Liliana Segre e Marta Cartabia al binario della Shoah: con

Liliana Segre e Marta Cartabia al binario della Shoah: con

Ignota destinazione. Due parole che Liliana Segre ripete più volte, perché ne sente ancora il peso, tutto intero, non può essere diversamente: sono passati 77 anni ma è come ieri, come sempre. La nostra idea di viaggio, che è ancestrale, si aggancia alla meta, che si raggiunga o che svanisca: da Gilgamesh a Ulisse fino agli esploratori e agli astronauti. Un percorso magari cosparso di insidie e di trappole, ma verso un orizzonte possibile. Liliana tredicenne, il 30 gennaio del ’44, fu invece costretta a un altro passo che cancellava la sua identità. Le dissero soltanto «ignota destinazione».

Nel ventre della stazione Centrale, a Milano, c’è il Memoriale della Shoah. La grande scritta «Indifferenza», le immagini e le voci dell’epoca, i treni che portavano gli ebrei verso i campi di sterminio, il muro digitale con i nomi di chi non è più tornato e i nomi (pochissimi) di chi ce l’ha fatta. È qui che Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, senatrice a vita, ha accolto e accompagnato Marta Cartabia, ministra della Giustizia nel governo Draghi. Una lunga visita, un passo alla volta, fino al binario della morte. Poi il colloquio sulla giustizia e il senso della giustizia: la storia, i limiti, l’attualità, il lato oscuro del web, anche le speranze. Domenica 31 ottobre «la Lettura» pubblicherà la conversazione tra Segre e Cartabia (già sabato 30 sulla App), con le prime quattro pagine. Sul sito abbiamo, in alto, il video della visita e qui sotto il video integrale dell’incontro.

Liliana Segre è nata a Milano nel 1930, è coetanea di Anna Frank che era del 1929. Liliana è qui a raccontare, a spiegare, dolcemente inflessibile, e piace ai ragazzi perché ha la stessa energia vitale, Anna ha lasciato il diario più famoso del mondo, per tanti altri abbiamo una foto e un nome, poco più. La senatrice chiede silenzio, poi ricorda. «Eravamo un’umanità disperata. Vitelli al macello. È l’indifferenza che ha permesso la violenza. È quel pregiudizio che sento ancora addosso. Tantissimo. Vedete i nomi? Famiglie intere, che spesso restavano in città per aiutare i nonni. Almeno l’ho vissuto da figlia. Perché da madre che non riesce a salvare i suoi bambini… io non ce l’avrei fatta».

Si sente il rumore dei treni, al piano di sopra. I nazifascisti li rinchiusero a San Vittore in quanto ebrei: La sola colpa di essere nati, come il titolo del libro che Segre ha scritto con Gherardo Colombo per Garzanti. «Quando ci portarono via dal carcere, gli altri detenuti si affacciarono ai ballatoi e si rivelarono straordinari. Loro non furono indifferenti. Non avete fatto niente di male, che Dio vi benedica, ci urlarono. Chi lanciava un’arancia, chi una mela, chi una sciarpa. Chi soltanto ebbe il coraggio di dirci che ci voleva bene». Il resto della città abbassò le tende, preferì non vedere. «E arrivammo qui al binario. Buttati a decine in carri bestiame come questi, una settimana di viaggio tra chi moriva, stava male, impazziva». Liliana Segre che guida tutta la visita, dettaglio per dettaglio, ricordo per ricordo, non entra nel vagone della morte, c’è un limite anche per le ferite. Non l’ha più fatto, da quel giorno italiano del ’44, abisso del nostro Paese.

Difficile parlare, dopo il percorso. Ma, come dice Marta Cartabia, «se c’è un posto dove ha senso provare, magari balbettando, a rimettere al centro la parola giustizia è proprio qui, nel luogo della massima ingiustizia». Anche perché «il bisogno di giustizia è innanzitutto un bisogno di riconoscimento, di verità e di memoria, per non disperdere la coscienza e la conoscenza di quello che è successo». E la ministra Cartabia non può che pensare anche agli attacchi a Liliana Segre. «Come si fa? Come è possibile? Mi viene in mente una frase che lei ricorda spesso, di Primo Levi: lo stupore per il male altrui. Servono le regole e gli strumenti di contrasto. Ma le leggi devono affondare le radici nella cultura e nell’educazione».

Durante la marcia della morte, il comandante dell’ultimo lager gettò a terra la pistola. Liliana poteva raccoglierla e ucciderlo. Ci pensò, non lo fece. E da quel momento, ha detto e scritto, è diventata «una donna libera, una donna di pace». È l’attimo chiave di una vita. E quella pistola non raccolta, per Marta Cartabia, è il simbolo stesso della giustizia «che non è mai vendetta» e può superare il richiamo dell’odio. La ministra ha un legame speciale con Le Eumenidi di Eschilo, perché la dea Atena istituisce il primo tribunale, riesce a spezzare la catena di sangue, fa prevalere la ragione sulle tenebre. «Un passaggio di civiltà, con la nascita del processo e il valore della parola». Fino all’idea, così attuale, della giustizia riparativa. «La possibilità di ricucire o almeno attenuare le ferite permette davvero di guardare al futuro».

