di Massimo Sideri Kevin Ashton che nel 1999 comprese” che era un problema di informazioni. Web stava nascendo. Allora scrissi IoT su una slide per i miei supervisor”

Kevin Ashton non ci tiene a passare per chi non è: “Non sono il padre dell’Internet delle Cose”. Perché a voler essere rigorosi– Ashton ha successivamente lavorato per il Mit di Boston dove ha diretto il gruppo Auto-ID Center che ha sviluppato lo basic sull’Rfid (Radio frequency identification) e, dunque, conserva il rigore dell’accademico– le tecnologie che oggi concorrono a questa definizione sono tante, fuse ormai insieme, e, come se non bastasse, molte sono state pensate, sviluppate e produce anche dopo la sua intuizione. Ma ciò che Kevin Ashton ha fatto è stato per molti versi più importante: intuire in anticipo il paradigma che stava collegando il mondo fisico agli oggetti e alle catene di produzione e distribuzione attraverso i sensori. E dargli un nome: IoT, appunto, Internet of Things, che poi ha racchiuso e inglobato venti anni di trasformazioni. Lo possiamo considerare il padre della semantica stessa dell’IoT. Era il 1999, in piena slide-economy.
Difatti tutto accadde in una slide …
“Intorno al 1997-1998, stavo lavorando per l’azienda Procter & Gamble nel Regno Unito. Ero il supervisor junior e il mio lavoro age lanciare un nuovo marchio di cosmetici colorati, il make up. Il problema period che il colore di rossetto più popolare non sembrava mai disponibile in nessuno dei negozi. Questo mi stava facendo impazzire: avevo iniziato a cercare in tanti negozi e non c’era mai. All’inizio i colleghi mi dicevano che period solo una coincidenza. Ma io pensavo: impossibile”.
Dunque Web non c’entrava affatto. Period un problema di approvvigionamento …
“Molto peggio. A quel punto avevamo organizzato un team di donne che erano andate nei negozi di tutto il Regno Unito per controllare e per elencare i prodotti sugli scaffali, non solo per il rossetto, ma per vedere quali altri prodotti importanti mancavano. E nel pace ho iniziato a vedere uno schema ed era davvero interessante: in sostanza qualunque cosa stavamo pubblicizzando in Television period molto probabile che non fosse di fatto disponibile. Il che è abbastanza ovvio: avevano successo. Ma il costo del problema age enorme perché spendevamo soldi in televisione per pubblicizzare prodotti che le persone non potevano acquistare”.

