Sky, piano di riassetto per 800 lavoratori

Sky, piano di riassetto per 800 lavoratori

Sky Italia ha illustrato ai sindacati un piano di efficientamento che interesserà 800 lavoratori. Lo annunciano i sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil dopo un incontro con Ad di Sky Italia, che ha presentato loro il piano 2024-2025, evidenziando come un riassetto che interessa 1.200 persone su un organico di 4.000 “potrebbe diventare dirompente” se gli strumenti di riconversione “non fossero utilizzati in modo efficace”. Da giugno 2020 offre anche servizi di connettività a banda ultralarga.

Secondo Sky si tratta di un piano “molto ambizioso di riqualificazione professionale – da mettere a punto insieme alle organizzazioni sindacali – che risponde alla necessità di ridefinire i processi e la struttura organizzativa, inclusa quella del customer care interno e che prevede inoltre un’ampia internalizzazione di attività in diverse aree, tra cui quelle di supporto tecnico a sistemi IT, attività di post-produzione e produzione, e di supporto al ciclo attivo”.

La contrattazione d’anticipo

“In Sky sono diversi anni che, partendo dalla contrattazione di anticipo, siamo riusciti a governare una gestione non traumatica di molte situazioni critiche, partendo soprattutto dal concetto della riqualificazione dei lavoratori dinanzi ad una fase di profondo cambiamento tecnologico – spiegano i sindacati in una nota – Per noi non c’è spazio, in questa azienda come nel resto del settore, per scelte diverse rispetto a quanto fatto sino ad ora”.

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“Contratteremo ogni singola situazione, con particolare attenzione per i processi di reinternalizzazione e di reskilling di tutto il personale coinvolto, per verificare che si tratti effettivamente di un percorso concreto, e non di un semplice tentativo di guadagnare un po’ di tempo prima di soluzioni più drastiche”, dicono ancora i sindacati.

La crisi della pay-tv tradizionale

Slc, Fistel e Uilcom, pur nella consapevolezza delle difficoltà che vivono il mondo del broadcasting e della pay-tv tradizionale, “questo riassetto rappresenta un elemento che potrebbe diventare dirompente se, questi strumenti messi in campo, non fossero utilizzati in modo efficace – evidenziano – A queste criticità si somma la ormai endemica difficoltà di tenuta del potere d’acquisto delle retribuzioni, aggredite dall’aumento dell’andamento inflattivo, che ha interessato anche il Gruppo Sky”.

Si tratta di “una crisi strutturale del settore, acuita dall’entrata in campo delle piattaforme streaming, le cui economie di scala, unite alla forza economica e all’assenza pressoché totale di costo del lavoro nel nostro paese, stanno mettendo a dura prova l’esistenza dei broadcaster tradizionali. Una crisi che, in assenza di un intervento regolatorio capace di riequilibrare il vantaggio competitivo strappato dalle piattaforme streaming, rischia di mettere in ginocchio l’intero settore, almeno a giudicare dall’andamento dei ricavi pubblicitari, sempre più sbilanciati a favore degli Ott. Questa è la posizione che abbiamo espresso oggi al tavolo, e che perseguiremo nei prossimi appuntamenti con l’Azienda”.

La nota aziendale

“La ridefinizione del piano di trasformazione prevede un impatto su 800 risorse aggiuntive, tra lavoratori interni ed esterni, che vanno ad aggiungersi alle 400 posizioni lavorative già previste nell’accordo siglato con le parti sociali nel 2021 – spiega una not di Sky – Si tratta…

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Cybersecurity, I-Com: triplica l’offerta formativa universitaria

Cybersecurity, I-Com: triplica l’offerta formativa universitaria

Nel contrasto all’aumento esponenziale degli attacchi informatici, il fattore umano continua a giocare un ruolo chiave, e per questo lo sviluppo di adeguate competenze digitali diventa un aspetto sempre più cruciale. Per fortuna, in Italia, le attività di formazione relative alla cybersecurity in ambito universitario sembrano riflettere questa consapevolezza, con un’offerta quasi triplicata nell’ultimo anno: a gennaio 2023 si contano infatti in Italia 234 tra corsi e insegnamenti relativi alla cibersicurezza rispetto ai 79 individuati nello stesso mese del 2022.

