Grazie ai dati forniti dal telescopio Gemini South, gli astronomi hanno individuato i segni di quello che sembra essere un gigante gassoso delle dimensioni di Giove o più grande mentre viene inghiottito dalla sua stella.
Simile al Sole ma vicina alla fine della sua evoluzione, la stella si è gonfiata fino a diventare così grande da inglobare il pianeta.
Secondo gli scienziati si tratta di un’anteprima di ciò che accadrà alla Terra quando il Sole si trasformerà in una gigante rossa.
La buona notizia è che non accadrà prima di 5 miliardi di anni.
Grazie alla potenza del Gemini South Adaptive Optics Imager (GSAOI) installato su Gemini South, uno dei due telescopi dell’osservatorio Internazionale gestito dal NOIRLab della National Science Foundation statunitense (NSF), gli astronomi hanno potuto osservare la prima prova diretta di una stella morente che si espande fino a inghiottire uno dei suoi pianeti.
La prova di questo evento è stata rilevata in un’esplosione “lunga e a bassa energia” proveniente da una stella della Via Lattea a circa 13.000 anni luce dalla Terra.
Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Nature, mentre in passato si sono registrati i segnali delle conseguenze di fenomeni simili, gli astronomi non avevano mai colto in flagrante una stella nell’atto di divorare un pianeta.
Questo “pasto” galattico è avvenuto tra 10.000 e 15.000 anni fa vicino alla costellazione dell’Aquila, e in quel “momento” la stella aveva circa 10 miliardi di anni.
Alla fine, quando il gigante gassoso si è inabissato nella stella, c’è stata una fiammata, una repentina esplosione di luce calda, seguita da un flusso di polvere che ha brillato a lungo nell’infrarosso, hanno spiegato i ricercatori.
Per gli scienziati è un’inquietante ma plausibile anteprima di ciò che accadrà alla Terra quando il Sole si trasformerà in una gigante rossa e inghiottirà il nostro pianeta insieme agli altri con orbita più interna: “Se può essere di consolazione, questo accadrà tra circa 5 miliardi di anni”, ha detto uno degli autori dello studio, Morgan MacLeod dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.
Un sistema nuvoloso che copre gran parte dell’Europa settentrionale e occidentale e uno squarcio di sereno che mostra nitidamente lo stivale e parte dei Balcani. Ecco come appare l’Europa nella prima, straordinaria, immagine della Terra scattata da MTG-I1, il nuovo satellite di Esa e d Eumetsat.
MTG-I1 è il primo di una nuova generazione di satelliti che promette di rivoluzionare le previsioni aiutando nel monitoraggio degli eventi meteorologici estremi, sempre più diffusi anche nell’area del Mediterraneo.
Lanciato alla fine del 2022, MTG-I1 si trova in orbita geostazionaria a circa 36.000 km sopra l’equatore e deve ancora completare la fase di messa in servizio ma ha già inviato le prime immagini della Terra. E sono un saggio delle sue incredibili potenzialità.
La prima foto è stata scattata il 18 marzo 2023 in alta definizione nel visibile e infrarosso grazie al Flexible Combined Imager (FCI), uno strumento di imaging di nuova generazione che ha suscitato l’entusiasmo dei responsabili del progetto, un programma congiunto Eumetsat, l’organizzazione Europea dei Satelliti Meteorologici, ed Esa, l’Agenzia Spaziale Europea per garantire la continuità del monitoraggio meteorologico ad alta risoluzione oltre il 2040.
Questo strumento fornisce una foto completa della Terra in soli 10 minuti, rispetto ai 15 minuti della generazione precedente, e include anche una modalità veloce che consente di scattare foto dell’Europa ogni 2,5 minuti. Offre una risoluzione spaziale che va da 500 metri a 1 chilometro. Una definizione che promette di migliorare l’accuratezza delle previsioni meteorologiche su tempi che vanno da pochi minuti a qualche ora.
“Questa immagine eccezionale ci rende molto fiduciosi del fatto che la terza generazione, MTG (Meteosat Third Generation, ndr), inaugurerà una nuova era nella previsione di fenomeni meteorologici estremi” ha dichiarato Phil Evans, direttore generale di Eumetsat.
MTG-I1 è il primo satellite della famiglia MTG e sarà affiancato da altri tre satelliti di imaging (MTG-I) e da due satelliti per lo studio dell’atmosfera (MTG-S), che saranno lanciati tra il 2024 e il 2033.
I modelli di imaging sono dotati di un innovativo ‘cacciatore di fulmini’ detto ‘lightning imager’, mentre i ‘sounder’ saranno in grado di fornire mappe 3D dell’atmosfera. Una volta che tutti i satelliti saranno in orbita, Eumetsat offrirà servizi di previsione meteorologica tra i più sofisticati al mondo realizzando un significativo progresso nel monitoraggio degli eventi meteorologici estremi.
