Al through a Milano la call for startup di SkyDeck, l’acceleratore dell’Università californiana di Berkeley

Al through a Milano la call for startup di SkyDeck, l’acceleratore dell’Università californiana di Berkeley

di Giulia Cimpanelli Candidature aperte fino al 28 febbraio. Con SkyDeck, Cariplo Factory e Lendlease le startup europee potranno accedere al programma di uno dei migliori acceleratori della Silicon Valley, che ha aperto la sua sede europea al Mind di Milano

SkyDeck, l’acceleratore dell’Università di Berkeley che ha aperto in MIND Milano Innovation District, il distretto dell’innovazione nato nel 2018 nell’ex area Expo, la sua sede europea, ha aperto insieme a Cariplo Factory e al gruppo internazionale di property, infrastrutture e rigenerazione urbana Lendlease la sua prima call per start-up italiane ed europee per partecipare ai programmi di accelerazione di SkyDeck Europe. Le start-up avranno tempo fino al 28 febbraio per candidarsi a questo link: https://www.f6s.com/batch-14-berkeley-skydeck

Berkeley SkyDeck, Cariplo Factory e Lendlease, poi, procederanno alla valutazione e ai colloqui con le start-up entro il 30 aprile mentre il programma di accelerazione avrà inizio il 2 maggio. Nel corso di questo percorso le startup selezionate avranno la possibilità di confrontarsi con uno dei migliori acceleratori della Silicon Valley, accederanno a un programma di 6 mesi, ai finanziamenti di SkyDeck Europe Fund e avranno anche l’opportunità di presentare il proprio progetto agli investitori durante il Demonstration Day. Le start-up, infine, potranno partecipare al Berkeley SkyDeck Global Development Showcase. Per ulteriori informazioni: https://www.cariplofactory.it/en/skydeck-europe-milano/

La nascita di SkyDeck Europe, Milano — resa possibile grazie al contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo– è volta alla creazione di un specialty ecosistema europeo di imprese innovative e si prefigge di assimilare metodologie per la valorizzazione della ricerca grazie alla collaborazione con l’Università della California e di rafforzare l’ecosistema area mettendo a fattor comune le competenze delle Università e degli incubatori del territorio attraverso un modello di collaborazione diffusa.

SkyDeck combina il tutoraggio pratico con le risorse della sua università di ricerca. Fornisce poi finanziamenti per le start-up attraverso una collaboration pubblico-privata, fornendo ritorni direttamente a UC Berkeley dal Berkeley SkyDeck Fund, un fondo di investimento dedicato supportato da importanti VC istituzionali come Sequoia e Mayfield. Ad oggi, le start-up di SkyDeck hanno raccolto oltre 1,5 miliardi di dollari in totale. Le star-up hanno accesso ai 415 consulenti di SkyDeck, 70 partner industriali e una rete di oltre 510.000 alumni della UC Berkeley. “Siamo entusiasti di portare SkyDeck in Europa. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’enorme crescita della qualità e della quantità di startup europee che si rivolgono a SkyDeck per avere un canale diretto con la Silicon Valley– afferma Caroline Winnett, Executive Director di SkyDeck.– Con il nuovo programma che ha base a Milano possiamo avvicinarci a queste realtà ingenious, offrendo loro l’opportunità di imparare dai nostri migliori programmi, ma senza dover viaggiare fino all’altro lato del mondo”.

“SkyDeck Europe, Milano mira a diventare l’hub di riferimento per le startup di tutta Europa– aggiunge Enrico Noseda, Chief Development Advisor di Cariplo Factory.– Grazie ad advisor di altissimo livello, una solida rete di partner accademici e aziendali e un fondo dedicato, l’acceleratore rappresenterà un game changer per l’ecosistema europeo”.