Restano, tuttavia, ampie disuguaglianze a livello geografico, con una forte concentrazione dell’offerta nel Lazio, Piemonte, Campania e Lombardia. Anche in quest’ottica, la riforma degli Istituti Tecnici Superiori (Its) e una più intensa collaborazione tra pubblico e privato possono rivestire un ruolo chiave nel colmare questo gap. Questione ancor più urgente se si considera che la Penisola è uno dei paesi più bersagliati dai cyberattacchi, presentando una quota notevolmente superiore rispetto, per esempio, a Germania e Francia, seppure in un quadro legislativo capace di stare al passo dei tempi e che non necessita di ulteriori integrazioni normative.

A dirlo è il Rapporto “L’ecosistema italiano della sicurezza informatica tra regolazione, competitività e consapevolezza”, realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e presentato in occasione del convegno pubblico annuale che si è tenuto oggi presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica, nell’ambito delle attività relative all’Osservatorio I-Com sulla Cibersicurezza. Lo studio del think tank guidato dall’economista Stefano da Empoli fornisce una panoramica sullo stato dell’arte della cybersecurity in Italia e in Europa, dall’esame del quadro normativo italiano ed europeo alla ricognizione sul numero e sull’entità degli attacchi informatici, passando per l’approfondimento delle competenze nel pubblico e nel privato e all’offerta formativa in materia.

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L’offerta formativa disponibile in ambito universitario

Più nello specifico, il monitoraggio I-Com delle attività di formazione sulla cibersicurezza in ambito universitario ha evidenziato oltre a 112 insegnamenti singoli all’interno di corsi di laurea magistrale, 56 insegnamenti singoli in lauree triennali e 13 corsi singoli all’interno di dottorati di ricerca, ben 22 lauree magistrali, quattro lauree triennali, sette dottorati e 18 master (di primo e di secondo livello) tutti interamente incentrati sulla cybersecurity. Il totale delle lauree specifiche (triennali e magistrali) sul tema della cibersicurezza ammonta a 26, il doppio del 2022. Nel complesso, la formazione specializzata in materia di cybersecurity in Italia ha raggiunto quota 51 corsi di studio interamente dedicati.

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Per quanto riguarda la distribuzione regionale della complessiva offerta formativa, questa appare piuttosto disomogenea con una forte concentrazione nel Lazio (45 tra corsi e singoli insegnamenti), Piemonte (32), Campania (25) e Lombardia (21). Tuttavia, se si considerano i dati normalizzati per il numero di università presenti sul territorio regionale, la classifica varia mostrando in prima posizione il Piemonte con 8 corsi per università, seguito da Liguria (4) e Sicilia (2,8). Le regioni che invece non presentano alcun corso formativo sulla cibersicurezza (anche a causa della scarsa offerta di livello universitario) sono la Basilicata e la Valle d’Aosta.

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Metaverso, Accenture lancia la Academy: si rafforzano le competenze interne

Metaverso, Accenture lancia la Academy: si rafforzano le competenze interne

Accenture spinge sul metaverso e lancia una “scuola” interna riservata ai propri talenti più giovani. La “Metaverse Academy” punta a far acquisire le competenze necessarie per affrontare le nuove sfide imposte dal cambiamento tecnologico, approfondendo, insieme ad esperti del settore, l’impatto e le possibili applicazioni del metaverso su tutta la catena del valore e in ogni ambito di business. Intanto il Metaverse Marketing Lab della School of Management Politecnico di Milano fotografa il fronte italiano: sono oltre 60 le aziende del nostro Paese approdate nell’universo virtuale.

Cos’è la “Metaverse Academy” di Accenture

L’Academy ha una durata di 12 settimane e si compone di lezioni interattive per immergersi nel mondo del metaverso e di un project work con presentazione finale attraverso cui esplorare nuove soluzioni concrete per le aziende. Tra i contenuti l’immersive experience design, il 3D modeling, l’AI generated content, Blockchain & Nft, Responsible Metaverse.

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“Il rapido susseguirsi delle evoluzioni tecnologiche che avvicinano sempre più i confini tra reale e virtuale – fa sapere l’azienda in una nota – sta ridefinendo i modelli di business, dall’interazione con il cliente, al modo di lavorare, sino alle modalità di formare i talenti”.