«Toccherà ai ragazzi», dicono Segre e Cartabia. La visita al Memoriale della Shoah si dovrebbe prevedere nei programmi scolastici: in presenza o almeno in via digitale. Farsi forza, restare in silenzio, entrare nei vagoni con meta ignota, meditare «che questo è stato», per ricordare ancora Primo Levi. Fra i diritti umani andrebbe inserito anche il bisogno di conoscere la propria destinazione. Sempre e in ogni luogo.

29 ottobre 2021 | 22:56

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Gli antichi codici del digit@le: in edicola venerdì il numero di dicembre

Gli antichi codici del digit@le: in edicola venerdì il numero di dicembre

di Giulia Cimpanelli Torna il Corriere Innovazione: in digital edition e gratis con il Corriere della Sera. Sostenibilità, trasformazione digitale, mobilità e architettura tra i tanti temi trattati

La chiocciola non è affatto una novità, il simbolo period usato dai commercianti veneziani, poi come abbreviazione di “at” nella lingua inglese. Lo stesso hashtag, reso da Twitter una potente funzione di raggruppamento, era un’antica unità di misura. Dell’origine e del futuro di una società descritta e regolata da segni e simboli si leggerà in un approfondimento del filosofo Luciano Floridi con Massimo Sideri, editorialista del Corriere della Sera e responsabile editoriale del Corriere Innovazione, sul nuovo numero del mensile di cultura dell’innovazione, in edicola venerdì gratis con il Corriere della Sera e per tutto il mese in Digital Edition per gli abbonati. Dalla filosofia dell’innovazione si passa poi all’attualità.

Il nuovo numero si ferma a riflettere in varied pagine su temi legati all’ambiente e al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione. La Cop26 si è conclusa da un mese, ma molti punti restano ancora senza risposta, così come i 100 miliardi di dollari l’anno previsti per i paesi vulnerabili e non ancora accordati. Lo racconta l’attivista, scrittrice e green influencer Federica Gasbarro nel suo “Diario da Glasgow”. E lo testimonia l’intervista di Sara Moraca a Simon Kofe, ministro degli Affari Esteri di Tuvalu– arcipelago del Pacifico e book stato più piccolo al mondo– che in un arco di pace dai 50 ai 200 anni, rischia di scomparire mangiato dall’Oceano. Dal 2035 saranno venduti solo veicoli a emissioni absolutely no ed entro il 2030 le attuali 200.000 vehicle elettriche in circolazione dovranno diventare 6 milioni. Ce la faremo? Alessia Cruciani fa il punto sulle colonnine e sul parco vehicle elettriche. Il padre dell’open development Henry Chesbrough racconta come ha applicato la sua metodologia a una società italiana, NextChem, per cercare di capire se cambiare il punto di vista anche nel settore della trasformazione delle risorse naturali può, grazie all’attitudine tecnologica, accelerare i tempi della transazione ecologica. Sergio Bocconi recensisce il nuovo saggio di Bernard MacKinnon Il giorno in cui il mondo smette di comprare, in cui il giornalista si pone la domanda di cosa potrebbe accadere all’economia se tutti rinunciassero advertisement acquistare ciò che non è necessario per vivere.

Si passa ancora dal concetto di sostenibilità con il tema delle nuove città: come cambiano le metropoli “all’inizio della fine della pandemia”? L’urbanista americano Richard Florida racconta a Elena Papa che si sono rivitalizzate, con l’unica eccezione del lavoro che non sarà però necessariamente fuori dai centri urbani, ma sarà diffuso, a casa, al bar, al museo. Tutto grazie alla tecnologia. La città, inoltre, è roccaforte dei legami tra i cittadini, che permeano tutto il mondo dell’innovazione e della tecnologia come ricorda l’imprenditore Federico Marchetti, fondatore di Yoox che – partecipando al Test di Sagan– ha affermato che nello spazio porterebbe un telefonino, perché comunicare con gli altri è una delle cose più importanti al mondo e lo smart device è stata la medicina dell’anima durante la pandemia, lo strumento che ha alleviato la solitudine di molti. Tanti e curiosi sono i temi legati alle nuove tecnologie: dalla prima blockchain dei prodotti fisici raccontata da Massimiliano del Barba, a un focus su shopping e marketing nel metaverso fino al punto di Ugo Ruffolo, giurista, avvocato e professore dell’Università di Bologna, sullo sviluppo di capacità “creative” da parte dell’intelligenza artificiale.

