Le feste di Natale in Italia possono ancora mettere a dura prova chi ha fatto una scelta etica. Ma dove sono finiti i goduriosi piatti a base di verdure e legumi, presenti anche nella tradizione?
Nel sontuoso catalogo del pranzo natalizio di una grande catena di supermercati, compaiono tutti cibi a base di carne o pesce. Due sole le proposte vegetariane, le crepes con ricotta e spinaci e una poco festosa torta con zucchine, il resto è tutto uno sfoggio di pezzi di animali, quasi sempre di colore rosso o rosato, che richiamano il sangue e dovrebbero fare impressione ma evidentemente non è così.
Le feste natalizie e dintorni possono mettere a dura prova il vegetariano, troppo spesso per lui non c’è quasi nulla da mangiare, a parte qualche misera insalata e un tozzo di pane che mastica a lungo per non far notare ai commensali che non sta mangiando, come se stesse rifiutando il pasto in compagnia. Si rafforza così il luogo comune del vegetariano triste e ascetico.
Ma dove sono finiti i goduriosi piatti a base di verdure, presenti anche nella tradizione italiana? Come la parmigiana di melanzane, il misto di verdure al forno con varietà di condimenti, i fritti impanati o no di quasi tutti i vegetali, le lasagne con il ragù di lenticchie, la squisita caponata in tante varianti e molto altro. Basta pensare all’umile patata, come diventa buona se cotta con fantasia, per non dire delle zucchine. E mangiare fagioli e legumi vari anche se ottimamente preparati sembra ancora quasi una scelta pauperistica. Nei menu di moltissimi ristoranti e pizzerie italiane tutte queste squisitezze, facilmente reperibili a centinaia e centinaia su google, mancano o scarseggiano.
Forse è ancora dominante un’idea risalente al secondo dopoguerra, agli anni ’50 e primi ‘60, quando mangiare carne era simbolo del benessere appena arrivato, e “un pollo su ogni tavola” era una conquista di massa (anche se il pollo non ne era contento). Ormai la carne, termine in cui includiamo anche il pollo e il pesce e altri animali uccisi, spesso costa poco, talvolta meno del formaggio, che comunque è di origine animale e i vegani rifiutano, perché per produrre latte la mucca deve far nascere un vitello, che, se maschio, finirà la sua breve vita al macello. La passione per i cibi carnei sembra un residuo simbolico della povertà, una reminiscenza della fame, anche se in realtà nella cucina “povera” e soprattutto in quella “povera reinventata”, come la famosa dieta mediterranea inventata dagli americani, ci sono moltissimi piatti senza carne. Anche il cattolico venerdì di magro, che comunque accettava il pesce, è oggi trascurato, non considerato.
Le ricette vegetariane non diventano famose, anche le più squisite, e troppo spesso sono ignorate dai mass media e dalla pubblica opinione. Un grande equivoco, spesso appoggiato anche dai vegetariani, è che questa scelta sia salutistica, mentre fondamentalmente è morale. “Io non mangio animali, gli animali sono miei amici” è un vecchio slogan chiarificatore. Come l’analogo “Non lo faccio per la mia salute, ma per la sua”, dice una ragazza abbracciando un vitello.
1 dicembre 2021 (modifica il 4 dicembre 2021 | 20:21)
Su 1.532 compiti consegnati, finora è passato soltanto il 6% dei candidati. La questione della lingua italiana e l’urgenza di cambiare il modo di fare didattica della lingua a scuola
Il Codice di Hammurabi, databile intorno al 1750 prima della nascita di Cristo, è una raccolta di leggi scritte per i sudditi dell’Impero babilonese, ma probabilmente agli aspiranti magistrati, che hanno svolto, nel 2021, l’ultimo concorsone per accedere ai tribunali della Repubblica italiana, sarà poco famigliare, a vantaggio del diritto romano. Passando dunque dai libri di storia antica – si tenga bene conto del motto historia magistra vitae!- alla cronaca nostrana, da più parti è stata ripresa la notizia che la maggioranza degli aspiranti giudici non è riuscita a superare la prova scritta per gli eccessivi errori di grammatica di lingua italiana. Nel dettaglio, in base all’ultimo aggiornamento sul concorso da 310 posti che si è tenuto dal 12 al 16 luglio, i candidati erano precisamente 5.827; e di loro soltanto in 3.797 hanno consegnato la busta con la prova. Ma, paradossalmente, il reale problema si presenta proprio con la correzione degli elaborati: sui 1.532 compiti esaminati finora dalla Commissione, è passato soltanto, a stento, il 6% dei candidati, ovvero 88 aspiranti. Incredibile ma vero: qual è la ragione? Gli aspiranti magistrati non sanno scrivere nella lingua italiana e, per riprendere le parole dolenti della Commissione in un analogo concorso del 2008 prima di questo, gli errori grammaticali sono troppi.
