È verosimile, ma non certo, che chi risulta positivo al tampone in questo periodo abbia incontrato Omicron ma una nuova infezione, secondo gli esperti, è improbabile
Tutti coloro che hanno trascorso le vacanze di Natale rinchiusi in casa con il Covid se lo stanno chiedendo: ma se ho preso Omicron mi posso ri-contagiare?
Vista la pesantezza della clausura, anche con una malattia lieve, che ha riguardato milioni di italiani, la preoccupazione è lecita.
La prima considerazione che possiamo fare è che nessuno di noi ha il privilegio di sapere se è stato contagiato con Omicron: anche se il nostro tampone positivo verrà sottoposto ad analisi genomica nessuno ci avvertirà se abbiamo contratto Omicron, Delta, Beta, Gamma o chissà che altro. L’informazione resta ai laboratori che comunicano il dato all’Istituto Superiore di Sanità per compilare le statistiche sulla prevalenza delle varianti.
Non è dunque assolutamente detto che chi si sta contagiando oggi si sia infettato con Omicron dal momento che Delta non è ancora scomparsa e le cosiddette «infezioni rivoluzionarie», quelle che colpiscono anche chi è stato vaccinato o contagiato esistono, seppur in misura decisamente minore, anche con Delta. Va infetti ribadito che i vaccini anti Covid, (creati peraltro sul ceppo Wuhan) non sono efficaci al 100% né sul contagio né sulla malattia grave.
Tuttavia sappiamo dai dati che arrivano dal Regno Unito (Paese che sequenzia molto) che chi è vaccinato ha maggiori probabilità di incontrare Omicron rispetto ad altre varianti. Nel dettaglio chi ha tre dosi ha 4,5 volte più probabilità di risultare positivo ad Omicron rispetto ai non vaccinati e le persone con doppia dose hanno 2,3 volte più probabilità di contagiarsi con Omicron rispetto ad altre varianti. Resta fermo il fatto che le persone non vaccinate hanno invece in generale maggiori probabilità di risultare positive al Covid, indipendentemente dalla variante. Il report dell’Imperial College di Londra conferma la tendenza, stimando che «il rischio di reinfezione con la variante Omicron è 5,4 volte maggiore di quello della variante Delta».
In parole povere è probabile che chi è vaccinato (anche con terza dose) e si contagia, verosimilmente (ma non sicuramente) ha incontrato Omicron e grazie ai vaccini e alla possibile minore patogenicità della nuova variante, non ha sviluppato una malattia grave.
L’ultima (e ormai anacronistica) flash survey dell’Istituto Superiore di Sanità datata 23 dicembre diceva che i casi Omicron in Italia erano al 28% di media con alcune aree in cui era stato raggiunto l’80% (in Lombardia al 40%) con un raddoppio dei casi, all’epoca, ogni due giorni. L’analisi delle acque reflue ha segnalato che Omicron ha iniziato a circolare a Milano tra il 9 e il 12 dicembre e dal momento che la nuova variante è un vero e proprio tsunami possiamo supporre che oggi sia prevalente.
Dunque è molto probabile che chi si è ammalato durante le vacanze o è ammalato adesso abbia effettivamente incontrato Omicron, in particolare se vaccinato.
È allora possibile andare incontro a una seconda infezione con Omicron? Mario Clerici, docente di Immunologia all’Università Statale di Milano tranquillizza: «Direi di no perché la risposta immune, con anticorpi e con linfociti T, è potente e specifica per il virus con cui si viene a contatto, quindi ritengo molto improbabile una nuova infezione da Omicron, se effettivamente si è stati contagiati da Omicron. Si potrà invece contrarre un’infezione da un’altra variante, magari Delta o qualche nuovo ceppo mutato che potrà emergere nei prossimi mesi, scenario piuttosto probabile finché il virus continuerà a circolare».
In altre parole: se mi contagio con una variante, è possibile che mi contagi con un’altra variante, e altamente improbabile che mi ricontagi — almeno a breve — con la stessa variante.
