di Sara Moraca Per contenere l’innalzamento delle temperature, durante la Police officer 26 di Glasgow cento Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta. Ma per il professore di ecologia forestale Anfodillo: “Fare affidamento solo sulla capacità degli alberi di assorbire le emissioni è molto rischioso perché l’efficacia è positiva ma limitata”

Durante la Police 26, tenutasi a Glasgow nelle scorse settimane, la proposta di piantare 1.000 miliardi di alberi è stata presentata come una strategia vincente per mantenere il riscaldamento sotto i 2 gradi centigradi. Più di cento Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione sulle foreste e sull’uso del suolo che punta a limitare e invertire la deforestazione entro il 2030. Queste nazioni, che ospitano l’85% del suolo forestale globale, si sono impegnate a mettere a disposizione circa 16,5 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati, destinati al recupero dei terreni danneggiati, alla gestione degli incendi, e al supporto alle comunità che abitano questi ambienti. La logica è che queste nuove foreste piantate assorbiranno anidride carbonica dall’atmosfera, compensando così parzialmente le nuove emissioni.

“L’iniziativa può essere positiva, ma pensiamo che fare affidamento solo sulla capacità degli alberi di assorbire le nostre emissioni possa essere molto rischioso perché la capacità di assorbimento delle foreste è molto limitata rispetto alle emissioni antropiche”, chiarisce Tommaso Anfodillo, professore ordinario di ecologia forestale presso il dipartimento del territorio e dei sistemi agro-forestali dell’Università di Padova. Se volessimo assorbire tramite le foreste tutte le emissioni italiane, servirebbe una superficie boscata pari a circa tre volte il nostro paese dedicata solo all’assorbimento. Queste foreste poi potrebbero essere soggette a gravi perturbazioni, quali incendi, danni da insetti, siccità, gelo, vento, che potrebbero portare rapidamente a massicce emissioni di anidride carbonica immagazzinate in decenni o secoli. Si prevede anche che i disturbi, e quindi le perdite di carbonio, aumenteranno nel prossimo futuro proprio a causa dei cambiamenti climatici in atto. Questo processo, conosciuto come non-permanenza del carbonio, è stato studiato anche in relazione ai processi di depauperamento della foresta amazzonica: un famoso studio pubblicato su Science nel 2017 aveva chiarito che le regioni verdi tropicali sono fonte di anidride carbonica in atmosfera, più ancora che aree di assorbimento: ogni anno emettono circa 425 teragrammi (ossia milioni di tonnellate) di CO2, più delle emissioni derivanti dai mezzi su strada negli Stati Uniti. Le perdite totali di CO2 sono state di 862 teragrammi all’anno, mentre i “guadagni”, dovuti alla crescita della vegetazione capace di sequestrarla, di 437 teragrammi all’anno. Il degrado forestale, causato da attività quali il pascolo eccessivo, i tagli selettivi delle piante commercialmente più attraenti e dall’attività venatoria illegale, causa una perdita di biodiversità e la diminuzione della resilienza forestale. Parlare di deforestazione, infatti, non basta, specie se come spesso accade ci si riferisce alla deforestazione netta, concetto molto diverso da quello di deforestazione assoluta: l’operazione secondo cui una foresta primaria può essere tagliata a raso e sostituita da una piantagione non è identificata come deforestazione, perché la superficie forestale non è diminuita, nonostante il notevole cambiamento avvenuto in termini di biodiversità ed equilibrio ecosistemico. Se piantate con l’obiettivo preponderante del sequestro di carbonio, le nuove foreste sono spesso monospecifiche, meno resistenti ai disturbi e quindi più soggette a perdite di carbonio. In altri termini, c’è un compromesso tra il sequestro di carbonio e le protezione della biodiversità e gli altri servizi erogati dalle foreste.

Ogni qual volta si pensa di riforestare, è importante considerare la tipologia di pianta selezionata e il luogo che si sceglie per il progetto, come spiega Anfodillo: “Piantare una specie alloctona, quindi non del luogo, potrebbe avere effetti addirittura controproducenti, per esempio creando delle forme di concorrenza con le specie autoctone. È inoltre indispensabile studiare le questioni sociali pendenti, perché non si prendano di mira aree che sono fondamentali per l’agricoltura location. Possono sembrare banalità, ma si tratta di errori molto comuni nei programmi di riforestazione”. Ancora più importante, spiega l’esperto, si deve temere che la fede nel “potere degli alberi” possa scoraggiare le persone e i decisori politici advertisement adottare e attuare le azioni necessarie per evitare e/o ridurre le emissioni che rappresentano, di gran lunga, le strategie più importanti per contrastare il progressivo riscaldamento del pianeta. “Come forestale, sono assolutamente favorevole a piantare gli alberi, ma questo non deve distrarre dall’attuazione delle azioni di riduzione delle emissioni, assolutamente necessarie per raggiungere gli obiettivi che ci si è preposti. Il rischio è di pensare che piantare alberi possa diventare un’alternativa efficace rispetto, ed esempio, alla riduzione dell’utilizzo dell’automobile o dell’isolamento termico degli edifici che hanno effetti molto più rilevanti per contenere il riscaldamento entro 1.5 ° C”, continua Anfodillo.

Pur sottolineando l’importanza dell’obiettivo istituito a Glasgow, Anfodillo ricorda che già le Nazioni Unite, nel Piano Foreste del 2017, avevano chiarito la necessità di aumentare la superficie forestale, ma l’obiettivo non è stato poi raggiunto. “Anzi, abbiamo continuato a perdere superficie forestale anno dopo anno”, precisa l’esperto. Un’azione efficace passa anche attraverso una valorizzazione globale dei servizi ecosistemici delle foreste. “Le foreste offrono un naturale sistema di raffrescamento, per comprenderlo basta pensare al sollievo che proviamo quando d’estate visitiamo un parco urbano. Sono fondamentali per il ciclo dell’acqua e per la sicurezza idro-geologica, sono fonte di cibo e materiali che utilizziamo su base quotidiana. Tutelarle significa inserirle in una dimensione più ecologica che ego-logica, valorizzandole non solo come strumento per la cattura dell’anidride carbonica, ma come patrimonio per l’umanità”.

12 dicembre 2021 (modifica il 12 dicembre 2021|12:33)

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