Industria conciaria, contributi a fondo perduto

Industria conciaria, contributi a fondo perduto

Sabato, 08 Gennaio 2022 Giorgetti,”

supportiamo ripartenza di una filiera del made in Italy”< img src ="https://www.mise.gov.it/images/stories/images/ministero-alberi-169.jpg"alt="Giorgetti alla fiera MICAM"/ > Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto che rende operativa l’erogazione di contributi a fondo perduto per 10 milioni di euro in favore dell’industria conciaria.

“L’industria conciaria italiana, con le take legal action against imprese distribuite nei vari distretti produttivi, è un importante settore per le produzioni del made in Italy, dalle calzature all’arredamento ma anche nell’ambito dell’automobile”, dichiara il ministro Giorgetti.”Il Mise – aggiunge – sostiene con contributi a fondo perduto il settore per supportare la ripartenza di questa filiera che, dopo le sofferenze dell ‘em ergenza Covid, ha visto nel 2021 i primi segnali di ripresa ma che adesso deve fronteggiare anche il fenomeno dell’aumento dei prezzi delle materie prime, sul quale il Governo è impegnato a trovare soluzioni che siano funzionali a ridurne l’impatto”.

La misura è destinata alle imprese appartenenti advertisement un distretto conciario sul territorio nazionale che presentano, singolarmente o in modalità integrata di filiera, progetti d’investimento in grado di accrescere la competitività attraverso l’introduzione di processi produttivi digitali e innovazioni di prodotto.

Sono ammissibili alle agevolazioni le spese complessivamente non inferiori a 50 mila euro e non superiori 200 mila euro, che includono anche attività di ricerca industriale o sviluppo sperimentale, nonché garantire la sostenibilità ambientale degli investimenti. La soglia massima delle spese ammissibili si innalza invece a 500 mila euro per progetti integrati di distretto che presentano determinate caratteristiche.

Il decreto, firmato anche dal ministro dell’Economia e delle finanze, è stato inviato alla Corte dei Conti per la registrazione.

Con un prossimo provvedimento ministeriale verranno invece definiti i termini e le modalità per richiedere il contributo a Invitalia, che gestirà la misura per conto del Mise.



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Celebriamolo il secolo di Pier Paolo Pasolini nel giorno della

Celebriamolo il secolo di Pier Paolo Pasolini nel giorno della

di CLAUDIO MAGRIS

La proposta di Claudio Magris: tra le date per ricordare lo scrittore a cent’anni dalla nascita, scegliamo il 16 giugno in cui uscì la poesia sugli scontri del 1968 tra contestatori e polizia. I versi sui quei momenti di lotta fecero scandalo

L’anno prossimo ricorre il centenario della nascita di Pasolini. Tra le possibili date per ricordarlo, senza troppo ossequio all’anagrafe, si potrebbe scegliere qualche giorno particolarmente significativo della sua vita e della sua opera. Ad esempio il 16 giugno, perché in quella data, nel 1968, Pasolini pubblicava la famosa poesia sugli scontri di Valle Giulia, a Roma, fra i giovani contestatori del Sessantotto e i poliziotti della Celere. La poesia fece scandalo — cosa non rara quando si trattava di prese di posizione di Pasolini su grandi questioni epocali. Ad approvare i marciatori furono soprattutto i benpensanti, convinti, come gli stessi studenti in corteo, di essere progressisti e culturalmente avanzati e ignari — il poeta fu tra i primi ad accorgersene — di mettersi al servizio del Capitale, di una forma di capitalismo, «abito all’inglese e battuta francese».

Si può marciare per i più diversi motivi. In quella marcia a Valle Giulia i sessantottini dalle facce «da figli di papà» — «lo stesso occhio cattivo […] prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati, buona razza che non mente», scrive il poeta — fanno a botte con i poliziotti. «Io simpatizzavo con i poliziotti», scrive lui, «perché sono figli di poveri». Paradossalmente, sono i poliziotti che gli sembrano umanamente simili alle persone che marciavano per occupare non università ma semmai fabbriche, in un tempo in cui il Partito comunista non aveva ancora iniziato a trasformarsi in un movimento radicaleggiante di massa, preoccupato di difendere più il diritto a succhiarsi il pollice — anch’esso sacrosanto, beninteso — che il lavoro e le condizioni dei lavoratori. Ricordo che molti anni fa sior Carmelo, il portinaio dello stabile di via del Ronco 6 a Trieste, dove abitavo, il Primo Maggio si metteva un abito decoroso, giacca e cravatta, per unirsi al corteo del Partito. Una lezione di rispetto — di quel rispetto che, in un Paese civile, dovrebbe caratterizzare la lotta politica anche dura.