“Il livello di dettaglio che emerge dall’immagine del satellite MTG-I1, finora impossibile da ottenere sull’Europa e sull’Africa da un’orbita geostazionaria, ci permetterà di comprendere meglio il nostro pianeta e i sistemi meteorologici che lo caratterizzano”, ha commentato Simonetta Cheli, direttrice dei programmi di osservazione della terra dell’Esa.
“La possibilità di poter individuare in modo più dettagliato l’estensione e la direzione in cui si muovono i corpi nuvolosi, anche di dimensioni ridotte, unita all’elevata frequenza di aggiornamento”, ha detto ad Ansa Silvia Puca della Protezione civile, “permetterà alle sale operative meteorologiche nazionali di monitorare l’evoluzione di quei sistemi precipitativi intensi a rapida evoluzione che sempre più spesso affliggono l’area del Mediterraneo”.
È avvenuto con successo lo spostamento della navetta Dragon Endeavour di SpaceX che è ora attraccata al portello frontale del modulo Harmony della Stazione Spaziale Internazionale. Una manovra durata circa 38 minuti e condotta dai 4 astronauti della missione Crew-6 giunti sulla Iss lo scorso 3 marzo: Bowen, Hoburf, Alneyadi e Fedayev. L’operazione è stata eseguita per facilitare l’arrivo della 28° missione di rifornimento della stazione orbitante, operata da SpaceX tramite navicella Dragon e attesa per giugno. Il rientro sulla Terra dei 4 astronauti è invece in programma ad agosto. Si tratta della 27° “relocation” di navette nella storia della Iss.
Due piccoli satelliti della Nasa, per osservare ora per ora l’evoluzione degli uragani, sono stati lanciati dalla Nuova Zelanda a bordo di un razzo della società americana Rocket Lab. Il razzo Electron, che appartiene alla categoria dei micro-lanciatori ed è alto 18 metri, è decollato alle 13 ora locale da Mahia, nel nord della Nuova Zelanda.
I due satelliti di tipo cubesat, dal peso di cinque chili ciascuno, raggiungeranno un’altitudine di circa 550 chilometri. Un secondo razzo sarà lanciato tra due settimane per completare con altri due satelliti questa piccola costellazione chiamata Tropics (Time-Resolved Observations of Precipitation Structure and Storm Intensity with a Constellation of Smallsats).
Si avrà così la capacità di tornare ogni ora al di sopra degli uragani (o tifoni sul Pacifico), contro le sei ore attuali. I satelliti consentiranno agli scienziati non più di “vedere solo cosa sta accadendo in un dato momento (…) ma di vedere davvero come le cose cambiano di ora in ora”, ha spiegato durante una conferenza stampa Will McCarty, scienziato della Nasa.
“Avremo sempre bisogno dei grandi satelliti”, ha aggiunto. “Ma ciò che possiamo ottenere da questa missione sono informazioni aggiuntive rispetto ai satelliti di punta che già abbiamo”. Queste informazioni raccolte su precipitazioni, temperatura e umidità possono aiutare a migliorare le previsioni meteorologiche, in particolare dove l’uragano si abbatterà e con quale intensità, e quindi prepararsi meglio per eventuali evacuazioni delle popolazioni che vivono sulle coste.
I geni che modellano la forma del naso sono un’altra eredità lasciataci dai Neanderthal: hanno portato a nasi più alti, che si adattano meglio ai climi più freddi incontrati dai nostri antenati quando hanno lasciato l’Africa.
Lo afferma uno studio pubblicato sulla rivista Communications Biology e guidato dalla cinese Fudan University, che ha utilizzato i dati di oltre 6.000 volontari provenienti da tutta l’America Latina, con origini miste europee, native americane e africane.
Si tratta della seconda scoperta di Dna estraneo a quello di Homo sapiens che influenza tratti del nostro viso: lo stesso gruppo di ricerca, infatti, nel 2021 aveva dato notizia di un gene che modifica la forma delle labbra, ereditato dagli antichi uomini di Denisova.
I ricercatori guidati da Qing Li hanno confrontato le informazioni genetiche dei partecipanti con le fotografie dei loro volti, per cercare di trovare una correlazione tra i diversi tratti del viso e determinate sequenze del Dna. Così facendo, hanno identificato 33 regioni del genoma associate alla forma dei volti: una in particolare, chiamata Atf3, mostra la presenza di materiale genetico ereditato dai Neanderthal, che ha contribuito all’aumento dell’altezza nasale.
Questo gene porta anche i segni della selezione naturale, suggerendo che abbia conferito un vantaggio agli individui portatori di questo tratto. “È stato a lungo ipotizzato che la forma del nostro naso sia determinata dalla selezione naturale”, spiega Li.
“Infatti – continua il ricercatore – i nostri nasi possono aiutarci a regolare la temperatura e l’umidità dell’aria che respiriamo, quindi nasi di forma diversa potrebbero essere stati un adattamento ai diversi climi in cui vivevano i nostri antenati. Il gene che abbiamo ora identificato potrebbe essere stato ereditato dai Neanderthal per aiutare gli esseri umani ad adattarsi ai climi più freddi”.
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