«Non si può vendere una tecnologia sanitaria salvavita con gli stessi criteri che si usano per vendere borse griffate», ha detto di recente in un intervento da direttrice di Unaids. Questa resta la frase più celebre di Winnie Byanyima, ingegnera ugandese e direttrice dell’agenzia per l’Aids delle Nazioni Unite; e quella per l’uguaglianza nell’accesso ai vaccini è la battaglia che conduce con più tenacia. Winnie Byanyima, che è anche sottosegretaria generale delle Nazioni Unite, lotta sin dall’inizio della pandemia, da prima anche che i vaccini fossero brevettati, perché l’accesso dei Paesi poveri alle formule non sia solo legato alle donazioni di quelli ricchi: l’unico modo di vaccinare tutti, ha sempre sostenuto, è che il mondo sviluppato e le istituzioni internazionali aiutino aziende locali a produrre i vaccini e a distribuirli. Non è andata così: le aziende farmaceutiche che li hanno sviluppati non hanno ceduto sulla proprietà intellettuale dei vaccini, e gli accordi con i Paesi più ricchi (memorabile il primo, con il Canada di Trudeau, che si accaparrò sin da subito tre volte il fabbisogno nazionale) hanno assegnato a loro la maggioranza delle dosi sul mercato. Così, mentre i Paesi sviluppati stanno somministrando le terze dosi, ci sono almeno 40 Paesi che non hanno dato la prima nemmeno al 10% della popolazione. Una scena che Byanyima ha già visto, occupandosi di Aids: l’accesso ai farmaci salvavita è stato così diseguale, da subito, che in gran parte dei Paesi poveri la malattia è ormai endemica.

17 dicembre 2021 | 12:56

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