In anni e in forme diverse Pasolini e d’Annunzio hanno vissuto, denunciato e fatta propria — nel corpo, nei loro sudori, nelle loro pulsioni spesso narcisiste e degradate — la radicale trasformazione dell’uomo avvenuta nella loro epoca e che sta avvenendo e avverrà con sempre maggiore violenza, una violenza spesso inavvertita perché vissuta come reazione naturale.

Con una contraddizione lacerante Pasolini si rende conto che quei poliziotti figli di poveri che sente umanamente vicini sono storicamente in torto, perché si oppongono a quello che è, in quel momento, il corso del mondo al quale, senza rendersene conto, il Sessantotto in marcia coopera e che promuove. Una nuova forma del capitalismo e della società del consumo, che i contestatori credono di combattere e di cui sono l’avanguardia, contribuendo a distruggere o a indebolire le istituzioni e i valori che potrebbero esser un piccolo argine al suo trionfo globale. In quel momento Pasolini sa che quegli studenti rappresentano il nuovo e che, a prescindere dalla sua antipatia per quel nuovo, opporsi al Corso del mondo è anche una cecità davanti al cambiamento. Ma è un cambiamento, secondo Pasolini, che distrugge ogni senso del sacro.

Si pensi alle posizioni assunte da Pasolini, che sorpresero i suoi amici radicali, sul referendum sul divorzio e soprattutto sull’aborto. Pasolini, dopo l’esito del referendum sul divorzio, si rallegra della sconfitta di Fanfani e della sua parte politica e che il divorzio non sia stato abrogato, ma coglie e respinge il tono della gran parte della maggioranza vittoriosa, che ha votato come lui ma sostanzialmente per altri motivi ossia non per liberare tante persone da situazioni insostenibili o assurde ma per declassare anche sentimenti e legami fondamentali — l’amore, il matrimonio, la maternità, la paternità — a beni sostituibili come ogni bene di consumo. «È stata la televisione — scrive — che di fatto ha convinto gli italiani a votare “no” al referendum».

E nelle sue parole sull’aborto Pasolini non ignora certo il dramma e la sofferenza delle donne, oltretutto iniquamente considerate dalla vecchia legge le uniche responsabili — motivo di per sé più che sufficiente per considerare ingiusta la legge che colpiva soltanto loro — ma sa anche che l’individuo esiste in ogni istante della sua vita, è sempre lui o lei in ogni fase della sua parabola.

Ho conosciuto poco Pasolini, sostanzialmente quando lavoravamo insieme all’antologia Il non tempo del mare di Biagio Marin, «questo benedetto settantenne di dieci anni», come diceva Pasolini. Allora quegli anni anagrafici di Marin, contraddetti dalla sua vitalità, mi sembravano molti; ora molto meno.

Quegli studenti di Valle Giulia che non piacevano a Pasolini contestavano le regole, non solo quelle del mondo e della scuola in cui erano cresciuti, ma le regole di per sé. Non riflettevano che le regole, contrariamente a ciò che si dice, sono di sinistra; non a caso l’attacco frontale allo Stato sociale e ai diritti dei lavoratori ha vinto con la distruzione delle regole, la deregulation di Reagan o la politica della Thatcher. Un calzante elogio di Pasolini lo ha formulato Sciascia, definendolo «fuori del tempo» ossia non ideologico. Oggi sembra quanto meno scorretto augurare Buon Natale; ma forse è ancora legittimo lamentare, con un verso di Biagio Marin, «fa solo e sempre sera/ e mai, mai più Nadal».

Il volume Garzanti. Le lettere ritrovate.

