di Alessia Cruciani Si chiama Sporteams ed è stata fondata a Firenze, tra i servizi offerti dalla piattaforma un innovativo sistema per la gestione degli ingressi e il controllo del Green pass
Mens sana in corpore sano. Se è fondamentale che l’educazione della mente prosegua, mantenendo le scuole aperte, lo stesso deve accadere per lo sport. La pandemia non deve fermare l’attività fisica – e non solo a livello professionale – perché il benessere del corpo garantisce la nostra salute. Allo stesso pace, però, non si devono correre rischi e oggi le soluzioni per praticare sport in sicurezza vengono principalmente dalla trasformazione digitale. Perché questa è la missione della tecnologia: migliorare le nostre vite. Con questo spirito è stata fondata a Firenze nel 2018 la società Sporteams, che opera nel settore dello sportech e si propone di agevolare la trasformazione digitale soprattutto nel mondo sportivo giovanile e dilettantistico, includendo anche gli enti di promozione sportiva e le federazioni. Questa startup innovativa offre una piattaforma di servizi fondamentali per non far interrompere le attività di associazioni e società sportive dilettantistiche, come accaduto nei mesi scorsi, provocando anche un serious danno all’economia del settore.
Dagli 8,9 miliardi di dollari del 2018, a livello globale il valore complessivo del segmento Sportech dovrebbe raggiungere i 31,1 miliardi entro il 2024. Advertisement alimentare queste cifre è l’alto numero di realtà del settore coinvolte, che in Italia soffrono una crisi economica, e di conseguenza organizzativa, che impedisce allo sport di fruttare in termini economici quanto potrebbe. La tecnologia può aiutare a colmare questo space e Sporteams ha scelto di puntare in particolare su programmazione degli eventi sportivi, comunicazioni tra tesserati, società e federazione, pagamenti online, gestione contabile fino alla mappatura dell’ingresso dei tesserati con lettura automatica del Green Pass e attività di contact tracing. Oggi Sporteams conta oltre 740 società affiliate e circa 33 mila utenti con un potenziale di crescita interessante: in Italia sono oltre 145 mila le Asd e Ssd per un totale di circa 11 milioni di praticanti (atleti e tesserati) e un milione e mezzo di operatori sportivi, tra dirigenti, tecnici, ufficiali di gara.
Tra le soluzioni proposte da Sporteams, spicca l’introduzione della “digitalizzazione” del Green Pass: oltre a verificare automaticamente che tutti i partecipanti ne siano muniti (senza quindi avere la necessità di personale addetto al controllo manuale), si potrà avviare un eventuale processo di contact tracing quando necessario, senza violare la personal privacy delle persone coinvolte. I dati degli utenti, infatti, vengono scorporati e immagazzinati in diversi server che, in caso di violazione, non sono in grado di restituire il dato completo. Inoltre, si possono contingentare gli ingressi o bloccare determinate aree evitandone l’accesso per evitare pericolosi assembramenti.
“Il nostro spirito innovatore nasce dall’amore per lo sport e la startup si rivolge a coloro che di questo amore ne hanno fatto un lavoro e una passione– racconta Luca Bassilichi, Direttore Generale di Sporteams -. Il nostro obiettivo è semplificare la vita a tutto il complesso ecosistema che gravita attorno allo sport, mettendo nelle mani di professionisti, amatori, giovani e genitori strumenti innovativi per poter coltivare la propria passione in modo clever. E forti del nostro know how e della nostra piattaforma, abbiamo ideato questo innovativo sistema per consentire agli sportivi e agli stakeholders di non fermarsi mai, di continuare lavorare, a divertirsi, di fare sport in modo sicuro. Siamo orgogliosi di aiutare le Asd e Ssd ad avere continuità operativa anche in virtù dell’importante ruolo sociale che hanno e, al contempo, allo sport e agli sportivi di beneficiare del supporto della tecnologia”.
