di Luciano Floridi e Massimo Sideri

Nonostante l’accelerazione digitale, segni e simboli continuano a regolare la società. Alcuni sono antichi. Altri, come la matematica ottocentesca di Boole, hanno disegnato la tecnologia

Umberto Eco diceva che, anche se rare, esistono delle tecnologie nate già con il massimo grado di evoluzione. Tecnologie perfette, che forse possono sparire ma che non cambiano e non cambieranno mai perché potrebbero solo peggiorare. Non funziona il facile ma fuorviante esempio della ruota che, anzi, ha sofferto a lungo per trovare la propria «forma». Basti pensare all’introduzione dello pneumatico da parte del medico scozzese Dunlop, nell’Ottocento, per evitare nelle biciclette dell’epoca l’effetto «spaccaossa». L’esempio perfetto per Eco era il cucchiaio. Provate un po’ a migliorarlo? La stessa teoria si potrebbe applicare a qualcosa di intangibile ma necessario come i segni e i simboli. Nonostante l’accelerazione digitale e tecnologica, alcuni di essi continuano a vivere con noi, anche se non ce ne rendiamo sempre conto. Nati perfetti, cambia solo il loro uso. Partiamo da un simbolo che usiamo tutti i giorni, talmente iconico da essere diventato un codice che può significare tante cose: email, internet, digitalizzazione. La chiocciola in italiano o «at» in inglese: @. L’enciclopedia Treccani ci ricorda che la «chiocciola non è affatto una novità. La sua origine si può ritrovare nell’uso (normale nella scrittura dei mercanti medievali) della lettera a con una linea sovrapposta, che poteva valere come abbreviazione delle parole latine a(nnus), a(ut), a(lius), a(nte)».

In realtà è soprattutto con i commercianti veneziani che si impose con la sua forma abbreviata: @, forse come evoluzione grafica della prima lettera di anfora in greco antico (à). Questo perché l’anfora era già una unità di misura del volume nell’antica Grecia: il frigorifero dell’epoca, l’anfora di ceramica appunto, era diventato anche un indicatore per il commercio. Più tardi, nella lingua inglese, questo simbolo si specializza, assumendo il valore di a(t), cioè «presso» e anche di abbreviazione di «at a price of» cioè «al prezzo di». Di qui il suo successivo impiego nelle macchine da scrivere di inizio Novecento come la Corona portatile degli inviati della Prima guerra mondiale e, infine, sugli indirizzi di posta elettronica. Per certi versi la digitalizzazione ci ha resi una società di simboli, anche perché questi ultimi possono essere facilmente «digitalizzati». Per questo la musica è stata la prima industria a subire l’impatto della trasformazione tecnologica già dagli anni Novanta: le onde sonore in fisica sono una oscillazione periodica trasformabile in una equazione. Già Thomas Edison inventò e ottenne il brevetto nel 1878 per il fonografo, anche se non se ne comprese subito l’importanza. Si può dire che da quel momento il destino dell’industria fu segnato: la musica era già stata trasformata in numeri. Non serviva altro per passare da un’innovazione tecnologica all’altra, fino allo streaming. A completare la trasformazione sono bastati altri simboli che regolano le nostre vite trasformando dati, informazioni e conoscenza in cibo per microprocessori: spesso dimentichiamo che l’intera informatica che ha dato vita a una capacità e velocità di calcolo senza precedenti nella storia dell’umanità con gli high performance computing parte da una sorta di matematica «semplificata», quella di un matematico inglese dell’Ottocento, George Boole, a cui si devono le tre operazioni base della logica binaria: AND, OR, NOT. Li chiamiamo ancora oggi operatori booleani.