L’epistolario di Pier Paolo Pasolini, per la prima volta in forma completa. Lo raccoglie il volume Le lettere , a cura di Antonella Giordano e Nico Naldini (scomparso nel 2020), appena uscito per Garzanti nella collana «I libri della Spiga» (pp. 1.500, euro 60). Il libro integra il corpus finora noto con oltre 300 lettere inedite, ritrovate negli archivi di fondazioni, biblioteche e istituti culturali, e presso i destinatari e i loro eredi. Tra gli inediti, lettere a Elsa Morante, Giuseppe Ungaretti, Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani.

12 dicembre 2021 (modifica il 14 dicembre 2021 | 20:31)

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Una nuova vita (all’estero) per l’Orchestra dell’Afghanistan

Una nuova vita (all’estero) per l’Orchestra dell’Afghanistan

di Viviana Mazza

L’arrivo a Lisbona di quasi 300 persone, dopo quattro mesi di tentativi che hanno coinvolto politici americani e portoghesi, il Qatar e il violoncellista Yo-Yo Ma

L’orchestra afghana è arrivata l’altro ieri a Lisbona, la sua nuova casa. La direttrice Negin Khpalwak, la più nota delle sue musici ste , era già stata evacuata negli Stati Uniti subito dopo la caduta di Kabul nelle mani dei talebani lo scorso 15 agosto. Dopo molte peripezie, altre 273 persone, tra cui 150 studenti e studentesse, familiari e insegnanti dell’Istituto Nazionale di Musica di Kabul sono state finalmente messe in salvo negli ultimi due mesi, attraverso cinque diversi voli atterrati inizialmente a Doha, in Qatar. E lunedì sono giunte a Lisbona, dove riceveranno asilo politico. È stata la più grande operazione di evacuazione di un’unica comunità di afghani da agosto.

L’atterraggio

Il fondatore dell’Istituto, Ahmad Sarmast, che si trovava in Australia quando Kabul è caduta, era sulla pista dell’aeroporto di Doha ad attendere l’atterraggio dell’ultimo volo pochi giorni fa. Solo allora è scoppiato in lacrime. Ce l’avevano fatta. Lacrime di gioia perché ora potrà dare a quei giovani musicisti afghani l’opportunità di continuare i loro studi all’estero. Lacrime di dolore perché il suo sogno di mantenere viva la musica sia tradizionale che occidentale in patria è durato solo pochi anni. Sul cellulare Sarmast conserva le foto di un pianoforte e di una chitarra dell’Istituto fatti a pezzi; i talebani hanno negato di averne ordinato la distruzione e hanno assicurato che proteggeranno gli strumenti, ma li hanno messi sottochiave. Nell’Istituto ora regna il silenzio.

La viola di Marzia

I talebani hanno occupato le stanze dove ragazzi e ragazze si esercitavano al flauto come al sitar, mischiando melodie occidentali e orientali, mentre il divieto contro la musica pop ha costretto molti intrattenitori a nascondersi. Lo scorso 15 agosto studenti come Marzia Anwari, violinista e conduttrice d’orchestra diciottenne, sono corsi via lasciando indietro gli strumenti per paura, poiché i talebani erano già davanti all’Istituto.

Il piano di Sarmast

Il piano di Sarmast, che fondò questa scuola a Kabul nel 2010, è ora di ricrearla in Portogallo: farà parte di un più ampio centro per la cultura afghana con sede a Lisbona. Il musicologo 59enne, che fu già esule una volta, quando i talebani controllarono il Paese tra il 1996 e il 2001 e bandirono la musica, ha fatto di tutto per permettere l’evacuazione dei suoi studenti e insegnanti. Nonostante i talebani non abbiano emanato un editto formale come allora, Sarmast spiega che quelle famiglie vivevano nel terrore: alcuni avevano bruciato i diplomi e distrutto gli strumenti temendo una perquisizione.

