Service Forum Italia- Canada: l’AI è più sostenibile ed etica

Service Forum Italia- Canada: l’AI è più sostenibile ed etica

di Sara Moraca Tenutosi lo scorso novembre, l’evento è stato teatro di discussione della collaborazione tra i due Paesi sui temi dell’innovazione e dell’intelligenza artificiale

La globalizzazione, la gestione dei diversi mercati e la collaborazione tra enti pubblici, privati e imprese presuppongono l’utilizzo di informazioni sempre più complesse e articolate. Si parla molto di “huge data” riferendosi a dati informatici così grandi, veloci o complessi, difficili o impossibili da elaborare con i metodi tradizionali. L’accesso e l’archiviazione di grandi quantità di informazioni per l’analisi esistono da molto tempo. L’importanza dei huge data non ruota attorno alla loro quantità ma al loro utilizzo. Advertisement esempio, possiamo accedere ai dati da qualsiasi fonte, analizzarli e trovare risposte che ci permettano di ridurre i costi, abbreviare le scadenze, sviluppare nuovi prodotti e ottimizzare le offerte e prendere decisioni più intelligenti. I big data sono stati importanti anche negli ultimi due anni della pandemia, per capire come si stava evolvendo SARS-CoV2 nel mondo e per poter fare previsioni basate su dati oggettivi e affidabili. Accanto a queste possibilità, ci sono altrettante sfide etiche e sociali. Queste tematiche sono state al centro del Service Forum Italia- Canada, evento che si è svolto lo scorso novembre in una dieci giorni online.

Le sfide etiche sono molto più ampie di quanto si potrebbe pensare. Durante il Online forum hanno trovato spazio riflessioni sulla personal privacy, in un mondo sempre più connesso, in cui però i dati possono essere preziose fonti di informazioni non solo per le aziende, ma anche per la sanità digitale e del fascicolo sanitario elettronico, oggi al centro del dibattito politico anche a causa della pandemia. La crescente necessità di collaborazione dettata da sfide sempre più grandi come il cambiamento climatico e la pandemia hanno reso sempre più necessarie pratiche di data sharing, spesso tra attori di tipo diverso, provenienti da contenti e mercati differenti, che trattano e archiviano le informazioni in modalità spesso non analoghe. Le minacce attuali comprendono anche la cybersecurity, gli attacchi informatici possono infatti compromettere i dati e portare a crimini informatici, come il furto di informazioni e identità. La materia trattata, seppur sconosciuta sino a poche decine di anni fa, risulta oltremodo rilevante e di grande interesse al giorno d’oggi. Per tale ragione, si prevede che le dimensioni del mercato globale della sicurezza informatica cresceranno fino a raggiungere i 345,4 miliardi di dollari entro il 2026. Difatti, la crescente consapevolezza delle minacce informatiche porta e porterà a un aumento degli investimenti in cybersecurity. Al Forum la sostenibilità è stata una delle principali protagoniste. Gli esperti hanno infatti affrontato infatti una delle tematiche chiave: come rendere il settore dell’hpc (high performace computing) più sostenibile, dato che oggi esso rappresenta uno dei comparti più energivori?Aziende e ricercatori sono già alla ricerca di soluzioni, anche se la tematica rappresenta una delle sfide aperte di maggiore importanza.

L’intelligenza artificiale può però rappresentare una speranza per un pianeta più pulito e sostenibile. Secondo un approfondito studio del Boston Consulting Group, l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale sarebbe in grado di ridurre, in dieci anni, le emissioni di gas serra delle aziende dal 5% al 10%, generando fino a 2,6 mila miliardi di dollari di valore, inclusi nuovi ricavi e risparmi sui costi. Italia e Canada vogliono e devono lavorare insieme perché questi buoni propositi possano diventare realtà. Il Canada è stato il primo paese al mondo nel 2017 a dotarsi di una strategia per l’intelligenza artificiale e può essere quindi un ottimo partner per immaginare e realizzare un futuro in cui tecnologia, sostenibilità ed etica rappresentino una solida realtà e non solo un buon proposito.

