Nasce il sindacato degli smart worker

Nasce il sindacato degli smart worker

Nasce il sindacato degli smart worker. Primo atto: sciopero nella pubblica amministrazione per il lavoro agile contro le linee guida del ministro Brunetta. La protesta è indetta per domani giovedì 28 ottobre e ha il via libera della commissione di garanzia sugli scioperi. La nuova sigla si chiama Smart worker union ed è nata un anno fa con l’obiettivo di rappresentare in modo trasversale i lavoratori agili: sia nel pubblico impiego che nel privato, sia dipendenti che autonomi. «Siamo agli inizi — dice il fondatore Gilberto Gini, lavoratore della pubblica amministrazione —, il nostro obiettivo è dare voce al disagio di tutti i lavoratori che hanno dimostrato come sia possibile un modo di lavorare più compatibile con gli impegni personali e nello stesso tempo più produttivo. Oggi le linee guida nella pa che limitano lo smart working solo a chi viene dotato di mezzi dell’azienda da molti lavoratori costretti a rientrare è considerato una punizione. Una percezione forte soprattutto nei settori e negli uffici dove proprio la messa a disposizione del proprio computer e della propria connessione ha consentito la garanzia del servizio ai cittadini nel momento acuto della pandemia».

Certo, non si può negare però che ci siano anche servizi che, gestiti da remoto, hanno smesso di funzionare… «E’ vero, ci sono state delle criticità, spesso legate al fatto che l’organizzazione del lavoro non era pronta al cambiamento e non c’erano strumenti adeguati. Non per questo però ora bisogna buttare via tutto», risponde Gini. Che non risparmia qualche critica al sindacato confederale «troppo lento nel recepire i bisogni dei lavoratori». Ma nello stesso tempo convinto che «la sede in cui definire lo smart working della pubblica amministrazione è quella dell’Aran dove si sta negoziando il nuovo contratto del pubblico impiego».



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WeRoad: maxi aumento di capitale e raccolta record di crowdfunding in Italia

WeRoad: maxi aumento di capitale e raccolta record di crowdfunding in Italia

di Giulia Cimpanelli

13,5 milioni di raccolta in un mix tra equity, debito e convertible che non solo vede rafforzati diversi investitori storici che hanno creduto nella società fin dall’inizio, ma che si è aperta anche a capitali privati dei tanti sostenitori dell’azienda tramite un club deal realizzato attraverso BacktoWork

WeRoad raccoglie 13,5 milioni di euro per finanziare crescita ed espansione internazionale. A dispetto dei due anni più difficili di sempre per l’industry del travel, WeRoad, scale-up italiana specializzata in viaggi avventura a lungo raggio per il target Millennial non solo resiste, dopo due stagioni passate a lottare, si avvia alla chiusura di un 2021 superiore al 2019 e riprende lo slancio della crescita con nuovi capitali. «Parallelamente alla gestione che ci ha permesso di uscire solidi dal mare in tempesta della pandemia, nell’ultimo anno abbiamo lavorato con i nostri investor che ci hanno sempre rinnovato la fiducia e sostegno. Siamo inoltre andati ad ampliare la cap table e ad estenderla anche con un’operazione di club deal gestita da BacktoWork in partnership con Intesa Sanpaolo Private Banking – spiega Alessandro Zanchetton, Managing Director di WeRoad – Un duplice risultato: superare la crisi e avere confermata la fiducia degli investitori, in due anni tutt’altro che normali, specialmente per chi si occupa di turismo».