Protagonisti di questo numero sono anche gli sport invernali: il personaggio del mese è Federica Brignone che racconta la sua “montagna digitale” e le soluzioni, come l’airbag, che hanno reso la disciplina più sicura. Le pagine speciali sul package sportivo sono dedicate al grande ritorno del pattinaggio su ghiaccio, supportato da strumenti e accessori sempre più innovativi. Come spiegato da Enrico Maria Corno che racconta anche le nuove tecnologie degli skipass per saltare le code (e controllare i green pass). Sempre in tema di sport, Marco Bonarrigo introduce il complesso tema della resistenza al dolore degli atleti. È tutta una questione mentale e quando lo sforzo diventa estremo può fare la differenza tra vittoria e sconfitta. Giovanni Caprara scrive di come la concorrenza tra attori pubblici (l’Esa) e privati (come SpaceX) stia rivoluzionando il futuro delle missioni spaziali e Leonard Berberi svela tutti i segreti tecnologici degli aeroporti: i nuovi terminal, spesso firmati da archistar, sono incredibly tecnologici, come quelli di Singapore, Doha o Instanbul, da quelli tanto grandi da avere treni super moderni per gli spostamenti ai più pratici, come quello italiano di Linate, appena restaurato, hanno tutti un linguaggio universale dell’aviazione. Si parla anche di musica: quella delle città che passa dall’acustica perduta di Stonehenge a quella di chiese e anfiteatri italiani, dagli organi marini fino alla “firma sonora” di città come Londra, New York o Berlino. Lo scienziato dei suoni Trevor Cox racconta a Massimiano Bucchi come si va a caccia di melodie speciali. Barbara Millucci spiega invece il progetto “Quiet” del compositore Gabriele Marangoni che, attraverso superfici vibranti, riesce a far percepire la musica alle persone non udenti. Infine, anche nel numero di dicembre non mancano gli interventi illustri di esperti e accademici come Andrea Prencipe, il graphic book di Paolo Masiero, la cinematografia di Paolo Baldini.

14 dicembre 2021 (modifica il 14 dicembre 2021|23:04)

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A che opera d’arte assomigliano i nostri cani e gatti?

A che opera d’arte assomigliano i nostri cani e gatti?

Grazie a Pet Portraits è possibile comparare le fotografie del proprio animale domestico con i ritratti di animali più famosi della storia dell’arte

Il cane è l’animale più rappresentato nella storia dell’arte: dagli Egizi con il dio Anubi ai ritratti dei nobili del Rinascimento, senza dimenticare gli schizzi intimistici di Antonio Ligabue (Autoritratto con cane, 1957) e quelli malinconici di Pablo Picasso, il miglior amico dell’uomo ha sempre richiamato l’attenzione anche di numero pittori. Uno per tutti? Il celebre ritratto di Carlo V dipinto da Tiziano (1533, olio su tela, Museo del Prado, Madrid) che vede il sovrano con una mano impugnare la spada e con l’altra accarezzare il proprio cane.

Grazie all’ «Pet Portraits» di Google Arts & Culture (qui) è oggi possibile trovare, con un semplice scatto, il sosia artistico del nostro cane, gatto, pesce, uccello, rettile, cavallo o coniglio tra decine di migliaia di opere di istituzioni museali di tutto il mondo. I nostri animali, infatti, potrebbero corrispondere ad antiche statuette egizie, a delicati acquerelli cinesi o a variopinte opere di street art. Come scoprirlo? Basta scattare una foto in «Pet Portraits» e l’algoritmo confronterà l’immagine del nostro animale domestico con decine di migliaia di opere d’arte delle eccezionali collezioni per trovare quelle più simili. Cliccando sul risultato ottenuto, poi, è possibile conoscere le storie e gli artisti associati a ogni opera.

9 novembre 2021 (modifica il 15 novembre 2021 | 09:46)

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La storia di Yen, l’orso della Luna salvato dai bracconieri

La storia di Yen, l’orso della Luna salvato dai bracconieri

di Silvia Morosi

L’operazione in Vietnam di Animals Asia ha permesso all’animale di essere tratto in salvo e curato. La prima notte, per tranquillizzarlo, accanto a lui è stato posto un peluche utilizzato di solito per la rianimazione cardiopolmonare

Lo hanno chiamato «Yên», «pace» in lingua vietnamita. Perché ora, dopo essere stato salvato dai bracconieri, potrà trovare la meritata serenità e costruirsi una nuova vita. Il piccolo orso della luna (conosciuto anche come orso dal collare o orso tibetano) è stato liberato dal traffico illegale di fauna selvatica, in Vietnam, lo scorso 8 novembre. Confiscato ad alcuni trafficanti nella provincia di Quang Ninh, è stato messo in salvo da Animals Asia, l’organizzazione animalista che si occupa di salvaguardia animale. A fargli compagnia, accanto al riparo per lui predisposto, nella prima notte di libertà, un orso di peluche (più grande di lui), utilizzato di solito per la rianimazione cardiopolmonare.