Ecco che si ripropone, in tutta la sua concretezza, quella che da qualche tempo ho battezzato «la neo-questione della lingua italiana», che finora ha avuto solo una denuncia di stampo pedagogico-didattico, ma che in realtà consiste anche in una vera emergenza di tenuta democratica. Negli ultimi anni, i docenti di lettere hanno avvertito un decadimento di una delle quattro abilità ritenute fondamentali dalla civiltà occidentale fin dall’antichità classica, la scrittura, e su tutti i mass-media ebbe vasta eco, nel 2017, l’appello di 600 accademici italiani rivolto alla classe politica al fine di denunciare la scarsa conoscenza e competenza della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. Questo complesso fenomeno, ancora da ben contestualizzare, andrebbe interpretato anche alla luce di concetti più generali ed epocali come quello di società liquida (Bauman), di villaggio globale (Ong), di oralità e scrittura (MacLuhan), di nativi digitali (Prensky).
Nella scuola italiana, che spesso ha fatto della tradizione la giustificazione del proprio immobilismo pedagogico, la didattica della scrittura esplicita, permanente, graduata e inclusiva, scientificamente fondata, è purtroppo limitata: se al biennio si privilegia la lettura di brani antologizzati con un focus sulla lettura «decifrativa» del capolavoro manzoniano, al triennio, oltre alla storia della letteratura italiana basata su un impianto diacronico e spesso nozionistico, rimane – sulla carta- centrale la lettura esegetica delle cantiche dantesche. Allora, con un atto di onestà intellettuale, nell’attuale monte ore di lingua e letteratura italiana formato da appena 4 ore settimanali (prima della Riforma Gelmini ce ne erano cinque!), quanto spazio è realisticamente possibile dedicare alla didattica della scrittura?
Nel nostro Paese, che pare «una nave sanza nocchiere in gran tempesta», si deve arrivare al paradosso di «ammazzare» i Padri della lingua italiana, con la provocatoria proposta di abolire non solo Manzoni ma persino Dante, per poter concedere maggiore spazio e tempo all’educazione linguistica, che tuttavia è una priorità contingente e sostanziale? Secondo il Professor Serianni, noto linguista e sempre attento al mondo della scuola, «quel che pregiudica il successo scolastico nell’italiano scritto è un insieme più complesso e meno facilmente rimediabile: scarsa capacità di organizzazione e gerarchizzazione delle idee, tecniche di argomentazione di volta in volta elementari o fallaci, modesta padronanza del lessico astratto o comunque di quello che esula dal patrimonio abitualmente impiegato nell’oralità quotidiana».
Si delinea sempre più nitida la neo-questione della lingua italiana, anche a partire dalla constatazione dei risultati del concorso a magistrato: si deve, dunque, partire dalla scuola per migliorare le abilità e le competenze di alunne e alunni, che saranno cittadini di domani. Non tutti, ovviamente, fra loro diventeranno magistrati, ma chi lo diventa, previo superamento del concorso, è chiamato a svolgere un ruolo importante nella società democratica: davvero incarna uno dei tre poteri costituzionali, ovvero quello giudiziario, ma con la sua sentenza può disporre della vita dei cittadini, talora privandolo della sua libertà. Il poeta Esiodo, vissuto nel VII a.C., intentò un processo al fratello Perse che non voleva dargli la sua parte di eredità paterna, tuttavia lo esorta così: «ma via, dirimiamo ora la nostra contesa secondo retta giustizia che, provenendo da Zeus, è la migliore». Quando correggo un tema di un mio alunno, in un certo senso, ristabilisco la «giustizia» della lingua italiana con la penna rossa, trasmettendo il «valore» intrinseco della correttezza morfologica, sintattica, lessicale. Se mai l’alunno diventerà giudice, potrà meglio scrivere una sentenza e – lavorando anche sulla comprensione a scuola – capire le leggi.
