di Federica Gasbarro A poco più di un mese dalla chiusura della Cop26 restano ancora senza risposta molti punti, come i 100 miliardi di dollari l’anno previsti per i paesi vulnerabili ma non accordati. Il lato positivo è l’approvazione del taglio del 45% delle emissioni di carbonio entro il 2030. Intanto la Cina continua a inquinare e la deforestazione dell’Amazzonia prosegue

Notti insonni e cene passate all’interno delle stanze dello Scottish Exhibit Centre (SEC). A scandire il passare delle ore, ben poco forse solo il numero delle pizze o del cibo da asporto che entra nell’edificio passando sotto i metal detector. Le luci interne tradiscono la percezione della realtà, come sempre e l’adrenalina dei tempi supplementari fa tutto il resto. Una scalata contro il pace. Si, perché come da copione Cop26 non è finita puntuale anche se il presidente Alok Sharma ha fatto molta pressione chiedendo a gran voce che entro la sera del 12 novembre si arrivasse non solo all’accordo, ma all’accordo in grado di mantenere il mondo sotto gli 1.5 gradi. Dici niente … Proprio nelle stesse ore arriva tonante e perentorio l’appello di duecento scienziati climatologi advertisement agire in maniera drastica. A loro supporto come ormai da prassi, un fiume di noi ragazzi che per due giorni siamo scesi a marciare nelle strade di Glasgow. Europei, africani, indigeni, asiatici … ognuno con i propri abiti caratteristici. Decisamente la manifestazione più rappresentativa di sempre. A chiudere il cerchio la voce giustamente insoddisfatta di Greta.

La giornata del 13 novembre è iniziata con il fresco pungente a cui non ci si abitua mai, la passeggiata di alcuni di noi delle delegazioni lungo le sponde del fiume Clyde per arrivare a piedi al SEC e la polizia chiaramente riconoscibile da dei giacchetti color giallo evidenziatore a sorvegliare la zona. La giornata che ha gli occhi del mondo e tutti i riflettori puntati inizia esattamente come tutte le altre. Nel pomeriggio è prevista una plenaria formale. Le notizie che si diffondono veloci dopo la chiusura non sono buone, l’India con il suo colpo di scena ha fatto tremare le mura delle stanze. Il documento infatti prevedeva l’eliminazione del carbone mentre loro, supportati dalla Cina, hanno fatto sostituire il termine con la parola “progressiva riduzione”. Il che cambia molto in termini di decarbonizzazione. Timmermans ha mostrato in plenaria la foto del nipotino e gli stati insulari hanno implorato che qualcosa di più fosse fatto o sarebbero finiti sotto l’acqua ma alla fine, non c’è stato nulla da fare. Per evitare la disfatta totale il documento è stato approvato con i nuovi ed inaccettabili termini. Cop26 oltre agli innumerevoli punti oscuri come i 100 miliardi di dollari l’anno previsti per i paesi vulnerabili e non accordati così come il punto su loss & damage, rimasto sospeso, ha anche delle carte a suo favore. Sono stati approvati i punti in sospeso relativi all’articolo 6 degli Accordi di Parigi, il taglio del 45% delle emissioni entro il 2030 ed alcuni provvedimenti relativi allo stop della deforestazione. Ma a quasi un mese dalla chiusura dei lavori cosa sta accadendo?

Intanto la deforestazione in Amazzonia ha raggiunto il suo record peggiore degli ultimi quindici anni superando il +22%, i livelli delle emissioni di anidride carbonica invece sono tornate a quello che erano prima dello stop totale dovuto alla pandemia e sono destinate a crescere ancora con la Cina che è responsabile di circa un terzo del totale. Secondo i laboratori americani del NOAA siamo a 419,13 parti per milione (ppm) di biossido di carbonio contro i 417,9 del 2019. Purtroppo, questi e molti altri dati ci fanno fare i conti con la realtà e ci riportano al presente, mentre ancora parliamo di come affrontare la sfida del cambiamento climatico davanti advertisement una tazza di tè. Ci restano sette anni per invertire rotta e per questo motivo abbiamo ancora speranza, ma ognuno di noi deve prendere in mano con responsabilità il proprio futuro e fare la propria parte, che sia nelle piazze mettendo sotto pressione i governi, che sia riconvertendo la propria azienda piuttosto che la propria routine quotidiana in famiglia. Dipendiamo gli uni dagli altri, proprio come nel caso della pandemia da Covid-19 e onestamente sono stufa di partecipare ad incontri istituzionali e non, dove su quattro appuntamenti, in tre non si cita neanche la parola ambiente e in uno si dice che: “Tanto tutti inquiniamo”. Si parla di affari, si parla di investimenti, si parla di produzione in maniera totalmente cieca senza calcolare un piccolissimo particolare, ossia il rischio che si sta correndo dato che molto probabilmente nel giro di qualche anno lo situation del paese cambierà totalmente e con esso anche le anelate possibilità di profitto che portano con sé gli accordi che ci si affanna a chiudere. Ciò senza aprire il tema dei diritti umani, della salute, dei rischi che tutti corriamo anche a casa nostra …
Federica Gasbarro: Laureata in Scienze biologiche, scrittrice, Green influencer

18 dicembre 2021 (modifica il 18 dicembre 2021|12:56)

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