WeRoad nel 2021 si avvia a chiudere l’anno con ricavi superiori all’era pre-Covid. Un risultato raggiunto grazie ad un’attentissima gestione del periodo pandemico che consente a WeRoad di beneficiare ora dell’effetto di rimbalzo positivo del travel. Secondo la European Travel Commission infatti, non solo la domanda di viaggi ha avuto un’impennata nel periodo estivo, ma il 54% degli europei intende prenotare un viaggio dopo essere stato vaccinato contro il COVID-19, e di conseguenza la domanda continuerà a crescere nell’ultimo quarter del 2021 nel 2022. «Sono stati due anni difficili – fa eco Paolo De Nadai, CEO e founder di WeRoad – le restrizioni hanno messo a dura prova la serenità di tutti noi, la solitudine è esplosa e con essa l’esigenza di tornare a viaggiare, condividere esperienze, vivere di nuovo una vita piena e libera. Siamo quindi molto fieri dell’impatto che WeRoad ha nella vita delle persone e sentiamo forte la responsabilità di essere un attore protagonista di una ripartenza che metta le connessioni umane al centro. Viaggiare è uno strumento potentissimo di scoperta di noi stessi, di nuovi amici e di popoli e culture lontane. Più viaggiamo e più contribuiamo a costruire un mondo più aperto, inclusivo ed equo. Un bisogno al giorno d’oggi ancora più necessario, che anche gli investitori hanno compreso».

13,5 milioni di raccolta in un mix tra equity, debito e convertible che non solo vede rafforzati diversi investitori storici che hanno creduto nella società fin dall’inizio, ma che si è aperta anche a capitali privati dei tanti sostenitori dell’azienda tramite un club deal realizzato attraverso BacktoWork. Una raccolta stellare questa che ha superato i 4 milioni, diventando de facto la maggiore campagna in Italia nel 2021 e una delle maggiori di sempre per capitale raccolto. Alla campagna, lanciata da BacktoWork con il supporto di Intesa Sanpaolo Innovation Center (la società del Gruppo che si occupa di esplorare e apprendere nuovi modelli di business e fungere da motore e stimolo della nuova economia in Italia), hanno aderito oltre 100 clienti di Intesa Sanpaolo Private Banking mentre l’operazione di investimento è stata gestita tramite il veicolo societario Finroad srl il cui promotore è Riccardo Schiavotto, founder di Lanieri.com (di cui ha realizzato la exit nel 2020) e pluri-WeRoader.

«La campagna di WeRoad è la seconda operazione sulla nostra piattaforma che coinvolge con successo i clienti di Intesa Sanpaolo Private Banking, a dimostrazione che il crowdinvesting può diventare un efficiente strumento d’investimento alternativo per gli HNWI – commenta Alberto Bassi, CEO di BacktoWork. – In questo modo, inoltre, i capitali privati possono esercitare un impatto diretto sulla crescita del tessuto imprenditoriale innovativo, contribuendo di fatto al rilancio dell’economia italiana in un momento delicato di ripresa come quello che stiamo vivendo».

11 ottobre 2021 (modifica il 11 ottobre 2021 | 18:25)

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Alessandro Borghese: «Non trovo personale, oggi i giovani chiedono garanzie:

Alessandro Borghese: «Non trovo personale, oggi i giovani chiedono garanzie:

«Sono alla perenne ricerca di collaboratori: vorrei tenere aperto un giorno in più, il martedì, e aggiungere il pranzo anche in settimana. Ma fatico a trovare nuovi profili, sia per la cucina che per la sala». Alessandro Borghese, quasi 45 anni, cuoco e personaggio televisivo (ora impegnato su Tv8 con il nuovo show Game of talents), ha lo stesso problema di tanti suoi colleghi anche meno noti: la fuga del personale dai ristoranti. Quei 120 mila lavoratori a tempo indeterminato che durante la pandemia hanno deciso di cambiare mestiere, stanchi degli orari logoranti e degli stipendi bassi, non sono ancora stati rimpiazzati (dati Fipe). E se l’estate è stata affrontata con gli stagionali, ora il problema si ripropone: la Federazione italiana pubblici esercizi parla di 40 mila professionisti che mancano all’appello nel mese di ottobre, divisi tra camerieri di sala, cuochi e aiuto cuochi, pizzaioli, baristi.

