di Pierluigi Panza
In scena «Thaïs», storia di un’attrice prostituta. «Gli scandali appartengono ad altre epoche»
«Thaïs» di Jules Massenet, nuova produzione della Scala in scena da domani (diretta da Lorenzo Viotti, regia di Olivier Py, protagonista la bravissima Marina Rebeka), è la storia della redenzione di un’attrice prostituta di Alessandria d’Egitto da parte di un cenobita, che la conduce in convento ma poi, nel deserto subisce tentazioni ispirate dal demonio e la raggiunge folle d’amore per vederla morire quando lei è ormai purificata.
La sessualità
«Thaïs»
è stata rappresentata alla Scala una sola volta, in italiano, nel 1942, con la direzione di Gino Marinuzzi, protagonisti Mafalda Favero e Gino Bechi. Olivier Py, regista, scrittore e direttore del Festival di Avignone s’inventa una regia che tiene insieme storia e contemporaneità, che si snoda da Terenzio a Dante (che colloca Taide all’Inferno, forse sbagliando)fino a Borges. Il confronto tra Eros e Agapé messo in scena è materia calda e accolta con grande entusiasmo alla prova generale di ieri: vedremo scene con nudi, scritte al neon della Divina Commedia e balli in guêpiere … Ma ormai la Scala ha una propria storia anche sulla rappresentazione della sessualità e del nudo, aspetto che lega la tradizione alla viva contemporaneità e che in questa occasione possiamo anche ripercorrere.
Gli scandali
I tempi degli scandali sono preistoria: Isabeau di Mascagni, che fin dai manifesti Ricordi del 1911 proponeva un’amazzone «nuda», Marcella Pobbe, che girava per i teatri con una calzamaglia color carne, allora sexy e oggi respingenti. Il primo nudo frontale e di massa fu quello proposto da Graham Vick nel 1996 per la prima di Outis di Luciano Berio. Nel 2007 un pubblico abbastanza eccitato attese la danza dei sette veli della «quasi nuda» vedo-non-vedo Nadia Michael nella Salome diretta da Harding con regia di Luc Bondy. L’anno prima era stato quello delle natiche «liberamente periziabili» (Paolo Isotta) di Roberto Bolle nell’Aida di Zeffirelli, 7 dicembre con direzione Chailly. Un nudo maschile integrale nell’Alcina di Haendel messa in scena da Carsen nel 2009, direttore Antonini e nella Turandot inaugurale di Expo (forse per essere al passo con i tempi) con Lehnhoff, un Principe di Persia che andava nudo al supplizio. Affrancandosi, l’opera, da un retaggio stile buoncostume è arrivato anche il primo nudo integrale per un Sant’Ambrogio: la serva di Donna Anna nel Don Giovanni di Carsen diretto da Barenboim nel 2011. Le tette più divertenti della Scala, tuttavia, sono state quelle cretesi, finte, di gomma, disegnate dalla scenografa Margherita Palli nel 1994 per Elektra, regia di Ronconi, direzione del povero Sinopoli.
Le armi di seduzione
Il diavolo tentatore non può essere pudico, bensì adottare ogni arma di seduzione di massa, come già sperimentato da Giancarlo Cobelli con l’orgia di suore giustificata dal titolo, l’Angelo di Fuoco del ‘94. Nella Taide del classicista socialista e separato Anatole France (dal cui romanzo è tratto il libretto) si sperimenta il paradosso dei cammini incrociati tra il monaco sedotto e la seduttrice poi venerata dalla Chiesa cattolica come Santa Taide (8 ottobre), forse vissuta nel IV secolo ma, probabilmente, solo una variante di Maria Egiziaca, che in pittura è un doppio di Maria Maddalena (così come la dipinge, ad esempio, Jusepe de Ribera). «Thaïs – racconta il regista Py – racconta il modo in cui Eros si svela in una società oppressa dalla morale borghese. Quest’opera non si limita a contrapporre sesso e fede, ma crea tra loro una dialettica che approda a una critica alla spiritualità senza corpo del sistema cristiano, un sistema che alla fine dell’Ottocento entra in crisi». Alla fine, Santa Taide cristianizza l’Eros come percorso che può avvicinare a Dio. un’operazione opposta a quella di Wagner, che erotizza e mitizza il Cristianesimo.
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9 febbraio 2022 (modifica il 9 febbraio 2022 | 13:22)
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