La pressione su energia e territorio sta trasformando l’orbita in una nuova opzione per l’infrastruttura di calcolo. L’aumento della domanda legata all’intelligenza artificiale, insieme alla difficoltà di reperire potenza elettrica e nuovi siti per i grandi campus, sta alimentando l’interesse verso i data center spaziali, sistemi in grado di sfruttare l’energia solare e di collocare capacità computazionale al di fuori dei tradizionali poli terrestri.

Una prospettiva che il Boston Consulting Group analizza nello studio Space-Based Data Centers: More Than Hype, but Not a Revolution. Il punto di partenza è un mercato ancora agli inizi, ma nel quale la fase puramente concettuale sta lasciando spazio ai primi progetti concreti. Secondo BCG, i data center orbitali potrebbero raggiungere una maturità tecnica sufficiente per una diffusione su larga scala nell’arco di cinque-dieci anni. Il loro ruolo, tuttavia, sarà soprattutto complementare rispetto alle infrastrutture a terra.

Una nuova infrastruttura per la crescita dell’intelligenza artificiale

Il fattore che alimenta l’interesse è innanzitutto la crescita del fabbisogno computazionale. I data center terrestri devono confrontarsi con disponibilità limitata di terreni, reti elettriche sotto pressione, tempi lunghi per le connessioni alla rete e una domanda di energia destinata ad aumentare insieme alla diffusione dell’AI. In orbita, almeno sulla carta, alcuni di questi vincoli cambiano radicalmente: l’energia solare è ampiamente disponibile e la capacità può essere distribuita attraverso costellazioni di satelliti.

Il settore ha già superato la fase dei soli studi teorici. BCG ricorda che il primo satellite commerciale destinato a funzionare come data center è stato lanciato alla fine del 2025, mentre diversi operatori hanno depositato piani che, complessivamente, riguardano oltre un milione di satelliti. La Cina ha inoltre annunciato l’obiettivo di costruire uno “space cloud” entro il 2030.

Il nodo riguarda dunque la capacità di passare dalle dimostrazioni tecnologiche a infrastrutture affidabili, replicabili e sostenibili sul piano economico. Per valutare questo passaggio, BCG utilizza la scala Technology Readiness Level (TRL) della Nasa, che misura il livello di maturità delle tecnologie, individuando sei aree critiche: lancio, raffreddamento, batterie, resistenza alle radiazioni, connettività e manutenzione in orbita.

Il costo dei lanci può scendere rapidamente

Il primo ostacolo è il trasporto della capacità computazionale nello spazio. Agli attuali costi, stimati da BCG attorno a 1.500 dollari per chilogrammo, portare in orbita una capacità di calcolo equivalente a 1 GW richiederebbe circa 30 miliardi di dollari. Una cifra incompatibile con una diffusione massiva.

Questo parametro potrebbe però migliorare più velocemente degli altri. Il rapporto ipotizza una riduzione del costo fino a circa 100 dollari al chilogrammo, grazie a sistemi di lancio ad alta capacità e completamente riutilizzabili, come Starship di SpaceX, insieme all’aumento della frequenza dei voli e alle economie di scala. Il livello di maturità della tecnologia di lancio viene già indicato a TRL 8, con la possibilità di raggiungere il livello 9, quello della piena operatività, entro due anni.

Più complesso è il problema termico. Nel vuoto il calore deve essere disperso attraverso grandi radiatori: un satellite da 100 kW richiederebbe oggi una superficie radiante di circa 400 metri quadrati. Materiali più leggeri e sistemi di raffreddamento…

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