3 febbraio 2022 (modifica il 3 febbraio 2022|10:01)

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Accordo Nato-Mosca, troppi equivoci sulle trattative che fermarono la guerra

Accordo Nato-Mosca, troppi equivoci sulle trattative che fermarono la guerra

di PAOLO VALENTINO, nostro corrispondente a Berlino

In un saggio della storica Mary Sarotte pubblicato dalla Yale University Press emerge che ci furono solo impegni verbali, mai formali, a non ampliare l’alleanza in quella direzione

«Ma se lei fosse favorevole alla riunificazione tedesca e noi fossimo d’accordo a non spostare la giurisdizione della Nato di un solo pollice verso Est?», disse James Baker a Mikhail Gorbaciov, che lo guardava sorpreso e incuriosito. Il colloquio avveniva al Cremlino il 9 febbraio 1990. Erano i giorni cruciali nei quali si decideva il futuro della sicurezza europea. Il Muro di Berlino era caduto tre mesi prima. L’impero sovietico era scosso dalle fondamenta e Helmut Kohl aveva già lanciato il suo piano dei dieci punti, che avrebbe portato in ottobre alla fine della divisione della Germania. Il segretario di Stato americano era venuto a Mosca, per saggiare ancora una volta le intenzioni del leader sovietico, deciso a vendere care le poche carte che gli restavano in mano.

Impegnato in un vorticoso periplo diplomatico, troppo spesso lontano da Washington per essere in sintonia con l’evoluzione continua del pensiero della Casa Bianca in quei mesi dove la storia subiva continue accelerazioni, Baker però non poteva sapere che l’ipotesi da lui ventilata non rispecchiasse più la realtà. E infatti lo stesso giorno, il presidente George Bush senior mandò un messaggio al cancelliere tedesco, nel quale proponeva per la Germania Est uno statuto speciale in una Germania riunificata membro a pieno titolo della Nato, ma evitava ogni accenno a futuri ampliamenti.

Eppure, il colloquio con Baker fu probabilmente decisivo per convincere un Gorbaciov già vacillante. Il giorno dopo, il 10 febbraio, Helmut Kohl volò a Mosca per il famoso incontro, nel quale il leader sovietico diede il suo via libero alla riunificazione tedesca, ottenendo dal cancelliere la rassicurazione verbale, che «naturalmente la Nato non si allargherà al territorio della Germania Est», dunque nulla in nome e per conto di tutta l’Alleanza.

Sono passati più di trent’anni dalla fine della guerra fredda. Ma risale proprio a quei giorni l’equivoco che ancora oggi alimenta insicurezza e instabilità nel quadrante europeo. Come andò veramente? Ci fu un impegno formale a non ampliare l’Alleanza a Est?

Non è un dibattito soltanto accademico. Come scriveva George Orwell in 1984, «chi controlla il passato controlla il futuro». E a quella frase rimane infatti appesa tutta la narrazione di Vladimir Putin sul presunto «tradimento» dell’Unione Sovietica da parte dell’Occidente, che avrebbe violato l’impegno a non ampliare i confini della Nato. «Non siete partner affidabili, rinnegate ogni accordo precedente e avete schierato la vostra infrastruttura militare alle nostre frontiere», ha più volte ripetuto il capo del Cremlino, chiedendo «garanzie di lungo periodo per la sicurezza della Russia», non ultima l’esclusione di ogni ipotesi d’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Pochi studiosi hanno analizzato la fine della guerra fredda con più accuratezza e rigore di Mary E. Sarotte. In Not One Inch, il suo terzo libro sul tema appena uscito per Yale University Press, la studiosa americana ricostruisce quei momenti fatali, grazie anche agli archivi personali e da poco accessibili di Bill Clinton, George Bush padre, Helmut Kohl e anche di Mikhail Gorbaciov, oltre agli appunti personali e alle lettere di James Baker, Hans-Dietrich Genscher e dell’allora ministro degli Esteri sovietico Eduard Shevardnadze. La tesi di fondo dimostrata da Sarotte è che non ci fu alcun impegno scritto da parte della Nato, né i dirigenti sovietici chiesero mai qualcosa del genere. Ma rimane tuttavia una zona grigia, nella quale ognuno e soprattutto Putin ricostruisce quel passaggio pro domo sua. Il che non esclude, così Sarotte, che gli Stati Uniti commisero errori gravi, che avrebbero anche potuto cambiare il corso degli eventi.