Il cucciolo, che si trovava in una gabbia da uccelli, è stato portato alla stazione di polizia locale dove le autorità si sono rivolte a A nimals Asia. Dopo un primo controllo sulle sue condizioni di salute, il team ha determinato che il cucciolo era un maschio e lo ha chiamato appunto «Yên». L’animale è stato, poi, condotto al Vietnam Bear Rescue Centre di Tam Dao, un «santuario» dove vivono diversi esemplari sottratti al traffico illegale e salvati dalle cosiddette «fattorie della bile», come vengono comunemente chiamati gli allevamenti intensivi di orsi tibetani, rinchiusi in gabbie per estrarne la bile, usata nella medicina tradizionale cinese. Il team preposto alle cure ha stabilito dei turni per poter stare con l’animale la prima notte e non lasciarlo solo. L’arrivo di Yên porta a 188 il numero totale di orsi di cui Animals Asia si prende cura al Vietnam Bear Rescue Centre, e a 650 il numero di quelli messi in salvo. Nel 1993, la prima persona ad interessarsi attivamente alla questione degli orsi della luna fu l’inglese Jill Robinson che fondò l’Animal Asia Foundation nel 1998 e successivamente il Centro di Recupero nel 1999. L’allevamento degli orsi della bile è illegale in Vietnam dal 1992, ma persiste a causa delle scappatoie legali e della continua domanda. Nel 2017, dopo anni di attente negoziazioni, il governo vietnamita ha accettato di porre fine una volta per tutte all’allevamento di bile d’orso e ha firmato uno storico memorandum d’intesa con Animals Asia, nominando l’associazione partner ufficiale per porre fine a questa industria.

«Il salvataggio di questo cucciolo mostra chiaramente che la provincia di Quang Ninh – un tempo la peggiore regione del paese per l’allevamento degli orsi della bile – vuole rimanere priva di questo tipo di industria. Siamo grati per l’azione rapida e efficace delle forze di polizia di Uong Bi che mostrano la loro continua diligenza e determinazione nel mantenere la provincia libera dall’allevamento illegale di orsi», ha detto Tuan Bendixsen, direttore di Animals Asia in Vietnam. Anche se si sa poco sull’ecologia, lo stato della distribuzione degli orsi neri asiatici in Vietnam, «è chiaro che in tutto il loro habitat, gli orsi sono localmente estinti o in declino. Ogni orso cacciato di frodo dalle foreste è un colpo enorme per le fragili popolazioni selvatiche», ha aggiunto Heidi Quine, direttore del Vietnam Bear and Vet Team di Animals Asia.

Per venire incontro alla sempre maggiore richiesta di aiuto per la salvaguardia di questi animali, il santuario — che si sta avvicinando al 95% della sua capacità — sarà affiancato da una nuova struttura di Animals Asia . Il nuovo santuario occuperà una superficie di 12 ettari e si troverà nei bellissimi dintorni montuosi del Parco Nazionale di Bach Ma, nel Vietnam centrale.

15 novembre 2021 (modifica il 15 novembre 2021 | 18:39)

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È morto Wilbur Smith, l’autore che ha raccontato l’Africa al

È morto Wilbur Smith, l’autore che ha raccontato l’Africa al

Wilbur Smith, autore di culto che ha raccontato l’Africa al mondo, è morto a Cape Town, in Sudafrica; aveva 88 anni, e si è spento «inaspettatamente, con accanto la moglie Niso»

Wilbur Smith, re dei romanzi di avventura, uno degli autori più prolifici e famosi al mondo, è morto sabato 13 novembre a Cape Town, in Sudafrica. Aveva 88 anni. A darne notizia è stato il suo sito: «Se n’è andato in modo inaspettato, dopo una mattinata di lettura e scrittura, con al fianco la moglie Niso». Smith, nato il 9 gennaio 1933 a Broken Hill, nella Rhodesia del Nord, l’attuale Zambia, era sopravvissuto alla malaria (contratta a 18 mesi) e alla poliomielite (quando aveva 16 anni). Dopo tre matrimoni, nel 2000 aveva sposato l’attuale moglie Mokhiniso Rakhimova. I suoi personaggi hanno raccontato il cammino di un continente martoriato. Gli anni dell’apartheid, le rivendicazioni della popolazione di colore. Con «I fuochi dell’ira» aveva anticipato il domani del Sudafrica con personaggi che anticipavano Nelson Mandela e i leader nazionalisti boeri. «Ho vissuto momenti duri e cattivi matrimoni, ho visto persone che amavo morirmi tra le braccia: ma tutto, in fin dei conti, ha contribuito a darmi una vita straordinariamente realizzata, e meravigliosa. Vorrei essere ricordato come qualcuno che è riuscito a regalare piacere a milioni di lettori», aveva scritto alla fine della sua autobiografia, «Leopard Rock, l’avventura della mia vita», pubblicata nel 2018.

