di Giovanni Caprara

Antonio Navarra, presidente del Centro Euro-Mediterraneo dei cambiamenti climatici: «Tutta l’area è una “macchia calda” con un inglobamento nell’area subtropicale»

La Sicilia colpita dalle raffiche infernali del Medicane , l’uragano mediterraneo che soffia alla velocità di 119 chilometri orari, piogge torrenziali hanno allagato Catania trasformando le strade in fiumi. E nell’estate appena chiusa il termometro era salito a 48,8 gradi centigradi segnando la temperatura più elevata di sempre raggiunta nell’isola superando persino il precedente record di Atene del 1977. Il Mare Nostrum e la più grande isola italiana sono già entrati nel nuovo mondo stravolto dal riscaldamento climatico?

Lo chiediamo ad Antonio Navarra, presidente del centro Euro-mediterraneo dei cambiamenti climatici (Cmcc) e professore di meteorologia e oceanografia all’Università di Bologna. «La Sicilia — risponde lo scienziato — mostra già segni evidenti di una realtà significativamente mutata. Studiamo con attenzione i medicane, gli uragani locali che nascono nello Ionio occidentale e anche se sono quattro volte più piccoli nel loro vortice ciclonico rispetto a quelli tropicali e con aspetti diversi, sono molto intensi e portano precipitazioni violente sulle coste dell’isola e della Calabria. Per questo abbiamo sviluppato dei modelli teorici con i quali i fenomeni sono diventati abbastanza prevedibili con buona approssimazione».

Il cambiamento climatico ha dunque già innescato trasformazioni rilevanti nel Mediterraneo e in Sicilia ?
«Tutta l’area è già un hot spot, una macchia calda della geografia. Ora stiamo cercando di capire se con il cambiamento climatico questi fenomeni diventeranno ancora più intensi, se cambierà il loro carattere diventando più frequenti. Non disponiamo ancora di risultati definitivi ma siamo impegnati a decifrare gli elementi più critici. Certo, la Sicilia per la sua posizione subisce già importanti effetti negativi».

Quali sono gli aspetti negativi misurati con certezza?
«L’effetto principale è l’aumento della temperatura e dei conseguenti fenomeni estremi ben evidenti nelle statistiche. Altrettanto evidente è la concentrazione delle precipitazioni in un numero inferiore di giorni. L’isola è una delle regioni più sensibili; anche se nella realtà questa alterazione riguarda tutto il Mediterraneo, si trova in una condizione di frontiera».

Le conseguenze misurate che cosa evidenziano?
«Il Mediterraneo si è riscaldato nella media del riscaldamento globale; anzi un po’ di più. Quindi il cambiamento climatico ha già provocato uno spostamento verso Nord delle condizioni prima esistenti più a Sud con un vero inglobamento nell’area subtropicale. L’estate e la stagione secca sono sempre più lunghe con effetti sulle coltivazioni agricole dalla Sicilia alle regioni più settentrionali».

Le cause su cui intervenire sono altrettanto evidenti in maniera precisa?
«L’incertezza maggiore dipende da quanti gas serra noi immettiamo nell’atmosfera. I modelli ci dicono che i cambiamenti sono proporzionali alla quantità di gas serra che generiamo. L’aumento della temperatura e l’evaporazione incidono sulle riserve idriche costringendo a considerare il mutamento dei tipi di coltivazioni più sostenibili».

Sono adeguati i modelli che adoperate per l’area mediterranea?
«Non lo sono mai e per questo è necessario migliorarli di continuo. Ora ne stiamo sviluppando di nuovi per aumentare la precisione nelle previsioni passando da griglie di valutazione con un lato di 20 chilometri a una griglia più globale con celle più piccole di 5 chilometri. Sulla Penisola ne sperimentiamo anche una con 2 chilometri».

In conclusione il Mediterraneo ha cambiato il suo volto?
«Certamente: i cambiamenti climatici sono già visibili e misurabili con effetti moltiplicatori sociali nei territori colpiti. E la Sicilia è al centro di questi mutamenti».

27 ottobre 2021 (modifica il 27 ottobre 2021 | 19:29)

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