«Tante coppie non hanno figli perché non vogliono, o ne hanno uno e non di più, ma hanno due bei cani e due gatti che occupano il posto dei figli. Questo rinnegare la maternità e la paternità ci diminuisce, ci toglie umanità»: le parole del Papa, pronunciate lo scorso 5 gennaio parlando a braccio durante la prima udienza generale del nuovo anno, hanno suscitato un vespaio di polemiche, sui social e fra le associazioni animaliste.
Secondo il presidente della Lav, Gianluca Felicetti, «è brutto mettere sempre in alternativa umani e altri animali. Peraltro la maggior parte di cani e gatti vivono in famiglie con figli!». Ancora più dura la replica dell’Enpa: «Le coppie accolgono con amore anche le piccole vite, come fa ogni persona di buon cuore. Santità, guardi alla Chiesa che alleva eserciti di suore e preti votati alla non riproduzione e che in genere sono ostili agli animali!». L’Oipa, infine, ricorda al Papa «gli enormi sacrifici che i volontari sopportano pur di salvare vite altrimenti ignorate dalle autorità e dalle istituzioni» e aggiunge che «chi sente che la vita è sacra ama la vita al di là delle specie».
Non è la prima volta che il Papa si esprime in questi termini: lo aveva già fatto in una lontana intervista, quand’era vescovo di Buenos Aires, e lo ha ripetuto altre volte, per esempio rispondendo alle domande dei fedeli, nella basilica di San Giovanni in Laterano, in apertura del convegno sulla famiglia promosso nel giugno 2016 della diocesi di Roma: «Oggi l’Italia ha un tremendo calo delle nascite, credo che l’indice demografico sia sotto zero. Tutto è cominciato con la cultura del benessere vent’anni fa. Ho conosciuto tante famiglie che preferivano avere dei gatti o un cane a casa piuttosto che fare un figlio, perché fare un figlio non è facile e poi bisogna portarlo avanti…».
Non spetta a me difendere Papa Francesco, anche se è indubbio che il calo demografico in Occidente sia un fenomeno con cui fare i conti, così come è vero che – indipendentemente dalla maternità e dalla paternità – un certo numero di umani sviluppa nei confronti degli animali da compagnia un attaccamento a volte morboso, e probabilmente squilibrato. Ma, che ci sia o no un nesso fra il fare meno figli e l’adottare più cani e gatti, il punto su cui riflettere a me sembra un altro: che ne pensano gatti e cani del nostro affetto verso di loro? Sebbene il Papa non sia un etologo cognitivo, il senso delle sue parole riveste un grande interesse, e coglie un elemento di verità.
Dal punto di vista degli animali – che è poi l’unico che dovrebbe interessarci, quando scegliamo di vivere con loro – il rapporto con noi umani non ha nulla a che fare con quello di un figlio verso i genitori (o i nonni, o gli zii), per la buona e semplice ragione che cani e gatti non sono bambini (né pupazzi). Eppure spesso li trattiamo così: non soltanto li vezzeggiamo e li coccoliamo, ma c’è chi li porta sempre con sé in una borsetta o in uno zaino, chi li infiocchetta di cappottini e cappucci, chi spende una fortuna per cibi tanto apparentemente raffinati quanto artefatti, pieni di additivi e lontanissimi da ciò che un carnivoro con quattro canini tanto splendidi quanto affilati può desiderare, chi compulsivamente li lava e li profuma (cancellandone così l’odore, che nella comunicazione animale è essenziale), chi li fa mangiare con sé a tavola e persino al ristorante (mi è capitato di assistere a questa scena neanche un mese fa), chi li porta a spasso in braccio anziché farli correre liberi… e si potrebbe continuare a lungo.