13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022|16:15)
Emendamento trasversale al Senato: indennizzi e contributi per la riconversione. Brambilla: «Basta animali uccisi per lucro e vanità». De Petris: «In Europa altri hanno già fatto questa scelta, ora tocca all’Italia»
Chiudere entro sei mesi, e in via definitiva, gli allevamenti di animali da pelliccia ancora presenti sul territorio italiano e attualmente fermi per effetto dell’ordinanza del ministro della Salute generata dall’emergenza Covid (la sospensione dell’attività scade il 31 dicembre). E, al tempo stesso, prevedere per le aziende del settore adeguati indennizzi per compensare lo stop delle attività e contributi finalizzati alla riconversione degli impianti. Sono queste le linee guida dell’emendamento alla legge di bilancio presentato oggi al Senato dall’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali, un organismo trasversale che raccoglie esponenti di tutte le forze politiche e presieduto dalla deputata di FI Michela Vittoria Brambilla. Le prime firme a sostegno della proposta sono quelle delle senatrici Loredana De Petris, di Leu, e Gabriella Giammanco, di Forza Italia.
Il testo depositato prevede la chiusura definitiva, entro il 30 giugno del prossimo anno, degli allevamenti ancora formalmente attivi nel nostro Paese, che sono una decina e tutti di visoni. Sostanzialmente viene previsto l’immediato divieto di riproduzione per gli animali ancora detenuti. In cambio alle aziende verrebbero erogati indennizzi parametrati sul numero di capi ancora presenti, sul fatturato dell’ultimo ciclo produttivo (una quota del 30% di quanto registrato) e sulle spese sostenute per la demolizione o la riconversione degli impianti. L’emendamento prevede anche l’attivazione di una corsia preferenziale per l’assegnazione di parte dei fondi del Pnnr (si parla di circa 5 milioni di euro, ripartiti in quote fino a 500 mila euro per singolo intervento) destinati all’agrivoltaico e all’agrisolare.
La proposta era stata anticipata lo scorso 16 novembre alla Camera in occasione della presentazione di un’indagine sull’allevamento di visoni in Italia realizzata per conto di Humane Society Italia. «Siamo davanti a un’occasione storica per relegare definitivamente al passato l’allevamento e l’uccisione di animali per produrre pellicce, colletti, pompon e altri capi o accessori frutto di crudeltà, di cui nessuno ha più bisogno e la cui domanda è in costante calo — commenta Martina Pluda, direttrice per l’Italia di Hsi —. Da anni la nostra associazione si batte a livello internazionale per la chiusura di questi allevamenti, documentando ciò che avviene al loro interno, dialogando con gli attori del settore e offrendo soluzioni concrete come quelle contenute nello studio che abbiamo pubblicato, punto di partenza per l’emendamento presentato». Il rapporto contiene un approfondimento sullo stato attuale degli allevamenti di visoni in Italia e sulla loro rilevanza economica e commerciale. La richiesta di chiusura non è legata soltanto a motivazioni etiche, mirate al benessere degli animali, ma anche a considerazioni sulle ripercussioni che queste attività possono avere sull’ambiente e sulla salute umana. In tutta Europa, e anche in Italia, sono stati infatti registrati nei mesi scorsi casi di contagio visoni-esseri umani ed è stato più volte evidenziato il rischio di zoonosi connesso alla contiguità con animali selvatici.
Ma che fine faranno gli animali? Intanto non saranno più fatti riprodurre. Un decreto interministeriale, nelle intenzioni dei promotori, dovrà regolare la cessione degli stessi con obbligo di sterilizzazione. I visoni sono infatti una specie alloctona, cioè non originaria del nostro territorio (provengono dagli Usa), e una loro immissione nell’ambiente, ancorché in riserve o aree protette, potrebbe mettere a rischio la fauna e la flora autoctone. Scartata a priori l’ipotesi di abbattimenti di massa di animali sani, come quelli avvenuti dopo la scoperta dei casi positivi negli allevamenti in diversi Paesi europei, la richiesta è che vengano affidati a strutture autorizzate dal governo, «preferibilmente quelle gestite da associazioni di protezione animale riconosciute».