22 dicembre 2021 (modifica il 22 dicembre 2021|12:40)

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Dall’unità di misura @ alla matematica dell’800: il digitale usa

Dall’unità di misura @ alla matematica dell’800: il digitale usa

di Luciano Floridi e Massimo Sideri

Nonostante l’accelerazione digitale, segni e simboli continuano a regolare la società. Alcuni sono antichi. Altri, come la matematica ottocentesca di Boole, hanno disegnato la tecnologia

Umberto Eco diceva che, anche se rare, esistono delle tecnologie nate già con il massimo grado di evoluzione. Tecnologie perfette, che forse possono sparire ma che non cambiano e non cambieranno mai perché potrebbero solo peggiorare. Non funziona il facile ma fuorviante esempio della ruota che, anzi, ha sofferto a lungo per trovare la propria «forma». Basti pensare all’introduzione dello pneumatico da parte del medico scozzese Dunlop, nell’Ottocento, per evitare nelle biciclette dell’epoca l’effetto «spaccaossa». L’esempio perfetto per Eco era il cucchiaio. Provate un po’ a migliorarlo? La stessa teoria si potrebbe applicare a qualcosa di intangibile ma necessario come i segni e i simboli. Nonostante l’accelerazione digitale e tecnologica, alcuni di essi continuano a vivere con noi, anche se non ce ne rendiamo sempre conto. Nati perfetti, cambia solo il loro uso. Partiamo da un simbolo che usiamo tutti i giorni, talmente iconico da essere diventato un codice che può significare tante cose: email, internet, digitalizzazione. La chiocciola in italiano o «at» in inglese: @. L’enciclopedia Treccani ci ricorda che la «chiocciola non è affatto una novità. La sua origine si può ritrovare nell’uso (normale nella scrittura dei mercanti medievali) della lettera a con una linea sovrapposta, che poteva valere come abbreviazione delle parole latine a(nnus), a(ut), a(lius), a(nte)».

In realtà è soprattutto con i commercianti veneziani che si impose con la sua forma abbreviata: @, forse come evoluzione grafica della prima lettera di anfora in greco antico (à). Questo perché l’anfora era già una unità di misura del volume nell’antica Grecia: il frigorifero dell’epoca, l’anfora di ceramica appunto, era diventato anche un indicatore per il commercio. Più tardi, nella lingua inglese, questo simbolo si specializza, assumendo il valore di a(t), cioè «presso» e anche di abbreviazione di «at a price of» cioè «al prezzo di». Di qui il suo successivo impiego nelle macchine da scrivere di inizio Novecento come la Corona portatile degli inviati della Prima guerra mondiale e, infine, sugli indirizzi di posta elettronica. Per certi versi la digitalizzazione ci ha resi una società di simboli, anche perché questi ultimi possono essere facilmente «digitalizzati». Per questo la musica è stata la prima industria a subire l’impatto della trasformazione tecnologica già dagli anni Novanta: le onde sonore in fisica sono una oscillazione periodica trasformabile in una equazione. Già Thomas Edison inventò e ottenne il brevetto nel 1878 per il fonografo, anche se non se ne comprese subito l’importanza. Si può dire che da quel momento il destino dell’industria fu segnato: la musica era già stata trasformata in numeri. Non serviva altro per passare da un’innovazione tecnologica all’altra, fino allo streaming. A completare la trasformazione sono bastati altri simboli che regolano le nostre vite trasformando dati, informazioni e conoscenza in cibo per microprocessori: spesso dimentichiamo che l’intera informatica che ha dato vita a una capacità e velocità di calcolo senza precedenti nella storia dell’umanità con gli high performance computing parte da una sorta di matematica «semplificata», quella di un matematico inglese dell’Ottocento, George Boole, a cui si devono le tre operazioni base della logica binaria: AND, OR, NOT. Li chiamiamo ancora oggi operatori booleani.