I gatti e soprattutto i cani si abituano a tutte, o quasi, le bizzarrie dei loro compagni umani, e dunque non si può parlare in questi casi di maltrattamenti: e tuttavia poco ci manca, se prendiamo come riferimento non le nostre nevrosi, ma il benessere degli animali. I quali hanno certamente bisogno di affetto – sono mammiferi come noi –, ma hanno anche, e soprattutto, bisogno di vivere come cani e come gatti: hanno bisogno di correre, di sporcarsi, di cacciare, di fare la lotta, di arrampicarsi, di dilaniare un pezzo di carne o masticare un osso, di rotolarsi nel fango, di scomparire alla nostra vista per un po’, di esplorare il mondo anche senza di noi. Il rapporto con i nostri animali da compagnia può essere, e spesso è, strettissimo, ma deve vivere di autonomia e rispetto reciproci, di mutuo riconoscimento della propria diversità. Un cane sa perfettamente di non essere un umano: com’è possibile che molti umani non sappiano che un cane è un cane?
8 gennaio 2022 (modifica il 8 gennaio 2022 | 16:09)
In vendita gli oggetti di seconda mano messi a disposizione di NextGen Unicef Italia da personalità del mondo della moda, spettacolo e industria per aiutare i bambini vulnerabili nel mondo
Le scarpe di Cristiana Capotondi e la borsetta di Claudia Gerini. Poi la maglia del Milan di Ennio Doris e il giubbotto di Leonardo Maria Del Vecchio. Oppure i pantaloni di Margherita Missoni. Attori, imprenditori, stilisti, influencer, aziende si mettono a disposizione. Molti i nomi famosi in campo che hanno offerto i loro oggetti da vendere online per raccogliere fondi e aiutare i bambini e gli adolescenti vulnerabili nel mondo. In particolare ai più giovani in Afghanistan con l’obiettivo di supportarli nella loro attività scolastica.
L’asta dei vip è organizzata dalla Community di NextGen Unicef Italia. «Bzr – Same but different», il temporary e-market di oggetti di seconda mano, avrà una durata limitata: iniziata il 10 gennaio proseguirà fino al 4 febbraio sul sito www.unicef.it/bzr. Per il primo lancio sono messi in vendita circa 300 prodotti donna, uomo e maison dei più noti marchi della moda: capi, accessori e oggetti di lusso, offerti a prezzi accessibili al pubblico e donati da privati o da aziende che «hanno creduto nel progetto – spiegano gli organizzatori – e hanno scelto di destinare i loro prodotti a questo nuovo e-commerce che unisce economia circolare e fine solidale per dare vita a una modalità di acquisto ancora più di valore».
Il ricavato della vendita su Internet sarà devoluti per supportare i programmi dell’Unicef a sostegno dell’emergenza in Afghanistan, con l’obiettivo di fornire tutto il materiale scolastico necessario per un anno per oltre 9.200 bambine e bambini che potranno continuare a studiare. «Nel corso del 2022 saranno previsti ulteriori drop, campagne di raccolta fondi limitate nel tempo, in cui verranno aggiunte nuove categorie di prodotti, ad esempio bambino e beauty. Ogni drop supporterà una causa diversa: da Covax per garantire un accesso equo e globale ai vaccini contro il Covid-19, all’educazione delle bambine e delle ragazze in Niger a Winterization, il programma per proteggere i più vulnerabili che vivono in alcune delle aree tra le più fredde del mondo».
A ideare l’e-market solidale è stata Ilaria Norsa, imprenditrice e stylist 37enne, che ha rivolto un ringraziamento oltre al gruppo NextGen Unicef a quanti hanno supportato il progetto: «Da Umberto Tolino, professore di Design al Politecnico di Milano e ai suoi studenti Andrea Pronzati e Marco Valli per la creazione dell’identità grafica, Tommaso Vecchi per gli scatti fotografici, il team e i volontari Unicef Italia e naturalmente tutti gli amici e i brand che hanno risposto all’appello, donando al nostro e-market».