Borghese, fare lo chef non va più di moda?

«Non credo che la figura del cuoco sia in crisi, ma ci si è accorti che non è un lavoro tutto televisione e luccichii. Si è capito che è faticoso e logorante. E mentre la mia generazione è cresciuta lavorando a ritmi pazzeschi, oggi è cambiata la mentalità: chi si affaccia a questa professione vuole garanzie. Stipendi più alti, turni regolamentati, percorsi di crescita. In cambio del sacrificio di tempo, i giovani chiedono certezze e gratificazioni. In effetti prima questo mestiere era sottopagato: oggi i ragazzi non lo accettano».

È la pandemia ad aver segnato un prima e un dopo?

«Certo: con le chiusure tante persone hanno avuto la possibilità di stare in famiglia. E hanno cambiato mestiere per avere più tempo. Il tempo, oggi, è la vera moneta. La mia stessa brigata si è rivoluzionata radicalmente: sono andate via figure che stavano con me da più di dieci anni, sono tornate nelle loro regioni d’origine, dove hanno scelto un lavoro che richiedesse meno fatica psicologica, mentale e fisica».

Bisogna ripensare la professione?

«Sicuramente bisogna lavorare in modo diverso. Sta già succedendo: io ero aperto sette giorni su sette pre-pandemia, adesso cinque. Vorrei tornare a sei, ma comunque terrò chiuso un giorno. Il riposo e i turni sono fondamentali e noi chef, che siamo brand ambassador della cucina italiana, dobbiamo ascoltare le richieste dei ragazzi e delle ragazze che rendono possibile il nostro lavoro».

Quanto incide la carenza di personale sulla ripresa?

«Molto, perché non si riesce a lavorare come potremmo: finalmente c’è profumo di ripartenza, tornano le liste d’attesa nelle prenotazioni, questo ci fa ben sperare e ci inorgoglisce. Ma bisogna rinunciare a delle opportunità perché mancano le risorse. Prima del Covid c’era la fila di ragazzi fuori dai ristoranti, oggi non si vuole più fare questo lavoro. Io ho un ritmo di due-tre colloqui al giorno, ma poi non riesco ad assumere, perché tanti non stanno davvero cercando, si vede che non sono interessati. Altri approfittano della situazione: sanno che c’è tanta domanda perciò fanno richieste eccessive. Io cerco la misura: persone che magari non sanno cucinare benissimo, ma che siano educate e desiderose di imparare. La mia azienda saprà ricompensarle: noi ai dipendenti offriamo anche corsi di inglese e di sommelier, ma deve instaurarsi un rapporto di fiducia reciproco».

Come rendere di nuovo attrattivo il settore?

«Bisogna essere datori di lavoro seri, dare prospettive. Se vogliamo che questo settore sia centrale per l’Italia è l’unica strada. Senza personale qualificato non andiamo da nessuna parte, se si trovano male i clienti non tornano».

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25 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 12:03)

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Agcom, multa di 125mila euro allo «Zoo di 105»: «Troppe

Agcom, multa di 125mila euro allo «Zoo di 105»: «Troppe

di Redazione Spettacoli

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha sanzionato la trasmissione radiofonica per il linguaggio irriverente: «Nuoce allo sviluppo fisico e psichico dei minori»

Ogni giorno, un milione di persone non si perde le due ore con Marco Mazzoli e il suo “Zoo di 105”. Il programma radiofonico — oltre ad essere il più seguito — è anche quello con il risaputo record di parolacce pronunciate: un linguaggio irriverente che è anche il tratto distintivo della trasmissione che ha debuttato nel 1999. Ma tra i fan dello show non c’è l’Agcom: l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha messo infatti sotto la lente d’ingrandimento in particolare due puntate della trasmissione, quella del 26 ottobre e dell’11 dicembre 2020, riscontrando violazioni «di elevata entità» alle regole del Testo unico della radiotelevisione, oltre a 247 parolacce in quattro ore on air.