«La storia dell’immunologia ci dice che è quasi impossibile contagiarsi con la stessa variante, per questo non esistono studi specifici sul tema» chiarisce Clerici. «Sars-CoV-2 non è come il morbillo che non muta. Chi si ammala di morbillo o si vaccina non andrà più incontro alla malattia. Con il Covid, come in generale con i virus respiratori, le cose sono diverse perché non c’è immunità sterilizzante. Tuttavia, anche con il passare del tempo, pur con un calo di anticorpi specifici su Omicron, resteranno in circolo i linfociti T che ci proteggeranno dalla malattia: qualcuno potrà forse contagiarsi di nuovo con Omicron a distanza di tempo ma, grazie al lavoro delle cellule T, senza accorgersene e senza alcun cenno di malattia».
Il virologo Fabrizio Pregliasco concorda: «Ritengo improbabile riammalarsi di Omicron, almeno sul breve periodo e vorrei tranquillizzare chi si è appena contagiato che non andrà incontro a una nuova infezione con lo stesso ceppo. Il coronavirus non dà protezione sul lungo termine, per questo anche il vaccino, creato sul ceppo di Wuhan, zoppica un po’. Come succede con l’influenza magari tra uno o due anni sarà possibile riprendere il Covid, che non sarà più Omicron perché nel frattempo sarà mutato, dal momento che Sars CoV-2 è instabile. Il 3% dei casi attuali sono persone che si erano contagiate nella prima ondata: è passato del tempo e la maggior parte dei contagiati della prima ora è rimasto protetto anche da Omicron perché statisticamente resta una buona risposta immunitaria a lungo termine».
13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 16:02)
Il giovane indigeno fotografato al suo arrivo da un medico che dopo un anno ha condiviso lo scatto sui social: «I nativi mi chiedono sempre quando tutti i bianchi si immunizzeranno per far finire l’emergenza»
I denti stretti, i muscoli tirati, lo sguardo determinato, Tawy ha camminato con il padre disabile in spalla nella foresta per dodici ore, sei all’andata e sei al ritorno. Ha macinato chilometri tra pendii scoscesi e rami trappola, per raggiungere gli «uomini bianchi», con cui da poco era entrato in contatto e da cui di solito si tiene alla larga. Lui come pure gli altri indigeni Zo’é, la piccola tribù che vive isolata e nascosta nella fitta foresta amazzonica del Nord del Brasile, riconoscibile dallo m’berpót, un lungo bastone di legno leggero inserito nel labbro inferiore, peircing che segna — tra i 7 e i 9 anni — il primo rito di passaggio per i bambini e che viene mantenuto per tutta la vita: sia Tawy che il padre Wahu, 67 anni, ce l’hanno.
E da quali fiamme sta fuggendo questo «moderno» Enea con sulle spalle un Anchise indigeno? Il flagello universale del momento, il Covid. L’agognata meta del lungo viaggio di Tawy è il più vicino avamposto medico per i vaccini. Il giovane ha sfidato barriere naturali e culturali per far immunizzare il padre e salvarlo da un virus che non ha risparmiato nemmeno gli angoli più remoti del polmone verde del mondo e di chi ancora lo abita. Come il suo popolo, 325 uomini e donne che abitano sparsi nella selva amazzonica del Pará, lungo il confine con il Suriname. Territori di difficile accesso ma non al riparo dal Covid, spesso portato nei posti più remoti da cercatori d’oro clandestini e trafficanti di legname.
Al suo arrivo al presidio, Tawy ha trovato dottor Jennings Simões a dargli il benvenuto. Il medico, commosso per l’eroica impresa, gli ha scattato una foto. Era il 22 gennaio 2021: la campagna vaccinale in Brasile era cominciata da cinque giorni, con priorità data agli indigeni. Per quasi un anno, Simões l’ha conservata e solo qualche giorno fa l’ha condivisa su Instagram come immagine-simbolo del 2021 appena finito.
Per il medico, 52 anni, da venti impegnato nella cura dei popoli della foresta, la foto di questi «Enea e Anchise amazzonici» è un segnale di speranza nel mezzo della nuova escalation di contagi nel mondo. «Gli Zo’é mi chiedono sempre quando tutti i bianchi si vaccineranno per far finire l’emergenza – ha raccontato alla Bbc –. Spero, prima o poi, di poter dare una risposta».