11 gennaio 2022 (modifica il 11 gennaio 2022 | 06:40)
Il presidente dell’Istituto Mario Negri: «Non possiamo seguire la via inglese, loro sequenziano molto le varianti, noi no. È difficile prevedere il picco»
Professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, abbiamo superato i due milioni di contagi. Il picco potrebbe essere vicino? «È impossibile prevederlo, per un semplice motivo: non sequenziamo abbastanza il virus. In Italia convivono due varianti, Delta e Omicron. Una terza, individuata nel Sud della Francia (Ihu, il cui paziente zero è un viaggiatore proveniente dal Camerun, ndr), potrebbe arrivare a complicare ulteriormente il quadro. In questo momento non sappiamo quanti dei contagi, dei ricoveri e dei decessi per Covid vadano ascritti a Delta o a Omicron. L’incertezza non consente di fare previsioni sul raggiungimento del picco e la successiva discesa dei casi».
In Inghilterra i contagi sono in calo da sei giorni (dopo aver superato quota 200 mila in 24 ore), nonostante il «piano B», ovvero poche restrizioni per non penalizzare l’economia. È una strada percorribile? «Non possiamo fare un confronto con il Regno Unito, dove è stato istituito fin dall’inizio della pandemia un consorzio di università e centri di ricerca che ha sequenziato quasi 2 milioni di genomi di Sars-CoV-2. Così facendo si conosce in tempo reale l’arrivo di una nuova variante e la sua diffusione e qualunque decisione può basarsi su una conoscenza dell’andamento epidemiologico. In Italia tutto questo non avviene: l’attività di sequenziamento è insufficiente, soprattutto alla luce delle nuove varianti».
A dicembre Omicron era al 28% di diffusione: potrebbe già essere dominante, come accaduto in altri Paesi? «Sarebbe utile saperlo, ma mancano i dati. Possiamo quindi limitarci ad alcune considerazioni: visto l’elevato livello di contagiosità, presumiamo che Omicron scalzi Delta. Per quel che sappiamo oggi, sarebbe un cambio vantaggioso, dato che Omicron sembrerebbe meno aggressiva della variante precedente. Ma è davvero difficile formulare ipotesi perché siamo in una fase di rapido mutamento e i fattori in gioco sono tanti e complessi».
Per esempio? «Un elemento importantissimo è il livello di consapevolezza delle persone: non siamo in una situazione di normalità e chiunque – anche se vaccinato o guarito – deve fare il possibile per non infettarsi. Bisogna evitare qualsiasi assembramento non strettamente necessario, penso per esempio al campionato di calcio. E lo dico da tifoso».
Quanto incidono i vaccini? «Più che altro dobbiamo riflettere sull’impatto dei non vaccinati: tra loro ci sono 4 milioni di ultra 50enni e tutti i bambini sotto i 5 anni (per i quali non c’è ancora un vaccino, ndr). A costoro vanno aggiunti i soggetti che per vari motivi, nonostante l’immunizzazione, non sviluppano una risposta immunitaria sufficiente per la protezione dalla malattia (circa il 10%). Facendo un calcolo un po’ a spanne, parliamo di 10 milioni di persone suscettibili al virus in Italia. Non sappiamo quanti di loro abbiano avuto un’infezione asintomatica e quindi, pur senza lo status ufficiale di guariti, godano di una certa protezione».
I ricoverati per Covid sono oltre 16mila e 1.600 i pazienti in terapia intensiva. I farmaci antivirali potranno limitare la pressione sugli ospedali? «Per ora è disponibile solo la pillola prodotta da Merck, che come sappiamo ha un’efficacia del 30% e deve essere somministrata all’inizio dei sintomi. La terapia è indicata per i soggetti fragili, ad elevato rischio di malattia grave o decesso: pazienti oncologici in terapia, trapiantati, soggetti con patologie che compromettono il sistema immunitario. La speranza è che arrivi un antivirale efficace in tutte le fasi di Covid, con la stessa azione di un antibiotico nelle infezioni batteriche, per capirsi. Diversi gruppi di ricerca nel mondo stanno lavorando per mettere a punto una cura del genere, che potrebbe essere davvero risolutiva».