Per la scrittura il percorso è forse stato meno lineare. È noto l’aneddoto del corso di calligrafia seguito all’Università da Steve Jobs che lo portò a introdurre l’eleganza delle fonts (il tipo di carattere) dentro il programma di scrittura dell’Apple I. Oggi possiamo dire che se la sintassi è spesso stata stravolta dalla brevità e dalla velocità dei dialoghi online, dall’email ai social, ciò che è rimasto saldo è la semiotica del linguaggio, la sua parte simbologica. Si deve a uno stampatore italiano, Aldo Manuzio, padre anche di quello che oggi chiameremmo il libro tascabile, l’invenzione dell’italics (che per uno bizzarro transfer linguistico noi italiani chiamiamo corsivo), ma anche il riordino della punteggiatura, come l’invenzione del quasi estinto punto e virgola (;). I documenti dell’epoca ricordano come il teologo Erasmo da Rotterdam affrontasse un lungo viaggio per affidare i suoi manoscritti a Manuzio, unico stampatore di cui si fidasse. D’altra parte, risale sempre al Quattrocento veneziano la concessione del privilegio di stampa, ciò che oggi chiamiamo copyright e che cerchiamo di fare rispettare online, anche in questo caso con un simbolo: ©. E cosa dire dell’hashtag reso una potente funzione di raggruppamento di interessi in particolare da Twitter e, dunque, affidato a una nuova vita digitalizzata? Il cancelletto compariva già in documenti ottocenteschi per indicare i numeri, ma la sua origine di abbreviazione per la parola «numerus» risalirebbe ai latini (una N tagliata con un trattino orizzontale). Anche qui non si esclude che il simbolo fosse usato per la libbra, la stessa da cui, con la monetazione carolingia, deriva la parola lira. Sembra che l’essere umano non riesca a liberarsi da alcuni simboli e unità di misura, nemmeno volendo.

Tutte queste trasformazioni non sono passate inosservate ai filosofi. Nel 1881, Nietzsche, ormai anziano e con la vista sempre peggiore, decide di usare una macchina da scrivere. La Remington 2 è già disponibile (dal 1878), ma non è la migliore in commercio e Nietzsche la trova pesante, come scrive alla sorella. Vince la medaglia d’argento all’Esibizione Universale di Parigi, ma la medaglia d’oro è della Malling-Hansen Writing Ball, e Nietzsche la preferisce. Oggetto piuttosto strano, si danneggiò durante il trasporto, le riparazioni successive aggravarono il suo cattivo funzionamento e alla fine ciò determinò il difficile rapporto che Nietzsche ebbe con questa macchina (oggi restaurata dalla stessa Malling-Hansen). Nietzsche scrisse circa 60 manoscritti con essa e resta famosa la sua comparazione poetica tra lui e la macchina: «La palla scrivente [la Malling-Hansen Writing Ball] è una cosa come me [fatta] di ferro, e tuttavia facile a storcersi, soprattutto in viaggio. Bisogna avere d’avvero pazienza e tatto e dita delicate per adoprarci». La Malling-Hansen Writing Ball era stata prodotta inizialmente per persone con difficoltà visive, proprio come Nietzsche. Aveva 54 tasti. Molti anni dopo, nel 1932, un altro grande filosofo, W.V. Quine sceglie invece una Remington, la Portatile 2. Doveva scrivere la tesi di dottorato da consegnare a un altro grande filosofo e matematico, A. N. Whitehead, che con Russell aveva pubblicato i Principia Mathematica, uno dei più importanti lavori di logica di tutti i tempi, fondamento della logica matematica contemporanea. La sua Remington aveva solo 47 tasti, disposti nella classica tastiera QWERTY, resa standard proprio dalla Remington per impedire che i martelletti si incastrassero (cosa ormai inutile ma ereditata dal mondo digitale). Quine deve scrivere troppe formule e decide di modificare la macchina: per far posto ai simboli logici (anche quelli della logica Booleana), spariscono tra gli altri @ e ?. Molti anni dopo, Quine, che userà quella stessa macchina da scrivere tutta la sua vita senza mai decidere di passare a un computer, spiegherà che non aveva bisogno del punto interrogativo perché, occupandosi di logica, aveva solo a che fare con certezze. Battuta divertente ma filosoficamente un po’ sospetta. Infatti, non la pensava così l’altro autore dei Principia Mathematica. In un saggio del 1928, Russell raccomanda, giustamente: «In tutte le cose (affairs) è salutare ogni tanto mettere un punto interrogativo sulle cose (things) che a lungo hai dato per scontate». È poi inutile dire quanto oggi la filosofia debba poi occuparsi proprio dell’@.