Non sarebbe bastato produrre di più?
“Non era così semplice: avevamo iniziato a produrre prodotti extra perché li avevamo pubblicizzati in televisione. Ma erano fermi in qualche magazzino o centro di distribuzione. Tutto stava andando storto. Fu allora che mi divenne chiaro che il problema non erano i prodotti ma erano le loro informazioni. Una conclusione inaspettata verso la great degli anni Novanta, perché Internet age una cosa nuova”.
Ma anche prima del web esistevano dei sistemi di scambio di dati …
“Tutti i negozi avevano lettori di codici a barre. E tutti pensavano che il problema fosse risolto così. Ma non lo era: tutti quei sistemi di informazione non avevano modo di sapere realmente cosa stesse succedendo nel mondo. Più ci pensavo, più questo mi sembrava il problema fondamentale: eravamo diventati dipendenti da sistemi di informazione che dipendevano da noi stessi per inserire a loro volta informazioni. C’erano troppi dettagli e troppi errori”.
Un cane che si morde la coda …
“Era un problema molto piccolo, ma il problema molto piccolo period ovunque. Ed period un sintomo di un problema molto grande: la tecnologia dell’informazione che avevamo sviluppato in quel momento dipendeva interamente dagli esseri umani per inserire i dati”.
Il problema period l’uomo … ecco l’Internet delle cose …
“Capii che il problema era come sviluppare i sistemi informatici per renderli in grado di comprendere il mondo da soli. Avevamo le macchine nelle fabbriche che avevano dei sensori, per esempio, ma i sensori non facevano altro che parlare con la singola macchina. Oggi sembra banale, ma non è stato immediatamente ovvio iniziare a connettere i sensori an Internet in modo che, invece di essere molto locali, le informazioni potessero essere condivise. E questo è diventato eccitante molto rapidamente perché in realtà tutti i sistemi sensoriali biologici funzionano già in rete: il sistema nervoso umano è una rete. Dopo centinaia e centinaia di milioni di anni di evoluzione, la rete risulta essere davvero l’unico modo per far funzionare il rilevamento. Vuoi sentire dappertutto e magari avere qualche elaborazione centrale. E idealmente vuoi sentire molte cose diverse in modo da poterle confrontare”.
Come si arriva alla slide con la scritta Web of Things nel ’99?
“Capite tutte queste cose la sfida a quel punto era come spiegarlo ai dirigenti senior della Procter & Gamble Company, perché avevo bisogno dei loro soldi per far crescere il progetto. E queste erano persone che non usavano nemmeno la posta elettronica. Advertisement alcuni di loro inviavi un ‘em ail. E poi nella posta fisica interna ricevevi una stampa della tua email dove loro scrivevano una risposta, period pazzesco. Loro non sapevano che Web period qualcosa di cui avrebbero dovuto sapere. Certo, age diventato molto di moda. Tutti lo avevano sentito nominare. Ma non capivano perché o cosa ne avrebbero fatto. Così questa frase, l’Internet delle Cose, divenne il titolo della presentazione PowerPoint che feci a Cincinnati, Ohio, al Board Space di Procter & Gamble, con il Ceo e l’Innovation Management Team. L’ho chiamato l’Internet delle cose, perché sapevo che se avessi usato la parola Internet avrebbe attirato un po’ di attenzione e questo period già un buon punto di partenza. Avevo solo dieci minuti”.
Si sarebbe mai aspettato quel successo onestamente?
“Successo per le mie parole, no. Per la tecnologia sì. Voglio alarming che ricordo che non sapevo come fare il titolo e farmi ascoltare. Per i supervisor ero il tipo junior che seguiva il lancio del rossetto! Allora ho pensato: questa è la cosa su cui dovrei passare il mio tempo. Il grande tentativo di risolvere la scala dell’opportunità period ovvio all’inizio, ma il dettaglio non era affatto chiaro. Chiunque, incluso me, age un visionario a metà degli anni Novanta. E io ero uno dei pazzi. Il mio errore è stato non esserlo stato abbastanza. Ero il ragazzo più pazzo nella verse, ma stavo ancora sottovalutando quello che sarebbe successo. Questa è la grande storia”.
Convinse i suoi supervisor che non dovevano più scrivere a penna sulle e-mail?
“Andai al Massachusetts Institute of Technology dove avviammo in collaborazione con oltre 100 aziende il laboratorio di cui ero il responsabile, l’Auto-ID Center (che poi avrebbe sviluppato anche il GS1 e il Qr-code che abbiamo usato contro il coronavirus, ndr). Abbiamo iniziato a provare a costruire la tecnologia di base per l’IoT per la prima volta e a capire quali fossero i problemi. E così sono qui, 22 anni dopo a Roma per l’evento Elettronica. E indovina come si chiama la presentazione? Si chiama ancora Web delle cose. È stata un’concept molto duratura, ma quelle parole hanno iniziato a prendere una vita propria all’inizio del Duemila, forse intorno al 2004-2005”.