«Il cuore della storia — spiega la studiosa — è come nel corso degli anni Novanta il significato di “non un solo pollice” sia cambiato drammaticamente, passando dalla vaga concessione di Baker alla piena consapevolezza americana di poter non solo vincere ma stravincere la partita strategica con l’Urss». In realtà il cambiamento era già in corso. È un fatto che appena 14 giorni dopo il sì di Gorbaciov, incontrando Kohl a Camp David, il presidente Bush liberò il campo da ogni dubbio quanto a possibili ipoteche sul futuro della Nato: «All’inferno, alla fine abbiamo vinto noi, non loro».

L’errore, tuttavia non fu nella scelta di lasciare la strada aperta a un futuro allargamento della Nato, ma nel modo in cui l’ampliamento venne fatto. Il problema, secondo Sarotte, è che l’hubris americana mise definitivamente da parte una strategia alternativa, sostenuta da una parte dell’amministrazione, che «avrebbe consentito un’affiliazione dell’Ucraina al Patto atlantico accettabile perfino per Mosca». Il modello di riferimento era la Norvegia, il solo membro fondatore della Nato a condividere una frontiera con l’Urss, che pur rimanendo protetta dall’articolo 5, non hai mai ammesso basi, truppe o armi nucleari dell’Alleanza sul suo territorio.

Poco saggio e lungimirante, spiega l’autrice, fu allargare la Nato senza tener conto della realtà geopolitica: «Più l’Alleanza avvicinava la sua intera infrastruttura (basi, truppe e soprattutto armi nucleari) a Mosca, più aumentava il danno al nuovo rapporto di cooperazione con la Russia. Alcuni negli Stati Uniti capirono il problema e proposero un ampliamento per fasi contingentate in modo da minimizzarne l’impatto. Invece trionfarono i fautori di un solo modello buono per tutti. L’errore di Washington non fu quello di allargare la Nato all’Est e all’Est Europa, ma di averlo fatto in modo da massimizzare l’irritazione di Mosca e dar voce ai reazionari russi». Non è un caso che Vladimir Putin, nel 2014, giustificasse l’annessione della Crimea dicendo che era una «risposta necessaria allo schieramento dell’infrastruttura della Nato ai nostri confini». E continua a farlo ancora oggi, mentre ammassa truppe ai confini dell’Ucraina.

Nelle coulisse del libro, una parte gustosa è dedicata anche a Bill Clinton e alle conseguenze geopolitiche del suo affaire con Monica Lewinsky. Al vertice Nato di Madrid del 1997, quello in cui venne deciso il primo allargamento, il presidente americano si «muoveva come un sonnambulo» e appariva completamente disconnesso da quanto accadeva. Sembra che, prima che partisse da Washington, la ragazza lo avesse minacciato di rivelare tutto e ci fosse stato un grosso litigio. Nei mesi successivi, che avrebbero portato al suo impeachment, la situazione peggiorò: «Clinton era distratto, le rivelazioni limitavano il suo spazio di manovra politico, alla fine spendeva più tempo con gli avvocati che con i consiglieri di politica estera, per la totale disperazione del segretario di Stato Madeleine Albright». Quando il testosterone e gli affari di Stato entrano in conflitto. Suona familiare.

5 gennaio 2022 (modifica il 5 gennaio 2022 | 21:47)

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Otto musei, una sola rete

Otto musei, una sola rete

di STEFANO BUCCI, inviato ad Asti

Design condiviso e percorsi comuni: nasce un sistema organico per valorizzare i tesori cittadini. Il progetto è di avvicinare i musei cittadini «per dare valore a ognuno di essi»

Dopo Chagall, Monet e gli Impressionisti, fino al primo maggio le sale del Palazzo Mazzetti di Asti ospitano ora la mostra I Macchiaioli. L’avventura dell’arte moderna, mostra che, attraverso un corpus di circa 90 opere, presenta alcuni capolavori dell’arte dell’Ottocento italiano «dalla macchia al naturalismo», un percorso intrigante fra dipinti celebri e meno noti (perché mai esposti prima). Con opere quali Mamma con bambino (1866-67) di Silvestro Lega, Tramonto in Maremma (1900-05) di Giovanni Fattori, Bambino al sole (1869) di Giuseppe De Nittis accanto a Alaide Banti sulla panchina (1870-75) di Cristiano Banti o Una visita al mio studio (1872) di Odoardo Borrani.