«Ovunque si parla di transizione ecologica, di svolta ambientalista, di rispetto per la natura e gli animali — fa notare l’on. Brambilla —: sono concetti e principi che presto otterranno un riconoscimento formale anche nella nostra Costituzione. A maggior ragione è impensabile perpetuare la sofferenza di animali nati per correre in libertà, ma costretti ad una vita che non è vita e destinati ad una morte orribile, solo per lucro e vanità. Chiudere definitivamente gli allevamenti di visoni è etico, auspicabile per la salute umana, responsabile nei confronti dell’ambiente e sostanzialmente indifferente per la nostra economia». Sulla stessa linea la senatrice De Petris: «Già 19 Paesi europei hanno posto fine alla vergogna degli allevamenti da animali da pelliccia, da ultimo Irlanda e Francia hanno eliminato così, alla radice, il rischio che questi stabilimenti, potenziali serbatoi del virus SARS-Cov-2, rappresentano per la salute pubblica nel pieno della pandemia. Proprio perché non è finita, e purtroppo ce lo confermano le cronache di tutti i giorni, anche noi in Italia dobbiamo muoverci rapidamente, e senza esitazioni. Le forze politiche siano responsabili e facciano la scelta giusta».
1 dicembre 2021 (modifica il 1 dicembre 2021 | 18:16)
Acquistare online, per molti consumatori, è diventata una preferenza nonostante la possibilità di recarsi nei negozi di persona e per le aziende del retail questa tendenza impone di re-immaginare le modalità di interazione con i clienti. L’impegno digitale che gli utenti richiedono ai brand, rispetto al tradizionale modello “brick-and-mortar”, ha dirette ripercussioni sulle modalità d’uso e di gestione dei principali touch point: i social media, le campagne di online marketing e i video hanno quindi consolidato il proprio ruolo diventando una componente centrale per l’attività dei marketer.
E anche i canali digitali classificati come “emergenti” negli ultimi anni stanno oggi registrando un’adozione di massa: è il caso delle chatbot e degli strumenti self-service di intelligenza artificiale in grado di rispondere a domande di base, raccogliere informazioni e indirizzare le richieste dei clienti allo specialista più appropriato.
I dati alimentano le esperienze personalizzate
Per creare una relazione altamente personalizzata e digital-first con i clienti, facendo leva su valori quali empatia e flessibilità, i brand hanno a disposizione un numero crescente di canali e tecnologie in grado di sfruttare la potenza dei dati.
Gli esperti di Salesforce Research hanno provato a capire come le aziende stanno ottimizzando le loro esperienze e hanno delineato nel Digital Trend Report le tendenze più significative per i professionisti del marketing e dell’e-commerce. Il 56% dei brand analizzati, per esempio, si aspetta che la maggior parte delle entrate possa arrivare dai canali digitali entro i prossimi tre anni mentre il 68% dei clienti assicura che continuerà ad acquistare beni di prima necessità online anche dopo la pandemia.
L’incremento dell’attività digitale ha permesso ai marketer e agli addetti del customer service di conoscere meglio il loro pubblico, stimolandoli a interazioni più personalizzate con utenti che, dal canto loro, hanno maturato aspettative più elevate nei confronti dei marchi preferiti, a cominciare dalle capacità (degli stessi brand) di connettersi a loro in modo innovativo.
Il 78% dei consumatori, inoltre, afferma come le aziende dovrebbero puntare su versioni digitali di esperienze tradizionalmente fisiche, mentre l’83% si aspetta opzioni di consegna più flessibili, come il “buy-online-pickup-in-store”. Le aziende più evolute, osservano gli esperti, sono quindi impegnate a ripensare le modalità d’uso della tecnologia all’interno delle rispettive organizzazioni per operare in modo più efficiente e soddisfare meglio le esigenze dei clienti.
Migliorare il customer journey proteggendo la privacy Otto consumatori su dieci, secondo le rilevazioni contenute nel Digital Trend Report di Salesforce, sono dell’idea che l’esperienza fornita da un marchio sia importante quanto i suoi prodotti o servizi. Una tendenza che si riflette in uno scenario in cui le aziende di ogni settore (e quelle del retail in particolare) stanno cogliendo nuove opportunità per raccogliere indicazioni sul comportamento e sulle preferenze dei clienti.Le aziende più innovative stanno sfruttando i dati dei clienti per costruire una brand experience più coerente, attrattiva ed empatica.