Sulla necessità del domandare, per una volta tanto, Heidegger e Russell concordavano. I testi di Heidegger sono pieni di domande, e domande sul domandare. È poi risaputo (alcuni direbbero notorio) l’uso del trattino da parte di quest’ultimo, per discutere di concetti filosofici. Non l’avrebbe certo eliminato dalla sua macchina da scrivere, se ne avesse usata una. Ma si sa che Heidegger aveva un rapporto critico e negativo con la meccanizzazione della scrittura. Un passo famoso del suo Parmenide (1942), denuncia la fine del rapporto manuale con la scrittura proprio a causa dell’arrivo della macchina da scrivere e della tipo-grafia (trattino nostro). Se questo ricorda a qualcuno la polemica di Platone nei confronti della scrittura, ci siamo. Certi filosofi proprio non ce la fanno a guardare all’innovazione e alla tecnologia come qualcosa anche di buono. Almeno quando predicano. Nella prassi, beh le cose vanno diversamene. Di Socrate non abbiano nulla ma di Platone gli scritti ci sono. E Heidegger scriveva tutto a mano, ma era meticolosissimo nell’assicurarsi che poi i suoi manoscritti divenissero perfetti dattiloscritti, anche quelli non destinati alla pubblicazione. Un giorno del 1932 la macchina da scrivere acquistata dal suo assistente, Werner Brock, una Torpedo portatile, sparì, con l’assistente. Brock era di origini ebraiche ed era scappato a Cambridge (dove erano stati Whitehead e Russell, e dove stava studiando Turing e insegnando Wittgenstein). Heidegger non si diede per vinto. Ne acquistò una nuova, modello Urania Piccola portatile. E questa volta non si fece fregare: con la sua calligrafia in Sütterlin (un carattere tipografico corsivo introdotto dall’omonimo ministro della cultura prussiano, poco leggibile e oggi obsoleto), scrisse il suo nome in una parte nascosta. La macchina da scrivere alla fine è finita su eBay, ed oggi fa parte della collezione di Richard Polt, un filosofo. Se a Quine possiamo rimproverare di non aver capito l’importanza del punto interrogativo e dell’@, a Heidegger possiamo rinfacciare un po’ d’ipocrisia nei confronti di tutta la tastiera.

E parlando di essere e tempo, anche il calcolo del tempo altro non è che una consuetudine simbolica digitalizzabile. E la crisi — anche qui — dell’industria degli orologi da uomo, ultimo «gioiello» maschile sottratto alla trasformazione dei costumi moderni, ne è un ulteriore indizio. Alcune di queste consuetudini scompaiono perché legate a un bisogno tecnologico temporaneo: nei vecchi cronografi degli anni Cinquanta, per esempio, un pallino rosso al terzo minuto segnava lo scatto alla risposta entro il quale, se non si voleva pagare il secondo scatto di tre minuti, bisognava riattaccare la cornetta. Ma in generale simboli, segni, codici, sopravvivono, cambiando soltanto «casa». Il sistema sessagesimale che usiamo ancora oggi per calcolare il passare del tempo risale addirittura all’antica Mesopotamia. E vale anche per gli smart watch e i computer, non solo per gli uomini. La storia dei simboli e del nostro rapporto con essi non finisce certo qui. Oggi il dibattito si è spostato sulla shwa: ə. Disponibile dal 1821, è diventato un simbolo del dibattito sul linguaggio inclusivo e la parità di genere (simpaticə indica sia simpatico sia simpatica, ma senza preferenza). E se qualcosa ci ha insegnato la storia passata è che è meglio restare aperti ai cambiamenti, per capire quali resteranno, quali si trasformeranno, e quali finiranno per essere solo mode passeggere. Predicando meno e razzolando meglio.

