di Ilaria Sacchettoni
Depositate nuove carte al processo nei confronti del militare che bendò Natale Hjorth. «Ammazzateli più che potete» inneggia uno dei militari
«Speriamo che gli fanno fare la fine di Cucchi…». Il macabro auspicio viene dall’interno della caserma di via in Selci, elite investigativa dei carabinieri. È il 26 luglio 2019, giorno del fermo di Gabriel Christian Natale Hjorth, uno dei due indiziati per l’omicidio (avvenuto poche ore prima) di Mario Cerciello Rega, tra i militari, forse, uno dei più rispettati. Inciso: la sentenza nei confronti dei due militari che pestarono Cucchi (Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo) arriverà solo il 14 novembre 2019, ma l’Arma ha già annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile al processo sui depistaggi e la verità su quell’episodio risalente al 2009 sta già facendo il giro di caserme e presidi, sussurrato. Eppure qui la consapevolezza è al limite della rivendicazione.
Al processo nei confronti di Fabio Manganaro, il militare accusato di aver sottoposto Natale Hjorth a misura di rigore non consentita dalla legge — la benda sugli occhi immortalata in foto — sono state depositate le chat circolate quel giorno fra i carabinieri del Nucleo investigativo e altri colleghi. L’ingegnere Sergio Civino, incaricato dalla pm Maria Sabina Calabretta di estrarre i dati dagli apparecchi in uso ai militari, ha analizzato il contenuto dei messaggi, molti dei quali tradiscono rabbia, giustizialismo, vendetta: «Ammazzateli più che potete», inneggia lo stesso che propone un pestaggio «alla Cucchi». Mentre un collega teorizza trattamenti d’altre epoche e latitudini: «Non mi venite a dire: “Arrestiamoli e basta” — scrive —. Devono prendere le mazzate. Bisogna chiuderli in una stanza e ammazzarli davvero quando fanno queste cose. Per carità, c’è gente che nonostante le difficoltà passate riesce a integrarsi, a lavorare e a farsi una famiglia ma poi ci sono ‘sti soggetti che sono come le bestie». Alcuni si vantano: «Appena li hanno portati al Reparto operativo ho buttato uno schiaffo a uno, poi mi hanno fermato i colleghi…». Altri ancora inneggiano: «Pena di morteeeeeeee…»
Qualcuno fra i militari collegati in chat, timidamente, avanza dubbi riguardo al bendaggio di Natale Hjorth: «Una cavolata». Ma il suo garantismo è travolto dalle esclamazioni di segno opposto: «Lat sfunnat e mazzate?» Li avete sfondati di mazzate? scrive in dialetto un collega. «Bisogna squagliarli nell’acido» è il suggerimento di un altro, un carabiniere tanto furioso quanto confuso (non è ancora riuscito a vedere Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, dunque pensa che siano due neri). Di colpo si fa strada il parere di una rappresentanza sindacale che suggerisce prudenza e introduce il tema dei diritti: «Poi sta quello del Cobar…che ha detto che non si toccano», spiega uno. Risposta: «Ammazzate pure a lui». Infine la chiosa, sbrigativa: «Che dito nel c… queste associazioni di m…»
Dalle frasi inviate via smartphone emerge la consapevolezza diffusa che a prevalere possa essere la linea giustizialista, per usare un eufemismo: «Li dovrebbe prendere un’altra stazione», dice un militare. Mentre un collega che ha fiutato gli umori generali replica: «Perché seriamente c’è il rischio che appena sbagliano a parlare li pestate». Infine l’equivoco creato dalla segnalazione venuta in un primo momento dal superstite Andrea Varriale, il primo ad accusare erroneamente due extracomunitari: «Erano ‘sti due scemi. Non erano negri?», domanda un militare. La prossima udienza sarà il 5 aprile e Natale Hjorth testimonierà sui fatti di quel giorno.
9 febbraio 2022 (modifica il 9 febbraio 2022 | 12:31)
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