La conversione a un modello data driven non è però priva di sfide: la stragrande maggioranza dei consumatori (l’86%) richiede…
Ne parla «Ciccioni pennuti» di Sara Marullo. Se gli uccelli per la pesantezza diventano «terricoli» rappresentano un pericolo per se stessi e per l’uomo. La Lipu: «Danno enorme». Lo zoologo Genovesi: «Fare i conti con la crescente biodiversità nelle metropoli»
(nella foto una illustrazione del libro di Sara Marullo «Ciccioni pennuti», illustrazioni Valerio Giacone)
Migliaia di uccelli sorvolano il cielo di Roma. D’improvviso smettono di librarsi, cercano cibo in strada e zampettano fra la folla come fossero passanti qualsiasi. I movimenti rallentati, incapaci di qualsiasi scatto, goffi e appesantiti. È avvenuta la loro trasformazione in gabbiani e storni terricoli: Ciccioni pennuti, come scrive Sara Marullo nell’omonimo libro (Ag Book Publishing) per ragazzi, ma adatto anche agli adulti. Il racconto fantastico, ma neanche troppo, ha forti risvolti nell’attualità: gli effetti sulle specie animali dei cattivi comportamenti dell’uomo.
«Ciccioni pennuti»: perché se per gli uomini essere sovrappeso è una condizione di sofferenza, lo stesso accade nel mondo animale, con ulteriori risvolti. Specie predatrici abituate all’inseguimento e alla caccia pigramente assuefatte al cibo a portata di becco e di muso nelle vie cittadine; esemplari selvatici ridotti a dipendere dall’uomo, alimentati con cibi non adatti, quando non velenosi. I toni del volume, con le sognanti illustrazioni color pastello di Valerio Giacone, sono quelli della favola: una miriade di gabbiani, piccioni, passerotti, merli, cornacchie, parrocchetti, costretti a rimanere ancorati a terra, in una forzata convivenza con l’uomo dalle inaspettate conseguenze. Cortei dei pennuti che mandano in tilt il traffico cittadino. Volontari che cercano di indurre un calo di peso facendo esercitare le creature alate fra attrezzi ginnici e tapis roulant. Ordinanze del sindaco, ronde umane anti-invasione, gattare senza più gatti: nello svuotare le scodelle hanno la meglio i pennuti ciccioni.
Non è sola invenzione, purtropp o. Il fen omeno è sotto il costante monitoraggio della Lipu, la Lega italiana protezione uccelli: nei dieci centri recupero dell’associazione nel 2019 i volatili che sono arrivati in una condizione di grave intossicazione alimentare sono stati 206. «Per la maggior parte, a Roma, si tratta di gabbiani reali – spiega Chiara Manghetti, responsabile Educazione ambientale e formazione Lipu -. Abituati a trasvolare i mari cibandosi di pesce, sono richiamati in città dalla enorme quantità di nutrimento di facile portata. Scarti di cibo che fuoriescono dai cassonetti, sacchetti sottili da perforare. Paradossalmente i gabbiani sono ormai più numerosi nella metropoli che nel loro habitat naturale, sul litorale. Le conseguenze per la salute sono devastanti: il loro apparente digerente non è predisposto all’elaborazione di rifiuti umani, quindi non solo si ingrassano, ma si ammalano. Le soluzioni? Cassonetti chiusi ermeticamente, per esempio. Ma non è semplice, nelle metropoli».
Altro aspetto: la tendenza a voler nutrire gli uccelli di città secondo parametri umani. «D’inverno possiamo prestare soccorso agli animali di piccola taglia come passeri, merli, cince, pettirossi, sistemando mangiatoie all’esterno delle case. Tutti gli altri sono in grado di sfamarsi da sé, è nella loro natura!» avverte la responsabile Lipu. L’associazione ha realizzato un divertente volumetto pieno di disegni colorati dal titolo Il giardino segreto per spiegare come creare piccoli angoli di verde in città, scrigni di biodiversità per «pennuti» sani e felici: i cosiddetti birdgarden. Bastano un terrazzino o un balcone, e entrare in contatto con i volatili bisognosi di cure è semplice: «Disporre piante e piccoli arbusti in vaso, piante aromatiche, una vaschetta con l’acqua. È possibile aggiungere mangiatoie in inverno (sempre con il tetto o del tipo “appeso”, per non far avvicinare i piccioni e altre specie che non hanno bisogno di essere nutrite). Se sono presenti porte o finestre di vetro, è bene appendere tende all’interno oppure attaccare sagome anti collisione sui vetri – il consiglio – per evitare che gli uccelli vadano a sbattere». Facile e divertente, oltreché istruttivo per adulti e bambini.