La sanzione

Per questo, la società a cui fa capo Radio 105 dovrà pagare una sanzione di 125mila euro quale risarcimento per quelle frasi che «risultano idonee a nuocere allo sviluppo fisico, psichico o morale dei minori e a turbare, pregiudicare, danneggiare i delicati complessi processi di apprendimento dell’esperienza e di discernimento tra valori diversi o opposti, nei quali si sostanziano lo svolgimento e la formazione delle loro personalità».

La replica

L’accusa non è rimasta nel vuoto. Dalla radio hanno fatto sapere che lo show è solo «un esempio non isolato di comicità grossolana imperniata sull’uso iperbolico di espressioni grezze, capaci di suscitare il riso». Niente di nuovo, insomma, secondo il network. Ma questa tesi non ha convinto l’Agcom: «L’accettazione di tale tesi, assolutamente soggettiva, giustificherebbe in ogni caso la diffusione di parolacce, turpiloquio, offese alla dignità della persona, messaggi di intolleranza e lessico omofobico». Non è la prima volta che la trasmissione attraversa dei guai: nel 2010 era già stata sospesa e multata, sempre per la troppa volgarità e le parolacce in diretta. Allora la decisione era stata presa dal Garante dell’Editoria e Mazzoli aveva replicato così: «Sono tra lo sconvolto e l’incredulo. Ci hanno sospeso e multato perché diciamo parolacce? Sono dieci anni che le diciamo e il Garante se ne accorge solo adesso? Non è lo Zoo che insegna le volgarità alla gente, ma è semplicemente lo specchio della nostra società. Lo Zoo parla come il popolo, pensa e dice quello che il cittadino vorrebbe gridare in faccia a chi ci governa».

27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 11:53)

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Måneskin, l’annuncio di Jimmy Fallon: «Apriranno il concerto dei Rolling

Måneskin, l’annuncio di Jimmy Fallon: «Apriranno il concerto dei Rolling

Nella notte italiana la band è stata ospite del popolare show statunitense. Previsti altri due concerti oltreoceano: stasera a New York, il primo novembre a Los Angeles

Non si arresta l’ascesa dei Måneskin. Ospite nella notte italiana del Tonight Show di Jimmy Fallon sulla Nbc, la band romana avrà l’onore, il prossimo 6 novembre, di aprire il concerto dei Rolling Stones a Las Vegas. Ad annunciarlo, mostrando in diretta il vinile del disco «Teatro d’Ira», è stato in sede di presentazione lo stesso conduttore. Non si tratterà comunque dell’unica performance di Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan in terra americana: già questa sera saranno di scena alla Bowery Ballroom di New York, mentre il primo novembre si esibiranno al Roxy Theatre di Los Angeles.

Durante la puntata i vincitori di Sanremo 2021 hanno suonato dal vivo i loro ultimi successi: Beggin’, cover dell’omonimo brano di Frankie Valli e i Four Seasons attualmente al 15esimo posto della Billboard Hot 100, e il nuovissimo Mammamia, il cui videoclip ufficiale ha debuttato giusto la scorsa settimana. Considerata la popolarità della trasmissione, a cui nessun artista italiano aveva fin qui mai partecipato, il perfetto viatico in vista dei primi tre appuntamenti del gruppo davanti al pubblico d’oltreoceano.

Dopo Iggy Pop, protagonista in agosto di una nuova versione di «I Wanna Be Your Slave», i leggendari Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood: un’altra collaborazione internazionale di assoluto prestigio. Ulteriore visibilità potrebbe poi arrivare domenica 14 novembre, quando a Budapest verranno assegnati gli Mtv Europe Music Award. Tre le categorie che vedranno i Måneskin in gara: Best Italian Act, Best Rock e Best Group. In questo strabiliante 2021, c’è da scommettere che non rimarranno a bocca asciutta.