16 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 12:13)

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Dalla mano robotica al tablet di Cars: i giocattoli tech

Dalla mano robotica al tablet di Cars: i giocattoli tech

di Federico Cella

Il primo smartwatch che insegna a leggere l’ora, il tablet con applicazioni educative preimpostate e l’ebook per giovanissimi lettori. E se vogliamo un robot, Grogu interagisce con suoni e movimenti al nostro tocco

I giochi tecnologici sono una bellissima idea regalo che piace sempre ai piccoli (ma a volte anche ai grandi). Dalla mini auto comandata al tablet, i nostri suggerimenti per trovare i regali più divertenti.

Baby Yoda – Hasbro

Con le innovazioni tecnologiche che avanzano, e componenti elettronici che costano sempre meno, avere un piccolo robot in casa – presenza anche formativa – non è poi così strano. Se poi ci piace l’idea di averlo con le fattezze di Baby Yoda, il personaggio della serie tv The Mandalorian, ci ha pensato Hasbro. Il piccolo Grogu versione Animatronic costa 68,50 euro e reagisce con suoni e movimenti al nostro tocco. Può anche utilizzare la Forza, ma dopo dobbiamo metterlo a dormire.

Pipe Kart – SuperMario

Dal videogioco all’esperienza reale, analogica: a volte il digitale torna sui suoi passi e regala una macchina radiocomandata con a bordo il re dei videogame, SuperMario. Il Pipe Kart ispirato al gioco SuperMario Kart viaggia a 9 chilometri all’ora con un’autonomia di 30 minuti. Poi la batteria si ricarica velocemente tramite porta Usb. Il gioco costa 44,99 euro e fornisce il massimo del divertimento quando di macchinine se ne hanno almeno due. E si costruisce un percorso di gara sul pavimento di casa.

Tobi – Little Tikes

Se anche i più piccoli vogliono iniziare a cimentarsi con un proprio device, per il Natale di quest’anno arriva Tobi, smart watch poco invasivo e di semplice utilizzo. Prima di tutto insegna a leggere l’ora (con 50 quadranti differenti), poi permette non solo di fare diversi giochi educativi ma anche di riprendere video e scattare foto grazie alle due fotocamere integrate. Il sensore di movimento invita quindi al gioco attivo, fisico, registrando e sollecitando i movimenti del piccolo (costa 69,99 euro).

Tablet cars – Disney

Sempre in tema di prodotti d’ingresso per bambini e bambine, Disney ha sfornato quest’anno un tablet in stile Cars firmato da Pebble Gear (costa 119,99 euro). A bordo sono già installati oltre 500 tra videogiochi, app educative ed ebook da leggere. Dotato di custodia anti-urto (e di 2 anni di garanzia) e del filtro protettivo contro l’affaticamento da luce blu, il tablet ha un software completo per il controllo parentale dei contenuti, 16 Gb di memoria e la connessione wi-fi.

Cyborghand – Buki

Se ascolto dimentico, se guardo capisco, se faccio imparo. Poca teoria e molto mani in pasta, dunque: se la generazione attuale si ciberà di digitale, è bene che impari come funziona. Una bella idea è mettersi alla prova con la CyborgHand, giocattolo americano che sta prendendo piede anche da noi: una mano robotica da costruire in casa e che funziona sfruttando la potenza dell’idraulica. Con giunture e motori da assemblare, la si trova online con marchio Buki a 32,90 euro.

9 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 12:24)

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L’attore Chris Noth (Mr

L’attore Chris Noth (Mr

di Maria Volpe

L’attore che interpreta l’eterno amore di Carrie (Sarah Jessica Parker) avrebbe aggredito, anni fa, due donne che non si conoscono. Noth: «Accuse del tutto false».