Una bella mostra (che ha raccolto un buon numero di visitatori anche durante la pandemia) che rappresenta una sorta di fiore all’occhiello per il progetto di riorganizzazione recentemente avviato dalla Fondazione Asti Musei con l’intenzione di creare un unico sistema museale costruendo «un network organico». Un sistema in cui gli otto siti museali archeologici della città (Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri, Domus Romana, Torre Troyana, Complesso di San Pietro, Cripta di Sant’Anastasio, Museo Guglielminetti, Museo Paleontologico) sono stati di fatto connessi l’un l’altro all’interno di una trama che invita alla curiosità, allo svelamento, all’esplorazione delle ricchezze artistiche e storiche della città.

L’idea è che, per restare nelle stanze di Palazzo Mazzetti, quello non è solo un museo ma anche un bel palazzo d’epoca barocca che ha ospitato personalità come Giacomo Stuart III (1717), il re di Sardegna Carlo Emanuele III (1727) e Napoleone I (1805). E che nasconde tesori come la Femme di Giacomo Grosso (1895) o l’Incoronazione della Vergine del Maestro di San Martino Alfieri (1503-1504).

Consapevole delle ricchezze (per lo più nascoste) della città, la Fondazione presieduta da Mario Sacco, «ha voluto valorizzare ogni singolo museo, legandoli l’uno all’altro nella stessa narrazione, con un filo rosso che unisce i puntini sulla mappa creando un’immagine unica, accogliente, riconoscibile». Seguendo idealmente le tracce di Baudelaire («In fondo all’ignoto per trovarvi il nuovo» recita l’homepage del sito della Fondazione, museidiasti.com) il progetto accomuna il Pellegrinaggio ad Oropa di Lorenzo Delleani (1895) di Palazzo Mazzetti ai cimeli della casa museo di Vittorio Alfieri, il mosaico pavimentale con pesci della Domus Romana ai 199 scalini della Torre Troyana, il bassorilievo con figure di animali (XII secolo) del Complesso di San Pietro alla stele di fontana a quattro teste (epoca gotica) della Cripta di Sant’Anastasio, i costumi del Museo che accoglie la donazione del pittore e scenografo Eugenio Guglielminetti (1921-2006) ai fossili di cetacei astigiani (balene e delfini) risalenti all’epoca pliocenica del Museo etnografico.

Per comunicare con efficacia la ricchezza e la varietà del proprio patrimonio artistico, la Fondazione Asti Musei ha puntato su un progetto (curato dall’agenzia MSL Italia) che vuole trasmettere la forza e il carattere dei siti museali: avvicinarli l’un l’altro «per dare valore a ognuno di essi» (elemento centrale è il nuovo logo, sotto cui vengono raccolti tutti i siti museali gestiti dalla Fondazione). Un progetto che ha coinvolto l’intero ecosistema di comunicazione: social, cartellonistica, brochure per mostre ed eventi. Con un nuovo design che sarà utilizzato per tutti i materiali di comunicazione della Fondazione, Asti Musei così da poter accogliere turisti e visitatori con un’immagine chiara e riconoscibile.

Il sogno è quello di guidare il visitatore alla scoperta della città, prima attraverso le pagine del sito «che non lo renda mai utente ma piuttosto turista e ospite». Aprendo così la strada a un percorso museale che sappia far scoprire fisicamente Asti: svelandone il dna e quel sommerso fatto di uomini, storie (illustri e no), palazzi, collezioni, musei. Per scoprire che, ad esempio, qui non c’è solo Vittorio Alfieri, ma anche quello zio Benedetto, insigne architetto, che verso la metà del Settecento avrebbe felicemente ristrutturato anche la casa del poeta.