Sembrava nato apposta per narrare l’avventura, con un talento impressionante. Lo scrittore Wilbur Smith, scomparso all’età di 88 anni, aveva una sorta di tocco magico nel catturare l’affetto dei lettori, in particolare di quelli italiani, che lo seguivano con durevole assiduità.

Si calcola che nel mondo i suoi oltre quaranta romanzi avessero venduto qualcosa come 140 milioni di copie, dei quali circa 24 nel nostro Paese.

Produrre bestseller era il suo mestiere, sin dall’esordio nel 1964 con Il destino del leone (Longanesi, 1981; HarperCollins Italia, 2020).

Il segreto di Smith? Una miscela d’ingredienti ben calibrati. Vicende appassionanti e drammatiche, personalità spiccate, sentimenti intensi, ambientazioni esotiche, a partire dall’Africa australe, dove l’autore era nato, per arrivare all’Egitto dei faraoni. La sua prosa afferrava il lettore e lo trascinava quasi di forza in un mondo pieno di suggestioni emozionanti, dal quale era impossibile staccarsi e che invogliava a conoscere altri passaggi delle sue lunghe saghe in diverse tappe.

Aveva costituito anche una fondazione, intitolata a sé stesso e alla quarta moglie Niso, per promuovere la narrativa d’avventura con annesso un premio letterario.

Smith sosteneva di essere stato accompagnato nella vita da una «fortuna sfacciata», ma aveva conosciuto anche momenti difficili prima di affermarsi come romanziere di successo negli anni Sessanta.

Era nato il 9 gennaio 1933 a Broken Hill, oggi Kawbe, in quella che allora era la Rhodesia del Nord, protettorato britannico, e in seguito è diventata lo Stato indipendente dello Zambia. A diciotto mesi era stato colpito dalla malaria cerebrale, ma l’aveva superata. Diceva che però era rimasto «un po’ matto» e questo lo aveva aiutato nella carriera di romanziere.

Il padre di Smith, tipico colonizzatore dell’epoca vittoriana, era un uomo severo, pronto a infliggere punizioni corporali al figlio per le sue marachelle. Allevava bestiame nella sua tenuta di 12 mila ettari, dove il piccolo Wilbur, che adorava il papà come un semidio, aveva trascorso anni di giochi nella boscaglia e piccole battute di caccia con la fionda insieme ai figli dei dipendenti neri dell’azienda.

A otto anni aveva ricevuto in dono il primo fucile e aveva presto imparato a sparare. Dalla madre Elfreda Lawrence aveva invece mutuato l’amore per la narrativa. «Ogni sera — ricordava — mi leggeva storie della buonanotte». Smith aveva preso dimestichezza con i libri per ragazzi, poi con autori come Henry Rider Haggard, John Steinbeck, Rudyard Kipling. Era nata in lui l’aspirazione a scrivere, magari nella veste di giornalista, alimentata più tardi negli anni al collegio Cordwalles, in Sudafrica, grazie al sostegno di un insegnante d’inglese. Il padre di Smith riteneva però che ci si dovesse guadagnare la vita in altro modo e il giovane Wilbur, dopo la laurea in Scienze commerciali alla Rhodes University, aveva intrapreso il mestiere di contabile per il fisco britannico.

Poi si era sposato, ma il suo primo matrimonio, da cui erano nati due figli, era rapidamente naufragato, lasciandolo in difficoltà economiche. Non aveva però abbandonato il sogno di diventare un narratore e aveva pubblicato i primi racconti, con un soddisfacente riscontro. Invece il romanzo The Gods First Made Mad («Gli dei prima ti fanno impazzire») era stato rifiutato da parecchi editori e non è mai uscito. Lo stesso Smith ne parlava in tono fortemente autocritico, ammettendo di aver commesso «tutti i grossi errori nei quali un giovane scrittore può incappare».

Tutt’altra musica per Il destino del leone, un successo immediato che nel 1964 aveva proiettato l’autore verso la notorietà, consentendogli di diventare un romanziere a tempo pieno, anche se nel Sudafrica bigotto di allora era stato vietato.

Le vicende drammatiche e strazianti dei fratelli Sean e Garrick Courtney, ambientate nel Natal ottocentesco, avevano affascinato una vasta platea di lettori e dato il via a una saga destinata a durare — coinvolgendo antenati e discendenti dei protagonisti — e a suddividersi in tre cicli che coprono un arco di tempo dal XVII secolo (Uccelli da preda, Longanesi, 1997) ai nostri giorni (Tempesta, HarperCollins Italia, 2021). Ai Courtney si sarebbero poi aggiunti, a cominciare dal romanzo Quando vola il falco (Longanesi, 1986), i Ballantyne: un’altra stirpe di avventurieri immersa nello scenario di un’Africa selvaggia e contesa lungo un periodo di circa un secolo. E infine le due famiglie si sarebbero incontrate in una ulteriore saga cominciata con Il trionfo del sole (Longanesi, 2006).