La fama e le minacce

L’Istituto era diventato un simbolo, la sua orchestra femminile Zohra si era esibita in tutto il mondo. Alla fama si erano accompagnate le minacce già negli anni passati; lo stesso Sarmast era rimasto ferito in un attentato durante un concerto. Il musicologo ha contattato il dipartimento di Stato e parlamentari sia democratici che repubblicani in America, politici in Germania e in Portogallo. I quasi 300 membri dell’Istituto sarebbero dovuti partire entro agosto, quando gli americani ancora controllavano l’aeroporto di Kabul, ma nel giorno in cui era stato garantito loro il posto su un volo non riuscirono a superare il checkpoint talebano: un comandante si era addormentato e i suoi sottoposti si rifiutarono di svegliarlo. Poche ore dopo, per timore di un nuovo attentato di Isis-K gli americani chiusero l’accesso allo scalo. Sarmast ha continuato a bussare ad ogni porta, si è rivolto tra gli altri al violoncellista Yo-Yo Ma che ha chiesto aiuto al Qatar a metà settembre: è iniziato così un lungo braccio di ferro diplomatico con i talebani insieme all’incubo burocratico di procurare i documenti a centinaia di persone. In Qatar gli studenti hanno ricevuto nuovi strumenti, che stringevano a sé all’arrivo a Lisbona. «I talebani non zittiranno il popolo afghano», giura Marzia. «È impossibile».

14 dicembre 2021 (modifica il 15 dicembre 2021 | 09:02)

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Solo gli studenti italiani non scrivono niente fino alla tesi

Solo gli studenti italiani non scrivono niente fino alla tesi

di Chiara Berra*

Lettera di una laureata in Filosofia: «Alla fine del triennio ci si accorge di aver imparato solo a ripetere quello che si è studiato, senza aver mai prodotto un pensiero originale. E’ ora di adottare un sistema misto, in cui all’esame sia richiesto di portare anche degli elaborati come accade negli altri Paesi»

Lo studente italiano medio iscritto a una facoltà umanistica non scrive. Per meglio dire, non scrive in Università. Se è abbastanza intraprendente scrive per sé, per piacere, o per qualche rivista indipendente gestita con altri studenti. Lo studente medio, possiamo dunque generalizzare, non sa scrivere. Dopo tre anni di studi, lo studente spesso si accorge di non avere imparato che a ripetere il pensiero di qualche illustre filosofo o letterato a memoria. Eppure la sola capacità mnemonica non basta nemmeno per scrivere sul curriculum «pensiero analitico avanzato». È con la scrittura che i pensieri vengono riordinati e il pensiero critico sviluppato, esattamente come un muscolo con il suo specifico allenamento.

Come si può capire se si vuole seguire una carriera accademica universitaria se non ci si mette in gioco fin da subito con la componente produttiva della cultura? Se il primo e talvolta unico saggio che viene scritto è la Tesi di Laurea Triennale? Perché alla fine per poter entrare in accademia di questo si tratta: bisogna scrivere e pubblicare. E la scrittura come ogni altra pratica deve essere allenata e studiata a fondo. Ci sono, è vero, alcuni studenti eccezionali che sono capaci di strutturare un discorso perfettamente argomentato nella propria testa prima che sulla carta, ma sarebbe sbagliato considerare questa come una capacità innata o un prerequisito di ogni studente di materie umanistiche. Sarebbe come pensare che ogni amante dell’arte sia capace di diventare un nuovo Michelangelo solo contemplando e studiando le sue opere.

Consideriamo poi alcuni aspetti più propriamente pragmatici della questione, che dimostrano la necessità di scrivere. Il primo riguarda il caso che uno studente, dopo la laurea, voglia presentare domanda per seguire un master in un’università straniera. Qualunque domanda prevede che il candidato carichi il suo miglior elaborato insieme con il curriculum vitae e le valutazioni degli esami sostenuti. Assumiamo ora che il migliore elaborato sia la Tesi, in quanto è anche l’unico. Bene, nel periodo in cui si presentano le domande alle Università, intorno a Dicembre e Gennaio, non sarebbe ancora completata, per non dire iniziata. Ora, assumiamo che il nostro candidato sia incredibilmente motivato e decida di scrivere un elaborato appositamente per quel programma. Sarà forse il suo miglior saggio, non avendone mai scritto uno in precedenza e, con ogni probabilità, non avendo nessun professore disposto a correggerlo e a indirizzarlo?

