«Il giovane Old» è un nuovo format che ricorda un po’ il «DOC» di Renzo Arbore tra performance «live» e qualche scampolo di vecchie trasmissioni
RaiPlay come fucina di programmi per la tv generalista o come canale autonomo per gli amanti dello streaming? «Il giovane Old» (facile l’assonanza con il libro cult di Salinger: «Ma dove mai andranno a dormire le anatre di Central Park durante l’inverno?») è un nuovo format condotto da Nicola Savino. Oddio, di nuovo e di originale in tv (come in letteratura, come al cinema) non c’è più nulla, viviamo nell’era della citazione, ma questo è forse il miglior programma di Savino, quello in cui si sente più a suo agio, quello in cui può esprimere le sue passioni.La parte più interessante, che ricorda un po’ il «DOC» di Renzo Arbore, è senz’altro quella musicale: le performance «live» sono eseguite con il supporto di una resident band diretta da Vittorio Cosma. Abbiamo così assistito a ottime esibizioni di Brunori Sas, Vasco Brondi, Mobrici nella prima puntata (in collegamento, è apparso ai presenti Jovanotti, come una madonna), a quelle di Colapesce e Dimartino, Lucio Corsi e Joan Thiele nella seconda.
Al fianco di Savino, qualche scampolo di vecchie trasmissioni (Melissa Greta Marchetto, Dj Angelo, Herbert Ballerina, Aurora Leone con le sue biografie immaginarie dei cantanti) e una leva di nuovi comici: Pietro Casella, Xhuliano Dule, Francesco Mileto, Giorgia Fumo. Come al solito, la sezione comica è quella più difficile, anche perché viviamo un momento di transizione tra la battuta (old) e il monologo (giovane). L’ambiente è molto tradizionale ma crea sufficiente intimità soprattutto per la parte musicale e il giovane vecchio Savino, non costretto a ubbidire alle leggi dell’audience, gioca in fiducia.
P.S. Ma il Luca De Gennaro che discettava di musica è quello stesso Luca De Gennaro che tanti, tanti anni fa, da incendiario, aveva montato una mezza rivolta contro di me, convinto che fossi io a voler chiudere Rai Stereo Notte e non il ministero delle Poste e Telecomunicazioni?
16 dicembre 2021 (modifica il 16 dicembre 2021 | 21:02)
Caro Aldo, Giorgia Meloni anche nell’ultima intervista pubblicata nei giorni scorsi sul Corriere ha sostenuto — e come poteva fare altro…— che FdI avrebbe un personale politico adeguato per amministrare il Paese; siccome però è palesemente evidente il contrario non pensa anche lei che se anche «vincesse» le prossime elezioni politiche, e fosse chiamata a responsabilità di governo, il suo partito dopo pochi mesi farebbe inesorabilmente la fine dei «5 Stelle» per manifesta incapacità? Davide Dei Cas, Bormio
Caro Davide, Nell’intervista al Corriere, sapientemente condotta da Venanzio Postiglione, Giorgia Meloni dice tre cose importanti. Il centrodestra non ha i numeri per eleggere Silvio Berlusconi al Quirinale; dal che si deduce che un accordo largo andrà cercato su un altro nome. Se poi Berlusconi vorrà insistere, sarà difficile per Salvini e Meloni chiamarsi fuori; ma è evidente che un minuto dopo non c’è più il governo Draghi, il che per Fratelli d’Italia può anche essere una buona notizia, per gli altri non so. Inoltre, la Meloni di fatto chiede scusa a Enrico Letta per averlo definito «il Rocco Casalino di Macron»; però intanto l’ha fatto. Infine c’è il punto che l’ha colpita, gentile lettore: la leader di Fratelli d’Italia rivendica la preparazione e il livello della propria classe dirigente. Il che può essere vero se c’è da fare l’opposizione: con poche decine di deputati, il partito riesce a farsi notare. Ma governare un grande Paese è cosa diversa e più complicata. Per fare solo due domande: chi è il ministro dell’Economia di Fratelli d’Italia? E con chi dovrebbe concordare la politica economica? Con Bruxelles e Berlino, o con Varsavia e Budapest? La seconda che ho detto sarebbe forse più semplice; ma i 200 miliardi del Pnrr li mette Orbán o li mette la Germania? Per quanto riguarda il tema della memoria storica, non mi pare che ci siano novità in vista. Meloni e Salvini non sono ovviamente nostalgici del fascismo; ed è abbastanza fuori luogo gridare all’allarme democratico e poi andare ad Atreju. Però entrambi sono o si pongono come anti-antifascisti. Il che secondo me è un errore, perché l’antifascismo non è una «cosa di sinistra», il nazifascismo fu combattuto da uomini di destra come Churchill, De Gaulle e in Italia il generale Raffaele Cadorna (figlio di Luigi e nipote del Raffaele che prese Roma), il colonnello Montezemolo, Enrico Martini «Mauri», e ovviamente Edgardo Sogno «Franchi». Stiamo parlando di eroi della Resistenza: Cadorna che si fa paracadutare con una gamba malata sul Nord occupato dai tedeschi, Montezemolo che cade alle Ardeatine dopo aver taciuto sotto le torture, Mauri e Franchi monarchici di leggendario coraggio. Quanti conoscono oggi i loro nomi?
