La missione Crew 11 è rientrata con un ammaraggio al largo della California. È la prima volta, nei 25 anni di storia della Stazione Spaziale Internazionale, che un equipaggio rientra in anticipo per un problema di salute a uno dei suoi membri. Dopo 167 giorni in orbita, sono tornati a Terra con la navetta Crew Dragon Endeavour gli astronauti Zena Cardman e Mike Fincke, entrambi della Nasa, Kimiya Yui dell’agenzia spaziale giapponese Jaxa e Oleg Platonov dell’agenzia spaziale russa Roscosmos.
Dietro la vetrina scintillante di un’app di shopping, dove un influencer sorridente presenta l’ultimo gadget tecnologico o un prodotto di bellezza, si nasconde spesso una realtà molto diversa da quella di un semplice studio televisivo. In questo video vediamo una “Streaming Farm”, una fabbrica di streaming. File ordinate di monitor verticali, cavi intrecciati e software di automazione rivelano il cuore pulsante del Live Commerce, un mercato che muove ormai miliardi di dollari.
Una catena di montaggio digitale
Se un tempo la vendita per corrispondenza passava per i cataloghi cartacei ed in seguito sui siti web di e-commerce, oggi il consumatore cerca l’interazione. Tuttavia, gestire questa interazione su scala globale richiede una struttura industriale. Le cosiddette “Streaming Farm” funzionano come vere e proprie catene di montaggio del contenuto che hanno caratteristiche del tutto peculiari:
Moltiplicazione della presenza: Grazie a postazioni come quelle nel video, un singolo prodotto può essere pubblicizzato contemporaneamente su decine o centinaia di profili diversi, massimizzando le probabilità di intercettare l’algoritmo degli utenti.
L’illusione del “Live”: Non sempre dietro lo schermo c’è una persona in diretta in quel preciso istante. Molte di queste postazioni trasmettono loop video pre-registrati di alta qualità 244 ore al giorno, programmati per sembrare trasmissioni in tempo reale.
L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale: I software gestiscono automaticamente i flussi di dati, rispondono ai commenti standard degli utenti e monitorano i picchi di vendita, permettendo a un solo operatore di supervisionare decine di “venditori virtuali” e di aggiornare velocemente la strategia di vendita.
Il segreto della diffusione di queste farm risiede nella rimozione dell’attrito. Nel live commerce, il passaggio dal desiderio all’acquisto è quasi istantaneo: basta un clic sul pop-up che appare durante il video per completare l’ordine senza mai chiudere l’applicazione.
Inoltre, questo sistema abbatte i costi di marketing tradizionali. Invece di investire in costose campagne pubblicitarie, le aziende “inondano” le piattaforme social con una presenza costante. Se un prodotto o un venditore non performa, viene chiuso e sostituito in pochi minuti, magari proprio dall’AI, in un processo di selezione naturale dettato dai dati di vendita in tempo reale.
Il futuro del commercio globale
Questo fenomeno, nato e consolidatosi nei mercati asiatici, sta rapidamente varcando i confini continentali. Le piattaforme occidentali si stanno evolvendo per ospitare funzionalità simili, spingendo anche i brand europei e americani a confrontarsi con questa nuova realtà industriale.
L’immagine della stanza piena di monitor non è solo una curiosità tecnologica, ma il simbolo di una nuova era: quella in cui la vendita non è più un evento, ma un flusso continuo e inarrestabile che fonde intrattenimento, algoritmi e logistica. Questo fenomeno solleva anche interrogativi importanti sull’autenticità dei contenuti digitali e sulle condizioni di lavoro dietro le quinte di questa nuova economia.
Sta facendo discutere la novità di Microsoft Teams che, in arrivo nel 2026, avviserebbe i datori di lavoro della presenza o meno in ufficio da parte dei dipendenti. Il rischio, per molti, è l’abuso della “sorveglianza digitale” in nome dell’efficienza produttiva. La nuova funzione consentirebbe, nel caso in cui un dipendente si connetta alla rete wifi aziendale registrata, di segnalare con un’apposita etichetta lo stato “in ufficio”.