Ecco che quindi già nel solo processo di selezione lo studente italiano inizia con un netto svantaggio. Ma ipotizziamo pure che venga accettato dall’Università in questione, oltre alla difficoltà di scrivere in una lingua diversa dall’italiano, lo studente dovrà confrontarsi con un panorama estremamente competitivo nel quale i suoi colleghi, avendo già da anni raggiunto l’autonomia necessaria nella scrittura, possono dedicarsi allo studio e alla ricerca approfondita richiesti dal Graduate Program.

In secondo luogo è bene non dimenticare la componente creativa dello scrivere: la capacità di produrre un’idea e di saperla comunicare. L’Università è il luogo in cui questo processo deve avere luogo, dove lo studente di Filosofia, per dirne uno, deve poter essere filosofo e non soltanto storico della disciplina.

Per tutte queste ragioni, credo che se venisse adottato un sistema misto nella strutturazione degli esami, come già alcuni professori motivati e interessati fanno, ne beneficerebbero non solo gli studenti, ma anche il mondo accademico stesso per le nuove idee che verrebbero prodotte.

*Laureata in Filosofia all’Università San Raffaele, sta seguendo un master alla New York University

13 dicembre 2021 (modifica il 13 dicembre 2021 | 20:19)

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Vtb Bank investe nel progetto di rete satellitare dell’oligarca russo Usmanov

Vtb Bank investe nel progetto di rete satellitare dell’oligarca russo Usmanov

La Vtb Bank investirà 2 miliardi rubli (equivalenti a poco più di 23,5 milioni di euro) nel progetto Megafon 1440 con il quale l’omonima società di telefonia mobile russa ha l’obiettivo di creare una rete Internet ad alta velocità attraverso una costellazione di satelliti a bassa orbita.

Con tale somma la Vtb avrà il 15% di Megafon 1440 mentre il 75% sarà di Megafon e di Yadro, società di Information Technology controllata dalla Iks Holding che, così come la Megafon, fa capo all’Usm Group, di proprietà dell’oligarca russo Alisher Usmanov. Usmanov ha le mani in pasta anche in Mail.Ru, la più grande società Internet della Russia, ed è azionista di maggioranza di Metalloinvest, uno dei più grandi gruppi siderurgici al mondo con il quale sponsorizza il club di calcio della Dinamo Mosca mentre con Usm è presente come sponsor nella Premier League inglese sponsorizzando l’Everton dopo essere stato per anni azionista dell’Arsenal. L’incrocio è completato con il rimanente 10% che sarà di Yadro Alexuey Shelobkov, generale director e managing director di Megafon 1440, insieme a Artyom Ikoev e Sergey Stolyarov.

Il progetto Megafon 1440 è stato presentato alla fine del 2020 e prevede un investimento di 6 miliardi di rubli a fronte di un valore di 13,3 miliardi, dimostrato dai numeri dell’investimento compiuto dalla VT Bank. L’obiettivo è implementare un costellazione di satelliti a bassa orbita per fornire servizi di comunicazione in Russia e fuori. A dicembre il progetto è uscito dalla fase di studio ed è passato a quella operativa con la creazione di una filiera di imprese integrate verticalmente per curare tutte le fasi, dallo sviluppo fino alla produzione di ogni singolo aspetto necessario alla costruzione di una rete di telecomunicazione pienamente operativa. Ed è previsto un potenziamento sostanziale dei team di ricerca per accelerare il progetto e portarlo alla sua realizzazione, anche grazie alle nuove risorse finanziarie.

Nel frattempo sembrano essere chiari sia gli obiettivi sia gli strumenti con i quali raggiungerli. Si prevede che la rete Megafon 1404 offrirà una velocità di trasmissione compresa tra 50 Mbps e 1 Gbps con una latenza di 20 ms. A parte le prestazioni pure, l’opportunità di una rete di telecomunicazione satellitare appare essere la soluzione migliore per un territorio immenso come quello russo, dotato di una bassissima densità abitativa e che è raggiunto solo per il 35% dalle reti mobili. Se a questo si somma il fatto che, date queste condizioni, il costo di implementazione di una rete in fibra è comparabile a quello di una satellitare, quest’ultima soluzione appare come la più interessante e promettente.

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