Finora la pandemia ha colpito 57mila nativi brasiliani e ne ha sterminati 853, secondo i dati della Segreteria per la salute indigena. Numeri di molto sottostimati, per l’Associazione dei popoli indigeni brasiliani: già a marzo 2021 sarebbero state superate le mille vittime. Gli Zo’é finora sono stati risparmiati. Fin dalle prime campagne informative, organizzate da attivisti, chiese e medici, la piccola tribù ha deciso di autoisolarsi dividendosi in micro comunità e non si è opposta alle vaccinazioni, come dimostra il caso di Tawy.
13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 16:04)
Horsa Group, realtà Ict italiana attiva nella progettazione, implementazione e gestione di soluzioni It per le imprese, è entrata nel capitale di Spartan Tech, start up milanese specializzata nella blockchain ad alta efficienza con un’importante attenzione alla sostenibilità. L’ingresso nel capitale risulta, di fatto, la prima operazione di investimento in Italia, da parte di un operatore industriale, nel settore della blockchain. L’azienda ha acquisito il 3,4% del capitale con un investimento di 250mila euro (pari a una valorizzazione di 7,5 milioni di euro) mantenendo una opzione per incrementare tale quota.
L’ingresso di Horsa nel capitale di Spartan Tech, oltre alle sinergie commerciali, contribuirà a rafforzare lo sviluppo tecnologico grazie alla convergenza di intelligenza artificiale, machine learning e blockchain. «L’obiettivo che ci siamo prefissi con Horsa – dichiara il ceo di Spartan Tech Paul Renda – è quello di scalare su migliaia di Pmi soluzioni blockchain abilitando massivamente l’ecosistema italiano all’uso di queste tecnologie di frontiera. Siamo molto soddisfatti dell’avvio della sinergia con Horsa, erano diversi mesi che lavoravamo all’accordo e in questo periodo abbiamo potuto comprendere sia le potenzialità della collaborazione che le reciproche ambizioni». Secondo Nicola Basso, ceo di Horsa Group, «la Blockchain rappresenta uno dei temi emergenti per i prossimi anni e in Horsa Group vogliamo sempre rimanere al passo con l’innovazione. Con Spartan Tech possiamo dare ai nostri clienti l’opportunità di iniziare a cogliere i vantaggi che questa tecnologia permette di ottenere, a maggior ragione quando viene integrata alle soluzioni applicative che già proponiamo».
L’investimento di Horsa – già attiva sulle aree Erp, Business Analytics e Industry 4.0 – rappresenta per il Gruppo un ulteriore passo nel perseguimento degli obiettivi strategici indicati nel piano industriale. Spartan Tech si contraddistingue per un’attenzione particolare allo sviluppo di soluzioni ad alto impatto sociale e ambientale che si fanno apprezzare, tra l’altro, per facilità d’uso e costi accessibili. Una tech company – il cui payoff è «Tecnologia democratica, tecnologia etica» – nata con il fine di colmare un gap sul mercato offrendo soluzioni Blockchain all’avanguardia dal punto di vista tecnologico caratterizzate da una spiccata usabilità.Tra i progetti di maggior successo, Lifecredit: la piattaforma nativa blockchain per la gestione di ecobonus e superbonus ha ormai superato un miliardo di euro di crediti fiscali contrattualizzati.Tutta l’attività Spartan Tech è connotata da una grande attenzione rispetto ai temi della sostenibilità: per questo le soluzioni sono sviluppate in modo da differenziarsi per un consumo energetico di diversi ordini di grandezza inferiore rispetto agli standard di settore.
Spartan Tech ha vinto a ottobre il premio come miglior start up digitale alla Startup Competition organizzato dal Gruppo Giovani di Confindustria durante #Spazi2021. Il premio ha riconosciuto l’impegno verso una strategia di digital transformation orientata a supportare lo sviluppo di soluzioni ad alto valore aggiunto contraddistinte da semplicità d’uso, sostenibilità e basse barriere all’ingresso.