Alla luce di queste brevi considerazioni, è auspicabile che il Ministro Bianchi, pandemia permettendo, dia un chiaro segnale «politico» e scelga in modo chiaro di far svolgere la prima prova all’Esame di Stato nel 2022. Per il resto, continua la mia «battaglia» per la lingua italiana, come quella di tantissimi colleghi, nelle aule di scuola e università.
*professore di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Milano e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano
13 dicembre 2021 (modifica il 13 dicembre 2021 | 11:01)
Lo smart working è essenziale per fronteggiare l’aumento esponenziale dei contagi da Covid che si sta registrando in questa fase della pandemia. Contro la decisione del ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta di limitare al massimo il lavoro agile tra il personale pubblico si levano le voci di chi invoca il ritorno allo smart working come “norma” per ridurre il più possibile i contatti tra le persone e, quindi, i contagi: da Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza, ai senatori del MoVimento 5 Stelle nella commissione Affari Costituzionali, da Maria Teresa Turetta, segretaria nazionale Cub Pubblico Impiego, a Natale Di Cola, segretario Fp Cgil di Roma e del Lazio, e Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.
“Lo smart working dovrebbe diventare in questa fase pandemica la struttura ordinaria dell’organizzazione del lavoro perché il virus viaggia con le persone e quindi quanto più le persone sono distanziate l’una dall’altra tanto più si limita la circolazione del virus”, ha detto, intervistato dal Tg3, Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza.
“Il ministro Brunetta ha annunciato che per la Pa non ci sarà alcun ritorno al lavoro agile. È una decisione di una gravità inaudita che stride con quanto avviene in altri paesi Ue. Distanziamento, Dpi e tracciamento sono le uniche modalità di tutela dal contagio nei posti di lavoro; in più lo smart working emergenziale sarebbe a costo zero, anzi con risparmio dei costi in termini di buoni pasto e utenze”, ha affermato Maria Teresa Turetta, segretaria nazionale Cub Pubblico Impiego, sottolineando “il dilagare dei contagi nei servizi pubblici tra i vaccinati e i non vaccinati, nonostante il Green Pass”.
Quali sono le prospettive del futuro per il lavoro agile?
Risorse Umane/Organizzazione
“Mancano mascherine Ffp2, sanificazioni, tracciamenti”, ha proseguito Turetta. “Inoltre con l’introduzione della certificazione verde si è abbassata la guardia scaricando la responsabilità e i costi della prevenzione sui lavoratori, deresponsabilizzando i datori di lavoro su tracciamento e distanziamento nei locali ad alto rischio contagio. Cub PI non accetta questo ulteriore attacco da parte del ministro Brunetta”, conclude Turetta, annunciando, “giornate di protesta pubbliche davanti ai posti di lavoro in assenza di interventi concreti da parte del governo e l’immediata reintroduzione del lavoro agile”.
“Ripristinare lo smart working emergenziale”
“Il lavoro agile già a partire dalla prima ondata della pandemia ha dimostrato di essere uno strumento molto utile per scongiurare la paralisi degli uffici pubblici e dei servizi da erogare ai cittadini, evitando al contempo pericolosi assembramenti nelle sedi della Pubblica Amministrazione e riducendo il traffico nelle città e la presenza di cittadini sui mezzi pubblici”, affermano in una nota stampa i senatori del MoVimento 5 Stelle nella commissione Affari Costituzionali Vincenzo Garruti, Maria Laura Mantovani, Gianluca Perilli, Vincenzo Santangelo e Danilo Toninelli, ricordando “il grande lavoro svolto dalla ministra Dadone durante il governo Conte II”.