27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 12:25)

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Storia di Saida e le cicatrici del dolore sul suo

Storia di Saida e le cicatrici del dolore sul suo

di Alice Formica, Liceo Scientifico Vittorio Veneto, Milano

Il racconto vincitore del premio Astalli 2021 al racconto di Alice Formica del liceo scientifico Vittorio veneto di Milano «Strade di cicatrici»

Centinaia di studenti delle scuole superiori di oltre 15 città sono stati i protagonisti il 27 ottobre de «La scrittura non va in esilio», il concorso letterario lanciato dal Centro Astalli per sensibilizzare gli allievi delle scuole superiori sul tema delle migrazioni. Ma anche una grande festa della scuola all’ Auditorium dell’Istituto Massimiliano Massimo a Roma. È, infatti, l’occasione per premiare non solo gli studenti vincitori del concorso letterario, anche i giovanissimi ragazzi di «Scriviamo a colori» per le scuole medie. Sono intervenuti Marino Sinibaldi (presidente Centro per il Libro e la Lettura), Flavia Cristiano (presidente Ibby Italia), Valerio Cataldi (presidente Carta di Roma), l’attrice Donatella Finocchiaro, gli scrittori Fabio Geda e Giorgio Brizio, e Maria Benedicta Chigbolu (atleta olimpica Tokyo 2020 nella staffetta 4 x 400). A premiare i vincitori, oltre a loro, Padre Camillo Ripamonti, il presidente del Centro Astalli, e Mauro Biani, che ha illustrato il racconto primo classificato «Strade di cicatrici» di Alice Formica, del Liceo Scientifico Statale Vittorio Veneto di Milano, che è diventato una graphic novel, pubblicata dal Centro Astalli. L’evento è stato anche l’occasione per riconoscere il titolo di Student Ambassadors del programma europeo «Change» a tutti gli studenti che hanno preso parte al progetto del JRS Europa negli ultimi due anni e per consegnare l’attestazione di«Scuola amica dei rifugiati» agli istituti che hanno promosso tra gli studenti la realizzazione di iniziative di sensibilizzazione con l’obiettivo di creare una società più giusta, più aperta e più accogliente. Tutti i racconti vincitori sono raccolti in una pubblicazione a cura del Centro Astalli e sono disponibili anche su www.centroastalli.it. (Lilli Garrone)

Il mio corpo è una mappa che racconta una storia. La racconta per me che ho perduto la voce, al buio, dove non arriva la luce. Il primo segno su questa cartina l’ha lasciato in mezzo alle gambe la mia terra natia, l’Etiopia. Avevo nove anni quando ho smesso di essere bambina, di essere donna e sono diventata un oggetto della mia cultura. Avevo nove anni quando mia madre ha preso me e la mia sorellina e ci ha allontanate dal villaggio, ci ha detto che era un’occasione importante, e allora avevo deciso di mettermi il vestito buono, quello con un solo buco sull’orlo del tessuto verde, un buco piccolo piccolo in cui ci passa giusto il mignolo. Mia mamma camminava avanti a passo svelto con Fara aggrappata alla gonna lunga che le arrancava dietro e me al fianco. Erano rari gli eventi importanti li, non succedeva mai niente nel mio paesino, i giorni si inseguivano tutti uguali, lenti, caldi, inesorabili ma felici. Camminando siamo arrivate in un pianoro roccioso con pochi arbusti e qualche albero secco, di fianco a una grande roccia piatta c’era una donna, con un sacchetto di juta in mano, due occhi duri come le pietre e un habesha kemis logoro del colore della terra, qualche passo più in là c’era la nonna, lei e mamma non si sono neanche salutate, ma non ci ho fatto molto caso ero troppo emozionata. Chissà cosa conteneva quel sacchetto, magari un regalo per me, un bel vestito o un gioco nuovo forse, i miei sono molto belli ma tutti sporchi. Non stavo più nella pelle.