La storia del presepe ha radici lontane, inizia con San Francesco che nel 1223 realizzò la prima rappresentazione a Greccio, un borgo vicino Rieti. Si narra che durante la messa del 24 dicembre di quell’anno «sarebbe apparso nella mangiatoia un bambino che il Santo avrebbe preso tra le braccia». Giotto, nel 1295, rappresenta la scena nella Basilica superiore di Assisi. Nel Settecento fu re Carlo III di Borbone a incentivare a Napoli l’arte presepiale e la regina Maria Amalia insieme alle principesse e alle dame di corte confezionò con le pregiate sete della fabbrica di San Leucio gli abiti dei pastori che si possono ammirare nella Reggia di Caserta. Da allora allestire il presepe divenne a Napoli una consuetudine e fu anche motivo d’ispirazione per importanti scultori come Giuseppe Sammartino, autore dello straordinario Cristo Velato. Negli anni il presepe si è arricchito con gli elementi di vita quotidiana fino ad arrivare, dagli anni 40 in poi, all’inserimento di statuine riproducenti personaggi tipici di varie nazioni e mestieri: il monaco francescano, il cacciatore, il pizzaiolo, ragazza africana con cesti di frutta o anfore per l’acqua, giovani di colore con caschi di banane, indiani con arco e frecce fino ad arrivare ai giorni nostri con Totò, Eduardo, Maradona, papa Giovanni Paolo II, papa Bergoglio e altri personaggi pubblici. Una miscellanea di elementi che pur non avendo alcun riferimento storico con il territorio e con il periodo dell’Avvento, arricchiscono il messaggio di pace che vuole portare in ogni casa, la magica atmosfera che il nostro presepe, nella sua disarmante semplicità, riesce a creare. Ecco perché, secondo me, a parte i valori artistici più o meno rilevanti dei manufatti, il nostro presepe merita di diventare Patrimonio dell’Unesco. Raffaele Pisani
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Il riconoscimento a un’arte che resiste mentre tutto cambia. Prima si usciva al tramonto, oggi a notte fonda: resta uguale solo il lamento propiziatorio del cercatore
Una volta per tartufi si andava al tramonto, quando si spegneva ogni rumore, e si rientrava a mezzanotte. Oggi, alle tre del mattino le Langhe si sono appena addormentate. Le colline di Beppe Fenoglio — per Pavese, vero capo dell’Einaudi finché visse, le Langhe erano un mito letterario; per Fenoglio, impiegato della Marengo Vini, erano la vita — sono tutte un bed&breakfast; nei ristoranti si cena fino a tardi come a Taormina, nelle pizzerie si brinda rumorosamente tipo Positano. I veri trifulau escono solo quando dormono proprio tutti. Dicono che la trifula è come la pesca: matura all’improvviso, e bisogna cogliere l’attimo.
L’Unesco ha premiato non tanto il tubero, quanto la cultura che c’è dietro, l’arte della cerca e quella ancora più sottile di cavare il tartufo senza farlo mangiare o anche solo rovinare dai cani. I cani giovani sembrano mediani che vanno su tutti i palloni: appena sentono il profumo impazziscono, saltano, mugolano, cominciano freneticamente a scavare, e appena intravedono il tartufo vorrebbero divorarlo. I cani esperti dosano le energie, trotterellano qua e là, sanno distinguere le false piste da quelle buone, danno appena una grattata con le zampe per indicare il posto giusto, e lasciano che sia il padrone con la zappetta a fare il resto; poi si mettono lì ad aspettare il premio, il croccantino o il biscotto.
In Langa circolano leggende nere sull’addestramento dei cani, che verrebbero maltrattati, malnutriti, talora picchiati, comunque abituati ad associare l’idea del cibo a quella del tartufo, e magari avvelenati dai rivali. Certo tra i cercatori la rivalità esiste, ma il cane in Langa è come il cavallo al Palio di Siena: è sacro, e nessuno — almeno in tempi moderni — farebbe del male all’animale; al limite si tagliano le gomme dell’auto al padrone.