La novità
Secondo l’azienda tech, la nuova funzione avrà l’unico scopo di “aumentare e migliorare l’organizzazione logistica” tra colleghi dello stesso posto di lavoro, agevolando la pianificazione di riunioni in sede o da remoto. Come ha sottolineato Microsoft, la funzionalità sarà disattivata di default e la sua attivazione dipenderà solo dall’amministratore. La novità sarà introdotta a partire dal nuovo anno sui principali sistemi operativi, Windows e MacOS.
Non è solo un’immagine astronomica, ma una performance visiva, un connubio tra sport estremo e fotografia scientifica.
“La caduta di un Icaro”: così l’astrofotografo statunitense Andrew McCarthy ha battezzato questo spettacolare scatto, che mostra la silhouette di un uomo in caduta libera davanti al disco solare.
Il tutto è stato possibile grazie a una meticolosa preparazione: “Ci sono voluti mesi di pianificazione e un sacco di calcoli matematici, ma non potrei essere più felice del risultato!”, ha scritto McCarthy su X.
Un’altra riflessione, sempre affidata ai social, rende ancora meglio l’idea delle proporzioni in gioco: “Incredibile quanto [l’uomo] sembri piccolo, nonostante sia quasi 50 milioni di volte più vicino [rispetto al Sole]”.
Per realizzare questa immagine, lo scorso 8 novembre McCarthy ha allestito nel deserto dell’Arizona un array di telescopi per catturare la superficie del Sole, usando un filtro nebulare H-alfa per mettere in risalto i dettagli turbolenti dell’atmosfera solare. Insieme a lui l’amico e paracadutista Gabriel C. Brown, Youtuber e musicista, pronto a eseguire un salto da un velivolo ultraleggero.
Di salti ne sono serviti sei, e finalmente McCarthy ha colto l’attimo, riuscendo ad allineare telescopio, Brown e disco solare in quell’istante perfetto. Il risultato è una silhouette scura e nitida che sembra cadere sul disco solare, in un’immagine di grande impatto visivo. McCarthy ha poi composto un mosaico ad alta risoluzione del Sole, abbinando alla silhouette di Brown la superficie solare catturata con un altro telescopio.
Lo stesso autore in precedenza aveva già realizzato scatti simili: come la Stazione Spaziale Internazionale che transita davanti al Sole, un aereo davanti alla Luna, un razzo vettore sempre davanti al Sole. Ma un uomo, che sembra cadere letteralmente verso il disco solare, fa tutto un altro effetto.
L’ondata di investimenti nell’intelligenza artificiale è straordinaria, ma è anche segnata da “elementi di irrazionalità”. A dirlo è il CEO di Alphabet, Sundar Pichai, in un’intervista esclusiva alla BBC nella sede di Mountain View. Il monito è chiaro: se la bolla dell’IA dovesse scoppiare, nessuna azienda sarebbe immune, Google compresa.
Pichai sottolinea come l’attuale ciclo di investimenti abbia raggiunto dimensioni senza precedenti. Google, per esempio, è passata da meno di 30 miliardi di dollari di spesa annua a oltre 90 miliardi, mentre l’intero settore ha superato la soglia del trilione di dollari destinati a infrastrutture e sviluppo.
Una corsa alimentata dalla crescente domanda di strumenti come Gemini, dai nuovi superchip proprietari e dalla competizione sempre più serrata con OpenAI e gli altri protagonisti globali.
“Nessuna azienda è immune, noi compresi. Se si investe in eccesso, dovremo attraversare quella fase” Sundar Pichai, CEO di Alphabet
Secondo Pichai, l’entusiasmo per il potenziale dell’intelligenza artificiale è ampiamente giustificato, ma, come accadde con Internet negli anni ’90, si rischia di “andare fuori giri”. Anche allora, ricorda, gli investimenti furono eccessivi, ma nessuno mette in dubbio l’impatto e la portata storica della digitalizzazione. L’IA, afferma, avrà un impatto altrettanto profondo, ma il settore deve essere pronto a gestire i momenti di crisi dello sviluppo.