I profili dei due fermati per le violenze di gruppo a Capodanno. Abdallah Bouguedra , 21 anni, abita al quartiere Barca di Torino, ha abbandonato l’università per lavorare inc cantiere. Mahmoud Ibrahim, 18 anni, vive a Dergano (Milano): arrivato in Italia nel 2019, vive con alcuni connazionali egiziani
Quartiere Barca, estremo nord di Torino. Dergano, periferia milanese. Case umili, ma dignitose. «Bravi ragazzi», «lavoratori», li descrivono i familiari. Prima della notte di Capodanno, nelle vite del 21enne Abdallah Bouguedra e del 18enne Mahmoud Ibrahim non ci sarebbero altri punti di contatto. Seconda generazione, Abdallah, nato nel capoluogo piemontese da genitori marocchini. Egiziano in Italia da un paio d’anni, Mahmoud. In piazza Duomo, una manciata di frame li cattura vicini. Uno ha un piumino rosso lucido, con delle caratteristiche cuciture ondulate. L’altro, un giubbino scuro da cui sbuca il cappuccio verde fluo della felpa. Sono entrambi nella calca addosso alla studentessa 19enne abusata alle spalle del monumento a Vittorio Emanuele II, isolata e travolta dal gruppo. Sono le immagini del primo video delle violenze di quella notte. Il software di riconoscimento facciale ha dato un nome a ognuno di quei volti estrapolati dai filmati. Le perquisizioni dell’altro giorno hanno permesso di ritrovare gli abiti. Le vittime li hanno riconosciuti nelle foto. Entrambi sono stati fermati con l’accusa di violenza sessuale di gruppo, lesioni aggravate e rapina. Per gli inquirenti, hanno dimostrato una «spiccata pericolosità». C’è la possibilità che inquinino le prove. E il rischio di fuga — visti i contatti con i paesi d’origine — ha suggerito di portarli al carcere di Ivrea, uno, di San Vittore, l’altro. (qui i verbali delle vittime).
Chi è Abdallah Bouguedra
Il diploma, l’iscrizione all’università, poi la scelta di abbandonare gli studi per lavorare in cantiere: Abdallah è uno del gruppo di torinesi arrivati a Milano per i festeggiamenti. Il fisico scolpito, la passione per la palestra, i capelli ossigenati. Nell’aggressione alla 19enne, Abdallah sarebbe il ragazzo che prova il primo pesante approccio, insistente, fastidioso. La segue, vuole il numero di telefono, le impedisce di allontanarsi, le mette il braccio attorno alle spalle. Sono gli attimi prima dell’assalto del gruppo. Durante gli abusi, la vittima lo ricorda alla sua sinistra. Una testimone lo vede strapparle i vestiti, strattonarla, urlare: «La ragazza, la ragazza».
Chi è Mahmoud Ibrahim
Anche Mahmoud è in piazza, con almeno un paio di amici, connazionali. Durante la violenza alla 19enne, i video e le testimonianze lo individuano nel gruppo addosso alla vittima. Per l’accusa partecipa anche a un altro caso di abusi, mezz’ora prima. È quello vicino all’ingresso della Galleria. Stessa dinamica, e questo volta è il ragazzo egiziano a recitare il ruolo svolto da Abdallah nell’altro episodio. Nel racconto delle vittime è lui il primo a farsi sotto, a importunare la comitiva di quattro amiche. E una volta respinto, è lui a chiamare a raccolta il gruppo che le accerchia, ruba cellulare e borsa, e le aggredisce. Davanti al gip, Mahmoud ha dichiarato la sua estraneità. Le ragazze «le ho viste solo in lontananza», accerchiate da altri: «Non ho fatto nulla, non le ho toccate. Ho solo guardato quello che accadeva». Poi, «spaventato» se ne sarebbe andato. Mahmoud arriva da solo in Italia nell’estate del 2019. All’epoca è ancora minorenne.
Un anno e mezzo fa si presenta alla Casa della Carità. Ha bisogno di aiuto per rinnovare il permesso di soggiorno in scadenza con il passaggio alla maggiore età. Gli serve supporto per l’iter burocratico, ma anche un luogo da indicare per dialogare con la pubblica amministrazione: gli offrono un domicilio. In quel periodo racconta di non avere una casa fissa. Arriva da Lecco, dice di aver trovato un lavoro — cartongessista — e una sistemazione temporanea in città da alcuni connazionali. Anche gli investigatori martedì faticano a rintracciarlo. Nei mesi scorsi era stato controllato in centro. Ma non risultano residenze reali. Lo trovano per strada. È senza documenti. Si fanno accompagnare a casa del padre per la perquisizione. «Mio figlio è un bravo ragazzo, è incensurato, un lavoratore», è la difesa del papà Ahmed, «ha sofferto, tre mesi fa ha perso un fratello». «Quella sera è uscito con gli amici per divertirsi, sono sicuro — giura — che sia innocente e che si chiarirà tutto».