Nel frattempo l’infaticabile Smith aveva prodotto dagli anni Novanta in poi la serie dei suoi romanzi egizi, che si dipanano nell’antica terra delle piramidi: un ciclo di alcuni libri nel quale spicca la figura dell’eunuco Taita, scriba, mago e generale. Altro personaggio al centro di una saga concepita da Smith è Hector Cross, ex ufficiale dei corpi speciali britannici, che ai giorni nostri diventa titolare di un’agenzia di sicurezza e affronta nemici spietati con la determinazione e la prestanza atletica di uno 007 aggiornato.

La vita privata di Smith aveva attraversato diverse fasi. Dopo un secondo matrimonio andato a monte, aveva sposato nel 1971 Danielle Thomas, morta nel 1999 per un tumore al cervello, e quindi nel 2000 erano giunte le quarte nozze con la giovane tagika Mokhiniso Rakhimova, detta Niso. Aveva avuto dai primi due matrimoni una figlia e due figli, con cui i rapporti non erano stati facili.

Ben saldo, come si è detto, era il legame di Smith con l’Italia, dove viaggiava spesso e le sue opere andavano a ruba. Con sincera gratitudine mista forse a un pizzico di adulazione, usava lodare l’eredità culturale dell’antica Roma e anche la missione civilizzatrice svolta dalle legioni nelle isole britanniche.

Ma il suo primo amore restava ovviamente l’Africa. Grande ammiratore di Nelson Mandela, che definiva «eroe globale», auspicava che il continente riuscisse a difendere meglio il suo patrimonio naturale e a utilizzare in modo equo le tante risorse disponibili. Innamorato perdutamente del suo lavoro, Smith sosteneva di avere un gran numero di libri in testa «che chiedono a gran voce di essere scritti». In età avanzata continuava a lavorare con immutato entusiasmo, avvalendosi dell’assistenza di coautori ai quali riconosceva il loro ruolo: Giles Christian, Tom Harper, David Churchill, Tom Cain, Mark Chadbourn e altri. Con Chris Wakling aveva inaugurato una serie di libri per ragazzi.

Nel 2018 aveva pubblicato il libro di ricordi Leopard Rock, soffermandosi in particolare sulle vicende più curiose e rocambolesche del periodo in cui trovava eccitante il pericolo. Ma la vocazione più imperiosa di Smith era sempre stata mettersi alla scrivania davanti a fogli da riempire. Sentirsi «creatore di mondi» lo rendeva felice.

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Esame di Maturità 2022: «Senza lo scritto di italiano è

Esame di Maturità 2022: «Senza lo scritto di italiano è

di Chiara Frezzotti*

La provocazione di Chiara Frezzotti, professoressa di Lettere al Leonardo Da Vinci di Casalecchio di Reno, nel libro «La scuola interrotta» (Ets) su esperienze e riflessioni al tempo della Dad

*Docente di Lettere al Liceo Leonardo da Vinci di Casalecchio di Reno (BO) e membro del «Presidio primaverile per una Scuola a scuola»

Pubblichiamo un estratto del libro «La scuola interrotta, un anno, tre mesi e dodici giorni», (Ets, 2021) raccolta di saggi, esperienze e interventi di esperti, professori e virologi che raccontano la pandemia e la Dad vissuta dentro le scuole chiuse. Il libro è disponibile in libreria dal 24 novembre e online anche sul sito www.edizioniets.com

(…) Durante la pandemia, il Ministero, per limitare i rischi di contagio, ha deciso che «le prove d’esame di cui sono sostituite da un colloquio», la cui finalità dichiarata è quella «di accertare il conseguimento del profilo culturale, educativo e professionale dello studente»; nel corso di tale colloquio, lo studente deve dimostrare «di aver acquisito i contenuti e i metodi propri delle singole discipline, di essere capace di utilizzare le conoscenze acquisite e di metterle in relazione tra loro per argomentare in maniera critica e personale». Si tratta di un obiettivo piuttosto alto, anche in considerazione dell’articolazione dell’Esame in quattro parti , ciascuna delle quali, almeno a livello teorico, risulta decisamente complessa: discussione dell’elaborato relativo alle discipline caratterizzanti, discussione di un breve testo di italiano, analisi del materiale predisposto dalla sottocommissione con la relativa «trattazione di nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline, anche nel loro rapporto interdisciplinare» e infine esposizione dell’esperienza di Pcto svolta durante il triennio. Di fronte a queste richieste, da soddisfare indicativamente in 60 minuti , anche i meno esperti possono intuire che il colloquio è insufficiente per accertare gli obiettivi che l’esame si prefigge. L’impostazione degli Esami di Stato degli ultimi due anni, e in particolare di quello della scorsa estate, che ha previsto per la prima volta la stesura di un elaborato relativo alle materie di indirizzo, è stato accolto positivamente, in primis dal Ministro della Pubblica Istruzione, Patrizio Bianchi, ma è stato anche aspramente criticato, anche da parte dei docenti. Quello che maggiormente si contesta è proprio la cancellazione delle prove scritte, che si teme possa diventare definitiva.

