di EMILIO ISGRÒ

L’artista riflette sulla sua cifra stilistica nella lectio magistralis che chiuderà il Festival del giornalismo culturale in programma a Urbino dall’8 al 10 settembre

La parola «cancellatura», con tutte le sue variazioni, varianti e sfumature nelle lingue dell’Occidente (ma anche nelle lingue d’Oriente, visto che ormai ci sono artisti e poeti che cancellano persino in Asia), è diventata nelle ultime stagioni una delle parole più ricorrenti nel lessico dei giornali e dei social, appena superata dalla parola Covid.

Credo che questo accada anche per diretta responsabilità di quella Cancel culture, partita dagli Stati Uniti e ora dilagante un po’ su tutto il pianeta, che giustamente ha indignato anche il linguista Noam Chomsky, al cui spirito libertario non poteva sfuggire che la Cancel culture, pur con tutte le sue nobili intenzioni, rischia di diventare la forma più brutale di censura oggi possibile in una democrazia. Una censura che, seppure propiziata dai democraticissimi Stati Uniti, contiene paradossalmente indiscutibili assonanze con lo stalinismo sovietico e, ancor peggio, con la pena di morte inflitta a Socrate dalla civilissima Atene.

Tuttavia, è dalla questione linguistica in senso stretto che voglio partire, per rilevare che una tale questione, in fondo, non è che una storia di cancellazioni e restauri, come opportunamente osserva Roland Barthes con cristallina chiarezza: «La littérature, c’est la rature». Parole ben coronate da Mallarmé quando afferma che la distruzione è stata la sua Beatrice, cioè la sua musa portante. E più tardi, seppure in altro ambito, da Joseph Schumpeter che nel secolo scorso sentì il bisogno di teorizzare una «distruzione creatrice» anche per l’economia. Senza contare che è lo stesso senso comune a dirci che le forme della cancellazione sono infinite: spengo il televisore e cancello un programma sgradito, vado in metropolitana e annullo le aree urbane soprastanti, mentre con l’aereo cancello le distanze insieme con lo spazio sottostante.

Con la Beatrice evocata da Mallarmé rientriamo senza troppe contorsioni nel discorso aperto da Dante con il De vulgari eloquentia e portato avanti in chiave petrarchesca dal cardinale Bembo, fino al Manzoni e agli esiti estremi di Gadda e Pasolini: senza escludere il sorprendente italo-siciliano parlato dal commissario Montalbano per conto di Andrea Camilleri.

L’autore del De vulgari eloquentia, prendendo partito per l’uno o per l’altro dei dialetti parlati nella penisola, di fatto cancella tutti gli altri, nel tentativo di marcare un «volgare illustre» che abbia la stessa dignità del latino come lingua della poesia: la poesia della Commedia e quella di coloro che verranno immediatamente dopo, a cominciare da Petrarca e Boccaccio. Dante è convinto che questo volgare illustre non possa ignorare il siciliano dei poeti raccolti alla corte palermitana di Federico. (E naturalmente il toscano adoperato da lui stesso per la composizione del suo grande poema). Solo che noi non sapremo mai, ancora una volta per un esercizio di cancellazione, quale sarà alla fine il dosaggio tra siciliano e toscano.

È anche noto, d’altra parte, che a suo modo Manzoni cancellò alla fine lo stesso Dante, negando con vari argomenti all’esule fiorentino la volontà di creare una lingua unitaria per un Paese che unito non era. Questo compito il Manzoni lo assegnerà a se stesso, cancellando con I Promessi Sposi, in una Italia che finalmente si avviava all’unità politica, la lingua iperletteraria — e per ciò stesso distante dal popolo al quale voleva rivolgersi — che egli stesso aveva usato per l’Adelchi o per il carme In morte di Carlo Imbonati, dove i versi sono carichi di zeppe e licenze che neppure l’Alfieri si sarebbe permesso.

Senonché resiste un Manzoni tenacemente aristocratico che si salda automaticamente al Manzoni democratico e popolare. Ed è il Manzoni che, abitando a due passi dal Teatro alla Scala, non può non avvertire il riverbero delle arie e delle cabalette del melodramma. In un certo senso anche il melodramma italiano è un paradosso: un linguaggio grondante alta e bassa letteratura da tutti i buchi per una musica ugualmente rivolta ai nobili di piazza San Fedele non meno che alle plebi di Porta Ticinese. E non è improbabile che la vocazione a comunicare, al di là dei canonici venticinque lettori che si era assegnati con finta modestia, sia venuta al Manzoni proprio dall’ascolto di Donizetti e di Verdi, oltre che dal suo illuminismo mai del tutto sopito dopo la conversione al cattolicesimo. Il paradosso del melodramma è che cancella la lingua italiana per salvarla davanti al mondo quando nessuno la parla più, via via soppiantata dal francese e poi dall’inglese. Per custodirne almeno l’eco, il rumore.

Il punto è che il problema, da linguistico, è diventato filosofico-antropologico, e non riguarda più la lingua di un Paese o dell’altro, ma la parola umana in sé: se sia possibile, in pratica, garantire un minimo di sopravvivenza a quei valori verbali che, più dell’immagine, consentono all’uomo (e forse allo stesso Dio) non solo la facoltà di riflettere ma anche quella di creare.