Metaverso al decollo

“Accenture ha una visione distintiva del metaverso: un continuum di mondi, realtà e modelli di business potenziati dal digitale – spiega Anna Nozza, responsabile Risorse umane di Accenture Italia –. Il metaverso, nel prossimo decennio, rivoluzionerà gran parte degli aspetti della vita quotidiana e del business, trasformando le interazioni tra persone e aziende. In questo nuovo scenario il talento si conferma centrale nell’abilitare la trasformazione. Più le tecnologie diventano pervasive, più diventa necessario investire in formazione per aiutare a comprendere e padroneggiare questi strumenti”.

Con le Academy l’azienda “ha formato negli anni – dice ancora Nozza – circa 5mila talenti alle professioni del futuro e continueremo a farlo cercando sempre di trasformare il cambiamento in opportunità di reinvenzione e crescita personale e professionale”.

L’evoluzione tecnologica ha portato anche a ridisegnare i classici modelli di onboarding dei nuovi talenti. Da tempo all’interno dell’Accenture Park il personale e i neoassunti possono partecipare a momenti di apprendimento immersivo per accrescere il proprio bagaglio di competenze e a sessioni di orientamento o vivere occasioni di incontro e socializzazione con altri colleghi.

Sul metaverso oltre 60 realtà italiane

Metaverse marketing, sono oltre 60 le realtà italiane sbarcate sul Metaverso. Si tratta per metà aziende dell’intrattenimento e della moda, ma si stanno muovendo anche l’automotive, l’agroalimentare, il turismo e lo sport. Emerge dallo studio (su oltre 500 casi mondiali) condotto dal Metaverse Marketing Lab della School of Management del Politecnico di Milano.

I casi mondiali sono in aumento: attualmente sono a quota 500 contro i 300 di appena due mesi fa, si legge nel report.

A farla da padrone, nel nostro Paese come su scala globale, sono le aziende dell’intrattenimento e della moda, che rappresentano circa la metà dei casi, ma è interessante notare come si stiano muovendo anche altri settori tipici della nostra economia, come l’automotive e l’agroalimentare, oltre al mondo del turismo e dello sport.

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TikTok, negli Usa 30 giorni per eliminare l’app. Ira della Cina: “Un abuso”

TikTok, negli Usa 30 giorni per eliminare l’app. Ira della Cina: “Un abuso”

Si estende la “crociata” globale anti TikTok: dopo i ban del governo Usa e della Commissione Ue e, negli ultimi giorni, l’ipotesi di blocco dell’app sugli smartphone dei dipendenti della Pubblica amministrazione italiana, ora a far notizia sulla vicenda è nuovamente l’amministrazione Biden, che fa sapere di aver concesso alle agenzie federali 30 giorni per spazzare via TikTok da tutti i dispositivi elettronici del governo.

La definizione dei tempi è un passo avanti “cruciale per affrontare i rischi presentati dall’app ai dati sensibili governativi”, afferma l‘Office of Management and Budget. “L’amministrazione Biden ha investito nel difendere la nostra infrastruttura digitale. La definizione della tempistica rientra nell’impegno dell’amministrazione a proteggere la sicurezza e la privacy degli americani”, aggiunge.

Pechino: “Gli Usa hanno paura di un’app, Paese poco sicuro”

Immediata la reazione di Pechino. La portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha dichiarato infatti che gli Stati Uniti, “in quanto maggiore potenza mondiale, hanno tanta paura di un’app che piace ai giovani, sono troppo poco sicuri”. “Ci opponiamo con forza alla pratica sbagliata degli Stati Uniti di generalizzare il concetto di sicurezza nazionale – ha aggiunto -, di abusare del potere statale e di sopprimere irragionevolmente le società di altri Paesi“.

Il governo degli Stati Uniti, ha inoltre spiegato Mao, “dovrebbe rispettare seriamente i principi dell’economia di mercato e della concorrenza leale, smettere di sopprimere irragionevolmente le società interessate e fornire un ambiente aperto, equo e non discriminatorio affinché le aziende di tutto il mondo possano investire e operare negli Usa”.