Per quanto riguarda la prova scritta di Italiano, oggetto di queste riflessioni e relativa al mio ruolo professionale, sono convinta che sia e debba rimanere una componente imprescindibile all’interno dell’Esame di Stato, dal momento che la padronanza della lingua italiana da parte di un diplomato è da considerarsi, come evidenziato da più parti, una competenza-chiave. La capacità di comunicare correttamente nella propria lingua, sia in forma orale che in forma scritta, è infatti fondamentale per la formazione di un cittadino; gli stessi documenti relativi agli Assi culturali sottolineano che la padronanza dell’italiano è «premessa indispensabile all’esercizio consapevole e critico di ogni forma di comunicazione» nonché «indispensabile per esprimersi, per comprendere e avere relazioni con gli altri, per far crescere la consapevolezza di sé e della realtà, per interagire adeguatamente in una pluralità di situazioni comunicative e per esercitare pienamente la cittadinanza» . Ricordiamo che anche le Indicazioni Nazionali e le Competenze chiave per l’apprendimento permanente contenute nelle Raccomandazioni del Consiglio Europeo del 22 maggio 2018 relative alle competenze chiave per l’apprendimento permanente inseriscono la competenza linguistica funzionale all’interno dei propri obiettivi didattici. Infine, le rilevazioni nazionali Invalsi e le indagini Ocse-Pisa si pongono l’obiettivo di verificare lo sviluppo di tali competenze al fine di raccogliere e valutare i risultati e pianificare strategie di intervento. Questi dati aiutano a chiarire una caratteristica della prova scritta di Italiano: oltre ad essere a carattere ministeriale, questa è anche l’unica non differenziata per indirizzi di studio perché ha la finalità di accertare «la padronanza della lingua italiana […], nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche» che ogni diplomando dovrebbe possedere al termine del percorso di studi superiore. Il contesto didattico-normativo di riferimento è quindi molto esplicito e riconosce alle competenze linguistiche una posizione di rilievo. Aggiungo un ultimo dato a supporto della centralità dell’educazione linguistica: in Italia l’analfabetismo di ritorno, con i suoi «effetti determinanti sulla capacità di un soggetto di esprimere il proprio diritto alla cittadinanza», e l’analfabetismo funzionale, ossia «l’incapacità a usare in modo efficace le competenze di base» , toccano picchi drammatici, come ricordato annualmente da giornalisti, esperti, dati Istat.

(…) Nel 2010 Luca Serianni ricordava la centralità dello sviluppo della lingua materna «non solo nel parlato […], ma nello scritto», da intendersi «sia come competenza attiva (capacità di redigere un testo e riformularlo gerarchizzando le informazioni salienti) sia come competenza passiva (capacità di comprendere un testo […] scritto, cogliendone il significato complesso e le implicazioni particolari, a partire dal lessico astratto – e spesso ricercato – in cui si esprime la prosa argomentativa)» . La prova scritta di italiano, infatti, consiste proprio nella comprensione di un testo scritto, generalmente non noto, nella sua analisi, sia a livello sintetico che analitico, e nella scrittura di un breve elaborato di natura argomentativa, che permette di mettere in campo anche le proprie conoscenze/competenze personali. Si potrebbe replicare che l’insegnante, durante il percorso scolastico, ha già ampiamente verificato le competenze di scrittura degli studenti, ed è vero. Parlare, ascoltare, comprendere, argomentare in lingua madre sono soprattutto competenze trans-disciplinari ed extra-scolastiche, che lo studente, una volta uscito dalla scuola, dovrà saper esercitare in contesti diversi, spesso non noti. Ed è proprio per questa caratteristica che gli studenti devono dimostrarsi sufficientemente pronti alla comprensione di un testo e all’argomentazione. Sostenere una prova ministeriale, comprendere un testo mai letto prima, analizzare e formulare una riflessione su un argomento di cultura generale, ritenuto alla portata dello studente, significa attivare le competenze maturate all’interno di un contesto nuovo. Anche la durata della prova scritta, sei ore, rappresenta un punto di forza perché permette agli studenti di compiere con calma tutte le complesse operazioni mentali richieste dalla decodifica di un testo scritto: riflettere approfonditamente sui contenuti, ricercare collegamenti, pianificare un’argomentazione, scegliere con cura le parole… Da due anni invece ci troviamo di fronte ad un monstrum didattico: l’importanza oggettiva delle competenze linguistiche non può in alcun modo legittimare l’assenza di un esame, o di una parte ben definita di esso, che le verifichi.

