di Daniele Sparisci, inviato a Pechino

Federico ha ripetuto l’impresa coreana: si è sposato a giugno con Greta Laurent, un’atleta della Nazionale, ma hanno rinviato il viaggio di nozze. È passato ad allenarsi con i russi

Lo spirito di Tokyo a quindici gradi sottozero, nell’inferno gelato di Zhangjiakou, ha guidato Federico Pellegrino nella volata al secondo podio olimpico di fila. Non erano fandonie: le immagini dell’abbuffata di medaglie di Jacobs, Tamberi e compagni ha acceso i cuori della gente di montagna. «Devo ringraziare gli azzurri che hanno fatto tanto e bene quest’estate. Per me sono stati una grande spinta, mi hanno motivato e mi hanno dato punti di riferimento. Poi qui mi sono esaltato vedendo Arianna Fontana e Federica Brignone».

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Chicco d’argento, come quattro anni fa a Pyeongchang, battuto all’ultimo sprint dal gigante Johannes Klaebo, il norvegese che ha riscritto i record del fondo. Ma non c’è delusione negli occhi e nelle parole del trentunenne di Nus, piuttosto c’è «appagamento». L’oro di martedì non è sembrato irraggiungibile nemmeno contro un avversario così. Lui lo sapeva, ci ha provato fino agli ultimi metri del rettilineo finale, e già prima, nella semifinale, aveva impressionato con uno scatto feroce. Lo sapeva la moglie Greta Laurent, alla quale dedica la medaglia, quanto fosse in forma il suo Chicco. Si sono sposati a giugno dopo più di dieci anni di convivenza, hanno condiviso tutto — pure lei è un’atleta della Nazionale, martedì era in gara nella sprint e si è fermata ai quarti — anche la scelta di rimandare la luna di miele per dedicarsi alla preparazione per questa Olimpiade: «Subito dopo il matrimonio l’ho privata di me, sono stato via tre settimane. Il minimo che potessi fare per lei è una dedica».

Pellegrino ha messo da parte tutto per ripetere l’impresa coreana, sacrificando la Coppa del Mondo (vinta due volte, nel 2016 e nel 2021), dimenticando i trionfi iridati (Lathi 2017) e la collezione di trofei. Ha resistito a un «anno difficilissimo a livello mentale per la pressione che io stesso mi sono messo sulle spalle». A cominciare dalla scelta di allenarsi in un gruppo internazionale, insieme al compagno Francesco De Fabiani, sotto la guida del tedesco Marcus Cramer, allenatore di riferimento per la maggior parte dei fondisti russi. Serviva a conoscere nuove tecniche, a condividere piani e materiali con i migliori, è stato un percorso non privo di incognite e difficoltà, segnato da lunghi ritiri lontani.

Alla fine la decisione ha pagato, la punta di rimpianto, ha spiegato, è non averla presa prima: «L’esperienza con i russi è stata la più interessante della mia carriera, è un approccio completamente differente». Differente rispetto ai piani italiani in cui non aveva trovato ciò che cercava: «Non è stato facile dover reimpostare tutto, ma ho avuto la fortuna e l’intelligenza di scegliere bene le mani nelle quali mettermi per fare il meglio». E quel meglio martedì è emerso all’ennesima potenza sotto forma di tattica, forza, esperienza, materiali, in un clima infame, per smentire quanti lo davano per finito, guardando al suo inverno di magri risultati. Uno dei suoi segreti è stato gestire la progressione e le energie per gli attacchi conclusivi. «Non mi ero mai allenato così tanto, avevo persino paura di aver perso la brillantezza». L’argento bis arriva da lontanissimo.

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9 febbraio 2022 (modifica il 9 febbraio 2022 | 08:05)

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