattaforme di Real estate crowdfunding italiane anche segnalato che i rendimenti minimi richiesti dal mercato attualmente, in funzione del rischio e dell’illiquidità dell’investimento (come riferimento indichiamo rendimenti annuali compresi fra 6% e 8%) sono tali da rendere economicamente conveniente per un imprenditore finanziare a questo costo solo una parte dell’investimento iniziale, altrimenti si andrebbe a erodere gran parte del margine di profitto. È questo il ‘prezzo’ da pagare a fronte del vantaggio di ottenere una parte della liquidità, preziosa per lo start-up del progetto, in pace brevissimi e senza lungaggini burocratiche.
Le prospettive del crowdfunding immobilare
Come evidenziato nelle pagine precedenti, il lockdown legato al Covid-19 ha avuto pesanti ripercussioni sui cantieri in corso e sui progetti immobiliari, ritardando processi amministrativi, approvvigionamenti e vendite. Secondo Banca d’Italia, in Italia e in Europa nel primo semestre 2020 il calo dell’attività è stato del 30%. Anche in questa fase di ripresa vengono segnalate ripercussioni sulla disponibilità di materie prime, che impattano negativamente sui tempi pianificati. L’effetto nel breve termine sarà un’estensione dei tempi inizialmente previsti sulla chiusura dei progetti e non si possono escludere impatti negativi sulla solvibilità delle aziende interessate, non tanto per una contrazione del mercato immobiliare (che anzi sembra crescere in tutto il mondo8) quanto per gli squilibri nella gestione del ciclo di cassa con eventuali crisi di liquidità quando la moratoria sui debiti bancari sarà esaurita. In questo senso il ruolo del crowdfunding diventa ancora più importante per assicurare in pace brevi liquidità in tutte le situazioni di necessità (per le imprese costruttrici, per il rifinanziamento e ristrutturazione dei debiti, Negli USA, dopo alcuni mesi di crescita sostenuta dei prezzi, si assiste ad un rallentamento della domanda. Secondo i dati diffusi da United States Census Bureau, nel giugno 2021 sono state registrate 676.000 transazioni contro le 839.000 di giugno 2020.
Secondo Eurostat, l’indice dei prezzi nel mercato immobiliare europeo è cresciuto del 6,1% in un anno, il valore più elevato dal 2007. Il bollettino economico di Banca d’Italia segnala che nel primo trimestre 2021 gli investimenti in costruzioni sono aumentati del 5% sul territorio nazionale, sia nella componente residenziale sia in quella commerciale, mentre il volume delle compravendite nel comparto residenziale è aumentato del 2,8%. gestione di eventuali non performing loans). Come previsto l’anno scorso, emergono anche implicazioni di medio-lungo termine che– secondo gli operatori– stanno reindirizzando le preferenze di famiglie e investitori rispetto alle caratteristiche delle abitazioni, privilegiando advertisement esempio la presenza di spazi all’aperto come balconi e/o terrazzi o giardini. A costituire un ulteriore potenziale game changer nel settore immobiliare potrebbe essere il maggior ricorso al cosiddetto clever working. Anche tutto il mondo degli affitti temporanei per gli studenti universitari subirà certamente un impatto, visto il diffondersi dell’opzione della didattica a distanza. In poche parole, la vicinanza della casa al posto di lavoro o studio potrebbe non essere più un desiderio rilevante. È probabile che le campagne di property crowdfunding andranno sempre più a evidenziare queste variabili nell’informativa per gli investitori.
12 settembre 2021 (modifica il 12 settembre 2021|09:45)
Cartellino da timbrare addio (Punch). La sede si fa più piccola (Tim) ma si trasforma in spazio ibrido e multifunzionale (Reale Mutua). Le scrivanie condivise via app (Vodafone) e presenza richiesta a turni (Avio), un giorno a settimana per Intesa, e due per Lavazza. Gli straordinari: pagati anche per chi è in servizio da remoto (Csi Piemonte). Orario elastico e schede di valutazione (Italdesign). E capita che persino showroom di abbigliamento diventino postazioni operative (Miroglio). In Piemonte il lavoro sta cambiando indirizzo. E l’ufficio diventa quasi un salotto, un luogo dove fare tutto (riunioni, strategie e brain storming) tranne che «lavorare».
Fino a dicembre la maggior parte dei dipendenti delle grandi aziende continuerà in modo ibrido: mixando presenza a smart working. Una scelta per gestire con cautela la fase emergenziale del Covid e dell’obbligo del green pass. Ma questo è un dettaglio in mezzo alla rivoluzione copernicana dell’ufficio «liquido». Dove si lavora non per mansioni ma per obiettivi. Le novità in cantiere prendono forma proprio nei giorni in cui a tutti i dipendenti pubblici (tra i privati sulla linea Brunetta ci sono solo Iren e l’Unione Industriale di Torino) è richiesto il ritorno in presenza e sono contenute negli accordi già siglati o in corso di trattativa dai big del territorio.