Il network

La Fondazione Asti Musei presieduta da Mario Sacco raccoglie otto siti museali archeologici della città piemontese: Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri, Domus Romana, Torre Troyana, Complesso di San Pietro, Cripta di Sant’Anastasio, Museo Guglielminetti, Museo Paleontologico. Il progetto nasce con l’intenzione di avvicinare i musei cittadini «per dare valore a ognuno di essi». A Palazzo Mazzetti (fino al 1° maggio) è aperta la mostra I Macchiaioli. L’avventura dell’arte moderna. Organizzata da Arthemisia, curata da Tiziano Panconi, la mostra è stata realizzata dalla Fondazione Asti Musei in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, Regione Piemonte e Comune di Asti.

6 gennaio 2022 (modifica il 6 gennaio 2022 | 09:32)

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Una Biblioteca per i tesori dell’arte: ecco la nuova vita

Una Biblioteca per i tesori dell’arte: ecco la nuova vita

di PAOLO CONTI

Al via i lavori per la riconversione dell’edificio che è parte del complesso del Quirinale. Il progetto è firmato dall’architetto Mario Botta: tra spazi interni ed esterni saranno 8 mila metri quadrati, pronti a fine 2024

«Sono molto lieto che l’avvio dei lavori sia stata prima della fine del mio settennato, è una scelta di grande significato. Una grande operazione culturale che dona a Roma un luogo dinamico, di studio che conserva un grande patrimonio culturale e che guarda al futuro. La cultura è l’anima del nostro Paese e rende più rassicuranti le prospettive future, senza cultura ogni altra attività perde significato. Questo complesso sarà una realtà viva del centro della città. Il Quirinale e lietissimo di poter dare un grande contributo al futuro del Paese».

Con queste parole il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inaugurato a Roma i lavori per la trasformazione dello storico Palazzo San Felice, ricco di stratificazioni dal II secolo avanti Cristo a oggi e parte del complesso del Quirinale, nella nuova sede della Biblioteca nazionale di Archeologia e Storia dell’arte. Fino al 2016 ospitava gli alloggi di servizio del personale del Segretariato generale. Poi Mattarella ha deciso di destinarlo a un uso culturale pubblico e la scelta, caldeggiata dal segretario generale Ugo Zampetti, è caduta sulla biblioteca. Il progetto porta la prestigiosa firma dell’architetto Mario Botta, che lo ha donato alla Presidenza della Repubblica. Massimo rispetto degli ambienti (vincolati dal 2019) ma soluzioni razionali e funzionali per studio, lettura, ricerca, incontri culturali e spazi all’aperto. Suggestive le riflessioni di Botta: «Noi abbiamo un compito generazionale, quello di interpretare al meglio la contemporaneità. In architettura, per molto tempo c’è stata una esasperata affermazione della modernità. Oggi c’è una nuova sensibilità. Come dimostra questa operazione, c’è della modernità nell’antico e c’è dell’antichità nel nuovo. Porteremo vita e attualità in un luogo di storia e di memoria».

La Biblioteca nazionale di Archeologia e Storia dell’arte risale al 1875 e nasce come biblioteca della Direzione degli scavi e dei musei. Poi, nel tempo, si è arricchita di materiali librari e archivistici. È l’unica, tra le 46 biblioteche statali, ad essere specializzata in storia dell’arte e archeologia. Un patrimonio sterminato: 400 mila volumi tra cui incunaboli, cinquecentine e seicentine, 3.500 testate di periodici, 20.700 tra incisioni, disegni e fotografie, 66 mila microfiches, 1.600 opere manoscritte e fondi archivistici per più di 100 mila carte. Notevoli i 15 mila volumi lasciati nel 1915 dal principe-studioso Fabrizio Ruffo di Motta Bagnara, il fondo di topografia romana di Rodolfo Lanciani, arrivato nel 1929, i lasciti di Corrado Ricci del 1934. Tutto questo ha allevato generazioni di universitari, studiosi e ricercatori. Gli ambienti di Palazzo Venezia erano da decenni inadeguati e in parte persino inagibili. Molte raccolte erano depositate su soppalchi improvvisati e le chiusure erano sempre più frequenti, come quella durata ben tre anni dal 1990 al 1993 .