Mia madre però non sembrava condividere la mia emozione, e neanche mia sorella che anzi aveva iniziato a piagnucolare, ma lei era sempre stata una rogna, non era forte come me. Finalmente la donna con la habesha apre la bocca «Prima la grande» dice, a quelle parole mia madre si allontana in fretta senza neanche guardarmi e si tira Fara dietro, mentre nonna si avvicina a me e mi prende stretta in braccio. La donna apre il sacchetto e inizia ad ordinare sulla pietra liscia un paio di forbici affilate e rosse di ruggine, una lametta graffiata e alcune spine di qodax, ne conto cinque, «Nonna?» chiedo preoccupata, ma lei non mi risponde e evita il mio sguardo, poi mi solleva e mi blocca su una roccia con tutto il suo peso. Inizio ad agitarmi ma mia nonna ha sempre avuto una presa decisa e mi preme con più forza contro il masso, la donna si avvicina, mi spalanca le gambe e solleva le forbici, inizio a urlare. Scalcio, mi divincolo e strepito ma non serve a niente, sono troppo debole, all’improvviso sento un dolore lancinante in mezzo alle gambe e non ci vedo più, urlo di nuovo, urlo e urlo ma nessuno mi sente, a nessuno interessa. Sento troppo dolore, non ce la faccio più, stringo il mio vestitino verde guardo alto nel cielo e svengo col sole impresso nelle retine. Mi sveglio, non riesco a muovere le gambe, sono nel letto con mia madre a fianco, mi lascia vicino del pane caldo e un bicchiere di latte. «Riposa Saida» mi dice, ed esce dalla stanza, mi guardo intorno confusa, mia sorella giace poco più avanti, immobile, ma non riesco a raggiungerla. In mezzo alle gambe ho come un fuoco, brucia sempre di più e non sembra smettere, mi faccio coraggio e allargo le gambe a fatica, guardo in basso. Qualsiasi cosa ci fosse lì sotto prima ora non c’è più, al suo posto corre una lunga linea rossa slabbrata, tenuta insieme da pochi punti neri.

Una linea sottile che ricorda a non finire il ruolo di una donna in una società maschile. Scivolando più in su, solcato il basso ventre e aggirato l’ombelico, se si gira verso destra si può imboccare una strada bianca e irregolare che risplende sulla mia carnagione scura. Quella via la devo ai carcerieri libici, anche se io non ricordo niente, mi ha raccontato tutto Eno. Il mio con Eno è stato un incontro infelice, ci siamo trovate in carcere, crimine: essere in cerca di una vita che si possa definire tale. Entrambe dopo un massacrante viaggio stipate sul retro di un furgone, insieme a decine di corpi sudati e ansanti, ci saremmo dovute trovare nei pressi di Tripoli, e invece eravamo incrostate di sporco sul terreno freddo di una cella ammassate tra scarafaggi e uomini, o forse c’erano solo scarafaggi, non ricordo. Io e Eno ci siamo trovate subito, parlavamo una lingua simile e sembravamo avere circa la stessa età, in realtà non so quanti anni avevo, forse venti, in quel buco di cemento il tempo non aveva più significato, comunque eravamo due donne, giovani, e dovevamo restare unite. Parlavamo poco io e lei, il nostro era un accordo silenzioso, cercavamo solo di sparire dentro i muri, mi ha parlato solo due volte. La prima è stata a qualche giorno dal nostro patto, eravamo strette l’una all’altra nell’angolo più buio della cella quando dopo avermi fissato coi suoi larghi occhi scuri mi ha detto sottovoce «Sei bella» io le ho accarezzato i capelli sporchi e le ho risposto «Anche tu», e lei con uno sguardo di infinita pietà ha sussurrato «Per fortuna no». Quella notte non dormii, le parole della mia compagna mi si contorcevano dentro, cariche di una consapevolezza che cercavo di negare, di evitare. Quella notte tagliai i miei lunghi capelli neri perdendo un altro po’ di libertà in cambio di speranza, speranza di sparire, speranza di non essere visti. Eno era lì da molto più tempo di me, aveva imparato a sue spese come funzionavano le prigioni il Libia e aveva imparato a evitarsi il peggio, ma non è bastato a salvare me.