Il celebre Mr. Big di «Sex and The City», l’attore Chris Noth, è stato accusato da Zoe, ora 40enne, e Lily, ora 31enne, di averle aggredite sessualmente. Una notizia choc all’indomani del ritorno della celebre serie, che ora si intitola «And Just Like That» che vede tra i protagonisti proprio lui, Mister Big, eterno amore di Carrie (Sarah Jessica Parker). Le due donne che lo accusano, non si conoscono e hanno parlato separatamente, a distanza di mesi, con il sito The Hollywood Reporter, riferendo che proprio il ritorno della serie ha risvegliato in loro terribili e «dolorosi ricordi» di eventi che — dicono — si sarebbero verificati rispettivamente a Los Angeles nel 2004 e a New York nel 2015.

Protette per la privacy

Per proteggere la loro privacy, The Hollywood Reporter utilizza per entrambe degli pseudonimi. Lily, ora giornalista, ha contattato THR ad agosto. «Non sono sicura di come affrontare questo tipo di storia e di come si possano trovare le altre vittime», ha scritto in una e-mail. Il sito ha invece sentito Zoe in ottobre. Lavora ancora nell’industria dello spettacolo e teme le ripercussioni se la sua identità fosse nota. Ma «vedere che stava riprendendo il suo ruolo in Sex and the City ha fatto scattare qualcosa in me», ha dichiarato. «Per così tanti anni, l’ho seppellito». Ma ora ha deciso che era ora di «provare a rendere pubblico chi è» Chris Noth.

La difesa di Mr. Big

Contattato per un commento, Noth ha inviato una dichiarazione: «Le accuse contro di me, fatte da due persone che ho incontrato anni fa, anche decenni fa, sono categoricamente false. Queste storie potrebbero essere di 30 anni fa o 30 giorni fa, ma “no”significa sempre “no” e questa è una linea che non ho superato». L’attore sottolinea: «Gli incontri sono stati consensuali. È difficile non mettere in discussione il tempismo di uscita di queste storie — aggiunge l’attore, 67 anni — Non so per certo perché stanno emergendo ora, ma so questo: non ho aggredito queste donne».

16 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 12:26)

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Luca Lucci e altri due ultras del Milan arrestati: traffico

Luca Lucci e altri due ultras del Milan arrestati: traffico

di Pierpaolo Lio

Il noto capo della Curva Sud era a capo del giro di stupefacenti: dal suo ufficio gestiva acquisti e importazioni. La sua storia: il pugno a un tifoso interista che perse un occhio, la foto con Salvini, la sorveglianza speciale

Era considerato intoccabile. Gestiva tutto comodamente dal suo ufficio, via telefono, con cellulari criptati che avrebbero dovuto garantirgli la sicurezza di non essere intercettati, e che invece per la prima volta sono stati «bucati» dagli investigatori. È finito così in carcere Luca Lucci, 39 anni, capo della Curva Sud milanista, nell’inchiesta per traffico di droga della Squadra mobile, coordinata dal pm Leonardo Lesti, che ha portato ad 8 misure cautelari del gip Fabrizio Filice. Lucci, coinvolto in molte inchieste negli ultimi anni e arrestato per droga in passato, è diventato noto perché si fece fotografare il 16 dicembre 2018 assieme all’allora vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini in occasione della festa per i 50 anni della Curva Sud. Inoltre, era stato condannato per aver sferrato un pugno, nel derby Milan-Inter del 15 febbraio 2009, al tifoso interista Virgilio Motta facendogli perdere un occhio. Era lui il «boss» dell’organizzazione dedita al traffico internazionale di stupefacenti: dal suo ufficio era in grado di gestire le spedizioni di droga, risultando inattaccabile grazie a un ingegnoso sistema di gestione acquisti e importazioni. A luglio dell’anno scorso Lucci era stato sottoposto a sorveglianza speciale e gli era stato vietato di avvicinarsi agli stadi.