di Massimo Sideri Sbagliare è spesso un miraggio, non solo nella scienza: Amundsen fece rotta per il Polo Sud dopo aver letto che Peary aveva conquistato l’Artide. Anche l’AI fallisce, vincendo
La letteratura scientifica è ricca di esempi sull’importanza dell’errore e l’inadeguatezza della definizione di fallimento. Il primo premio Nobel della storia nel 1901, Wilhelm Röntgen,– come ricorda Massimiano Bucchi nel bel pamphlet “Natale di scienza, storie di scoperte e stupore” appena uscito in libreria per Interlinea– non mostrava da studente particolare inclinazione allo studio. Anzi, a diciassette anni venne anche espulso dalla scuola. Peraltro un errore dell’istituzione visto che in quel caso lo studente non age il vero responsabile dell’oggetto dell’accusa, la caricatura di un insegnante. Un destino simile occorse advertisement Alan Turing che venne martirizzato dai rigidi professori inglesi dell’epoca, durante il periodo scolastico, per la sua “incapacità” di tenere i quaderni in ordine (era disgrafico). Da grande Röntgen scoprirà i raggi X (e non per errore, come vuole la vulgata: la radiografia più famosa della storia, quella della mano di sua moglie, e che i giornali dell’epoca pubblicarono, non period stata ottenuta per caso, ma voluta alla fine di una lunga serie di esperimenti). Dal canto suo Alan Turing si porrà la domanda del secolo, se i computer potranno mai pensare, insieme al meno noto John Von Neumann, considerato l’ultimo dei grandi matematici e uno dei pilastri del Progetto Manhattan.
La radice del problema è che gli errori e i fallimenti vengono spesso giudicati nel breve periodo, invece di essere valutati nel medio-lungo periodo. Certo, come diceva John Maynard Keynes– per difendere l’accusa mossa alle take legal action against teorie di essere la base di politiche economiche buone solo per il breve termine (la grande recessione del 1929)– nel lungo periodo “saremo tutti morti”. Ma lungi dall’essere una battuta è questo spesso il destino degli innovatori. Ignác Semmelweis morì depresso dopo essere stato isolato nell’Ottocento dagli altri medici per avere scoperto che il semplice lavaggio delle mani delle ostetriche, prima del parto, poteva salvare la vita dei bimbi e delle madri. Un destino simile capitò a Charles Goodyear, un autodidatta padre della vulcanizzazione. Lo stesso paradigma del doppio errore, cioè del considerare un errore ciò che non lo è affatto (un miraggio, dunque, dell’errore), si applica in realtà anche a tanti altri campi. Nel 1911 il norvegese Roald Amundsen divenne il primo uomo a raggiungere con la Fram il Polo Sud dopo che, preparata a lungo una spedizione per raggiungere il Polo Nord, lesse il 7 settembre del 1909 sul “New york city Times” che Robert Peary aveva già toccato la punta dell’Artide. Un altro errore. Oggi sappiamo che a raggiungere il Polo Nord era già stato Frederick Cook, circa un anno prima, nell’aprile del 1908. Anzi, esistono dei dubbi anche sul fatto che Peary abbia mai raggiunto effettivamente il luogo esatto. L’errore del “New york city Times” spinse così Amundsen verso la gloria dell’Antartide (se non lo avesse letto avrebbe rischiato di essere il secondo se non il terzo della lista dell’Artide).