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13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 08:24)
L’Inps ha presentato una nuova procedura di Monitoraggio Congruità Occupazionale negli Appalti (MoCoa), studiata dall’Istituto con lo scopo di fornire agli operatori economici uno strumento per tracciare l’operato delle aziende negli appalti pubblici e privati, favorire i comportamenti virtuosi e scoraggiare pratiche sleali, che danneggiano i lavoratori e la corretta competitività. Il nuovo dispositivo è stato introdotto ieri, in occasione di un incontro tenuto presso la sede dell’ente di Palazzo Wedekind, a Roma.
Cosa consente di fare la nuova piattaforma
“Il sistema MoCoa”, ha spiegato l’Inps, “attraverso attività di data mining e data crossing tra le informazioni dell’appalto definite dal committente e quelle dichiarate nei flussi Uniemens degli appaltatori e subappaltatori intende rilevare tempestivamente eventuali comportamenti non corretti, con la possibilità di mettere in atto azioni correttive. Gli operatori quindi potranno operare correttamente emarginando le aziende non in linea con la normativa lavoristica e previdenziale”.
Gabriella Di Michele, direttore generale dell’Inps, ha spiegato che la nuova procedura è scaturita dall’idea di far evolvere il Durc e di superarne i limiti. “Grazie all’impegno delle professionalità dell’Istituto, si può parlare oggi di controllo del sistema degli appalti e dei subappalti, secondo il principio di responsabilità solidale, già espresso nella Legge Biagi. Grazie a questo nuovo sistema è già possibile tracciare le aziende e i loro lavoratori, per un maggior controllo sulla contribuzione e retribuzione. Solidarietà, quindi, tra committente, appaltatori e subappaltatori, a garanzia della regolarità del comportamento aziendale. Dall’applicazione di questa procedura, al momento utilizzabile dalle aziende su base volontaria, possono discendere diversi interventi migliorativi in termini di sicurezza sul lavoro, di lotta al lavoro nero, trasparenza degli appalti e tutela dei lavoratori. Ogni stazione appaltante è messa in grado di evitare oneri e sanzioni, cioè di rispondere in solidarietà, quindi ha tutta la convenienza nell’aderire a questa tecnologia”.
La genesi del progetto
Il presidente Pasquale Tridico ha ricordato come questo progetto, iniziato a marzo 2020 su proposta del Direttore generale e con la collaborazione di Confindustria ed Enel, “è una delle innumerevoli innovazioni realizzate dall’Istituto. La piattaforma del MoCoa consente alle aziende volontariamente di aderire e rintracciare le ditte che hanno partecipato e partecipano ai subappalti. Come per tanti altri nostri progetti, si tratta di una implementazione ‘bottom up’, nata dall’ascolto delle esigenze degli attori del mercato nostre controparti, le aziende, ed ha precorso i tempi del legislatore. Vogliamo inoltre spingere”, ha proseguito Tridico, “sulla buona pratica di un codice unico degli appalti, che possa rintracciare le retribuzioni, il fatturato, il volume d’affari anche nei subappalti, ceduti dai diversi committenti della filiera. Questo permetterebbe la verifica della congruità del volume d’affari e delle commesse al fine di contrastare pratiche elusive, che portano a retribuzioni inferiori al dovuto, dumping salariale, evasione fiscale e contributiva. Sono anche queste le innovazioni per migliorare il sistema economico e sociale del Paese”.
Vincenzo Tedesco, Direttore centrale Entrate Inps, ha invece sottolineato l’omportante “l’apporto del mondo imprenditoriale desideroso di avere a disposizione nuovi strumenti di controllo di congruità tra dichiarazioni dei committenti e di appaltatori. Le nuove tecnologie saranno…
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