La cosa incredibile è che lo avete visto prima degli mobile phone: oggi tutti abbiamo dei sensori in tasca che dialogano con altri sensori. Siamo immersi nell’IoT senza rendercene conto.
“Con Twitter è arrivato l’hashtag #IOT. Non lo avevamo mai usato. Voglio alarming: period già abbastanza difficile spiegare l’Internet delle cose. Quindi sì. Ad un certo punto l’intuizione si è tolta la vita da sola. C’era una nuova generazione di ingegneri e dottori di ricerca che sono stati davvero i primi figli di Internet. E quindi questa concept di collegare i sensori a Web period per loro completamente intuitiva. Quella che avevo intravisto io era solo la vecchia forma fisica: la mia generazione ha dovuto impiegare un po’ di tempo per capire”.
Secondo lei oggi qual è la migliore applicazione del suo paradigma?
“Una delle cose è che molte delle applicazioni davvero interessanti stanno accadendo non nelle economie avanzate, ma nelle economie in through di sviluppo. Nei posti come l’Africa o il Sud-Est asiatico che sono passati dal non avere nemmeno una rete telefonica fissa all’avere improvvisamente Web. Tutti hanno uno smartphone e questi sono posti dove la maggioranza delle persone age analfabeta 50 anni fa. Posso darti un esempio del tipo di applicazioni che mi entusiasmano, come l’assistenza sanitaria. Le maggiori cause di morte in molti di questi Paesi sono le malattie polmonari spesso causate dal fumo, a volte dall’inquinamento. Si chiama malattia polmonare cronica. Ed è piuttosto costosa da diagnosticare. Normalmente devi andare in un ospedale speciale con una macchina speciale. Quindi, se vivevi nell’India rurale, per esempio, e fumavi da tutta la vita, probabilmente avevi una malattia polmonare, ma period molto difficile ottenere una diagnosi o una cura perché non eri neanche lontanamente vicino a una di queste macchine. Ora soffi sul microfono del tuo smartphone. E l’onda sonora viene caricata nel cloud dove l’intelligenza artificiale la analizza e sostanzialmente diagnostica, indipendentemente dal fatto che tu abbia un problema o meno, ed è gratuita. Quindi non hai bisogno dello specialista. Hai bisogno di treatment. Prima age completamente impossibile”.
È il socialtech, l’innovazione sociale.
“È salvare vite. E stiamo solo iniziando a grattare la superficie di quello che puoi fare con lo smartphone”.
Esistono anche dei rischi. C’è un enorme dibattito sul potenziale rischio di automatizzazione in termini di tassi di disoccupazione. Pensa che abbiamo bisogno di nuove regolamentazioni?
“Sì. Si tratta di un nuovo problema. Da quando è iniziata l’automazione alla fine del 17 ° secolo la produzione tessile è diventata automatizzata, hai avuto il telaio automatizzato e automatizzato le abilità delle persone semi-qualificate. Le loro competenze sono diventate obsolete molto rapidamente, il che in realtà non ha portato alla disoccupazione a lungo termine perché le macchine hanno creato nuovi posti di lavoro. Ma hanno creato posti di lavoro per i figli di quelle persone. Quindi sai, la mia opinione su questo è che– e immagino che questo sia un po’ radicale– devi attempt a tutti un reddito universale di base. Quello che sta capitando nel capitalismo tecnologico è immorale, non pratico. In realtà questa non è una buona economia. Quello che dovresti volere è una forza lavoro sana, vivace e motivata che abbia grandi idee su nuove cose che possono fare. E non persone che si debbano preoccupare di cose del tipo: posso attempt da mangiare ai miei figli? Quello che succede è che se il lavoro che sei addestrato a fare diventa meno necessario a causa dell’automazione, in realtà non è un vero disastro. Con un reddito di base potresti avere un po’ di pace per pensare a qualcos’altro. Forse puoi diventare un giardiniere. Forse un pittore. Forse impari nuove abilità. E poi anche i tuoi figli ne beneficiano perché dopo il cambio i lavori disponibili sono lavori migliori. Molti dei lavori che vengono automatizzati non sono grandi lavori, giusto? Quando stavo facendo la cosa del rossetto, il lavoro delle persone nelle fabbriche period chiudere il coperchio sui trucchi. Molte delle cose che vengono effettivamente automatizzate, sono cose che non vuoi che le persone facciano comunque.E poi indovina cosa? Hai questa vibrante economia tecnologica che è libera di fare tutto ciò che deve fare. E tutti possono vivere una vita migliore. E a proposito, possiamo permetterci di farlo. Perché ogni volta che automatizzi aumenti la produttività. E nessuno ha bisogno di un miliardo di dollari. Certamente nessuno ha bisogno di cento miliardi. Se pensi di aver bisogno di cento miliardi di dollari e stai ancora cercando di capire come non pagare le tasse, sei pazzo. Hai la follia dell’avidità. Nessuno ha bisogno di più di un milione di dollari per gridare forte. Con il resto potremmo pagare dei redditi per la transizione tecnologica”.
Utopia o soluzione?

29 ottobre 2021 (modifica il 29 ottobre 2021|17:46)

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