Nella storiografia degli errori potremmo anche rischiare di mettere Winston Churchill che venne dato per spacciato alla great della Prima guerra mondiale per gli sbagli commessi sul fronte di Gallipoli. Oltre vent’anni dopo diventerà il più grande premier del Novecento, l’uomo che riuscì a bloccare il nazismo e Hitler prima che con Pearl Harbor un fino ad allora reticente Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, gli dicesse: “Ora siamo sulla stessa barca”. Ma forse il doppio errore più importante della storia, cioè sempre un errore che nega se stesso e che porta a una soluzione positiva, fu quello di Dante Alighieri. Il sommo poeta aveva partecipato da giovane, l’11 giugno del 1289, alla famosa battaglia di Campaldino fra guelfi e ghibellini. Vi partecipò anche Cecco Angiolieri che se fosse stato “foco” avrebbe commesso l’errore di arderlo. Dante iniziò con Campaldino quella carriera politica che causò poi il suo esilio (l’errore peggiore della sua vita fu tradire l’amico Guido Cavalcanti). “Come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” farà predire lo stesso Dante al suo avo Cacciaguida. Eppure fu proprio in quel sofferto esilio che scriverà la Commedia. La pigrizia è il peggior peccato dell’uomo e allo stesso tempo quello più veniale. La verità è che nessuno sa cosa accadrà domani, a meno di non usare l’artifizio dantesco di scriverlo dopo. Lo stesso Steve Jobs ne fece l’architrave del suo famoso discorso ai laureandi dell’Università di Stanford: solo a posteriori i puntini possono essere collegati. Anche Newton per certi versi sbagliava: la gravità, come sappiamo da Einstein in poi, è più uno scivolare sulla curvatura dello spaziotempo che una forza che ci attira dal basso. Le statue di Cristoforo Colombo, dopo secoli, vengono imbrattate perché facendo il suo primo errore, scoprire l’America cercando l’Asia, ne avrebbe commesso un altro: veicolare “armi, acciaio e malattie” europee ai danni delle popolazioni indigene (Jared Diamond). L’errore economico più grande lo fece però il re inglese Carlo II che diede a William Penn, in cambio di un debito di 16 sterline dell’epoca che aveva con il padre di lui, l’ammiraglio sir William Penn, un terreno a Nord del Maryland. Nacque così la Pennsylvania.
Sbagliavano anche i cercatori d’oro: il primo milionario di San Francisco fu Samuel Brannan che a loro vendeva gli attrezzi per il setaccio dell’oro durante la febbre del 1849 (una corsa che alimentava usando i suoi giornali). Sbaglia, infine, anche l’intelligenza artificiale. Nel dicembre del 2018, il software application di intelligenza artificiale AlphaZero– variante del più noto AlphaGo famoso per aver battuto nel 2016 il campione del mondo di dama cinese, Lee Sedol– riuscì a battere il più potente programma commerciale di scacchi, StockFish 8, con quelle che vennero battezzate “mosse aliene” da Kasparov: come spostare il pedone bianco in h5-h6 per “attaccare” il Re nemico in arrocco. È una mossa non risolutiva, quasi inutile apparentemente. Il pedone da solo non può fare nulla. Il nero può rispondere in due methods: A) pedone nero in g7-h6, se è un giocatore molto scadente che non resiste alla tentazione di mangiare (si lascia così libero il canale che porta direttamente al proprio Re); B) pedone nero in g7-g6, così da evitare la mossa del bianco in h6-g7. In realtà la mossa tende a disorientare l’avversario. È “l’algoritmo” del caos con cui Michael Chang riuscì a battere Ivan Lendl al Roland Garros nel 1989, battendo dal basso. L’errore in realtà può valere molto. La prima edizione de “L’origine delle specie” del 1859 di Charles Darwin contiene un refuso (“speces”) che ne rende le poche copie ancora più preziose. Nel caos c’è sempre un’opportunità. Ma è un errore pensare che lo abbia detto Churchill. Lo scriveva già Sun Tzu, ne “L’arte della Guerra”.
11 gennaio 2022 (modifica il 11 gennaio 2022|16:45)
Se la legge di Bilancio confermerà le intenzioni, qualcosa per i bonus per la casa con il 2022 cambierà. Ecco che, allora, mai come ora la scadenza del 31 dicembre diventa importantissima per chi non vuole perdersi le migliori condizioni attualmente in vigore per le detrazioni edilizie. Se le agevolazioni ordinarie saranno prorogate probabilmente per tre anni, il Superbonus resterà in vigore fino al 2025 per i condomìni. Previsto però un décalage delle detrazioni, mentre non è ancora chiaro cosa accadrà alle case unifamiliari e ai lavori trainati. E se nulla cambia per il Bonus giardini, per il Bonus mobili si passa da un tetto di spesa da 16 mila a uno di 5 mila ero, mentre il decreto Antifrodi, che è in vigore dal 12 novembre, ha cambiato le regole per le detrazioni diverse dal 110%: ora infatti serve l’asseverazione di congruità delle spese e il visto di conformità per cedere il credito o richiedere lo sconto in fattura. Vediamo allora quali sono le cose da tenere a mente per chi vuole anticipare i bonus entro la fine dell’anno.
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