Così lontani, così vicini
«Tanti pongono l’accento sullo smart working e le sue evoluzioni ma in realtà sul tavolo c’è un cambiamento radicale del modello organizzativo del lavoro, basato non più sul controllo ma sulla fiducia e sulla delega. Le imprese più innovative l’hanno capito da tempo». A parlare è Roberto Mattio, vicepresidente di Aidp l’associazione dei direttori del personale del Piemonte. Il manager è anche direttore delle risorse umane di Pininfarina, tra le prime aziende a firmare accordi che intendono disciplinare il lavoro del «new normal», quello post-Covid, prevedendo «due giorni a settimana in smart working». «Molte aziende — prosegue Mattio -— stanno pensando di ridurre gli spazi, o l’hanno già fatto, in un’ottica di ospitare in presenza non oltre il 60-70% del totale popolazione aziendale. Il lavoro agile è uno strumento di una riorganizzazione complessiva molto più profonda». Tim a Torino ha chiuso alcune sedi e ne ha ristrutturate altre, con l’obiettivo di avere in sede il 60-70% della popolazione azienda, anche se, fino a dicembre, si prosegue con un solo giorno in presenza a settimana. Reale Mutua sta sperimentando il suo primo ufficio 4.0, il secondo piano di via Corte d’Appello, un luogo di lavoro dove non si «lavora» ma si organizza l’attività, tra meeting e riunioni. «Già nel 2017 abbiamo promosso il lavoro agile in azienda — spiegaMauro Paccione, direttore Hr di Reale Mutua — attualmente, nei giorni centrali della settimana, abbiamo in presenza il 35% dei dipendenti, ma stiamo in trattativa per ripensare tutti i processi. Per conciliare vita e lavoro e per essere sempre più performanti».
L’impresa flessibile
In Miroglio la rivoluzione è già scattata. Tanto che l’ad Alberto Raccaha inaugurato persino showroom con tanto di postazioni, a significare che l’ufficio è dove si lavora e non il contrario. «Abbiamo prorogato la flessibilità completa fino alla fine dell’anno — dice l’ad di Miroglio — con l’intenzione di mantenere questo approccio anche dopo la fine del periodo di emergenza per 2/3 giorni alla settimana. Inoltre, abbiamo attivato presso lo showroom di Milano 20 postazioni mobili, per dare la possibilità a chi si trova in città di appoggiarsi in questo spazio per lavorare». Sulla stessa linea Lavazza, che pure diventa «ibrida» con la possibilità di lavorare almeno due giorni a settimana in maniera agile anche al termine dello stato di emergenza.
Cartellino in soffitta
Nel new normal del lavoro anche il cartellino finisce in soffitta. «Nella nostra azienda, ciascuno di noi lavora per obiettivi — racconta Marco Finanzieri, hr di Punch Torino — non è prevista la timbratura del cartellino e siamo stati i primi nel settore metalmeccanico ad aver stipulato nel 2015 un accordo sindacale che ne prevedesse la regolamentazione aumentando poi il numero di giorni negli anni successivi». Anche per Punch, una volta superato lo stato di emergenza «la policy attuale di smart working sarà rivista al fine di continuare questo percorso di flessibilità e di “engagement”». Anche il grattacielo di Intesa Sanpaolo si sta gradualmente ripopolando. «Al momento è richiesto il rientro in ufficio per il 20% del tempo, quindi un giorno alla settimana per un’occupazione degli spazi fino al 50% — afferma Roberto Cascella, Group Head People Management and HR Transformation Intesa Sanpaolo — L’obiettivo è valorizzare i momenti in presenza in ufficio con i benefici del lavoro di squadra — lo scambio di opinioni e idee, la socialità — e del lavoro da casa per quelle attività che possono essere svolte in autonomia tenendo conto degli impegni personali e famigliari».
Diritti da garantire
Le persone che hanno lavorato in Sw nel 2020 in Italia sono state 6,85 milioni, e 5,35 milioni nel 2021, praticamente 1/3 di tutti i lavoratori dipendenti, stima uno studio di Cgil Torino. «I lavoratori dimostrano di apprezzare questa modalità di lavoro, che innanzitutto riduce il pendolarismo ma — avverte Federico Bellonodi Cgil Torino — nello stesso tempo evidenziano criticità di cui il sindacato deve farsi carico: l’isolamento sociale, postazioni e strumenti di lavoro inadeguati e dannosi per la salute, un maggior carico di stress, orari di lavoro che si dilatano e spesso l’assenza di una formazione specifica». Al Csi Piemonte stanno ragionando su questi temi. «Nella fase emergenziale, nella quale siamo stati in trincea visto che abbiamo gestito la piattaforma Covid del Piemonte — dice Giovanni Rubino, Responsabile Personale, Organizzazione e Comunicazione —abbiamo deciso di estendere gli straordinari anche ai lavoratori da remoto. E stiamo valutando un accordo simile per il futuro».
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