I trifulau praticano l’arte dell’understatement. Nessuno prometterà mai di trovare il tartufo. Una passeggiata nei boschi delle Langhe in Piemonte — o di Zocca in Emilia, o di San Miniato in Toscana, o di Norcia in Umbria, o di Acqualagna nelle Marche… — è un’esperienza che andrebbe fatta almeno una volta nella vita. La regola numero uno è che il cercatore si lamenta. Sempre. «Non so se troviamo. In una serata di nebbia così, bella umida, ancora dieci anni fa avrei tirato su almeno un chilo di roba. Una volta i boschi erano belli puliti, tutte queste foglie non c’erano, le raccoglievano i contadini per fare il letto alle mucche, e il muschio lo prendevano i bambini per fare il presepe. Oggi di contadini ce ne sono sempre meno. Al mio paese eravamo duecento e siamo rimasti settanta. Adesso i boschi sono pieni di rami spezzati, di terra franata, di fango. I cani passano e non sentono niente. Devono essere molto, molto bene addestrati…».
Ovviamente, i cani del cercatore sono sempre molto bene addestrati, e il tartufo si trova quasi sempre. All’inizio lo sente solo il cane, poi quando si comincia a scavare diventa percettibile anche da olfatti umani. Ma il trifulau è scettico sino all’ultimo: «A l’è neira», potrebbe essere un banale tartufo nero. Invece è bianca. «A l’è cita», è piccola, scuote la testa il cercatore. Invece a volte escono tuberi prodigiosi da cento grammi. Ne ricordo uno avvolto attorno alla radice di un nocciolo, che aveva scavato un solco dentro il tartufo, più profumato che bello. Il trifulau mi disse: «Vedi che non ti prendo in giro? Io non faccio come quelli che li seppelliscono di giorno per farli trovare ai forestieri la notte». Davvero ci sono quelli che li seppelliscono di giorno per farli trovare ai forestieri la notte? «Come no! C’è uno che ha un ristorante verso Monchiero e porta i mericani e gli svizzeri a prendere le trifule che ha nascosto lui. Ma un vicino lo sapeva, l’ha seguito, e mentre lui andava a prendere i mericani gliele ha rubate. Poi se l’è mangiate con gli amici».
Il tartufo è anche un mito. A molti non pare così buono come si racconta, e comunque valutano che non valga la spesa; del resto un mito non ha prezzo. L’importante è evitare di sprecarlo su cibi crudi o troppo conditi. Neppure sull’uovo il tartufo dà il meglio di sé: il rosso è troppo saporito, e il bianco non sa di nulla. L’ideale è grattarlo sulla fonduta. Oppure sul risotto o sulle tagliatelle (in Langa tajarin), purché morbidi, burrosi, mantecati, e mai asciutti. Quello di Alba è il più famoso perché dopo la guerra il proprietario dell’allora unico albergo della città, Giacomo Morra dell’hotel Savona, ebbe l’idea di regalare gli esemplari più belli non a De Gasperi e a Togliatti, ma a Truman (poi a Eisenhower) e a Krusciov; e le foto dei presidenti americani e del padrone del Cremlino che si rigiravano in mano quel misterioso tubero profumato fecero il giro del mondo. Ma ovviamente sono ottimi anche i tartufi del Roero, del Monferrato, e della varie parti d’Italia (buono anche quello dell’Istria e della Romania).
Una volta, in Langa la notte era normale incontrare la volpe, il tasso, lo scoiattolo, la beccaccia, il cinghiale. Oggi i cinghiali è più facile vederli davanti ai cassonetti dei rifiuti di Roma. In compenso sono arrivati nei boschi uccelli che in collina non si erano mai visti: aironi, cormorani, pure i gabbiani. Ma la cosa più divertente è quando un trifulau incontra un altro trifulau. Allora ognuno esercita l’arte della dissimulazione onesta: si «mette pietoso», cioè assume un’aria mesta, finge di non aver trovato nulla, assicura che è stata una notte triste e infruttuosa; e più sono le trifule nascoste sotto la giacca, più il trifulau piange miseria. Ogni paese poi ha almeno un cercatore che è stato il più grande delle Langhe: a Costamagna ancora si racconta di Magiur, Maggiore, che nel 1969 trovò un tartufo da un chilo e due, grande come un cavolo. Oggi il più bravo è Luigino di Monforte, che di giorno fa l’operaio alla Ferrero e di notte va nei boschi: prima la Nutella, poi la trifula. Non si potrebbe vivere meglio di così.
16 dicembre 2021 (modifica il 16 dicembre 2021 | 22:15)
di Federico Marchetti Il fondatore di Yoox ha partecipato al Test di Sagan, l’astrofisico che inviò musica nello spazio per dialogare con gli alieni, e scelto un cellulare “per sentire le voci amiche”
Nel 1977 l’astrofisico Carl Sagan inviò la musica nello spazio con la sonda Voyager per dialogare con ipotetiche civiltà aliene. Il Corriere Innovazione ha chiesto all’imprenditore che cosa sceglierebbe di inviare. Ed ecco cosa ha risposto il fondatore di YOOX, il primo e-commerce di way of life al mondo, quotato alla Borsa di Milano nel 2009 e ancora oggi l’unico unicorno tecnologico in Italia (poi fuso con NET-A-PORTER).