Secondo il gip Fabrizio Filice, Lucci sarebbe stato «al vertice dell’organizzazione» pianificando «l’attività illecita senza mai partecipare attivamente, impartendo direttive attraverso il software Encrochat, installato su un telefono cellulare Bq Aquaris» in suo possesso e con «utenza telefonica olandese», un sistema prima d’ora mai violato. «Qualsiasi tentativo di intercettazione dei messaggi cifrati», scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, «aveva avuto sempre esito infruttuoso». La svolta è arrivata dall’Europa, dall’acquisizione di milioni di messaggini su Encrochat da parte della magistratura francese e olandese, poi ottenute dagli investigatori milanesi attraverso una collaborazione tra forze di polizia.

Stando agli accertamenti della squadra mobile, anche gli altri due ultras arrestati possono considerarsi dei «pezzi grossi» all’interno del principale gruppo del tifo organizzato rossonero. Per loro sono stati disposti gli arresti domiciliari.

A quanto emerso, Lucci e altri due ultras del Milan, insieme con gli altri 5 indagati, importavano ingenti quantitativi di droga dal Marocco e dal Sudamerica. Tre degli indagati sono stati portati in carcere, quattro agli arresti domiciliari e uno sottoposto all’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria con divieto di dimora.

Gli ultras risultano coinvolti a titolo personale, cioè senza il coinvolgimento delle tifoserie organizzate di cui facevano parte. L’indagine è stata effettuata dagli uomini della Squadra mobile di Milano, guidati da Marco Calì e dal vice Alessandro Carmeli. La misura cautelare è stata emessa dal gip di Milano su richiesta del sostituto procuratore Leonardo Lesti e coordinata dal procuratore aggiunto Laura Pedio. Sono state eseguite numerose perquisizioni in abitazioni a loro riconducibili nelle province di Milano, Bergamo, Lodi e Monza Brianza.

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17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 21:28)

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Gallarate, al bowling senza mascherina picchia titolare e mostra finto

Gallarate, al bowling senza mascherina picchia titolare e mostra finto

di Andrea Camurani

Il 44enne non voleva indossare il dispositivo in modo corretto: ha picchiato il proprietario del locale e l’ha trascinato all’esterno, millantando di appartenere alle forze dell’ordine

Teneva la mascherina abbassata e alle rimostranze ha sbottato: «Non sai con chi hai a che fare. Io sono del Nas». Ma il tesserino dei carabinieri era farlocco, e dopo gli spintoni, l’uomo autore della bravata è stato identificato e denunciato dalla polizia del commissariato di Gallarate. È successo alla fine di novembre al bowling cittadino e le indagini hanno dato i loro frutti qualche giorno fa quando il responsabile è stato accusato di «sostituzione di persona», «tentate lesioni aggravate dall’utilizzo di strumenti atti ad offendere» e «minaccia».

I fatti risalgono al 24 novembre scorso, quando un 44enne, invitato più volte dal titolare del bowling di Gallarate ad utilizzare la mascherina di protezione individuale in base alle norme Covid, infastidito dalle legittime richieste dell’esercente lo ha aggredito sia verbalmente che fisicamente, strattonandolo più volte per trascinarlo all’esterno con l’idea di vedersela a pugni fuori dal locale.

E in quel momento, oltre alle aggressioni fisiche e verbali, l’uomo si è qualificato come un appartenente ai N.A.S. dei Carabinieri millantando la qualifica con un fantomatico tesserino contenuto nel portafogli subito rimesso in tasca prima che l’interlocutore riuscisse a verificarne l’autenticità. Attimi ricostruiti in una denuncia dettagliata finita sul tavolo del vice questore Luigi Marsico che ha attivato le indagini suffragate anche dalle immagini della videosorveglianza: l’uomo è stato rintracciato nell’abitazione della compagna a Castellanza, e ora dovrà vedersela con la Procura di Busto Arsizio.

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17 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 12:06)

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