Dalla fine del 2024 la Biblioteca avrà 8 mila metri quadrati tra spazi esterni (una «piazza pubblica» come accesso con bar e ristoro, il cortile principale trasformato, con una copertura trasparente, in aula polifunzionale) e spazi interni (scaffalature per 14 chilometri lineari, le raccolte, sale per la lettura, ambienti per mostre). Non solo una biblioteca ma un polo culturale vivo, aperto alla città di Roma, in costante dialogo con le nuove generazioni. Fine lavori fissata al 31 dicembre 2024, 20 milioni di euro di costi a carico del ministero della Cultura, l’Agenzia del Demanio come stazione appaltante: la direttrice Alessandra Dal Verme ha promesso «massimo impegno» per abbreviare e anticipare i tempi.

Presente a distanza (in quarantena precauzionale per un contatto con un positivo) anche il ministro della Cultura Dario Franceschini che ha ringraziato Mattarella «per la centralità che ha dato alla cultura nel settennato della sua Presidenza. La nuova Biblioteca sarà un messaggio al Paese, un luogo stupendo di vita e di attività aperto alla città, non solo di consultazione e di studio ma anche per eventi, per ricerca, di incontro». La coordinatrice dei lavori, architetto Renata Codello, già sovrintendente, oggi segretario generale della Fondazione Cini, parla di una struttura che guarda al futuro «con la capacità di prevedere l’incremento delle collezioni e delle attività per il prossimo ventennio».

21 dicembre 2021 (modifica il 21 dicembre 2021 | 21:13)

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La start-up svedese di corvi spazzini che raccolgono i mozziconi dai marciapiedi

La start-up svedese di corvi spazzini che raccolgono i mozziconi dai marciapiedi

< img src ="https://corriereinnovazione.corriere.it/methode_image/socialshare/bc472b6e-84d6-11ec-93b4-bc4dd8ecb5d9.jpg"alt=""> A Södertäljea, vicino Stoccolma, questi uccelli vengono addestrati per raccogliere e depositare le cicche in una macchina che poi li smaltirà. In cambio guadagnano cibo

Niente intelligenza artificiale, robotic umanoidi, machine learning. In Svezia, gli “spazzini” del futuro sono i corvi. Una startup di Södertäljea, vicino a Stoccolma, addestra questi uccelli per raccogliere, depositare i mozziconi di sigaretta in una macchina che poi li smaltirà: per ogni mozzicone depositato i corvi guadagnano cibo. “Sono uccelli selvatici che partecipano su base volontaria”, ha affermato Christian Günther-Hanssen, il fondatore di Corvid Cleansing.
La Keep Sweden Tidy Structure ha dichiarato che ogni anno nelle strade svedesi vengono gettati più di 1 miliardo di mozziconi di sigaretta, pari al 62% di tutti i rifiuti. Södertälje spende 20 milioni di corone svedesi (1,7 milioni di euro circa) per la pulizia delle strade. Günther-Hanssen stima che il suo metodo potrebbe far risparmiare almeno il 75% dei costi legati al ritiro dei mozziconi di sigaretta in città.La città di Södertälje sta portando avanti un progetto pilota prima di implementare potenzialmente l’operazione in tutta la città, con la salute degli uccelli come obiettivo primario.Ma perché proprio i corvi? Secondo uno studio del 2014, i corvi hanno mostrato capacità di ragionamento equivalenti a un young child umano di età compresa tra 7 e 10 anni.” Sono i più facili da addestrare e c’ è possibilità che imparino gli uni dagli altri. Allo stesso pace, il rischio che mangino erroneamente immondizia è molto basso”, conclude Günther-Hanssen. 3 febbraio 2022(modifica il 3 febbraio 2022|20:14)© RIPRODUZIONE

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