Quali sono le cose più urgenti oggi? «Primo, spingere le vaccinazioni. Credo che sarebbe giusto introdurre l’obbligo dai 5 anni in su. Secondo, sequenziare molto di più il virus per avere un quadro preciso della diffusione di Omicron e cogliere immediatamente l’eventuale arrivo di nuove varianti. Terzo, mantenere le protezioni personali ed evitare possibili occasioni di contagio. C’è poi un impegno fondamentale che spetta agli Stati e alle istituzioni: proteggere le aree a basso reddito. In Africa solo il 9,5% della popolazione è vaccinato con ciclo completo. Se continuiamo a far circolare il virus si formeranno altre varianti che, con lo spostamento di persone, arriveranno anche nei Paesi con coperture vaccinali elevate. Lo stiamo già vedendo».
11 gennaio 2022 (modifica il 11 gennaio 2022 | 14:56)
Antonio De Marco, fondatore della struttura: «Dal 1990 offriamo rifugio e cure ad animali provenienti dalle più diverse situazioni. Anche in mancanza di un chiaro riferimento normativo»
«Abbiamo iniziato la nostra avventura 30 anni fa, quando ci siamo trasferiti in campagna, dando ospitalità ad alcune civette e piccoli rapaci. Poi, ci siamo più fermati, e oggi sono più di 300 gli animali presenti nella nostra struttura». Così Antonio De Marco, biologo ed ecologo del Cnr — ora in pensione —, fondatore del Parco Faunistico Piano dell’Abatino (situato a Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti), racconta la storia di una struttura unica in Italia che dal 1990 offre rifugio e cure ad animali provenienti dalle più diverse situazioni. All’iniziale attività di recupero di animali selvatici della fauna autoctona, si è aggiunta con il tempo l’ospitalità ad animali esotici, vittime non solo del commercio illegale di esseri viventi, ma anche di serragli e altre forme di sfruttamento, o dismessi da laboratori di sperimentazione.
Recupero e rifugio
«Oltre al centro di recupero per animali in difficoltà, che non possono momentaneamente rimanere nel loro ambiente naturale siamo dotati anche di un “santuario”, un rifugio permanente per tutte le specie che non possono più essere rilasciate in natura, che si tratti di autoctoni o esotici — racconta —. Un elemento, questo, che in Italia crea non poche difficoltà burocratiche: mentre, infatti, per la fauna autoctona ci si riferisce alla legge 157 (11 febbraio 1992), che detta norme generali per la protezione della fauna omeoterma e la disciplina della caccia, per il recupero della fauna esotica non esiste un riferimento legislativo preciso nemmeno a livello europeo. I centri di riferimento come il nostro, però, non possono che farsi carico di animali che si trovano in difficoltà e questo implica un aggravarsi delle difficoltà economiche e la difficile e continua ricerca di aiuti e sostentamento connessa alla ricerca di spazi sempre più grandi per poter offrire ai nostri “amici” una giusta sistemazione».
Al personale fisso — dal consiglio direttivo che si occupa della programmazione della struttura a quello veterinario — si aggiungono i volontari del Servizio civile universale (Scu) e dei Corpi europei di solidarietà, a cui «presto si accompagneranno anche alcuni ragazzi migranti all’interno di un nuovo progetto che abbiamo messo a punto, finanziato dalla Regione Lazio», aggiunge, ricordando anche l’importante ruolo della moglie microbiologa, del figlio veterinario e della figlia primatologa. Insomma, una famiglia dedicata alla cura e salvaguardia degli animali. Il Parco — chiuso al pubblico — ha anche una specificità nell’approccio: «Sosteniamo una visione differente da quella che classifica alcuni gruppi di animali come “alieni invasivi” da eradicare, come recentemente accaduto quando il Parco Naturale dell’Arcipelago Toscano aveva preso la decisione – poi per fortuna sospesa – di fare abbattere gli esemplari di mufloni presenti sull’Isola del Giglio», ricorda De Marco. In ogni specie presente, «noi vediamo un possibile arricchimento, un ampliamento della biodiversità, indipendentemente dalla sua origine aliena o autoctona».