Il CEO riconosce che un eventuale scoppio della bolla avrebbe ripercussioni trasversali: “Non c’è azienda al riparo”. Google, tuttavia, ritiene di possedere una posizione più solida grazie al suo “full stack”, che va dai chip alle piattaforme come YouTube, dai modelli agli avanzati laboratori di ricerca.
Il manager mette però in guardia anche sull’enorme fabbisogno energetico dell’IA: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i data center rappresentavano già l’1,5% dei consumi globali nel 2023. Una sfida che, secondo Pichai, richiede infrastrutture e fonti rinnovabili più ambiziose per non frenare l’innovazione e la crescita. L’IA cambierà professioni, competenze e processi: “Chi saprà usare questi strumenti avrà più successo”, afferma Pichai, ma per non ripetere gli errori del passato serviranno prudenza e una visione di lungo periodo.
Il paleontologo francese Philippe Taquet, uno dei protagonisti dello studio dei dinosauri africani, è morto a Parigi il 16 novembre all’età di 85 anni. A darne notizia Le Monde, che lo descrive come un instancabile “cacciatore di dinosauri”. Taquet è stato anche direttore del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, dove ha formato intere generazioni di studiosi. A lui si devono straordinarie scoperte nel Sahara, come l’Ouranosaurus nigeriensis e il Nigersaurus taqueti, due specie che hanno ampliato in modo significativo la conoscenza del Cretaceo africano.
Figlio di imprenditori tessili, Taquet si avvicinò alla paleontologia nel 1964, quando il suo maestro Jean-Pierre Lehman lo convocò d’urgenza al museo. I geologi francesi, in missione in Niger, avevano trovato ossa fossili nel deserto del Ténéré e avevano bisogno di un giovane ricercatore pronto a partire subito. Taquet accettò e, tra il 1965 e il 1972, guidò una serie di spedizioni che portarono alla scoperta di un patrimonio eccezionale: i resti dell’Ouranosaurus, descritti nel 1976, del curioso Nigersaurus e del gigantesco Sarcosuchus, un coccodrillo preistorico lungo oltre dieci metri.
Il sito di Gadoufaoua, nel Niger centrale, divenne il suo principale laboratorio a cielo aperto. Taquet intuì subito il valore di quel giacimento, ricco di ossa di sauropodi e di altri dinosauri, ma non riuscì a descrivere tutto il materiale raccolto; molte delle sue scoperte sarebbero state pubblicate solo decenni più tardi, grazie a nuove campagne internazionali.
Parallelamente, Taquet ebbe una prestigiosa carriera istituzionale: fu ricercatore presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica francese (CNRS), professore di paleontologia presso il Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi e direttore dell’istituzione dal 1985 al 1990. In seguito entrò a far parte dell’Accademia delle Scienze di Francia, di cui fu presidente nel biennio 2012-2013, come ricorda Les Échos.
Accanto alla ricerca, Taquet si dedicò alla divulgazione. Nel volume L’impronta dei dinosauri (1994) raccontò la paleontologia come un’avventura intellettuale e umana, adottando uno stile vicino al reportage scientifico.
Il suo percorso incrociò più volte l’Italia: il Museo di Storia Naturale di Venezia espone oggi lo spettacolare scheletro di Ouranosaurus nigeriensis, frutto delle missioni compiute insieme al paleontologo e imprenditore veneziano Giancarlo Ligabue, suo collaboratore nelle spedizioni nel Sahara.
Considerato da molti l’erede moderno di Georges Cuvier, Taquet lascia in eredità nove specie identificate, decenni di scavi nel Sahara e una visione della paleontologia capace di unire rigore scientifico, cooperazione internazionale e autentica passione per il lavoro sul campo.
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