“La prima volta che lo vidi period il 1990 e studiavo alla Bocconi. Non sapevo ancora cosa volevo diventare. Fuggito dalla provincia per arrivare in una grande città, sognavo l’America, il futuro, la modernità e quell’oggetto nero, grande, contenuto in una valigetta mi colpì subito: mi sembrò rivoluzionario, pur nella sua estrema semplicità. Faceva una cosa sola ma in maniera completamente diversa da come l’avevamo fatta finora. Acquistai uno dei primi modelli e da allora l’ho usato, studiato, cambiato, ma soprattutto è lui che ha cambiato me, la mia vita. Sto parlando del cellulare, dei mille avvenimenti che mi sono successi dopo, e che hanno avuto proprio il telefonino come centro di gravità. Appena lo ebbi in mano, lo volevo già migliorare: mi sarebbe piaciuto avesse una fotocamera all’interno perché usare le due cose contemporaneamente period impossibile, ma ahimè non lo feci! Pochi anni dopo però, nel 1999, quando inventai YOOX, divenne per me un’ossessione. Nel 2004 guardando i giapponesi che non si separavamo mai dal loro keitai capii che stop’oggetto avrebbe cambiato il nostro modo di comunicare e di fare shopping. Ne intuii le potenzialità e decisi di puntare tutte le strategie aziendali sul cellulare. Istituii una task force nel 2006, un anno prima della nascita dell’Iphone proprio per studiarne l’utilizzo. Da allora è stato “like a rolling stone”: mi ha portato a dialogare con Steve Jobs di style e tech, a diventare amico di Jony Ive, il designer che ha inventato l’iPhone, a scoprire che avevamo un altro legame in comune, il Principe Carlo. E quando nel luglio di mission’anno ho lasciato il mio Gruppo, che nel frattempo period cresciuto e si age fuso con NET-A-PORTER, la stragrande maggioranza delle vendite venivano proprio dal telefonino. Per questo, e per tutte le opportunità che mi ha dato e che sono convinto stia dando ai 4 miliardi di persone che lo posseggono, manderei un telefonino nello spazio”.
“Ma perché ho scelto proprio un telefonino? Per diversi motivi. Il primo è che comunicare con gli altri è una delle cose più importanti al mondo. Ascoltare una voce amica, trovare conforto, capirsi, sentire le pause, i sospiri, le risate può riconciliarti con la vita. Ne abbiamo avuto una riprova durante la pandemia: il senso di solitudine che molte persone hanno provato, l’isolamento nei reparti ospedalieri è stato mitigato proprio dalle video chiamate che hanno avuto l’effetto di diventare una medicina per l’anima non meno importante di quella per il corpo. Comunicare sarà sempre più vitale in futuro. Non è detto che lo faremo attraverso il telefonino, quasi sicuramente no: Apple sta studiando degli occhiali in grado di unire universo reale e virtuale, capaci di visualizzare informazioni, di consentirci di parlare e di scattare immagini solo muovendo i nostri occhi; altri pensano a microchip da impiantare sottopelle, altri a strumenti in grado di anticipare la nostra volontà e di connetterci e aggiornarci in una frazione di attimo. Sono sicuro che accadrà, che il telefonino diventerà memorabilia come il dvd, lasciando lo spazio a device più innovativi e futuribili ma per il momento è l’oggetto che conosce più cose di noi stessi di chiunque altro. Custodisce i nostri ricordi, le nostre foto, i nostri messaggi, sa cosa faremo domani e cosa abbiamo fatto oggi, ci tiene compagnia, ci diverte, riempie le nostre timidezze quando non abbiamo il coraggio di dire una cosa ma riusciamo a scriverla. Ha preso il posto della sigaretta quando lo usiamo per ingannare il tempo. Certo è meno dannoso del tabacco ma purtroppo non meno pericoloso per le nuove generazioni che spesso ne abusano. Per questo non l’abbiamo ancora dato a nostra figlia: aspettiamo che compia 13 anni e quando andrà a scuola da sola, allora ne potrà possedere uno suo. Ma ho deciso di portarlo nello spazio soprattutto perché c’è una cosa che non ho mai dimenticato: nel 1982 E.T. chiedeva disperatamente di telefonare a casa ed io che sono un amante di Spielberg e della fantascienza penso sia giusto, dopo 40 anni, portargli un telefono dove penso sia ora casa sua”.
16 dicembre 2021 (modifica il 16 dicembre 2021|15:10)
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