La storia dei mufloni in Toscana
Una storia, quella dei mufloni, che è stata «affrontata con un approccio profondamente sbagliato. L’areale di questa specie è proprio quella del Mediterraneo: non a caso in Corsica sono protetti e in Sardegna salvaguardati. Nel caso specifico dell’Isola del Giglio, prima li abbiamo portati qui con progetti di conservazione, e ora non li accettiamo più». Attraverso lo sconsiderato uso di un «linguaggio militaresco, poco scientifico e molto sensazionale, tra gli anni ‘60 e ‘90 del secolo scorso è stato un succedersi di articoli sulle invasioni aliene considerate, la seconda causa dell’erosione della biodiversità, considerazioni ampiamente riviste dalla letteratura più recente. Oggi, abbiamo davanti agli occhi che non sono gli animali cosiddetti alieni o autoctoni la causa di questa perdita, ma i mutamenti climatici e i comportamenti umani», riflette. Insomma, «quando qualcosa non ci piace gli mettiamo un’etichetta, nel caso specifico quella di “alieno invasivo”, dietro la quale si nasconde spesso una campagna di sterminio. In fondo, anche noi umani storicamente quando abbiamo deciso di distruggere una popolazione l’abbiamo prima denigrata. Oggi si sente spesso dire che gli animali non hanno sentimenti, non sono senzienti, sono oggetti. Tutte cose false. Ci appelliamo a presunte posizioni darwiniane che farebbero rabbrividire lo stesso Darwin». Il centro è calato in questa realtà di cambiamento: «Attenendoci alla norma non potremo tenere gli “alieni invasivi”, ma non è pensabile curare solo un certo tipo di animali. Sarebbe come se un ospedale decidesse di curare solo le popolazioni locali! Certo, la burocrazia e l’assenza di risorse pubbliche — sottolinea — è il problema più forte contro cui ci scontriamo, se no potremmo prenderci cura di più animali di quelli che aiutiamo oggi. Forse, quello che anche manca, è una rete di centri come il nostro a livello regionale, comunale, cittadino».
La filosofia della cura
Il Parco è uno dei pochi enti in Italia che, per statuto, non pratica, l’eutanasia sugli animali, anche se questo determina un aumento considerevole dei costi, in termini di strutture e di servizi. «In trent’anni abbiamo applicato l’eutanasia massimo una decina di volte, in casi estremi, quando l’animale aveva una condizione di sofferenza incurabile o pochi giorni di vita. Negli altri casi, attraverso interventi spesso lunghi e cure specializzate, abbiamo sempre offerto ai nostri “amici” una possibilità per riprendersi se non la libertà perduta almeno il diritto di vivere in questo mondo, nel modo migliore possibile. Spesso — chiarisce — tanti pensano che un uccello senza un’ala non possa vivere una vita serena o avere delle interazioni. Ma chi siamo noi per stabilire aprioristicamente il grado di sofferenza di un animale? Per decidere quando la sua vita deve finire? Per affermare che un handicap non gli possa far vivere una vita serene? Tutti gli animali sono uguali, non esistono animali di serie A o di serie B. Non dobbiamo proiettare sui nostri “amici” le nostre sensazioni. Insomma, alla base della nostra filosofia c’è un principio di convivenza con gli esseri che con noi condividono il nostro viaggio sul Pianeta». Gli animali presenti nel Parco hanno — quindi — un’assistenza veterinaria garantita da accordi stipulati con strutture veterinarie specialistiche (CVS, Veterinaria Trastevere), anche se nella struttura sono comunque presenti aree di primo soccorso (infermeria) e, all’occorrenza, è garantita la presenza di personale con diverse professionalità in campo veterinario.