Per la scrittura il percorso è forse stato meno lineare. È noto l’aneddoto del corso di calligrafia seguito all’Università da Steve Jobs che lo portò a introdurre l’eleganza delle fonts (il tipo di carattere) dentro il programma di scrittura dell’Apple I. Oggi possiamo dire che se la sintassi è spesso stata stravolta dalla brevità e dalla velocità dei dialoghi online, dall’email ai social, ciò che è rimasto saldo è la semiotica del linguaggio, la sua parte simbologica. Si deve a uno stampatore italiano, Aldo Manuzio, padre anche di quello che oggi chiameremmo il libro tascabile, l’invenzione dell’italics (che per uno bizzarro transfer linguistico noi italiani chiamiamo corsivo), ma anche il riordino della punteggiatura, come l’invenzione del quasi estinto punto e virgola (;). I documenti dell’epoca ricordano come il teologo Erasmo da Rotterdam affrontasse un lungo viaggio per affidare i suoi manoscritti a Manuzio, unico stampatore di cui si fidasse. D’altra parte, risale sempre al Quattrocento veneziano la concessione del privilegio di stampa, ciò che oggi chiamiamo copyright e che cerchiamo di fare rispettare online, anche in questo caso con un simbolo: ©. E cosa dire dell’hashtag reso una potente funzione di raggruppamento di interessi in particolare da Twitter e, dunque, affidato a una nuova vita digitalizzata? Il cancelletto compariva già in documenti ottocenteschi per indicare i numeri, ma la sua origine di abbreviazione per la parola «numerus» risalirebbe ai latini (una N tagliata con un trattino orizzontale). Anche qui non si esclude che il simbolo fosse usato per la libbra, la stessa da cui, con la monetazione carolingia, deriva la parola lira. Sembra che l’essere umano non riesca a liberarsi da alcuni simboli e unità di misura, nemmeno volendo.

Tutte queste trasformazioni non sono passate inosservate ai filosofi. Nel 1881, Nietzsche, ormai anziano e con la vista sempre peggiore, decide di usare una macchina da scrivere. La Remington 2 è già disponibile (dal 1878), ma non è la migliore in commercio e Nietzsche la trova pesante, come scrive alla sorella. Vince la medaglia d’argento all’Esibizione Universale di Parigi, ma la medaglia d’oro è della Malling-Hansen Writing Ball, e Nietzsche la preferisce. Oggetto piuttosto strano, si danneggiò durante il trasporto, le riparazioni successive aggravarono il suo cattivo funzionamento e alla fine ciò determinò il difficile rapporto che Nietzsche ebbe con questa macchina (oggi restaurata dalla stessa Malling-Hansen). Nietzsche scrisse circa 60 manoscritti con essa e resta famosa la sua comparazione poetica tra lui e la macchina: «La palla scrivente [la Malling-Hansen Writing Ball] è una cosa come me [fatta] di ferro, e tuttavia facile a storcersi, soprattutto in viaggio. Bisogna avere d’avvero pazienza e tatto e dita delicate per adoprarci». La Malling-Hansen Writing Ball era stata prodotta inizialmente per persone con difficoltà visive, proprio come Nietzsche. Aveva 54 tasti. Molti anni dopo, nel 1932, un altro grande filosofo, W.V. Quine sceglie invece una Remington, la Portatile 2. Doveva scrivere la tesi di dottorato da consegnare a un altro grande filosofo e matematico, A. N. Whitehead, che con Russell aveva pubblicato i Principia Mathematica, uno dei più importanti lavori di logica di tutti i tempi, fondamento della logica matematica contemporanea. La sua Remington aveva solo 47 tasti, disposti nella classica tastiera QWERTY, resa standard proprio dalla Remington per impedire che i martelletti si incastrassero (cosa ormai inutile ma ereditata dal mondo digitale). Quine deve scrivere troppe formule e decide di modificare la macchina: per far posto ai simboli logici (anche quelli della logica Booleana), spariscono tra gli altri @ e ?. Molti anni dopo, Quine, che userà quella stessa macchina da scrivere tutta la sua vita senza mai decidere di passare a un computer, spiegherà che non aveva bisogno del punto interrogativo perché, occupandosi di logica, aveva solo a che fare con certezze. Battuta divertente ma filosoficamente un po’ sospetta. Infatti, non la pensava così l’altro autore dei Principia Mathematica. In un saggio del 1928, Russell raccomanda, giustamente: «In tutte le cose (affairs) è salutare ogni tanto mettere un punto interrogativo sulle cose (things) che a lungo hai dato per scontate». È poi inutile dire quanto oggi la filosofia debba poi occuparsi proprio dell’@.

