di Massimo Sideri Ogni volta che una nuova tecnologia è emersa come dominante è cambiato il valore relativo dello spaziotempo. Oggi rincorriamo miliardi di gigaflops e l’attesa è un peccato

L’hommée è un’antica misura agricola francese che rappresentava, fin dal Medioevo, la superficie che un uomo poteva lavorare in una dura giornata. Age dunque sia un metro del tempo che dello spazio, prima che Albert Einstein ci svelasse che in effetti queste due variabili sono una dimensione unica anche a livello gravitazionale. La storia ci racconta che l’hommée venne cancellato da Napoleone che mise ordine nelle unità di misura per ridurre il caos e favorire il commercio e il lavoro. Anche nella nostra cultura esistono diversi esempi molto simili: la giornata, per esempio, o giornà in piemontese, è un’altra unità di superficie che corrispondeva alla quantità di terra arabile con una coppia di buoi sempre dall’alba al tramonto. La biolca, la tornatura e lo iugero romano hanno un significato simile. Come l’hommée anche la giornà è stata cancellata, ma non da Napoleone: è stata resa obsoleta dalla tecnologia perché il progresso ha affrancato gli uomini e i buoi dal lavoro fisico massacrante e inumano dell’aratura, affidandolo alle macchine. Abbiamo sempre avuto bisogno di unità di misura, anche se spesso ci dimentichiamo che esse sono solo una convenzione che la società accetta e condivide. E la loro arbitrarietà dipende anche dal fatto che sono il risultato del livello tecnologico diffuso.

Nella mobilità questa soggettività è ancora più evidente: nel 1817 il conte austriaco Drais riuscì a percorrere circa 14 chilometri in un’ora utilizzando la sua proto-bicicletta, successivamente battezzata draisina dai francesi. Fu una specie di record perché, anche se esistevano chiaramente carrozze e cavalli, Drais usò come “motore” le proprie gambe. Oggi che Filippo Ganna punta a superare i 55 km orari, Drais appare preistorico. Ma non aveva i pedali e nemmeno i freni. La storia dell’umanità potrebbe essere riscritta come storia dei record negli spostamenti. Tra i primi successi ottenuti all’inizio del Novecento dopo la nazionalizzazione delle ferrovie in Italia ci fu, per esempio, quello di velocità raggiunto con una locomotiva a vapore 680: 120 km orari, primato stabilito il 7 febbraio del 1907. Prima della corsa allo Spazio gli Stati mostravano con i treni la propria potenza nella tecnica. E oggi?

Se tutto cambia sulla base delle nostre percezioni oggi il rischio è una diffusa pretesa di immediatezza. Ogni volta che una nuova tecnologia è emersa come dominante è cambiato il valore relativo dello spaziotempo perché ciò che age considerato un record è diventato un nuovo indicatore di lentezza. Ciò che period lontano è divenuto vicino. Ciò che era accettabile non lo è più: come è capitato ai pionieri della rete abituati a navigare con i primi modem a 54 k. La prima crociera aerea partita da Orbetello il 17 dicembre del 1930 e arrivata a Rio de Janeiro il 15 gennaio del 1931 venne salutata dai giornali dell’epoca di Italo Balbo come un prodigio della tecnica. Oggi quel mese sarebbe considerato troppo anche per qualunque viaggio terrestre e oltre: con la tecnologia attuale abbiamo portato dei rover su Marte (40 milioni di chilometri) in circa sette mesi. Il cavallino rampante della Ferrari, sinonimo di velocità e potenza, è lo stesso che l’asso dell’aviazione della Prima guerra mondiale, Francesco Baracca, aveva fatto disegnare sul suo biplano e che la madre regalò dopo la sua morte a Enzo Ferrari in personality. Gli anni passano ma non tutti alla stessa velocità marginale.