Storie (animali) di speranza
Pensiamo, quindi, «al gabbiano che vive insieme agli altri animali pur in mancanza di un’ala; al miracolo del capriolo arrivato circa 7 mesi con tre fratture a tre arti e una ferita sul quarto, all’altezza dell’articolazione del ginocchio. Uno di questi animali a cui nessuno avrebbe dato una speranza, e che ora — dopo tre operazioni e medicazioni e fasciature quotidiane — oggi cammina e corre. E ancora, ai due barbagianni arrivati anni fa dopo essere stati colpiti da alcuni cacciatori, che ci hanno anche regalato la gioia di due piccoli: Kiara e Gianni. Ci siamo presi cura delle loro uova, un giorno dopo la schiusa, con un programma di svezzamento; o al lupo che non riusciva a sollevarsi da terra ed è stato alimentato con sondini e, in seguito, rilasciato con un radiocollare. E ancora, la volpe Lucio liberata più volte dopo essere guarita dalla rogna e sempre ritornata da noi, il luogo che considera “la sua casa”; o la taccola ritrovata in un ufficio comunale qui vicino, e ora diventata amica dei pappagalli; o le cento scimmie che curiamo e accogliamo. Insomma, ogni storia ci rende fieri di quello che facciamo e ci spinge a continuare nel nostro lavoro e nella sensibilizzazione, anche grazie alle attività che proponiamo di divulgazione tra i ragazzi».
31 dicembre 2021 (modifica il 11 gennaio 2022 | 15:58)
Il Centro di recupero animali selvatici Stella del nord di Calolziocorte, gestito dalla Leidaa, dal 15 marzo al 31 dicembre 2021 ha effettuato centinaia di interventi. «Il nostro impegno? Difendere le specie meno tutelate»
Il piccolo germano Fred era stato trovato con il becco deformato, dopo essere stato detenuto da privati. La volpe Robin Hood era stata recuperata dalla polizia municipale ferita, distesa sul ciglio della strada. Il tasso Bobby, invece, investito e con una zampetta fratturata sarebbe sicuramente morto senza gli opportuni soccorsi. Come loro, sono centinaia gli esemplari presi in carico dal Centro recupero animali selvatici «Stella del nord» di Calolziocorte (Lecco), gestito dalla Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente. Aperta da neanche dieci mesi (15 marzo 2021), la struttura è già diventata il rifugio, e la salvezza, per centinaia di animali dei boschi. «Sulla tutela dei selvatici l’Italia deve compiere un grande salto culturale, per colmare ritardi e sconfiggere un’indifferenza che troppo spesso diventa insofferenza e persecuzione», spiega la presidente dell’associazione, l’onorevole Michela Vittoria Brambilla.
È necessario — chiarisce la parlamentare — «condividere l’urgenza di questa battaglia: tutelare insieme uno straordinario patrimonio di biodiversità che appartiene a tutti e che dobbiamo custodire per le future generazioni». Fondamentali quindi i 4,5 milioni appena assegnati ai Cras nella manovra di bilancio, grazie ad un emendamento promosso dall’intergruppo parlamentare per i diritti degli animali di cui è presidente Brambilla, in un Paese dove l’89 per cento degli habitat terrestri e il 53 per cento della fauna che ci vive sono, conferma l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), «in cattivo stato di conservazione».
«Non possiamo continuare a ignorare, o minimizzare, ciò che sta accadendo agli animali selvatici nei nostri boschi e campagne. L’uomo deve imparare a convivere con tutte le specie e a rispettarne gli habitat, un patrimonio che abbiamo avuto in dote», aveva raccontato l’onorevole al Corriere della Sera , in occasione dell’apertura del Cras di Leidaa, ricordando l’importanza di garantire al nostro Pianeta un futuro, partendo proprio dal rispetto per gli animali. Tutti, non sono quelli domestici. «Si tratta di una struttura di alto livello, sia dal punto di vista degli spazi che delle professionalità, con un’equipe veterinaria d’eccellenza e soprattutto con una filosofia autenticamente animalista. Il che vuole dire curare e accudire tutti gli animali, senza distinzione di specie o di “pregio” naturalistico», ha evidenziato, ricordando come «per scelta noi trattiamo allo stesso modo il passero comune e il più maestoso e raro dei rapaci, il riccio trovato in giardino o il ghiro caduto dall’albero e il cervo o il camoscio. Il nostro cancello è sempre aperto per ogni creatura bisognosa di aiuto».