Erano un po’ di giorni che due carcerieri continuavano a passare davanti alla cella in cui eravamo stipati come bestie, guardavano dentro, ridevano e ogni tanto si portavano via qualcuno, non tornavano mai quelli che si prendevano, o se tornavano tornavano a pezzi. Un giorno è toccato a me, io ricordo solo di essere stata strappata dal fianco di Eno, tirata con violenza per i capelli dai due carcerieri, ero come una bambola di pezza nelle loro mani violente, non ho neanche urlato, non ci volevo credere che stesse succedendo proprio a me. L’ultima cosa che ricordo è il pavimento freddo che bacia con forza la mia guancia, e poi solo dolore. Io ricordo il dolore e Eno invece ricorda le urla, «Come quelle di un maiale sgozzato» è stata l’unica altra cosa che mi ha detto, anche perché non aveva più senso parlare, i carcerieri si erano presi anche la mia voce. Quando mi hanno ributtata tra gli insetti, come una bambola rotta, non riuscivo a muovermi, le mie gambe erano paralizzate e agonizzavo dalla vita in giù, è solo grazie a Eno se sono viva, si è presa cura di me e del lungo taglio che ora mi attraversava la pancia poco sotto i seni, mi ha guarita nel corpo, ma il mio spirito è rimasto spezzato.

Non sono mai riuscita a ringraziarla, tutto quello che potevo dirle assomigliava più al suono di un qualche giocattolo rotto che a una voce vagamente umana. Io alla fine sono riuscita a uscire da quel girone infernale e a raggiungere Tripoli, il mare, la salvezza, Eno no. In Libia non serve sperare, puoi solo pagare e aspettare, aspettare la morte o il mare. Se si decide di proseguire per la tortuosa strada bianca e risalire lungo la spina dorsale fino alla spalla sinistra, c’è una piccola linea quasi invisibile, compatta e ben fatta. É una cicatrice che sa di sale, sale del Mediterraneo. Erano giorni che sedevamo sul gommone sotto il sole implacabile, la plastica degli scafi era calda come le nostre pelli ustionate, il cibo era finito e l’acqua scarseggiava, l’acqua dolce si intende, quella salata era fin troppa; ma eravamo vicini, o così ci dicevano. Dopo quelli che credo fossero tre giorni, giorni di speranza, di dubbi e di paure abbiamo avvistato una nave con un’enorme scritta rossa che campeggiava sulla fiancata: «SAR»; venivano verso di noi. Si sono fermati vicino al gommone, che ora sembrava un alveare impazzito, tutti avevano iniziato a sporgersi verso la nave e a sbracciare come ossessi, nella calca mi sono ferita la spalla, ma me ne sono accorta solo in mare, quando a contatto col sale ha iniziato a bruciare, ma non importava adesso, ora importava solo salire sulla nave. Siamo stati tirati in salvo e aiutati, una donna gentile si è presa cura di me, mi ha disinfettato la spalla e l’ha cucita con cura e attenzione, poi sorridendomi è andata ad aiutare più in là. Ero salva. Ce l’ho fatta, sono sopravvissuta, le mie ferite sono ora guarite e racconteranno per sempre storie di infinita violenza, ma nessun sorriso gentile basterà mai a curare l’agonia che provo nel petto ogni giorno, ogni volta che percorro la mia mappa, la mappa che racconta la mia vita. Nessuno riuscirà a curare il dolore di essere rifiutati dalla terra che doveva darti amore.

27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 12:49)

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