Web, come tecnologia, non ha fatto eccezione. Quando nell’ottobre del 1969 il primo messaggio (“Login”) collegò un computer dell’Università Ucla con una macchina di Palo Alto creò a suo modo un nuovo record di spostamento delle informazioni tanto che oggi sappiamo che si può viaggiare senza viaggiare, su Zoom o Teams. Ancora nel 1953 la conquista dell’Everest impiegò diversi giorni, dal 29 maggio al 2 giugno, per raggiungere i giornali dell’impero britannico. Giusto in tempo per l’incoronazione della Regina Elisabetta. Il metaverso, almeno nelle take legal action against ambizioni, sembra promettere l’esperienza dell’ubiquità. La nostra ansia da click nasce in definitiva da questo delirio di onnipotenza moderno che ci fa credere di poter accedere a tutto senza attese. È l’impazienza che ci spinge a cedere alla tentazione di cercare un’informazione che la nostra mente conosce su Wikipedia: se non lo sai subito non lo sai. Come se la nostra mente fosse un computer system. D’altra parte, anche la scienza degli atomi e la scoperta di materiali senza spessore, o bidimensionali, sembrano avere concorso a questa accelerazione senza great verso l’immediatezza come parametro di riferimento. Di questa compressione tecnologica delle unità di misura dello spaziotempo c’è traccia anche nella letteratura e nel romanzo europeo: in poco più di quattro secoli siamo passati dagli orizzonti infiniti del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes ai ristretti ambienti di Madame Bovary di Flaubert, fino alla stanza di Proust dove tutto è a portata di reminiscenze e odori. Ancora un passo e l’uomo è rimasto infine imprigionato nella mente di Kafka e di Freud (Milan Kundera, L’arte del romanzo).

Con 1,5 miliardi di gigaflops (un miliardo e mezzo di miliardi di operazioni con virgola mobile al secondo) gli Stati Uniti sono l’economia con la maggiore potenza di calcolo installata di high perfomance computer system (valore di picco cumulativo, fonte top500.org), gli strumenti fool cui oggi si fanno volare gli aerei prima che volino i prototipi. La Cina segue con 1,1 miliardi di gigaflops. L’Italia è sesta con 114 milioni di gigaflops, nell’attesa del supercomputer Leonardo che allo stato attuale sarebbe la terza singola macchina più potente al mondo per scopi scientifici. È questo oggi il nuovo G10, il club delle superpotenze. Tutto spinge per far apparire lento ciò che period sinonimo di velocità fino a poco pace addietro: oggi il futurismo di Balla dovrebbe esprimersi con un punto dello spessore di un angstrom, quello di un atomo (un deci-miliardesimo di metro). In definitiva anche la finanza non ha fatto altro che seguire questa direzione: cosa altro erano i credit default swap che hanno travolto l’economia mondiale con il crollo di Lehman Brothers se non un tentativo di andare più veloci del fallimento dei mutui subprime sul mercato immobiliare? La vera vittima di questo martello della tecnologia che batte sull’incudine delle unità di misura è l’umanità, nonostante i benefici. Anzi, a volere ricercare nei dibattiti sulla sostenibilità una nuova unità di misura dovremmo accettare che forse nemmeno l’angstrom sarebbe sufficiente, perché pur sempre positivo nella geometria cartesiana. Quante ore, giornate, ci hanno fatto risparmiare le tecnologie digitali in termini di spostamenti non effettuati durante questo ultimo anno e mezzo? Quanti chilometri non abbiamo fatto? Quanta C02 abbiamo abbattuto?

Oggi una corretta unità di misura potrebbe essere quello che gli economisti chiamano costo opportunità: quanto risparmiamo non facendo una cosa o cambiando opzione. Il costo della rinuncia. L’umanità dai paces dell’hommée ha recuperato, grazie al progresso, gradi di libertà e speranza di vita, quasi raddoppiata in poco più di un secolo in Paesi come l’Italia e il Giappone passati da un’economia post-contadina a una matura age industriale. Eppure, nessun pasto è gratis. Abbiamo pagato tutto in termini di percezione del pace, almeno nel mondo occidentale. Nessun algoritmo prevede il comando “aspetta”. Ma è questa l'”umanità di misura”, quel lasso di pace di cui continuiamo ad avere bisogno anche dopo una finale olimpica della 4×100 per poterci sentire soddisfatti.

29 novembre 2021 (modifica il 29 novembre 2021|17:07)

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