La scelta di ridurre le prove di maturità al solo colloquio, infatti, ha semplicemente portato all’ideazione di una prova di italiano che, a parole, sostituisce adeguatamente lo scritto ma, nella pratica, si dimostra completamente inadeguata se non controproducente. Il Ministero, consapevole delle difficoltà degli studenti, ha ridotto il numero delle prove, delineando così, almeno in parte, un «percorso di sicurezza», una scuola degli affetti, in cui far muovere gli studenti, cercando di tutelarli. Questa scelta, più che comprensibile dal punto di vista dell’attenzione all’aspetto emotivo-relazionale degli studenti, non corrisponde completamente alla realtà dei fatti. L’ordinanza prevede «la discussione di un breve testo, già oggetto di studio nell’ambito dell’insegnamento di lingua e letteratura italiana […] durante il quinto anno e ricompreso nel documento del consiglio di classe» , ossia, seguendo la definizione del termine ‘discussione’ offerta dal dizionario, un «esame approfondito […] da parte di più persone» . Allo studente, quindi, viene richiesto di esaminare un testo compreso nel programma di Lingua e letteratura italiana su cui dovrebbe sostanzialmente svolgere le medesime operazioni richieste dalla prova scritta (comprensione, analisi, argomentazione), ma in un arco di tempo decisamente inferiore e in un contesto, la prova orale, fortemente emotivo. Tutti conosciamo la tensione di una verifica o di un esame, e come essa aumenti quando ci troviamo di fronte ad un’intera commissione; dopo un anno scolastico in cui la possibilità di frequentare in presenza è stata fortemente discontinua, in cui gli studenti sono stati più tempo online nella solitudine delle loro case che a scuola, ritrovarsi “accerchiati” da sei commissari e un Presidente non è stato facile emotivamente (…).

Qualunque docente sa che insegnare ad esporre in maniera coerente e coesa non è affatto facile: ogni insegnante, qualunque sia la sua disciplina, fa in modo che gli studenti imparino a gerarchizzare i contenuti, a dar loro una logica, ma sa anche che, per organizzare un tale discorso, soprattutto su argomenti complessi, è necessario avere del tempo per pianificare adeguatamente lo svolgimento. Tutti noi sappiamo che l’esposizione orale è per natura meno strutturata sotto questo aspetto di quella scritta, a meno che non si tratti di un discorso preparato in precedenza; tuttavia, se siamo davvero convinti che la capacità di organizzare un discorso, esporre e argomentare siano competenze imprescindibili e trans-disciplinari, allora dovremmo creare le situazioni adatte affinché esse possano manifestarsi, e queste non sono state di sicuro quelle del colloquio d’esame. Parallelamente, anche la correttezza linguistica ha risentito del contesto, in particolare per quanto riguarda le scelte lessicali. Infine, un colloquio così breve non permette di valutare le competenze interpretative e la rielaborazione personale sia, di nuovo, per la scarsità del tempo a disposizione, sia perché la scelta di un testo noto, e non di un documento nuovo per lo studente, limita la possibilità di verificare attivamente questi aspetti, come, forse, la comprensione stessa (…).

Allo stato attuale, è impossibile sapere con certezza se e come potrebbe cambiare l’Esame di Stato una volta conclusa l’emergenza sanitaria. Le dichiarazioni del Ministro lasciano supporre che l’abolizione definitiva degli scritti sia un’ipotesi non peregrina. La speranza di chi scrive e di molti colleghi è, al contrario, quella di un ripristino delle prove tradizionali. In particolare, per quanto riguarda la prova di italiano, non posso che ritenere necessaria una prova ministeriale; alla luce dell’importanza rivestita dalle competenze linguistiche, è infatti fondamentale che l’intero percorso di studi si dedichi allo sviluppo di questo aspetto e che la sua conclusione, rappresentata dall’Esame di Stato, ne verifichi l’acquisizione, anche perché, come tutti gli insegnanti sanno, molti studenti necessitano anche di stimoli estrinseci per motivare l’apprendimento. Non dimentichiamo, tra l’altro, che, nonostante le valutazioni finali della maturità siano state in generale estremamente positive, i dati Invalsi, resi noti nel mese di luglio, fotografano una realtà completamente opposta. Di fronte ad una prova così depotenziata e in risposta a chi, come ho già in parte considerato, potrebbe replicare che gli insegnanti hanno già avuto modo durante gli anni di verificare volta per volta gli apprendimenti, non resta che proporre, provocatoriamente, un’alternativa: l’abolizione dell’intero Esame di Stato.

15 novembre 2021 (modifica il 17 novembre 2021 | 07:30)

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