La fauna selvatica è un patrimonio di tutti, eppure nel nostro Paese è troppo spesso perseguitata. Il nostro obiettivo – conclude Brambilla — «è proteggere e curare tutti gli animali indistintamente. Tra le “missioni” più impegnative mi piace ricordare, in occasione del primo “compleanno” del Cras il recupero di ungulati e di uccelli migratori, le specie forse più minacciate dal bracconaggio». Solo quando, «vedendoli cresciuti e pronti ad affrontare la vita, possiamo dire “vai, sei libero!”, abbiamo davvero la sensazione di aver portato a termine il nostro lavoro. Imparare a conoscere questi pazienti speciali è il modo migliore per accostarsi a un patrimonio di biodiversità troppo spesso dimenticato o solo evocato dai libri di scuola». Non possiamo permettere che gli habitat rischino di impoverirsi e le popolazioni animali di scomparire: «Siamo tutti chiamati ad agire».
10 gennaio 2022 (modifica il 11 gennaio 2022 | 16:02)
di Elena Papa I produttori affermano di utilizzare le informazioni raccolte per personalizzare la qualità dei contenuti, ma i dati vengono venduti a terze parti, società pubblicitarie o servizi di streaming. E, una volta venduti, i dati sono fuori dal controllo del produttore
Chi ha visto il movie Le vita degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, si è reso conto di come i servizi di sicurezza della Repubblica democratica tedesca tenessero sotto controllo oltre 16 milioni di persone con il supporto di più di 200 mila spie, tra dipendenti della Stasi e informatori. Eppure, oggi siamo spiati molto di più di quanto facessero i servizi segreti tedeschi. E se prima temevamo solo il nostro smart device, ora dobbiamo stare attenti anche alla wise television. Uno studio della Northeastern University e dell’Imperial College London ha rilevato che i dati di tv e dispositivi intelligenti vengono inviati all’attività pubblicitaria di Google e a Netflix, anche se le persone non hanno Netflix. Tra le informazioni trasmesse via web ci sono il tipo di televisore utilizzato, la sua localizzazione e gli orari di utilizzo. Ma se fosse solo questo sarebbe quasi indolore. Mentre i dati raccolti, se combinati con le informazioni di altri dispositivi intelligenti come telefoni cellulari, laptop computer e apparecchiature per la domotica -il cosiddetto monitoraggio cross-device– può diventare pericoloso. Cosa fa la smart television con i dati non è molto chiaro. I produttori affermano di utilizzare le informazioni per la “personalizzazione” e la qualità dei contenuti, ma la maggior parte delle volte questo tipo di dati, anonimi o semi-anonimizzati, vengono venduti a terze parti, società pubblicitarie o servizi di streaming. E, una volta venduti, i dati sono fuori dal controllo del produttore.
La cosa più inquietante, a cui si deve prestare attenzione, è il riconoscimento automatico dei contenuti (ACR), spesso attivato per impostazione predefinita, che utilizza tecniche analitiche per identificare video e audio in esecuzione sulla television, confrontandoli con un grande database per identificare ciò che viene riprodotto. ACR funziona su qualsiasi cosa riprodotta sulla television inclusi Dvd e Blu-ray, CD e giochi. Rinunciare a un po’di personal privacy è il prezzo da pagare per far progredire le conoscenze scientifiche. Ma accettiamo di essere messi completamente a nudo? Forse, senza saperlo, l’abbiamo già permesso.
3 febbraio 2022 (modifica il 3 febbraio 2022|20:27)
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci consentirà di elaborare dati quali il comportamento di navigazione o gli ID univoci su questo sito. Il mancato consenso o la revoca del consenso possono influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
La memorizzazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari per il fine legittimo di consentire l'utilizzo di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
The technical storage or access that is used exclusively for statistical purposes.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
La memorizzazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per l'invio di pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su più siti web per scopi di marketing simili.
Commenti recenti