Conosce bene il tema Papik Genovesi, zoologo ed esperto di conservazione delle specie animali, ricercatore dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Tra i massimi conoscitori delle cosiddette « specie aliene invasive», collabora con l’Unione mondiale per la conservazione della natura e con la Convenzione delle Nazioni Unite per la biodiversità. «Se gli animali vivessero nei loro ambienti non sarebbero mai obesi – osserva -. In natura l’obesità non può esistere, perché un uccello che vola male o è impacciato diventa una facile preda per le altre specie cacciatrici. Se mettiamo a disposizione di ratti e cinghiali grandi quantità di cibo molto elaborato facciamo del male a loro e mettiamo in pericolo noi stessi: le scorribande dell’orso Carrito per le vie di Roccaraso non devono essere interpretate come una divertente curiosità, così non lo sono le volpi in fuga nei comuni della zona di Pescasseroli, bersagli delle auto che percorrono l’autostrada ad alta velocità».
L’informazione è fondamentale, avverte Genovesi: «In America si usa avvertire i visitatori dei parchi con cartelli dalla scritta: “Chi dà da mangiare a un orso lo uccide”. Potrebbe essere anche in Italia un deterrente. A piazza San Marco a Venezia è da qualche tempo vietato offrire cartocci di semi ai piccioni. I turisti sono avvisati con numerosi totem. In Gran Bretagna la questione si ripropone con i ricci». Gli ormai famosi pingui cinghiali capitolini? «Non sono solo un fenomeno romano, ma un serio problema per un centinaio di città italiane, da Genova, a Isernia, Trieste e Bari» f a notare Papik. «Ora che le città diventano più verdi, ed è una fortuna, e c’è un aumento di sensibilità verso l’ambiente – conclude Genovesi – occorre essere informati correttamente su come convivere con le nuove sfide della biodiversità».
6 dicembre 2021 (modifica il 6 dicembre 2021 | 12:58)
DR sta per Di Risio, il cognome dell’imprenditore Massimo che, nel 2006 a Macchia d’Isernia, ha messo in moto una visione e fondato una casa automobilistica, la DR appunto. L’obiettivo? Creare suv full optional di serie, ma con il miglior rapporto qualità/prezzo. Il primo modello è stato la DR5, presentata al Motor Show di Bologna nel 2007: montava motori Fiat e si comprava negli ipermercati. A quasi quindici anni dalla prima accensione, il brand molisano da realtà di nicchia comincia a diventare «mainstream» e macina successi: nei primi mesi del 2021 ha messo a segno il primato della crescita maggiore sul nostro mercato, con +257% sull’anno precedente (nonostante la pandemia). E, a novembre 2021, DR Automobiles Groupe ha segnato il suo nuovo record di immatricolazioni , con una crescita addirittura del 512% sullo stesso mese del 2019 e del 107% sugli 11 mesi del 2019. Lusinghiero anche il confronto sul 2020: +161,92% su novembre 2020 e +140,13% sul periodo gennaio/novembre 2020, grazie alle 7.533 auto immatricolate dall’inizio dell’anno a oggi. È dunque oramai certa una chiusura del 2021 oltre le 8.000 unità. Un risultato che è dovuto anche al raddoppio dell’offerta: DR comprende oggi tre modelli, costruiti in Cina da Chery Automobile e messi a punto in Molise. A questi nel 2020 si sono aggiunti anche i prodotti del nuovo brand di casa, Evo, che ai prodotti Chery affianca quelli di JAC Motors, un altro colosso cinese, e che propone auto dai prezzi ancora più competitivi, compreso il suv elettrico più economico del mercato.
Coming soon
Ma la famiglia è destinata ad ampliarsi a breve: la nuova DR 5.0 (in questa foto), presentata in anteprima lo scorso giugno al MIMO di Milano, sarà infatti disponibile dalla metà di gennaio. Seguirà poi il lancio del top di gamma, la nuova DR 6. E sono in arrivo importanti novità nel corso del 2022 anche per la gamma Evo: un pick-up e un SUV da 4,77 mt.
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