Sulla necessità del domandare, per una volta tanto, Heidegger e Russell concordavano. I testi di Heidegger sono pieni di domande, e domande sul domandare. È poi risaputo (alcuni direbbero notorio) l’uso del trattino da parte di quest’ultimo, per discutere di concetti filosofici. Non l’avrebbe certo eliminato dalla sua macchina da scrivere, se ne avesse usata una. Ma si sa che Heidegger aveva un rapporto critico e negativo con la meccanizzazione della scrittura. Un passo famoso del suo Parmenide (1942), denuncia la fine del rapporto manuale con la scrittura proprio a causa dell’arrivo della macchina da scrivere e della tipo-grafia (trattino nostro). Se questo ricorda a qualcuno la polemica di Platone nei confronti della scrittura, ci siamo. Certi filosofi proprio non ce la fanno a guardare all’innovazione e alla tecnologia come qualcosa anche di buono. Almeno quando predicano. Nella prassi, beh le cose vanno diversamene. Di Socrate non abbiano nulla ma di Platone gli scritti ci sono. E Heidegger scriveva tutto a mano, ma era meticolosissimo nell’assicurarsi che poi i suoi manoscritti divenissero perfetti dattiloscritti, anche quelli non destinati alla pubblicazione. Un giorno del 1932 la macchina da scrivere acquistata dal suo assistente, Werner Brock, una Torpedo portatile, sparì, con l’assistente. Brock era di origini ebraiche ed era scappato a Cambridge (dove erano stati Whitehead e Russell, e dove stava studiando Turing e insegnando Wittgenstein). Heidegger non si diede per vinto. Ne acquistò una nuova, modello Urania Piccola portatile. E questa volta non si fece fregare: con la sua calligrafia in Sütterlin (un carattere tipografico corsivo introdotto dall’omonimo ministro della cultura prussiano, poco leggibile e oggi obsoleto), scrisse il suo nome in una parte nascosta. La macchina da scrivere alla fine è finita su eBay, ed oggi fa parte della collezione di Richard Polt, un filosofo. Se a Quine possiamo rimproverare di non aver capito l’importanza del punto interrogativo e dell’@, a Heidegger possiamo rinfacciare un po’ d’ipocrisia nei confronti di tutta la tastiera.

E parlando di essere e tempo, anche il calcolo del tempo altro non è che una consuetudine simbolica digitalizzabile. E la crisi — anche qui — dell’industria degli orologi da uomo, ultimo «gioiello» maschile sottratto alla trasformazione dei costumi moderni, ne è un ulteriore indizio. Alcune di queste consuetudini scompaiono perché legate a un bisogno tecnologico temporaneo: nei vecchi cronografi degli anni Cinquanta, per esempio, un pallino rosso al terzo minuto segnava lo scatto alla risposta entro il quale, se non si voleva pagare il secondo scatto di tre minuti, bisognava riattaccare la cornetta. Ma in generale simboli, segni, codici, sopravvivono, cambiando soltanto «casa». Il sistema sessagesimale che usiamo ancora oggi per calcolare il passare del tempo risale addirittura all’antica Mesopotamia. E vale anche per gli smart watch e i computer, non solo per gli uomini. La storia dei simboli e del nostro rapporto con essi non finisce certo qui. Oggi il dibattito si è spostato sulla shwa: ə. Disponibile dal 1821, è diventato un simbolo del dibattito sul linguaggio inclusivo e la parità di genere (simpaticə indica sia simpatico sia simpatica, ma senza preferenza). E se qualcosa ci ha insegnato la storia passata è che è meglio restare aperti ai cambiamenti, per capire quali resteranno, quali si trasformeranno, e quali finiranno per essere solo mode passeggere. Predicando meno e razzolando meglio.

16 dicembre 2021 (modifica il 17 dicembre 2021 | 12:13)

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