Ban del Canada: “Livello di rischio inaccettabile”

Intanto anche il Canada ha annunciato la messa al bando di TikTok dagli apparecchi elettronici governativi. Secondo le autorità di Ottawa, l’app per la condivisione di brevi video pone un livello di rischio “inaccettabile” per la privacy e la sicurezza degli utenti e del governo canadesi. La decisione conferma la crescente distanza politica tra il Canada e la Cina.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che il governo sta lavorando per garantire “la sicurezza dei canadesi online”. “Questo potrebbe essere solo un primo passo, o potrebbe essere l’unico passo necessario”, ha aggiunto il capo del governo riferendosi al provvedimento. La rimozione della app della società cinese ByteDance dagli apparecchi elettronici di lavoro “spingerà molti canadesi, aziende e singoli individui, a riflettere sulla sicurezza dei loro dati, e forse a compiere scelte conseguenti”, ha affermato Trudeau.

E in Danimarca il Parlamento “sconsiglia” l’uso dell’app

Ma a prendere posizione sul tema è anche il Parlamento della Danimarca, il quale ha sconsigliato l’uso dell’app TikTok sui telefoni dei suoi membri e dipendenti. Lo si legge in un comunicato stampa dell’assemblea nazionale danese, il Folketing. “Stiamo seguendo i consigli delle autorità di sicurezza. Secondo il Centro per la sicurezza cibernetica, esiste il rischio di spionaggio utilizzando TikTok e ci adattiamo a questo scenario”, ha affermato il presidente del Parlamento danese, Soeren Gade.

Dibattito in corso in Italia

In Italia, nel frattempo, si continua a discutere della questione. Sul tavolo c’è infatti l’ipotesi di bloccare l’app cinese sui…

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Data center, il modello operativo verso l’on-premises as-a-service

Data center, il modello operativo verso l’on-premises as-a-service

Nell’era delle applicazioni distribuite nel cloud anche il data center cambia volto. Non è più necessariamente un data center fisico ma un modello operativo ibrido che include implementazioni in sede e altre distribuite. Questo cambia anche il modo in cui i responsabili I&O (Infrastructure&Operations) delle aziende devono prendere le loro decisioni sull’infrastruttura It, come sottolinea uno studio di Gartner sull’evoluzione del data center fisico verso un modello operativo moderno basato su un sondaggio globale di 6.000 leader I&O.

Il sondaggio ha evidenziato che il data center già non è più un posto fisico per molte organizzazioni e che i modelli operativi e di implementazione aziendali stanno andando oltre il cloud pubblico per includere piattaforme basate su cloud ibrido e accedere a offerte del tipo “on-premises as-a-service”.

Entro il 2025, stima Gartner, il 40% delle nuove attività di calcolo e storage on-premises sarà consumato come servizio, rispetto a meno del 10% nel 2021. Entro il 2025 il 70% delle organizzazioni implementerà l’automazione dell’infrastruttura per offrire flessibilità ed efficienza, rispetto al 20% nel 2021.

In questo contesto la prima sfida per le aziende è avere le competenze necessarie per gestire le tecnologie di automazione dell’infrastruttura. L’automazione e l’Ai sono necessarie per dare velocità e scala all’implementazione delle applicazioni.

Il data center nell’hybrid cloud

Il cloud ibrido, che unisce cloud pubblico, edge, colocation e sedi on-premises, sta rapidamente emergendo come alternativa al cloud pubblico per carichi di lavoro mission-critical e offerte as-a-service. Le funzioni del data center non sono più centralizzate in una posizione fisica, ma distribuite per soddisfare requisiti aziendali complessi utilizzando un mix di siti di deployment: cloud, data center, colocation e edge. Gartner stima che solo il 50% dei carichi di lavoro si sposterà al cloud entro il 2025 e che un terzo delle applicazioni rimarrà on-premises.

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Questo può rendere più difficile per i responsabili I&O progettare e gestire il data center man mano che i carichi di lavoro e l’infrastruttura si espandono oltre le sedi centralizzate tradizionali. Se il data center non è più fisico, infatti, è il collocamento dei workload delle applicazioni a guidare le decisioni in merito all’infrastruttura e non l’infrastruttura a guidare il collocamento delle applicazioni. Per risolvere questa complessità è necessaria una visione più ampia dell’architettura e delle operazioni del centro dati. I responsabili I&O devono anche automatizzare l’ambiente del data center e acquisire competenze di automazione nel loro team. Usare i modelli as-a-service alleggerirà ulteriormente l’onere della gestione dell’infrastruttura esternalizzando alcune responsabilità ai partner.