Come artista e come scrittore, io non pretendo di avere le competenze specifiche per dirimere una questione di tale portata. Ma proprio la mia incompetenza mi autorizza a fare due considerazioni. Primo, che a ben vedere le traduzioni dei grandi testi non sono altro che cancellazioni e riscritture, non importa se parziali o totali. Secondo, che tali cancellazioni, aiutandoci a fraintendere, ci inducono di fatto a coprire con la nostra immaginazione gli inevitabili buchi di significato e di senso generati dalla mutevolezza delle parole. E per ciò stesso a generare nuovi mondi. È proprio la cancellazione, estensibile a tutti i codici della comunicazione umana — dall’immagine al suono, dalla danza alla scrittura —, che di fatto libera quei codici dalla loro staticità millenaria, permettendo un recupero di espressività senza la quale la stessa comunicazione mediatica diventa rumore. Tuttavia resiste il pregiudizio, che noi prendiamo per buono per semplificare il discorso, che solo la parola sia capace di pensare e di creare, e questo vale per l’uomo non meno che per Dio, il quale «disse lux e la luce fu».

È tra la tenebra e la luce che io colloco la Cancellatura: esattamente sul terreno accidentato, ma sanamente contraddittorio, in cui la parola può essere o non essere, come le cose e gli oggetti che essa chiama per nome. Il che significa che quella dialettica interrotta dopo la caduta del Muro di Berlino dalla presunta «fine della storia» del politologo Francis Fukuyama può essere riattivata all’interno delle scritture umane, siano esse pittoriche o teatrali, giornalistiche o letterarie. E questo sottintende sempre e per sempre la parola, se è vero che anche una musica o un quadro hanno bisogno di un titolo verbale, e forse le guerre ci sembrerebbero tutte uguali se lo speaker non evocasse il luogo dei combattimenti.

Quando intrapresi la mia pratica cancellatoria, tanti anni fa, ero convinto che essa fosse necessaria in un mondo, già alle porte della globalizzazione, dove la forza iconica della Pop Art o del cinema hollywoodiano, ben supportata dalle nuove tecnologie televisive, avrebbe inevitabilmente travolto l’antico universo dei monoteismi — e forse lo stesso Dio — che alla Parola attingeva per creare il mondo e ricrearlo ogni giorno grazie al pensiero che pensa. Una continua, ininterrotta cancellazione, chiaro sinonimo di creatività e creazione, era in definitiva il solo strumento del quale disponevano gli uomini per creare quella differenza che attiva conoscenza e cultura per innescare un benessere competitivo (anche materiale) equamente distribuito su tutto il pianeta.

Ma sbagliavo. Perché non ha vinto l’immagine iconica, come temevo, bensì la parola minuscola dei social, fatta di chiacchiera e pettegolezzo. Una parola che non pensa e non crea. Ma piuttosto cancella e demolisce: precisamente, e purtroppo, nel senso indicato dalla Cancel culture. Con un paradosso: che mentre l’immagine inventava una nuova retorica del vedere destinata a innescare negli ultimi decenni del Novecento i capolavori di Fellini o di Kubrick, degenerando solo più tardi nei noiosissimi «effetti speciali» degli epigoni, la parola sciaguratamente si impoveriva, smettendo gli utilissimi panni delle vecchie retoriche, che fino a un certo punto l’avevano sostenuta, per comunicare esclusivamente il nulla al mondo spaventato. Così oggi, dopo tanti anni di pratiche cancellatorie, sono costretto a gettare la maschera: è per scrivere che si cancella, non per uccidere. Diversamente da quel papa, Giovanni XXII, che comminava anatemi e scomuniche a principi e fedeli per poi cancellarli a pagamento, indignando lo stesso Dante che nel Canto XVIII del Paradiso non può che esplodere: «Tu che sol per cancellare scrivi». Ma almeno quel Papa scriveva. Oggi, invece, molti pretendono di cancellare senza più scrivere.

Festival di Urbino: tre giorni di appuntamenti

La lectio magistralis di Emilio Isgrò (di cui qui sopra anticipiamo un estratto) è uno degli eventi del Festival del giornalismo culturale di Urbino, la cui nona edizione si tiene da venerdì 8 a domenica 10 ottobre. Tre giorni di incontri, eventi, dibattiti a partire dal tema «Divina cultura. La lingua e la sua difesa, da Dante agli ipersocial». La manifestazione è organizzata dall’Ifg, Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, e dall’Università della città marchigiana. L’apertura è a Palazzo Ducale il giorno 8 alle 15, con la sociologa della comunicazione Lella Mazzoli e il giornalista Giorgio Zanchini, direttori del festival, e con il presidente Piero Dorfles (giornalista e critico, autore, tra l’altro, del recente «Il lavoro del lettore. Perché leggere ti cambia la vita», Bompiani). Sempre l’8, dopo i saluti delle autorità, alle 15,30 si terrà la lectio magistralis della scrittrice Stefania Auci, seguita dalla presentazione della ricerca dell’Osservatorio News-Italia su come si informano gli italiani. Il giorno 9, ancora a Palazzo Ducale, al mattino gli incontri sulle parole dell’architettura e quelle dei social oltre alle premiazioni dei concorsi per giornalisti under 40 e fotografico su #LeMarchecheVedo. Alle 15,30, «Le parole degli inserti e delle pagine culturali», dibattito con Silvia Bencivelli, Stefano Bucci, Beppe Cottafavi, Marco Vigevani. E, ancora, si parlerà (alle 17) di linguisti e giornalisti, con, tra gli altri, il presidente della Crusca Claudio Marazzini. Al Teatro Sanzio alle 21,30 il recital sul vocabolario politichese 1946-2021. L’ultimo giorno è dedicato alle parole dell’economia (ore 10), della politica (11) e, appunto, alla lectio conclusiva di Emilio Isgrò. Il programma completo su festivalgiornalismoculturale.it. (damiano fedeli)

3 ottobre 2021 (modifica il 3 ottobre 2021 | 20:20)

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