di Alessia Cruciani

La prima italiana a vincere una medaglia olimpica nel pugilato (bronzo) rivela come la nobile arte abbia investito sulla tecnologia: «Ho capito che correre non serve a niente!»

Nel tempio del sumo, la Kukugican Arena di Tokyo, la “farfalla” Irma Testa è diventata la prima donna italiana a vincere una medaglia olimpica nel pugilato. Che poi quel bronzo che si è messa al collo “Butterfly”, come la chiamano tutti per la sua agilità e leggerezza, è anche un messaggio per tanti giovani come lei. Nata 23 anni fa, la poliziotta delle Fiamme Oro viene dalla Provolera, un quartiere popolare e pieno di problemi di Torre Annunziata (Napoli). È lì che a 12 anni incontra Lucio Zurlo, un uomo specializzato nel togliere i ragazzi dalla strada e dai guai. E tra quelle 16 corde Irma scopre che può anche realizzare i suoi sogni, come diventare nel 2016, a Rio, la prima donna pugile italiana in un’Olimpiade.
Irma, si sente un’innovativa per lo sport azzurro?
«In realtà sì perché per anni il pugilato italiano è stato uno sport prettamente maschile ma dopo i miei risultati il numero di ragazze che si sono avvicinate a questa disciplina è cresciuto molto. Un vantaggio anche per la Nazionale, dove ora abbiamo prima e seconda squadra di ogni fascia d’età. E tutte competitive a livello internazionale».
Il pugilato è definito la nobile arte: implica tradizione, storia, filosofia, emozioni… C’è spazio anche per un po’ di tecnologia?
«Fino a poco tempo fa era ancora uno sport antico. Bello da una parte ma dall’altra restavamo indietro mentre tutte le altre discipline facevano passi avanti tra attrezzi moderni e nuovi metodi di allenamento. Da tre anni anche noi abbiamo un gruppo di ricerca scientifica sportiva (Elav) abbinato al pugilato che ci segue nell’innovazione dell’alta performance e che collabora con il Coni. Un cambiamento che ci ha garantito grandi risultati».
In che senso?
«Se pensi al pugilato ti viene in mente la corsa. Io non corro mai! Abbiamo capito che non ci serve. Se prima l’allenamento fisico durava anche due ore, ora è brevissimo ma in quel poco tempo tiriamo fuori il 98-99% della frequenza cardiaca. Usiamo orologini che ci monitorano il sonno e in base a come ho dormito facciamo l’allenamento il giorno dopo. Fino a poco fa tutto ciò era fantascienza per noi pugili. Oggi ci basiamo anche sui dati che ci dà una fascia toracica che usiamo durante gli allenamenti».
Durante la pandemia sono diventati digitali anche i guantoni?
«Ci allenavamo in casa dopo le riunioni online con i tecnici della nazionale che ci facevano il programma. Grazie alla fascia toracica, potevi scaricare i dati dell’allenamento in un sistema a cui aveva accesso il tecnico da remoto, che così verificava se avevamo lavorato, spinto, se eravamo fresche o stanche».

Come misurate la forza dei colpi?
«In allenamento usiamo dei sensori all’interno del guanto, sotto le fasce. Misurano la potenza dei colpi, quanti nei dai al secondo, se è più forte il destro o il sinistro. Visto come siamo diventati tecnologici?! Le app di tutti questi dispositivi ci permettono di scaricare i dati e i grafici ci dicono se siamo migliorati, le calorie bruciate, il peso che avremmo dovuto raggiungere. E poi ci sono le luci a intermittenza, utili per gli allenamenti cognitivi. Mentre i macchinari per i salti misurano l’altezza, la durata del tempo in aria, l’atterraggio».
Quali vantaggi ha notato sul ring?
«Sono migliorata tantissimo nella prestazione, nell’endurance. In un torneo ora mi sento fresca prima di ogni incontro, prima no».
Visto il seguito sui social, si può dire che è diventata un’influencer?
«Influencer no! Però sento di essere seguita, mi chiedono consigli. Ma capita a tutte noi della Nazionale, le ragazzine ci vedono come un punto di riferimento. Non do consigli ma condivido quello che faccio, come mangio, come reintegro. Sui social passo buona parte della giornata. Filtro i messaggi e quindi non mi arrivano offese. Perché ho vissuto un’esperienza che mi ha fatto stare malissimo con migliaia di critiche gratuite e pesanti. Quindi non mi interessa ricevere certi messaggi».

“Butterfly” è diventata un film su Amazon Prime.
«È stato bello, un’esperienza che mi ha cambiata, mi ha aiutata a guardare dentro me stessa, perché ho deciso cosa mostrare e cosa no, cosa poteva aiutare altri ragazzi. Le riprese sono durate almeno quattro anni. Volevo un progetto che potesse servire ad altri per dimostrare che ce la stavo facendo come ce la può fare chiunque nella mia terra».
Che cosa guarda invece Irma in tv?
«Le serie tv, soprattutto quelle lunghe perché quelle brevi le finisco in una giornata. Ho iniziato con l’ultima serie della Casa di carta appena sveglia, a pranzo avevo già finito. Mentre non amo i film sulla boxe, mai visto Rocky».
Ma come?
«Ho visto il trailer e non mi ha appassionato. Ma non guardo nemmeno i big match dei grandi campioni di pugilato. Non starei sveglia di notte per vedere Floyd Mayweather, mi emozionano di più gli incontri con i dilettanti».
Il romanzo biografico “Cuore di pugile”, scritto da Cristina Zagaria, si apre con una domanda : “Che cosa mi manca per essere felice?”. Ha trovato la risposta?
«Se penso a una “felicità costante”, perché sono contenta della mia vita, posso dire di averla raggiunta. Ma spero di sentire sempre la mancanza di una “felicità immensa”, così potrò pormi nuovi obiettivi per raggiungerla».

28 settembre 2021 (modifica il 28 settembre 2021 | 18:08)

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