Il compito dei responsabili I&O

I leader di I&O devono comprendere gli effetti della distribuzione dell’infrastruttura del data center nel cloud ibrido. Le funzioni del data center non risiedono più all’interno delle tradizionali quattro pareti fisiche di un singolo edificio. L’intera infrastruttura va dunque considerata come un modello operativo It cloud ibrido all’interno dei confini virtuali per poterla pianificare e gestire. L’infrastruttura non può più essere vista come singoli componenti a livello di dominio, ma con un approccio olistico, di sistema, garantisce una corretta progettazione e gestione end-to-end.

Gartner indica anche che i responsabili I&O devono sfruttare la virtualizzazione…

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Apple nel mirino Ue per la musica in streaming: “Condizioni commerciali sleali”

Apple nel mirino Ue per la musica in streaming: “Condizioni commerciali sleali”

La Commissione europea ha inviato una nuova comunicazione di addebiti ad Apple, dopo quella già inviata nel 2021 sullo stesso tema, in cui chiarisce le sue preoccupazioni sulle regole dell’App Store per i fornitori di streaming musicale. Il passaggio segue la comunicazione degli addebiti della Commissione, che delineava l’opinione preliminare secondo cui Apple avrebbe abusato della sua posizione dominante imponendo la propria tecnologia di pagamento per gli acquisti in-app agli sviluppatori di app di streaming musicale e limitando la capacità degli sviluppatori di app di informare gli utenti di iPhone e iPad in merito a servizi musicali in abbonamento alternativi.

Per Bruxelles applicate “condizioni commerciali sleali”

In particolare, la nuova comunicazione si concentra sulle restrizioni contrattuali che Apple ha imposto agli sviluppatori di app che impediscono loro di informare iPhone e iPad utenti di opzioni di abbonamento musicale alternative a prezzi inferiori al di fuori dell’app e di sceglierle in modo efficace. Bruxelles ritiene in via preliminare che gli obblighi di Apple costituiscano condizioni commerciali sleali.

Una guida per acquisire nuovi clienti con il digital onboarding

La Commissione, indica una nota, è preoccupata per il fatto che gli obblighi imposti da Apple agli sviluppatori di app di streaming musicale impediscano loro di informare i consumatori su dove e come abbonarsi ai servizi di streaming a prezzi inferiori. Tali obblighi – si legge – “non sono né necessari né proporzionati per la fornitura dell’App Store su iPhone e iPad; sono dannosi per gli utenti dei servizi di musica in streaming sui dispositivi mobili di Apple che potrebbero finire per pagare di più e incidere negativamente sugli interessi degli sviluppatori di app di streaming musicale limitando la scelta effettiva del consumatore”.

In vigore il divieto di abuso di posizione dominante

L’articolo 102 del Trattato di funzionamento della Ue vieta l’abuso di posizione dominante. Nel giugno 2020, la Commissione ha avviato un procedimento formale sulle regole di Apple per gli sviluppatori di app sulla distribuzione di app tramite l’App Store. Nell’aprile 2021, la Commissione ha inviato ad Apple una comunicazione degli addebiti a cui Apple ha risposto nel settembre 2021. La comunicazione degli addebiti odierna, chiarendo le obiezioni della Commissione, sostituisce la comunicazione degli addebiti del 2021.

Con questa comunicazione, di fatto, la Commissione informa per iscritto le parti interessate degli addebiti sollevati nei loro confronti. I destinatari possono esaminare i documenti del fascicolo dell’indagine della Commissione, rispondere per iscritto e richiedere un’audizione orale per presentare le loro osservazioni sul caso davanti ai rappresentanti della Commissione e alle autorità nazionali garanti della concorrenza. L’invio di un’ulteriore comunicazione degli addebiti non pregiudica l’esito delle indagini.

Ammenda fino al 10% del fatturato mondiale

Se la Commissione conclude, dopo che la società ha esercitato i suoi diritti di difesa, che vi sono prove sufficienti di un’infrazione, può adottare una decisione che vieti il comportamento sotto tiro e infligga un’ammenda fino al 10% del fatturato mondiale annuo della società. Bruxelles ricorda che non esiste un termine legale per porre fine a un’indagine antitrust, la cui dipende da una serie di fattori, tra cui…

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